Verso Finibusterrae su antichi tratturi, tra paesaggi di pietra e ulivi secolari

IN CAMMINO VERSO FINIBUSTERRAE SU ANTICHI TRATTURI

TRA PAESAGGI DI PIETRA E ULIVI SECOLARI

 

ITINERARI STORICO – ARCHEOLOGICI

LUNGO IL NUOVO TRACCIATO DELLA S.S. 275

 di Marco Cavalera
  1. 1.    Il progetto e la sua storia

Il progetto di ammodernamento della S.S. 275 “Maglie – Santa Maria di Leuca” nasce nel 1994 con l’obiettivo di collegare tra loro le aree industriali del Salento meridionale. L’arteria stradale, presentata dai politici locali come “la più grande opera degli ultimi 20 anni nel Salento”, avrà un costo complessivo di circa 288 milioni di euro. La sua realizzazione vede il consenso di tutta la classe dirigente salentina – imprenditoriale e politica – e, allo stesso tempo, la disapprovazione di una parte di associazioni di volontariato e di liberi cittadini del territorio – riuniti nel Comitato S.S. 275, presieduto da Vito Lisi – che chiedono a viva voce di fermare la strada a quattro corsie fino a Montesano e di adeguare i tracciati viari preesistenti fino a Santa Maria di Leuca.

Il Comitato ha svolto, fin dal 2003, indagini approfondite sull’iter burocratico che ha portato all’approvazione del progetto di ammodernamento della S.S. 275, mettendo in risalto gravi irregolarità procedurali e violazioni di legge.

Dall’atto di diffida e messa in mora, redatto dall’avv. Luigi Paccione e notificato all’ANAS S.p.A., si evince infatti che l’incarico venne affidato, nel 2002, direttamente dall’ANAS al Consorzio per lo Sviluppo Industriale e dei Servizi Reali alle Imprese (SISRI), che a sua volta ha subappaltato lo stesso incarico, senza alcuna gara e in mancanza di procedura ad evidenza pubblica alla Pro.Sal.Progettazioni Salentine S.r.l., per un importo pari a circa 5 milioni di euro.


Nello specifico, il progetto prevede la realizzazione di una strada, costituita da quattro corsie e da due complanari (una per senso di marcia), larga circa 40 metri. L’arteria viaria sarà realizzata quasi completamente su un terrapieno, con conseguente ed inevitabile cesura della viabilità rurale del territorio, che insiste in buona parte su antichi tracciati medievali.

La superstrada, inoltre, andrebbe inesorabilmente a cancellare la tipicità naturale di questo tratto di paesaggio salentino, che presenta una sorprendente biodiversità di specie autoctone, sia vegetali che animali. Il territorio si caratterizza anche per la presenza di strutture rurali in pietra a secco (pajare e liame) e di antichi edifici rustici, adibiti all’ospitalità dei viandanti.

I sopralluoghi, effettuati dai volontari del Comitato S.S. 275, hanno consentito di individuare importanti testimonianze della civiltà contadina, lungo il  nuovo tracciato della S.S. 275 “Maglie – Leuca”.

Il Comitato propone, a tal proposito, alcuni percorsi naturalistici che si snodano in un lembo di territorio ricadente nei comuni di Montesano Salentino, Tricase ed Alessano.

Gli itinerari permettono di ripercorrere antichi tratturi, con i solchi di carro impressi sul banco di roccia e i tipici muretti di delimitazione in pietra a secco, e di scoprire un paesaggio straordinario e ancora intatto, da tutelare, conservare e rendere fruibile a turisti e residenti.

 

 


  1. 2.    Percorsi lungo la S.S. 275

3.1    Percorso n. 1 – Zona industriale Tricase, località Serra del Fico, Macchie di Ponente, Castiglione d’Otranto

L’itinerario si snoda dalla Zona industriale di Tricase (località Serra del Fico). Lasciata ad occidente l’area ad insediamenti produttivi, si percorre per circa 200 metri un tratto viario di recente realizzazione, che si collega alla rotatoria della tangenziale di Tricase (“Cosimina”). Il tragitto procede, in direzione nord, sul tracciato di una strada campestre larga poco meno di 2 metri, che si caratterizza per la presenza di carraie sul banco di roccia. I solchi sono larghi dai 20 ai 30 centimetri, presentano una profondità massima di 15 centimetri e si sviluppano, in maniera pressoché continua, per tutta la lunghezza del tracciato.

