Il Mangialibri/ Ricordi

 

di Michele Stursi

 

Sono le nove e fuori non s’intravede nemmeno il soffio del vento. Una pace rassicurante si è posata sul capo di questo piccolo paesino, come mano di un padre amorevole.

Tutto tace, persino il silenzio.

Dalle finestre delle case traspare nel buio il bagliore epilettico dei televisori; una luce giallognola si stempera sui ciottoli della strada come su una ruvida tela e grumi di colore si accumulano intorno all’ombra dei lampioni. Scosto la tendina e cerco di guardare in casa di Maria. La curiosità mi brucia ancora dentro, nonostante abbia cercato di spegnerla più volte con la fresca e dissetante acqua della ragione. Ma in fondo alla strada si staglia l’oscurità, nitida e allo stesso tempo impenetrabile, come il mistero che avvolge la bambina e la sua famiglia.

La vecchia rimbambita mi guarda ancora dall’alto della parete. Chiara mi ha costretto a rimanere a dormire nel suo studio con la scusa che questa è ancora casa mia e lei non ha alcun diritto di negarmela. Ho cercato più volte di rifiutare, ma quando mi ha proposto una sistemazione in casa sua, ho pensato che forse sarebbe stato meglio rimanere qui.

Passeggio su e giù per la stanza, faccio finta di leggere un libro che ho comprato a Pisa prima di partire e che ancora non ho avuto tempo di iniziare a leggere.

Non conosco né titolo, né autore, né trama. E in questo forse sono molto simile a Maria. In genere non sono io a scegliere il mio libro, ma è lui a scegliere me. E questo è alla base di un patto di alleanza stipulato tanti anni or sono in conclusione di una strana avventura, che ha solcato sin qui il terreno arido della mia vita.

Ricordo alla perfezione la prima volta che sono entrato in una biblioteca. Ne ero del tutto inconsapevole.

Fu zio Pasquale a portarci a Lecce, non ricordo il motivo di quella gita in città, ma ho ancora lucido nella mente ciò che accadde quella stupenda mattina. Arrivammo in una piazza, anzi nella Piazza con la “P” maiuscola, imboccammo una viuzza lastricata e ci affacciamo in pochissimo su un enorme spiazzo: di fronte a noi troneggiava un’imponente colonna e seguendola con lo sguardo mi accorsi che reggeva una statua. Doveva essere proprio lui, me ne accorsi dalle dita della mano destra: «Tre, come il voto che prenderai ora» – diceva sempre il mio professore di italiano al liceo e sventolava quelle tre dita, proprio come Sant’Oronzo sulla grande città.

Ai piedi di quella maestosa colonna sprofondava, come un enorme crepaccio, un bellissimo Anfiteatro Romano accerchiato da cumuli di macerie e detriti. Un maestoso affresco dal titolo: Distruzione e ritrovamento. Un’espressione di meraviglia e allo stesso tempo delusione si era incanalata tra le profonde rughe della fronte di papà e zio, i quali fissavano scettici quello scenario e non riuscivano ad articolare con la voce i loro sentimenti. Dopo un bel po’ papà disse: «E c’ede ‘sta cosa?[1]».

«È un Anfiteatro Romano, papà».

«Ah. E tutte le puteche ca stianu su ‘stu ‘nfiteatru?[2]».

«Quali papà?».

Solo dopo mi fu detto che quell’anfiteatro era stato da poco riportato alla luce e questo ritrovamento era costato la distruzione e riorganizzazione strutturale e architettonica della piazza. Interi quartieri erano stati buttati a terra per fare spazio a quel foro che qualcuno aveva ricoperto con sabbia, sassi e terriccio secoli prima. La gente taceva delusa, la piazza pure. Mio padre mi raccontò che quello aveva da sempre rappresentato il cuore della città, in grado di pulsare vita, commercio e denaro nella grande arteria della società salentina: nessuno era riuscito ancora a capacitarsi di quell’improvvisa metamorfosi.

Camminavo osservando i maestosi palazzi che si stavano costruendo intorno a quello che costituiva il fulcro della piazza, ovvero colonna e anfiteatro. A un tratto mi accorsi di essermi allontanato troppo, mi guardai intorno per cercare di orientarmi e fu facile scorgere le dita del Santo graffiare il cielo azzurro. Feci per ritornare indietro, ma qualcosa mi trattenne il fiato, rimasi per un bel po’ impietrito, a bocca aperta come un bambino che per la prima volta scopre il mare.

La mia attenzione era stata catturata da un’insegna a forma di libro aperto sulle cui pagine ingiallite e alquanto sgualcite portava una scritta in lettere corsive color porpora: “Biblioteca”. Proprio accanto si apriva nel tufo una piccola porticina, la quale immetteva in un seminterrato buio, graffiato qua e là da sporadici raggi di luce. La curiosità solleticava la mia giovane mente e senza pensarci più di tanto mi portai pian piano su quell’uscio. Appoggiai una mano allo stipite e tentai di affacciarmi nella stanza; cercai di farmi spazio nella penombra, ma appena riuscii a mettere a fuoco uno stupendo scaffale traboccante di libri, una voce stridula mi destò da quell’incantesimo: «Prego, avanti. Non avere paura».

