Le campane di don Fabiano

 di Lucio Causo

Carmelo, a quel tempo, non aveva più di otto anni. Era un ragazzo timido, a volte impetuoso e sempre pronto a gettarsi nella mischia dei giochi, anche pericolosi. Abitualmente taciturno, nascondeva sotto quell’apparenza, una fantasia e una mente astuta e volitiva.

Nato e cresciuto all’ombra del campanile che dominava le casupole ammucchiate l’una sull’altra in un piccolo paese del sud, non poteva sottrarsi agli effetti ambientali di un’apatia, che, inasprita dalla calura di certi pomeriggi infuocati, conduceva a una noia letargica quasi incosciente.

In quei pomeriggi, quando gran parte degli abitanti del paese era in campagna a sudare fra le stoppie e quelli che rimanevano in paese si godevano la “siesta” nelle proprie case, Carmelo sedeva al fresco sui gradini della chiesa aspettando, con la leggera brezza della sera, lo stuolo di amici per i soliti giochi.

Di lì poteva seguire il treno che tornava semi vuoto dalla città; la corriera per San Biagio che arrancava lentamente sulla strada dei Cappuccini; oppure il lento ritorno dei contadini lungo le stradine di campagna.

Di tanto in tanto, preso dal desiderio di muoversi, di fare qualcosa per sconfiggere la noia, si aggirava sul piazzale della chiesa, in cerca di lucertole da intrappolare, o di formicai da osservare.

Spesso si fermava a guardare il via vai dei corvi sul campanile.

Ah!… il campanile… Suonare le campane!… Quante volte aveva pregato l’Arciprete di fargli suonare le campane. La risposta era sempre la stessa: “Sei troppo piccolo”.

Un asinello carico di paglia, dalla quale uscivano a stento la testa e le gambe,  passava sfiatato.

Senza capire perché, gli venne in mente il piccolo musicista della banda del paese, quasi schiacciato dal peso del tamburo.

Pensò alla prossima festa patronale; la banda che girava per le strade del paese; i fuochi d’artificio che coloravano il cielo sulla collina e le bancarelle dei giocattoli, frutta secca, dolci e gelati, illuminate dalle lampade a gas.

Ci sarebbe stato anche il cinema, con le sue immagini, che alimentava per tutta la notte i suoi sogni incomprensibili.

Il cinema l’aveva visto la prima volta insieme al babbo. Aveva preso i biglietti in “piccionaia” ed erano saliti fin sotto il tetto fra il fumo accecante e il caldo dell’aria viziata.

La campana del Vespro interruppe i suoi pensieri; il sole lentamente spariva dietro la collina dei Cappuccini; la brezza leggera della sera portava refrigerio e la lunga giornata trascorsa in giro per il paese svegliò in lui il pensiero della cena. S’avviò così verso casa con quel solitario suono di campana.

Alcuni mesi dopo, in una giornata nebbiosa d’autunno, donna Matilde, la grassa maestra di scuola, aveva il raffreddore e i ragazzi della quarta elementare festeggiarono l’evento giocando sotto gli archi del vecchio Convento dei Cappuccini.

Il Convento, che un tempo ospitava un piccolo numero di monaci, era stato diviso in piccole case di abitazione, depositi agricoli  e stalle.

In una di quelle case, in cima ad una vecchia scala, abitava don Fabiano, l’Arciprete. Costui era un uomo dalla statura piuttosto imponente; viveva da solo e nessuno lo aveva mai visto sorridere. Non usciva di casa se non per andare in chiesa o per marciare in testa ai funerali e alle processioni. Però, grazie al sacrestano, che faceva pure il ciabattino, sapeva tutto quello che accadeva in paese. E poiché i paesani non erano degli angeli, le occasioni erano buone per somministrare ai peccatori penitenze e indulgenze, dal confessionale, dal pulpito (la domenica) e perfino ai funerali solenni.

Don Fabiano viveva una vita comoda e pacifica ; si teneva lontano dalla politica e non importunava nessuno, neppure i signori del Circolo Cittadino. Si poteva, dunque, dire che, a parte certe sue ire improvvise e lo sdegno per i peccatori, don Fabiano era proprio un buon prete.

Se i suoi doveri erano sacrosanti, al pari riteneva  (con assoluta intransigenza)  i suoi diritti.

In sacrestia, sopra un vecchio tavolo, a fianco del Vangelo, aveva una tabella con la scala degli oneri per le funzioni private (messe, battesimi, sposalizi, funerali), coperta da un drappo nero per discrezione, ma conosceva perfettamente a memoria tutte le entrate.