Il tratto viario, ubicato interamente nel Comune di Tricase, insiste nelle località Macchie di Ponente e Serra del Fico e lambisce ruderi di antichi edifici rurali e strutture in pietra a secco (liame e pajare).

Dopo circa 300 metri di cammino tra la fitta vegetazione spontanea, si prevede una prima sosta presso il “giardino degli ulivi secolari”, così denominato per la presenza di alberi monumentali e maestosi. Un sentiero si snoda ad ovest della nostra strada campestre e si perde in un campo incolto, lambito dalla vicina zona industriale di Tricase.

La sosta permette ai viandanti di notare, ai lati della stradina, alcuni blocchi di pietra calcarea, infissi verticalmente nel terreno o reimpiegati nei muretti a secco, che delimitano su entrambi i lati l’antico tratturo.

Volgendo lo sguardo ad oriente si intravedono – gelosamente riparati dalle folte chiome degli ulivi – numerosi edifici rurali in pietra a secco (pajare e liame), segni tangibili dell’intensiva frequentazione agricola e pastorale di quest’area. Alcune di queste strutture si caratterizzano per le notevoli proporzioni, mentre la forma prevalente è quella tipica di questa zona, ossia a tronco di piramide; le pajare, spesso, sono affiancate da piccoli forni adibiti alla cottura dei fichi secchi. La coltivazione del fico era peculiare del territorio, come dimostra ancora oggi la presenza di toponimi che rimandano a tale pianta.

Il sentiero, dopo alcune centinaia di metri, conduce inaspettatamente in un campo ricoperto da fitta vegetazione spontanea, dalla particolare morfologia che ricorda vagamente quella di un anfiteatro naturale. La sosta, in questo caso, permetterà ai camminanti di osservare diverse specie vegetali autoctone e una graziosa cisterna per la raccolta di acque piovane, piccolo esempio di opera ingegneristica rurale.

Si attraversa un prato di lino e piselli selvatici, che si estende per una superficie di alcuni ettari e si perviene nei pressi del bosco di località Macchie di Ponente. Il cammino prosegue in direzione nord – est e, dopo aver percorso circa un chilometro, si raggiunge Castiglione d’Otranto, piccola realtà urbana che offre al visitatore una autentica e suggestiva realtà di borgo.

Si prevede una sosta rigenerante presso il largo fiera di località Casaranello (o Trice), oggetto di recenti scavi archeologici che hanno messo in luce un cimitero di età medievale. Qui  lo sguardo del viaggiatore viene attratto dalla chiesa di Santa Maria Maddalena, con l’epigrafe che ricorda l’istituzione borbonica della fiera nel 1752, una delle più rinomate del Salento, che si svolge nell’ultima decade di luglio.

Dopo aver osservato la maestosa macina in granito, che fa bella mostra di sé alle spalle dell’edificio consacrato alla Santa penitente per eccellenza, il cammino si snoda per circa 100 metriverso nord, dove è ubicata la cripta dello Spirito Santo, un vero enigma per studiosi e storici locali, in quanto si tratta di una cripta che non presenta la classica struttura architettonica delle cripte bizantine del Salento e non è intitolata alla Vergine né a una determinata tipologia di santi.

Si ritorna verso la chiesa di Santa Maria Maddalena e si rimane stupiti al cospetto dell’insediamento rurale che si affaccia sulla Strada Provinciale Montesano – Castiglione, composto da numerose liame e caseddhe, antiche abitazioni della popolazione salentina, la cui atmosfera silente contrasta con quella che si poteva immaginare in questa masseria fino a pochi decenni fa, quando la quotidianità era intrisa di lavoro, fatica e sudore, epoca in cui lo strepitìo dell’attività umana giungeva anche dal sottosuolo, dal buio dei frantoi ipogei, frenetici ed instancabili produttori di “oro giallo”.

Il viaggio di ritorno al luogo di partenza si snoda da largo Trice, in direzione sud, immersi in un suggestivo paesaggio bucolico caratterizzato dalla presenza di dedali di muretti a secco, liame e pajare, ulivi e piccoli orti coltivati con amorevole cura dai contadini del posto. Si lambisce una vecchia cava, adibita fino a qualche anno fa a discarica, diligentemente bonificata e opportunamente recintata.

