L’importanza del carrubo e dei suoi frutti

Dalla còrnula alle cellule staminali

di Armando Polito

So benissimo che competere con la poesia è impresa disperata e solo un incosciente come me poteva “integrare”, a suo modo, il recentissimo, magistrale post di Rocco Boccadamo sull’argomento. Chiedo, perciò, anticipatamente scusa ai lettori per la mia pazzia.

 

Còrnula in dialetto neretino (ma la voce è in comune con tutto il territorio leccese ad esclusione di Tiggiano dove si usa còrnala, con Oria e Mesagne per quello brindisino e con Pulsano per quello tarantino) è il nome (albero e frutto) del carrubo1. Si intuisce facilmente come la nostra voce si collega strettamente alla forma del frutto che è un baccello lungo 10-15, prima verde pallido, a maturazione marrone scuro, con superficie esterna molto dura (direi cuoiosa), con polpa carnosa e zuccherina e semi scuri, ovoidali, molto duri: esso, infatti, ha la forma curva di un corno e còrnula non è altro che un suo diminutivo2. Nativa delle aree orientali del Mediterraneo (numerose sono le attestazioni nei testi micenei della sua importanza economica; la carruba veniva utilizzata nell’antico Egitto per alimentare il bestiame e preparare un vino, costituì i pasti ascetici di san Giovanni Battista nel deserto e quelli del figliuol prodigo ridotto a guardiano di porci), fu poi diffusa dai Greci in Italia e poi dagli Arabi sulle coste del nord Africa e in Spagna.

Il perdurare della sua importanza economica particolarmente in Sicilia è attestato dalle parole del geografo arabo Idrisi (XII secolo): Carini, terra graziosa, bella e abbondante produce gran copia  di frutte d’ogni maniera ed ha un vasto mercato e la più parte de’ comodi che si trovano nelle grandi città, [come sarebbero] de’ mercati [minori], de’ bagni e de’ grandi palagi. Si esporta da carini gran copia di mandorle, fichi secchi, carrube, che se ne carica delle navi e delle barche per varii paesi.3

Anche i semi hanno avuto il loro momento di gloria quando venivano utilizzati come unità di misura ponderale molto ridotta: caràto, infatti, deriva dall’arabo qīrāt, a sua volta dal greco keràtion (piccolo corno, carato), diminutivo del keras di nota 1: tutto ciò perché si riteneva che i semi del carrubo avessero un peso estremamente uniforme (circa 1/5 di grammo)4.

Poi, come per tante altre specie, il declino. Ancora oggi, però, è possibile leggere sull’etichetta di alcuni prodotti alimentari tra i componenti quale addensante la farina di carrube (per inciso va detto che la stessa farina, non contenendo glutine, è perfettamente tollerabile dai celiaci).

Non tutti sanno, infine, che il carrubo, rispetto alle altre dicotiledoni, ha uno strato di tessuto particolare (cambio) costituito da cellule meristematiche o totipotenziali, cioè in grado di dare origine alla crescita di qualsiasi organo della pianta, diffuse e non localizzate solo all’apice del germoglio e alla punta della radice. Queste cellule hanno le stesse proprietà di quelle che permettono alla coda della lucertola di ricrescere, alla zampa della salamandra di riformarsi (nell’uomo questa capacità naturale è limitata al solo fegato). Insomma, dopo il radar (o, almeno, la sua idea) rubata ai pipistrelli, l’attuale ricerca sulle staminali umane che, però, nella ricostruzione di un organo hanno bisogno di essere indirizzate alla moltiplicazione con appropriate procedure di coltivazione che, com’è intuitivo, implicano, proprio perché “violente”, che il risultato non sia indenne da insidie che, magari, si manifesteranno dopo decenni. Mi chiedo: non sarebbe meglio rinunziare al risultato immediato e che fa business (ipocritamente camuffato, per lo più,  dall’urgenza terapeutica) e concentrare tutti gli sforzi per carpire al carrubo (ma il discorso vale anche, nel mondo animale, per la planaria e per altre specie) il segreto naturale (sicuramente genico) che gli consente di rigenerare spontaneamente un suo ramo marcito?

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1 Dall’arabo xarrūb, a sua volta dall’ebraico kharuv; il nome scientifico è Ceratonia siliqua (Ceratònia è la trascrizione latina del greco keratonìa=carrubo, a sua volta da kèraton o keras=corno; silìqua in latino designa il baccello dei legumi e in unione all’aggettivo Graeca in Columella e a Syriaca in Plinio designa il carrubo).

2 Credo che nasca come neutro plurale (còrnula) di còrnulum=piccolo corno,  attestato in Pomponio Porfirione (III° secolo d. C.), a sua volta dal classico cornu=corno. Còrnula, dunque, all’origine dovrebbe essere stato un collettivo (per cui l’albero avrebbe significato insieme di corna), per assumere poi, in virtù della desinenza, il genere femminile singolare.

3 In M. Amari-C. Schiaparelli, L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero” compilato da Edrisi, Salviucci, Roma, 1883

pag. 40.

4 Da Wikipedia: Sarebbe stato scelto il seme del carrubo perché è facile constatarne la differenza dimensionale ad occhio nudo; sono state fatte delle prove con delle persone che hanno stimato le dimensioni di vari semi, confrontandoli con un seme campione, con il risultato che il massimo errore di valutazione rientrava nel 5%. La variazione del peso di semi di carrubo presi alla rinfusa arriva al 25%.  ll carato fu rapportato e definito con precisione solo nel 1832 in Sudafrica, il luogo di maggior produzione ed esportazione di diamanti del mondo, dove ne fu stabilita la connessione con il sistema metrico decimale: pesando con una bilancia a braccia uguali più semi di carruba ed eseguendo poi la media aritmetica dei valori ottenuti ne derivò un valore pari a circa 0,2 grammi. Successivamente la quarta Conférence générale des poids et mesures del 1907 adottò come valore del carato (detto carato metrico) il peso esatto di 0,2 grammi.

4 Commenti a L’importanza del carrubo e dei suoi frutti

  1. Vorrei precisare che il Carrubo (Ceratonia siliqua) fa parte della famiglia delle Fabaceae (o Leguminosae), notoriamente dicotiledoni e non monocotiledoni

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