Andata e ritorno

di Alessio Palumbo

“Dai Antonio non ci pensare”

“Sì sì, non ci penso”

“Ecco appunto. Stai allegro. Beato te che torni giù. Vedrai che le cose si sistemeranno e, alla fin fine, se proprio dovessero andar male, qualcosa te la trovo io qui. Tranquillo”

“Va bene, ma ora vai, tanto il treno sta per partire”

“Sì, va bene. Allora ciao e salutami tutti”

“Non mancherò”

Luigi si allontanò di corsa, senza voltarsi, sparendo rapido dalla sua vista. Lui poté abbandonarsi sul sedile, stremato, con un senso di angoscia che gli rendeva faticoso persino il respirare. Ma come aveva fatto a giocarsi tutto in un giorno? Tutto!

Appoggiò la testa al vetro freddo. Meglio non pensarci, magari provare a dormire, mentre il treno si lascia Monaco alle spalle e punta verso sud: Innsbruck, il Brennero, Bolzano, Bologna e poi ancora giù Ancona, Pescara, Bari e via via fino a Lecce. Ma come si può dormire quando si è perso tutto per un colpo di testa? E perché doveva capitare proprio a lui? Lui che per stazza e carattere poteva essere paragonato ad un bue: grande, grosso e pacifico.

Giù al paese, mai una rissa, mai una litigata, niente di niente. E invece qui, aveva voluto fare l’eroe e gli era andata male. Quel che più gli rodeva era che la scazzottata, in fin dei conti, c’entrava poco. Vinto o vincitore si sarebbe tutto risolto lì. Ed invece no! Era finita nel peggiore dei modi e a lui non rimaneva che andare via, tornare da dov’era venuto.

Il treno correva, mentre il sole si abbassava rapido sulla destra. Non poté fare a meno di pensare al viaggio di andata, tre mesi prima.

Era partito da Lecce con una grossa valigia, un piccolo dizionario in tasca e tanta rabbia in corpo. Mesi e mesi di lavoro sul cantiere, a rompersi la schiena dal mattino fino a sera, per poi non essere pagato. Il capomastro aveva detto che soldi non ne aveva per saldargli gli arretrati. Poteva mettersi l’anima in pace, non avrebbe visto una lira.

Anche in quell’occasione aveva mantenuto la calma. Aveva sputato rasente ai piedi di quella carogna e così aveva voluto dare il saluto a lui, al paese ed alla fame. Avrebbe accettato la proposta di Luigi di raggiungerlo dalle parti di Monaco di Baviera: Ismaning, Aschheimeir strasse, 2.

I primi giorni in Germania erano stati duri. Aveva provato la stessa disperazione che ora sentiva rinascergli dentro. La vita in baracca con gli altri italiani, il buio delle mattine, il freddo, la lontananza da casa lo avevano spesso vinto. Poi aveva iniziato a lavorare, lontano da Monaco, nell’acciaieria Völklinger Hütten, vicino Saarbrücken. Lì aveva conosciuto altri italiani, gente simpatica che lo aveva accolto come un vecchio amico. Tutto bene, dunque. Tutto bene, se non fosse stato per Samuel Ziege, il suo chief, ovvero capo, o meglio il suo aguzzino.

Per due mesi ad umiliarlo, a tormentarlo: “Schnell spaghetti”, “Beeilen italienischen”. Schiaffoni sul collo, calci in culo accompagnati da una risata nasale, che penetrava il cervello. Così per giorni e giorni, finché una mattina come le altre, quando mancava solo un’ora alla fine del turno di notte, era successo il patatrac.

Nei giorni precedenti aveva lavorato con addosso un febbrone da cavallo ed era più stanco del solito. Ma forse la stanchezza non c’entrava nulla. Non sapeva spiegarselo. Di fatto, dopo una nuova scoppola, accompagnata dalla solita risata metallica dello chief, aveva perso la testa.

Si era voltato di scatto, lo aveva afferrato per la gola e sbattuto contro il muro. E dire che Ziege non gli era inferiore fisicamente. Lo superava in altezza di mezzo palmo, mentre in peso perdeva appena una cinquina di chili, non di più. Lo chief lo aveva fissato con occhi di freddo metallo e gli aveva sibilato “Nach der wende”.