Il percorso si conclude, dopo aver camminato per altri due chilometri, presso la rotatoria della “Cosimina”, con la speranza che questo piccolo lembo di paesaggio incontaminato possa essere salvaguardato e tutelato da un inutile nastro di nero asfalto.

 

3.2    Percorso n. 2 – Lucugnano, località Patrì – Alfarano, Zona industriale di Tricase

Attraversata la vasta e deserta estensione dell’area “archeologico – industriale” di Tricase, Miggiano e Specchia, attualmente adibita più allo scarico indiscriminato di manufatti di ogni genere che alla loro produzione, il percorso si dirige verso il territorio di Lucugnano (Comune di Tricase), in località Patrì – Alfarano, su un rilievo orientato in direzione NO-SE. La posizione elevata permette di dominare visivamente una vasta porzione di territorio che comprende i vicini centri abitati di Montesardo, Alessano, Specchia e la cosiddetta Serra dei Cianci. Sullo sfondo, ad occidente, fa bella mostra di sé il centro abitato di Lucugnano, adagiato su un’ampia piana intervallata da leggere ondulazioni isolate.

L’itinerario, in questo comprensorio, si snoda tra antichi tratturi, circondati da maestose e oramai dismesse cave di argilla, dalle quali i figuli di Lucugnano – fino a mezzo secolo fa – prelevavano la materia prima per forgiare i loro manufatti in terracotta.

Le cave si presentano nelle due varianti tipologiche, ossia all’aperto e in sotterraneo. Di queste ultime, tuttavia, ne rimangono poche a causa della costante opera antropica: l’area, infatti, è stata sfruttata intensivamente, per scopi agricolo – pastorali, fino a pochi decenni fa.

Giunti nel cuore (im)produttivo della zona industriale di Tricase, l’attenzione viene attratta da una particolare costruzione in pietra a secco, a base quadrangolare, che presenta  in prossimità dell’ingresso un monolite, alto poco meno di un metro e mezzo, collocato in un modo che, guardando dalla giusta angolazione, appaia come un simbolo fallico di fronte all’ingresso a ogiva della pajara (chiaramente simbolo della femminilità); si tratta di un antico e quasi dimenticato rito contadino utile a propiziare la fertilità della terra, che si rifà sull’arcaico culto pagano dedicato a Priapo, divinità venerata da Greci e Romani dotata di un enorme membro capace di favorire la fecondità della natura e di proteggere i prodotti agricoli dalle carestie[1].

Il percorso prevede una sosta presso una cavità artificiale, ubicata poche decine di metri a sud da uno stradone di recente realizzazione, che si apre nel terreno argilloso fino ad una profondità di circa 1,5 metri.

Si prosegue per alcune centinaia di metri in direzione est, nella medesima località; nei pressi di un antico palmento, ormai ridotto ad un cumulo di macerie, si individua un fronte di cava di argilla lungo 60 metri e alto circa 10 metri. Nelle vicinanze si notano degli allineamenti murari costituiti da blocchi isodomi di grandi dimensioni (misure medie espresse in metri: 0,70 larghezza, 0,60 altezza). Le strutture murarie cingono diversi terreni incolti o piantumati ad uliveto. I blocchi sono stati cavati da un sito estrattivo ubicato nelle immediate vicinanze, laddove affiorano le formazioni geologiche denominate “Calcareniti del Salento”[2].

Il cammino procede, tra ulivi, pajare e muretti a secco, lungo un antico sentiero che, dopo un tragitto di circa 1 km, si collega con una strada campestre che a sud si dirige verso la città di Tricase e a nord prosegue – parallelamente ai binari delle Ferrovie del Sud-Est – in direzione della zona industriale, punto di partenza e di arrivo del percorso.

3.3    Percorso n. 3 – Sant’Eufemia (Tricase), località Matine, Madonna del Gonfalone

Il percorso ricade interamente nel territorio comunale di Tricase, tra le località Madonna del Gonfalone e Matine, al confine con quello di Alessano.