In quella giornata d’autunno, come abbiamo detto, Carmelo e i suoi compagni della quarta elementare, grazie alla inaspettata vacanza, giocavano nel cortile del vecchio Convento.

Le strade del paese erano quasi deserte e dalle case vicine veniva forte l’odore delle castagne arrostite.

Presi dai loro giochi, a malapena notarono il sacrestano che si aggirava tra loro ansioso e preoccupato. Egli cercava i ragazzi che di solito suonavano le campane. Ma inutilmente chiedeva all’uno o all’altro. Nessuno rispondeva. Erano tutti impegnati a giocare a nascondiglio.

Fu allora che dalla semi oscurità della grande scalinata, apparve don Fabiano gesticolando e gridando contro il sacrestano:

“Peppino! … lo sapevo che ti saresti dimenticato. Sei sempre il solito cretino!”

Il sacrestano, poveretto, soffriva di amnesie e spesso era assalito da sonnolenze inspiegabili, addormentandosi perfino sul banco dei ferri da ciabattino.

“Ormai non c’è più tempo da perdere!” – continuò Don Fabiano.

Poi rivoltosi ai ragazzi, urlò con tutta la sua voce: “Chi di voi vuol suonare le campane?”

“Io!…”, gridò Carmelo alzando il braccio. Assieme ad altri due compagni di scuola, fu condotto, lì per lì,  nel sottoscala del campanile.

“Aspettate qui”, intimò il sacrestano, “Vi dirò io quando dovete salire. State attenti, si tratta di un funerale”, aggiunse, sparendo nella navata della chiesa.

Cinque minuti dopo – un’eternità per i tre ragazzi – dei passi pesanti sul pavimento della chiesa, annunziarono l’arrivo del feretro, il quale fu sistemato nel centro della navata. Una ventina di persone si sedettero in silenzio. Si capiva che era un funerale povero.

Don Fabiano entrò frettolosamente in sacrestia e Peppino, poggiata la croce di legno contro il muro, stava per avviarsi verso il sottoscala. Don Fabiano lo fermò e domandò: “Hanno pagato?”

Il sacrestano rispose: “Si… Mi hanno dato dieci lire”.

Don Fabiano attese che estraesse la moneta di tasca. Quel compenso era il minimo indicato dalla tabella dei funerali, la quale proclamava :

–         Campane fino alla piazza; accompagnamento fino alla rotabile: dieci lire.

–         Campane e accompagnamento fino alla rotabile: quindici lire.

   –  Messa semplice, campane e accompagnamento fino alla rotabile: venticinque lire.

E via di seguito …

“E così sia!”, disse l’Arciprete mentre indossava i paramenti sacri per la cerimonia funebre.

I ragazzi si erano ormai stufati di aspettare in quell’ambiente umido brulicante di baldacchini, vecchi quadri, angeli di gesso con le ali spezzate e panche rotte abbandonate in un angolo. L’odore dell’incenso si mischiava col puzzo del legno marcito.

Finalmente arrivò il sacrestano e dette l’ordine di salire sul campanile. Carmelo e i suoi compagni s’inerpicarono sulla scala di legno, annerita dal tempo, mentre la luce filtrava a fiotti dalla sommità delle campane.

Carmelo giunse per primo in cima alla scala e si sistemò col batocchio in mano vicino alla campana grande che guardava sul piazzale della chiesa. Gli altri si sistemarono vicino alle campane più piccole.

Il rito della benedizione del morto fu molto breve. Dopo qualche minuto comparve sul piazzale il piccolo corteo dando così il via alla suonata di campane più bizzarra che si potesse immaginare.

In genere, per i funerali, il lento, lugubre rintocco, faceva gelare il sangue dei contadini che lavoravano nelle campagne, ma i ragazzi, presi dall’entusiasmo, trasformarono quella suonata, in una cantilena mai sentita: “allegra, con brio”.

I paesani, per le strade e per le campagne, si chiedevano il significato di quelle scampanate e forse il morto (chi può dirlo?) si faceva l’ultima risata.

I ragazzi continuavano a suonare sempre con nuovi ritmi  ed avrebbero continuato a suonare per ore ed ore, se nella rada nebbia, dalla stradina che dalla piazza saliva verso la chiesa, non  apparissero il sacrestano con la croce di legno in spalla e don Fabiano che lo seguiva gesticolando.

Carmelo, appena li vide, dette ai compagni l’ordine di fermarsi e tutti contenti cominciarono la discesa della scala per andare a ricevere gli elogi dell’Arciprete.