“Che ha detto?” aveva urlato agli altri italiani che assistevano basiti alla scena

“Dopo il turno” aveva tradotto uno di loro

“Nel magazzino” aveva aggiunto lui, mollando il collo di Ziege; “Vorrätig, okay?” gli aveva ribadito con una delle poche parole apprese in quelle settimane.

“Ja!”

Ricordava chiaramente che, per l’ultima mezz’ora di lavoro, non era riuscito a pensare a nulla. Aveva mandato via malamente i compagni che gli si erano avvicinati per sconsigliarlo.

La sirena di fine turno lo aveva scosso, come da un dormiveglia. Aveva puntato diretto verso gli spogliatoi. Levata la tuta, si era diretto verso il magazzino adiacente al reparto. Gli altri gli erano andati subito dietro, nessuno cercava di dissuaderlo ora.

Uno di loro, un genovese che lavorava lì dal cinquantadue, ossia da quasi venti anni, gli aveva assestato una pacca sulla spalla: “Ragazzo stai rischiando grosso, ma hai cominciato e falla finire come si deve”

Avevano raggiunto il deposito quasi marciando. Ziege era già lì, anche lui con un seguito di quattro o cinque dei suoi. Uno s’era messo all’ingresso.

Levato l’orologio, si era distaccato dal gruppo di italiani. Ziege gli si era fatto incontro.

“Ich bin bereit”

“Che dice?”

“Dice che è pronto”

“Pronto anch’io”

Il tedesco si era messo in guardia. Probabilmente era stato pugile o ne capiva di boxe. Lui ne aveva imitato la posa. Dopo aver girato un po’ in circolo, accennando dei piccoli scatti in avanti, Ziege gli aveva assestato un pugno in faccia. Il primo e l’ultimo.

Lui aveva fatto tre passi indietro, spinto dalla forza dal diretto, poi, mosso dalla furia, si era avventato contro lo chief, bersagliandolo con una raffica di pugni: tutti al viso. Destro, sinistro, ancora un destro. Più lo colpiva più sentiva la rabbia crescergli dentro, montare come una tempesta. Gli italiani lo spronavano “Vai, forza. Fagliele pagare tutte”. E lui non si era lasciato pregare: ancora pugni al volto, come un maglio. Ziege aveva preso a sanguinare dal naso e dalla bocca. Rimaneva però in piedi, con le ginocchia leggermente piegate. L’ultimo montante lo aveva costretto ad indietreggiare di quasi dieci metri.

Ziege gli stava di fronte, ancora ritto, ma col viso massacrato. Non avrebbe retto in piedi un altro assalto. Gli si era avvicinato, pregustando l’ultimo colpo. Glielo avrebbe assestato sul naso: diretto, da vicino, con le nocche ben serrate e dure. A pochi passi da Ziege, però, era successo il misfatto. Aveva sentito le forze venire meno, il cuore accelerarsi improvviso e poi il buio.

Il ricordo dei giorni che vennero faceva ancor più male, se possibile. Qualcuno tra i tedeschi, insospettito da quello strano collasso, aveva fatto la spia. Forse lo stesso chief, ma non ne era sicuro. L’azienda lo aveva sottoposto a nuove visite mediche ed accertamenti: ne era venuta fuori una grave disfunzione cardiaca. Non poteva più lavorare in acciaieria. Risultato della faccenda: non era riuscito ad abbattere Ziege, ma, per converso, aveva perso il lavoro.

Luigi era venuto a prenderlo dalla Saarland per accompagnarlo a Monaco, giusto in tempo per prendere il treno delle sei, un convoglio lungo e grigio che, superato il confine austriaco, ora sembrava riprendere fiato nella stazione di Kufstein, in attesa di ripartire per Innsbruck.

“Non è di molte parole lei”

Si voltò di scatto e vide un altro passeggero nel suo scompartimento. Per tutto il tragitto non ne aveva nemmeno percepito la presenza

“Credevo dormisse, ma mi sono accorto solo ora che in realtà è sveglio” proseguì l’uomo

Lui si voltò senza rispondere ed appoggiò nuovamente la testa sul vetro. Ma come si può dormire quando si è perso tutto ed il treno che tanto avevi aspettato, che doveva portarti via dalla fame e dalla miseria, ora punta verso sud? Innsbruck, il Brennero, Bolzano, Bologna e poi ancora giù Ancona, Pescara, Bari e via via fino a Lecce.

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