Punto di partenza è l’antico centro storico della frazione di Sant’Eufemia, dove è possibile ammirare la chiesa Parrocchiale del XVI secolo. Si tratta di un edificio dalla semplice planimetria, con la facciata in pietra leccese arricchita da un finestrone di forma particolare e da un seicentesco portale d’ingresso. L’interno ad unica navata si presenta sobrio, impreziosito dall’altare maggiore, da alcune statue e da un soffitto a stella.

L’itinerario procede verso nord – ovest. Dopo aver attraversato il centro storico del borgo, tra case a corte ed edicole votive, ci si incammina lungo una strada la cui antichità è indiziata da tagli nella roccia visibili ai lati della carreggiata.

Si percorre, per circa un chilometro e mezzo, la S. P. n. 184, e si giunge presso la cripta del Gonfalone, un importantissimo luogo di culto di origine bizantina, ricavato in un ambiente scavato nel tenero banco tufaceo intorno all’anno Mille. La forma dell’ipogeo si presenta irregolare, con 19 pilastri/colonne di sostegno, alcuni dei quali scavati direttamente nel tufo. All’interno, sulle pareti, si conservano tracce di cicli pittorici di notevole interesse storico-artistico.

Lasciata alle spalle la cripta bizantina si prosegue per circa 400 metri in direzione ovest. L’attenzione del viandante si focalizza su un tratturo che si apre sul lato sinistro della S.P. 184. Si tratta di una stradina – orientata in direzione nord / sud – che si caratterizza per la presenza di tracce di carraie impresse sul banco di roccia. Queste si sviluppano in modo pressoché continuo per una lunghezza di circa 50 metri. Non è possibile stabilire la profondità dei solchi, in quanto ricoperti da uno spesso strato di sedimento terroso. Limitrofi alla stradina e infissi verticalmente nel terreno si rinvengono alcuni blocchi calcarei di incerta interpretazione. I terreni circostanti sono ricoperti da bassa vegetazione spontanea tipica del luogo.

Il tratto viario, localizzato in località Matine, lambisce i ruderi di un edificio semidiruto da identificarsi – secondo alcuni storici locali – con un rifugio di pellegrini diretti al Santuario di Leuca, risalente all’età medievale ed ubicato, non a caso, circa 500 metri a nord-est dalla cripta della Madonna del Gonfalone.

Giovanni Uggeri, autore dello studio più completo a disposizione relativo alla viabilità romana del Salento, ipotizza il passaggio del tracciato della “Via Sallentina”, proprio nell’area in questione. Lo studioso, relativamente al tratto in questione, scrive che la strada, a partire da Alessano, attraversava l’attuale S.S. 275 all’altezza del chilometro 1009. Per un tratto la strada campestre fungeva da confine comunale, quindi perveniva alla Madonna del Gonfalone e, seguendo l’attuale tracciato viario, proseguiva per Tutino[3].

Si prosegue in direzione nord, lungo un’antica via che conduce a Lucugnano, per circa 500 metri, fino a che non si giunge ad un quadrivio in località Santamaria, che confina ad occidente con un boschetto (localmente noto come “Bosco Martella”). La strada è da identificare – probabilmente – con uno degli ultimi tratti superstiti dell’antico sentiero dei Pellegrini.

All’interno del bosco si trova Masseria Mustazza, la cui struttura è caratterizzata da una disposizione degli ambienti a staffa di cavallo. Sulle pareti dell’edificio sono ancora visibili numerose croci, incise per devozione dai fedeli che si fermavano per alloggiare, ristorarsi o semplicemente per pregare, prima di giungere alla meta finale del viaggio: il Santuario di Santa Maria di Leuca. Sulla facciata si conservano delle pietre semicircolari forate – dette scapole – utilizzate per legare i cavalli durante la sosta[4].

Il cammino si snoda a questo punto verso est, percorrendo un tratto di strada che insiste nelle immediate vicinanze di due strutture masserizie: Masseria Resci e Masseria Panzera.

Il percorso ad anello si conclude laddove ha avuto inizio, ossia nella piazza antistante la Chiesa parrocchiale di Sant’Eufemia.

