Amedeo Curatoli pittore

 

 

di Maurizio Nocera

Nel febbraio 2006, l’Assessore agli Affari Sociali del Comune di Napoli, Raffaele Tecce, nel Catalogo “Disegni” Mostra personale di Amedeo Curatoli (Napoli,La Città del Sole, 2006) scriveva: «È con grande gioia ed orgoglio che ho accolto l’invito dell’amico e Maestro Amedeo Curatoli a scrivere di lui e della sua Mostra “Disegni”, patrocinata dal mio Assessorato e da me sostenuta con enorme impegno./ Mi onora poter esprimere, in un momento tanto importante, tutta la stima e l’affetto che nutro per Amedeo, per la sua passione per la lotta e per la politica che in maniera così viva, traspare dalla sua arte».

Ebbene, in questa sintesi è enucleata l’intera avventura umana dell’artista Curatoli. Le parole che nel testo di Tecce segnano il suo percorso sono quelle di lotta, di politica, di arte. E sì, perché, Amedeo è un grande lottatore, un po’ come quei personaggi di rilievo le cui biografie leggiamo nei classici: per intenderci alla Spartacus, alla Giordano Bruno, alla Marx, alla Lenin.

Quando, 40 anni fa, lo conobbi a Napoli, lo sapevo cantante, chitarrista e impegnato politicamente. Poi, le alterne vicende ci allontanarono per non pochi anni, per farci infine ritrovare, prima nella sua amata «Napoli capitale del mondo», poi anche in Salento. Nei decenni in cui non ci siamo visti, è accaduto di tutto, nel mondo, in Italia, a Napoli, a Lecce, a Gallipoli. Ad esempio è accaduto che non ci sia più l’Unione Sovietica, che non esistano più la Democraziacristiana e il Partito comunista in Italia, che Edoardo De Filippo se ne sia andato via da questo mondo per sempre, come pure Enzo Sozzo a Lecce e Mario Foscarini a Gallipoli. È accaduto pure che Amedeo abbia perduto il bene più caro della sua vita, Nanà (Anna Maria) Cirillo, la sua splendida moglie-compagna che l’ha amato perdutamente e che diede tutta se stessa per la causa della povera gente, in particolare, per la causa del popolo più sfruttato e più emarginato del pianeta, il popolo Rom. Quando, il 16 settembre 2003, Nanà se ne andò da questo mondo lasciandoci tutti orfani della sua bellezza e della sua generosità, l’allora sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, il 23 dello stesso mese, commemorandola solennemente nella sala del Consiglio comunale di Napoli, ebbe a dire: «in modo breve, però profondamente sentito e sinceramente commosso, vorrei partecipare al cordoglio di tutti noi per la scomparsa di Anna Maria Cirillo. Anna Maria, una donna coraggiosa, non solo la donna 2003, ma la donna, secondo me, quale essa dovrebbe essere sempre, capace di essere coerente in tutta la propria azione con i valori ai quali interiormente crede. […] Anna Maria ha messo in discussione la propria vita, l’ha spesa in positivo, perché veramente nella realtà e non soltanto nelle carte internazionali (la distanza fra la realtà e le carte internazionali è ancora immensa) tutti gli uomini potessero essere liberi, uguali ed avere gli stessi diritti.  […] Anna Maria aveva scelto una causa difficile da difendere, perché i nomadi, i Rom, i Sinti, i diseguali, sono, se è possibile dire, quelli che hanno il maggior grado di diseguaglianza per una serie di ragioni, per i pregiudizi che giocano a loro danno, nascondendo molto spesso, invece, una cultura immensa che c’è in quei popoli e una ricchezza di sensibilità e di sentimento. Perché questo popolo non ha nessuno Stato dietro le spalle che lo difenda e anzi, spesso gli Stati tendono il più possibile a liberarsi. […] Siamo vicini all’Opera Nomadi e faremo il possibile perché la memoria di Anna Maria non svanisca ma diventi incentivo per seguire la sua strada» (v. Ciao, Nanà, edizioniLa Città del Sole, Napoli 2004, pp. 17-18).

Accusato il tremendo colpo, Amedeo Curatoli, rimasto solo e con due figliole, non si arrende alla disgrazia. La sua lotta, questa volta contro anche il naturale svolgersi e sconvolgersi della vita, non si ferma ma, nel ricordo vivo di Nanà, ritorna alla pittura, che da tempo aveva abbandonato, aiutato in questo da vecchi compagni e da Catharina la newjorchese, una sua mai dimenticata conoscenza dell’età giovanile, donna fortunata e nota nel mondo della stampa e della fotografia a New York.

Forse è proprio vero, quando in un umano si vanno a scaricare tante di quelle negatività per le quali uno pensa che sia poi difficile risorgere, ebbene, proprio allora, a volte, accade che, quasi nell’insperato, si riapra quella valvola di salvataggio che ridà senso e forza all’azione del proprio fare. Ed è quanto è accaduto ad Amedeo Curatoli.

Si sapeva già che il Maestro sapeva disegnare e dipingere, arte che aveva abbandonato per la politica. Adesso egli ritorna con tutto il suo empito. È lui stesso che lo dice in un suo bellissimo saggio, intitolato appunto Disegni al’inaugurazione della sua Mostra personale (Napoli, 18-28 febbraio 2006, Casina Pompeiana della Villa Comunale). Scrive: «Disegnare significa scompaginare l’unità dell’oggetto, saperlo guardare spregiudicatamente, dimenticare che un viso è un viso, una mano una mano, ma ridurli a forme geometriche approssimative entro le quali cogliere altre forme geometriche un po’ più precise fino al più piccolo dettaglio e individuare anche in esso, senza esitazione, senza pietà, una forma geometrica. Però poi occorre ripercorrere il cammino inverso, liberarsi dal particolare e riguardare il viso, che è, dopotutto, un viso, la mano, che è, dopotutto, una mano e quindi assestare sciabolate d’insieme per ridefinire la linea dominante, renderla credibile./ Disegnare significa non solo tener conto della linea perimetrale esterna della figura piena, ma anche del contorno che assumono i vuoti in cui è inserita la figura stessa e i mille piccoli riferimenti spaziali (lo stipite di una porta, una statua in fondo alla sala, ecc.) con cui confrontare l’oggetto principale del disegno. Questo estenuante andirivieni deduttivo-induttivo, generale-particolare non produce una “copia” ma si risolve in una ri-creazione, cioè in un divertimento che è al tempo stesso anche una ri-produzione dell’oggetto, e per magia viene trasferito dal naturale spazio tridimensionale, nel quale siamo tutti abituati a veder calato il mondo, ad uno fittizio, inesistente, cioè allo spazio bidimensionale di un rettangolo di carta. Il prodigo che riproduce le tre dimensioni sulle due dimensioni è la quintessenza della pittura».

E mi pare che quanto detto, scritto e letto sia già tanto.

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