Fiabe salentine/ La magnolia

 

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Cima da Conegliano, Riposo durante la fuga in Egitto

Costretta a fuggire da Betlemme, la Sacra Famiglia fece un viaggio terribile, attraversando, sempre a dorso d’asino, zone arse e pressoché desertiche.

Grande fu perciò il sollievo di San Giuseppe e la Madonna quando, varcato finalmente il confine della Terra d’Egitto, scorsero una rotonda di alberi la cui lucentezza di fogliame lasciava intendere la vicinanza di un corso d’acqua.

Fiutandone la frescura, l’asinello accelerò il trotto, andandosi a fermare proprio sotto un albero che, per avere una grande chioma e le radici sporgenti,  consentiva  una sosta ristoratrice.

– Ah! – esclamò soddisfatta la Madonna – Ora che l’incubo è finito, grazie a Dio qui ci possiamo riposare tranquillamente!

E dopo avere improvvisato una culla per Gesù raccogliendo il Suo mantello fra la sporgenza di due radici, si abbandonò anche Lei al sonno.

Il primo pensiero di San Giuseppe fu invece quello di assicurare ai suoi cari un alloggio per la notte, e malgrado fosse molto stanco, si avviò a piedi verso un agglomerato di case che si intravedeva in lontananza, abbarbicato alla fiancata di una collinetta.

Richiamati dallo scalpitare dell’asino, felice di potersi finalmente rimpinzare su quel prato verde, poco dopo, sotto l’albero, irruppe un gruppetto di contadinelli, giunti nel boschetto a falciare erba per le loro bestie da cortile.

Alla vista di quella dolcissima madre che riposava stringendo teneramente la mano del suo figlioletto, non seppero trattenere delle grida di sorpresa, anzi, essendo di origine ebraica e quindi abituati ai comportamenti mosaici, si misero a danzare, calcandosi forte sulla testa gli zucchetti come  era di norma fare nei luoghi resi sacri da una manifestazione divina.

Scossa dal suo torpore, la Vergine si aprì al più radioso dei sorrisi, ed emergendo in Lei  la sollecitudine materna pensò di approfittare di quella sosta per dare da mangiare al piccolo Gesù.

Nel corso della fuga, tallonati dalle guardie di Erode che li cercavano a morte, si era limitata a sostentarlo con il suo latte, ma ora che, raggiunta la Terra d’Egitto, l’inseguimento era praticamente finito, gli avrebbe preparato qualcosa di solido, ripiegando, nell’assenza di un focolare, su una prevista pappina di fortuna ottenuta impastando pane grattugiato, acqua e miele.

Purtroppo, nell’aprire la bisaccia, si accorse che, nella fretta, aveva preso sì il pane grattugiato, il miele, il cucchiaino, ma si era dimenticata di aggiungere un recipiente per attingere l’acqua e nel quale eseguire l’impasto.

Un’emergenza che comunicò al gruppo dei contadinelli, sperando potessero aiutarla reperendo una qualsiasi ciotola nelle loro case.

Ma il paese era lontano e i bambini si dissero convinti che, per fare in fretta, non c’era altro mezzo se non quello di arrampicarsi sull’albero e cercare una foglia tanto grande e così robusta da poter supplire alla mancanza del piatto.

In verità, viste dal basso, nei riflessi della luce vespertina, le foglie sembravano massicce e come fatte di cuoio, ma una volta raggiunto il fitto della chioma, i bambini si accorsero che, nell’entusiasmo, avevano promesso ciò che non potevano mantenere: a parte il fatto che la vegetazione era ancora in fase di sviluppo, le foglie erano di forma oblunga e quindi non offrivano la necessaria larghezza di base.

Preoccupata per il loro spericolato passare di ramo in ramo, la Vergine li aveva supplicati di scendere, assicurandoli che,  sebbene stanca e svuotata dal lungo viaggio, avrebbe tentato di nutrire Gesù facendolo ancora una volta allattare al suo seno.

– Spero mi sia rimasta qualche goccia di latte… – disse piuttosto amareggiata – altrimenti cercherò di puntellare la sua fame con un cucchiaino di miele a secco.

Voce materna che vieppiù aveva acceso l’affettuoso zelo dei contadinelli, mortificati anche per non avere potuto rendere il loro servigio a un bambinello così delizioso, così diverso in bellezza da tutti quelli che avevano fino allora incontrato.

– Ah! – si era messo a sospirare il più grandicello, salito sino alla cima dell’albero – Se io fossi un calderaio, in un attimo appronterei una ciotola di rame tutta rossa e lucente!

– Se io fossi un ceramista – gli aveva fatto eco un compagno – avrei di già realizzato una terrina di porcellana, naturalmente decorata con tanti angioletti belli come Gesù!

E il terzo:

– Se  fossi un orafo, in men che non si dica io farei un piatto d’oro cesellato,  migliore, credetemi, di quelli che usa il faraone!

Posto a cavalcioni su uno dei rami portanti, il più piccolo non aveva perso tempo a lanciare il suo “Se fossi…”. E dopo aver osservato una pausa di silenzio per non nominare il nome di Dio invano, aveva concluso guardando verso il cielo: “… immediatamente farei nascere su quest’albero una foglia rotonda e concava come la più bella delle conchiglie del Nilo!”.

Fu a quel punto che uno dei rami più lunghi cominciò a ondeggiare, via via curvandosi sempre più verso il basso fino a raggiungere le mani della Madonna: onnipotenza di Dio, fra il verde del fogliame era improvvisamente sbocciata la prima Magnolia, grande fiore a coppa il cui biancore dei petali dai riverberi rosati aveva ancor più reso felice il contadinello, ricordandogli appunto la madreperla delle conchiglie.

– Questi fiori hanno conservato il profumo del miele… – si dicevano l’un l’altro i contadinelli quando, negli anni successivi, si trovavano a passare davanti a un albero di magnolia fiorito. E una volta adulti e divenuti padri amavano sentire quel profumo in compagnia dei loro figlioletti, ai quali raccontavano, ogni volta, la storia della prima pappina consumata da Gesù in Terra d’Egitto.

– Non cogliete mai questi fiori per gioco… – concludevano indicando le magnolie – ma guardateli come simbolo sacro di quell’amore e ospitalità che ogni uomo è tenuto a manifestare a chi, ingiustamente perseguitato, è costretto a rifugiarsi in Terra straniera.

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