3.4    Percorso n. 4 – Da Macurano a San Dana

L’itinerario si snoda dall’insediamento rupestre di Macurano, tra Montesardo ed Alessano, che sarà lambito ad est dalla strada a quattro corsie. Ubicato lungo la direttrice che collega Alessano alla marina di Novaglie, si tratta di un luogo simbolo della cultura dell’olio, per la presenza di due frantoi ancora utilizzati: trappeto Sauli e trappeto Santa Lucia.

Il villaggio rupestre di Macurano fu sfruttato a partire dall’età bizantina da una piccola comunità dedita all’agricoltura, attività garantita dalla fertilità della terra ricca di acque di scolo provenienti dalla collina, raccolte in cisterne tramite un sistema di canalizzazioni in parte ancora visibile.

Nel corso del ‘500, nell’area già occupata dai monaci bizantini venne edificato il complesso masserizio fortificato, denominato Macurano, consistente nella Masseria Santa Lucia e nella cappella di Santo Stefano.

Il sito si caratterizza per la presenza di alcuni trappeti ipogei, attualmente in completo stato di abbandono, e di numerose grotte alcune delle quali non più accessibili. Probabilmente sul territorio di Macurano insisteva, in età romana, una stazione intermedia situata lungo la “via Sallentina”, ossia la strada che da Vereto (Patù) risaliva il Capo di Leuca verso Castro e Otranto. Il tracciato si conserva ancora in alcuni tratti, come dimostrano le carraie scavate nel banco di roccia, casualmente e inconsapevolmente parallele alla nuova S.S. 275 e ai binari della ferrovia del Sud – Est. L’escursione, svolta a passo lento, permette di notare anche antichi tagli di cava, silos per la conservazione di derrate alimentari, cisterne e tombe medievali intagliate nella roccia e lambite da un antichissimo tracciato stradale.

Nei registri fiscali della Cancelleria Angioina, del 1378, non compare mai il Casale di Macurano, probabilmente perché si tratta di un centro minore escluso dalla tassazione in quanto non aveva sufficiente rendita, oppure il Casale è stato abbandonato prima della crisi agraria della metà del XIV secolo (dopo la peste del 1348), che aveva dato input al processo di accentramento urbano nella penisola salentina. A tal proposito, da un documento della metà del XV secolo si evince che Montesardo, insieme a Specchia, fu ripopolato su autorizzazione del re aragonese Alfonso I. Una terza ipotesi riguarda una probabile pertinenza ecclesiastica di Macurano, che lo escludeva – di conseguenza – da ogni obbligo di tassazione.

La realizzazione della Masseria fortificata, nella seconda metà del XVI secolo, attesta che l’area dell’insediamento rupestre fu trasformata in una grande azienda agricola. Cosimo De Giorgi, a proposito della fertilità del territorio, scriveva: “La campagna che circonda Montesardo è molto produttiva, specialmente la pianura del Macurano”.

Marco Cavalera, Presidente dell’associazione Archès di Lucugnano, afferma che “questa zona è tutta piena di casali romani e bizantini, antecedenti alla fondazione dei centri abitati moderni. Paesi come Alessano, Corsano e San Dana sono di età medievale, mentre Macurano è preesistente a questi paesi. Per Montesardo, invece, il discorso è diverso perché è una città di origine messapica. Tutta l’area, quindi, va indagata sistematicamente per comprendere il sistema insediativo di età romana e bizantina del territorio. Ma se la strada passerà sopra quest’area sarà impossibile capire tutto questo. Macurano, si dice, non verrà interessata ma chi ci assicura che sotto i terreni su cui passerà la strada non ci siano evidenze archeologiche relative all’insediamento? Siamo sicuri che ci sono le grotte, ma coloro che vivevano o lavoravano nell’insediamento si spostavano per svolgere le loro attività. Probabilmente ci saranno dei reperti in tutta la zona interessata dai lavori di realizzazione della superstrada. Il sito di Macurano ha ottenuto, nel 1997, un finanziamento dalla Regione Puglia (del 07 luglio del 1997) di 500 milioni di lire per “la valorizzazione e fruizione”, dai Fondi P.O.P. ‘94/’96. Allo stato attuale degli arredi e degli interventi realizzati con quel finanziamento rimangono pochi ruderi, sopravvissuti all’opera inesorabile degli agenti atmosferici e dei vandali.