Sobbalzai, mollai la presa sullo stipite e d’un tratto mi ritrovai per terra, ai piedi di una vecchia scalinata di pietra leccese che immetteva in quella stanza dal soffitto basso e soffocante. Stavo quasi per rinunciare a quella strana avventura cominciata male, quando qualcosa di stupefacente mi paralizzò sul posto: ero circondato dai libri, impilati ordinatamente su scaffali di legno massiccio disposti lungo tutte le pareti e nel mezzo della stanza. Lo scaffale che dalla strada aveva attirato la mia attenzione era affiancato da altri sette scaffali e questi andavano a formare un ottagono concentrico a quello delimitato dagli scaffali appoggiati alle pareti della sala. Sul soffitto a botte erano affrescate delle strane immagini che in un primo momento non riuscii a interpretare, velate com’erano dalla fastidiosa penombra. Mi addentrai nell’oscurità, frastornato e incredulo; l’aria era satura del profumo d’inchiostro e carta imbevuta di umidità: un odore penetrante e alquanto fastidioso. Giravo e rigiravo su me stesso a bocca spalancata: gli scaffali in rovere reggevano, come colonne portanti di un tempio dedicato a chissà quale divinità pagana, quintali di pagine e fiumi di racconti rivestivano completamente le pareti, simili a carta da parati.

Feci il giro della stanza e notai che dalla parte opposta all’ingresso, tra gli scaffali dell’ottagono interno, si apriva un piccolo varco, e di qui si passava per una scalinata in un sotterraneo. Fui di nuovo sul punto di ritornare in piazza da papà e zio, che di sicuro erano già sulle mie tracce, quando di nuovo quella voce mi fece tremare il cuore: «Allora, hai scelto il tuo libro?».

A dire la verità, non era poi tanto orribile come voce, anzi ricordo trasmettesse un senso di pace e di accoglienza non di certo disprezzabile, ma era quello strano posto a farmi paura: anche se lì dentro regnava un silenzio indescrivibile, si aveva l’impressione di un continuo sussurrare, bisbigliare, ridacchiare; per come erano disposti quei libri, chi vi si trovava nel mezzo aveva come la sensazione di sentirsi osservato, sorvegliato. Non mi piaceva quel posto e dovevo trovare la forza per andarmene. Stavo per avviarmi verso l’uscita quando un fischio attirò la mia attenzione. «Giovane, afferra questo!».

Non feci in tempo a rendermi conto di cosa stesse accadendo che un botto in testa mi frastornò a tal punto da farmi sedere nuovamente per terra. Quando riuscii a riprendermi, mi accorsi che davanti a me si apriva un librone dalla copertina di cuoio verde, ricamata di una cornice color oro, al centro della quale prendeva posto un titolo a lettere gotiche: “Memorie del barone De Noha”.

«Prendilo, cercavi questo vero?» – disse la solita voce. Alzai lo sguardo verso il soffitto e da una vecchia scala appoggiata sullo scaffale alla mia destra, si materializzò pian piano la figura di uomo basso, snello, alquanto agile. Quando mi fu dinanzi, i lineamenti del volto mi parvero quelli di una persona saggia e giusta, ma allo stesso tempo nascondeva, sotto un enorme baffone bianco, un sorriso senza denti che gli dava un’aria da giullare e cantastorie di città. Era stempiato e aveva il nasone a patata arrossato sulla punta, un mento sporgente e due gote color vinaccio; indossava una camicia bianca e un farfallino color porpora, i polsini sbottonati e le maniche rimboccate sino sopra al gomito, un paio di pantaloni lunghi a zampa d’elefante color senape sotto i quali sporgevano due vellutate pantofole color arancio. Fissò su di me due occhi piccoli nascosti da folte sopracciglia e da minuscole lenti rotonde che portava sul naso, poi mi chiese serio: «È la prima volta?».

Io timidamente feci cenno di sì con la testa e quello, infervorandosi, mi urlò in faccia: «Hai perso la lingua? Sveglia!». Mi diede le spalle e, borbottando incomprensibili sproloqui, si ritirò nel sotterraneo.

Ricordo ancora che rimasi freddato da quello strano comportamento e, cercando di convincermi che ciò che avevo vissuto sino a quel momento poteva appartenere solo al mondo onirico, mi affrettai a ritrovare la porta che immetteva sulla stradina lastricata.

Ma proprio quando, per l’ennesima volta, tentavo di avviarmi verso l’uscita, quell’uomo mi si piazzò davanti. Reggeva una pila di vecchi e polverosi libri tra le braccia e, facendo cenno con la testa, mi disse: «Prendi quel libro, è un regalo, giovane!». Timidamente cercai di rifiutare, ma quello prima mi fulminò con lo sguardo, poi mollò tutto il suo carico per terra e scocciato andò lui a raccattarlo e me lo mise in mano. «Ricorda, un regalo non si rifiuta mai; se poi l’oggetto in questione è un libro, l’offesa è doppia: la prima la fai verso chi te lo regala, la seconda verso te stesso. Figliolo prendi quel libro e un giorno forse mi ringrazierai».

Io rimasi a fissarlo con uno sguardo ebete sino a quando quello non mi urlò in faccia: «Vai via ora, scappa, corri!», e in un baleno mi ritrovai in mezzo alla piazza con le cinque dita di papà ricamate sulla metà destra del viso.

tratto da Il Mangialibri di Michele Stursi, L’Osservatore Nohano, 2010


[1] «Cos’è questa cosa?».

[2] «Ah. E tutte le botteghe che c’erano su quest’anfiteatro?».

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