Giunti al sottoscala del campanile, si trovarono faccia a faccia con don Fabiano che si era piantato proprio lì ad aspettarli. Afferrato Carmelo per il braccio gli appioppò due schiaffoni da stordirlo. Gli altri compagni, avendo capito la situazione, infilarono l’uscita correndo.

“Abbiamo suonato male!”, pensò Carmelo fra i singhiozzi.

“Cretini!… perché non avete smesso di suonare quando eravamo in piazza ?… La tabella dev’essere  rispettata!”, continuava a gridare don Fabiano. Sentendo quelle parole il viso di Carmelo s’illuminò.

“Allora … non abbiamo suonato male!”, pensò Carmelo, e, fra le lacrime, disse con fierezza rivolto a don Fabiano: “Nessuno… nessuno ce l’ha detto!”

A quel punto l’Arciprete s’avventò contro il sacrestano, che si era scansato verso il muro.

“E’ colpa tua… Hai visto ?… E’ sempre colpa tua!”, gridò don Fabiano afferrandolo per il collo. Ma subito si fermò, come immobilizzato da una forza celeste. Si girò sui tacchi con le braccia protese verso l’alto, mormorando: “Gesù Santo!… Gesù Maria!”

Poi, facendosi il segno della croce, si precipitò in sacrestia, sbattendo la pesante porta da far tremare la chiesa.

2 Commenti a Le campane di don Fabiano

  1. Carmelo, a soli otto anni, è uno che sa cosa vuol dire avere un sogno; aspettando che quello si avveri, sa anche come fare a passare il tempo, sconfiggere la noia, giocare in gruppo o crearsi piccoli interessi solitari in bizzarre postazioni ottime per catturare lucertole e osservare formiche.
    Lucio, da scrittore abile e introspettivo, sa cosa vuol dire mantenere le promesse fatte ai figli della sua penna, perciò incastona personaggi ben intagliati e situazioni divertenti in descrizioni ambientali realistiche come le sculture di Fidia. Alle spalle della narrazione scorre l’eco di un’epoca storica pur racchiusa nello stretto imbuto di un paesino del Sud, posto comune a molti altri se Lucio non lo impreziosisse di illuminanti macchie di colore artistico: i contadini tra le stoppie in piena canicola estiva, l’asinello carico di paglia simile al bimbetto della banda musicale carico del suo tamburo, la leggerezza dei fuochi d’artificio brillanti, il festoso profumo delle bancarelle piene di giochi e dolciumi e la pesantezza della processione affaticata dei contadini a fine giornata nei campi. Ed ecco allora irrompere tra tutte queste bellissime immagini un suono, quello squillante del ‘sogno’. Il lettore si lascia quindi investire con emozione dal rintocco delle campane della chiesa di San Biagio, desiderio struggente del piccolo Carmelo, a lui ripetutamente proibito per limiti d’età da don Fabiano, azzeccata controfigura del ben più famoso don Abbondio manzoniano. Don Fabiano vede senza farsi vedere, sente ogni resoconto dei fatti del paese senza ascoltarli dalla fonte se non in confessione o attraverso il fedele sacrestano. Le campane di San Biagio suonano allora sulla ingenuità di Carmelo e sull’astuzia macchinosa di un ignavo pedante, l’arciprete, uomo capace di fare delle funzioni religiose un meschino affare da merciaiolo: tante lire per un tot di ‘prestazioni’ religiose pseudo-pietose o gioiose, a seconda che si tratti di funerali o di sacramenti ‘gaudiosi’.
    Tutto ha un prezzo.
    Splendido questo contrasto tra il sogno leggero di Carmelo difeso dalle autorevoli vibrazioni di una campana e la vita cupa e pesante di don Fabiano mascherata da una tunica nera proprio come il drappo con cui questo ha la decenza di coprire il registro dei conti da esigere dai fedeli.
    E mentre esultiamo tutti per la realizzazione del sogno del piccolo protagonista, lì issato sul campanile a suonare a festa e ad oltranza le campane durante un modesto rito funebre, come infanzia vuole, ci auguriamo che davvero il povero defunto in questione si sia fatta l’ultima risata sulla gioia della gioventù, l’insensatezza del dolore e la vera miseria della umana natura: la viltà.

  2. Gent.ma Raffaella,
    grazie per la precisa ed attenta analisi della storia, dell’ambiente e dei personaggi. Uno studio psicologico molto interessante: viene fuori il nostro sud, la nostra mentalità e la quotidianità dei nostri paesi, della nostra gente e del nostro clero. Complimenti vivissimi. Ho gradito moltissimo la tua critica… molto bella! Hai centrato bene tutto il racconto!
    Un caro saluto Lucio

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