Lasciato alle nostre spalle l’insediamento di Macurano e superata la S.P. 210 (Montesardo – Novaglie), si procede per circa un chilometro e mezzo in direzione sud, camminando su una stradina sterrata che costeggia la Serra di San Dana, pressoché parallela alla ferrovia, fino all’intersezione con la S.P. 189 (via Corsano). Si svolta a destra, si oltrepassa un ponticello in cemento armato che permette di superare i binari della ferrovia e si giunge, dopo alcune centinaia di metri, alla periferia orientale di San Dana (Gagliano del Capo), dove è prevista la prima sosta.

La nuova S.S. 275 – se realizzata – oblierebbe il paesaggio di pietra che si scorge alla nostra destra, dall’alto della Serra la cui massima altitudine sfiora i 160 metri s.l.m. Anche qui purtroppo non mancano note stonate: discariche di materiale inerte per edilizia (tra cui eternit) e un’antiestetica casa in costruzione all’interno di un boschetto di querce spinose e lecci.

Ci troviamo a ridosso del tanto discusso viadotto della nuova S.S. 275, in un’area ricchissima di evidenze archeologiche, tra cui una villa romana dotata di terme, scoperta negli anni ’70 del secolo scorso e scavata – nel gennaio del 2001 – da ricercatori dell’Università di Lecce, e una cripta dedicata a Santa Apollonia, decorata da pregevoli affreschi – mal conservati – riferibili a diverse fasi storiche. Si tratta di un eremo monastico, la cui particolarità consiste nella presenza di una piccola celletta nella quale è stato realizzato un sedile scavato nella roccia. Il seggio di pietra potrebbe essere stato utilizzato dall’eremita nei momenti di relax, sulla base delle semplici regole imposte dal monaco Pacomio di Esna, fondatore del cenobitismo: dedizione al lavoro, autosufficienza e riposo da seduti. La cripta di Santa Apollonia, quindi, sarebbe una rara testimonianza del monachesimo prebizantino in Italia, le cui origini risalirebbero al IV secolo d.C.

Dopo il riposo dei camminanti in un uliveto secolare, l’escursione prosegue scendendo circa 20 metri di quota, lungo un ripido sentiero che conduce ai piedi della Serra di San Dana dove, dopo un percorso di circa duecento metri, sarà possibile ammirare una testimonianza di archeologia industriale, ossia un frantoio ipogeo in completo stato di abbandono. Al suo interno si conservano ancora resti di macine, nicchie ricavate nelle pareti, pozzetti di decantazione dell’olio e vasche per la raccolta della sentina. Se si realizzasse il progetto della S.S. 275, di questo luogo intriso di lavoro, sangue e sudore, testimone di un’epoca in cui lo strepitio dell’attività umana giungeva anche dalle viscere della terra, dal buio dei frantoi ipogei, frenetici ed instancabili produttori di “oro giallo”, non rimarrà nient’altro che un cumulo di macerie. Poco distante, dopo aver risalito il rilievo per circa un centinaio di metri lungo un tratturo scavato nella falesia, si lambisce un altro monumento della civiltà contadina, ossia un’aia ricavata sul banco roccioso levigato e delimitata da blocchi di calcare locale. Di fronte all’aia, guardando verso settentrione, troviamo un’altra grotta, che si apre sul versante orografico esposto a sud di un canalone naturale, destinata anch’essa a frantoio. La vicina presenza della cripta di Santa Apollonia induce a ritenere queste cavità delle antiche laure abitate dai monaci bizantini o utilizzate dagli stessi per le attività quotidiane.

Il sole prosegue lentamente il suo cammino verso ovest e la nostra carovana intraprende il viaggio di ritorno, immersi in un suggestivo paesaggio bucolico caratterizzato da campagne coperte da terra rossa come il tramonto, liame e pajare, ulivi e piccoli orti coltivati con amorevole cura dai contadini del posto. Si percorre, per circa un chilometro e mezzo la via vecchia per Montesardo, sulla quale si prospetta la chiesetta medievale di Santa Barbara, annessa ai ruderi di un antico monastero femminile benedettino, con i suoi pregevoli affreschi di età angioina.

Il percorso si conclude, dopo aver passeggiato per poco più di un chilometro, nell’area antistante l’insediamento rupestre di Macurano, dove l’escursione ha avuto inizio.

 

Approfondimento 1: l’insediamento rupestre di Macurano

I documenti di archivio non aiutano a ricostruire la storia più antica di questo casale, in quanto le prime fonti risalgono al 1571, ossia un’annotazione di Mons. Giangiacomo Galletto vescovo di Leuca e di Alessano nel Libro dei conti relativo agli anni 1565-1572: “A dì 9 Aprile 1571 vaca l’arcipretura di Macurano nel vocabolo Sancti Stifani et Sancte Lucie per la morte di don Colilla Romano”. La documentazione a disposizione attesta che dopo il 1571 non ci furono più parroci a Macurano e che da quell’anno iniziò l’abbandono del Casale. Altri atti notarili della seconda metà del XVII secolo permettono di ricostruire solo delle compravendite dell’area in oggetto, che tuttavia non appare più interessata da processi di urbanizzazione.

L’area del villaggio conserva ancora tracce vive del suo glorioso passato: carraie, trappeti ipogei, grotticelle ricavate nel costone di roccia calcarea, tombe individuabili un po’ ovunque nella zona dell’insediamento.

Il villaggio può essere suddiviso in due zone. Una prima, più settentrionale, comprende numerose grotte scavate lungo un costone di roccia semicircolare. La seconda si conserva parzialmente a causa dell’apertura di un ampio fronte di cava che ne ha intaccata l’originale morfologia, sul cui pianoro soprastante sono state erette la masseria seicentesca e la cappella di Santo Stefano.

Il primo gruppo di grotte (zona nord) si caratterizza per la presenza sia di piccole cavità scavate nella roccia – adibite originalmente a dormitori e per ricoveri di animali o attrezzi agricoli – sia di ambienti più grandi, tra cui uno in particolare che ha avuto nel corso del tempo diverse destinazioni, tra cui quella di trappeto come si evince dalle grosse macine e i fori sul soffitto. L’ambiente si articola in più vani di piccole dimensioni, alcuni dei quali utilizzati come deposito di derrate, come quello che si apre sul fondo della grotta. Sulle pareti si notano numerosissime croci graffite – latine, greche e una monogrammatica – e alcune incisioni più “moderne”.

Il secondo gruppo di grotte si individua nella parte meridionale dell’insediamento, interessata ora da un vasto fronte di cava, dove erano presenti altre piccole grotte e un grande ambiente utilizzato come trappeto fino a tempi recenti, che si apre nella falesia rocciosa parallela alla ferrovia[5].

Numerose tombe (pertinenti un cimitero medievale) si rinvengono in tutta l’area dell’insediamento, in particolare in un fondo caratterizzato dalla presenza di un antico asse stradale scavato interamente nella roccia, orientato in direzione est – ovest, mentre altre sepolture sia per adulti che per infanti si individuano in un terreno che confina con la S.P. 210, 200 metri a sud – est della Masseria Santa Lucia.

Approfondimento 2: la Cappella della Madonna delle Rasce

La Cappella della Madonna delle Rasce è ubicata a poche decine di metri dal punto di unione delle strade statali 274 e 275, laddove il progetto di ammodernamento di quest’ultima prevede una mega rotatoria terminale, ossia un’opera grande quasi quanto 20 campi di calcio, la più grande d’Europa. Chi ha curato il progetto probabilmente non ha considerato che la rotatoria va ad impattare con un’importante zona archeologica, che circonda un luogo di culto che rappresenta una delle ultime tappe della via dei Pellegrini, ossia la Cappella della Madonna delle Rasce.

La chiesa sorge su un promontorio alto quasi 100 metri sul livello del mare, da cui è possibile vedere le due propaggini di Leuca: punta Ristola e punta Meliso, con il Santuario di Santa Maria di Leuca e l’adiacente faro, a 102 metri s.l.m.

La Cappella venne edificata nel 1679 in onore della Madonna delle Grazie[6], come ringraziamento di un miracolo accaduto per intercessione della Madonna, che aveva interrotto un lungo periodo di siccità con una pioggia torrenziale e alquanto provvidenziale.

L’edificio presenta un pessimo stato di conservazione sia all’esterno che all’interno, dove attualmente si conserva solo un altare rudimentale in conci di tufo, sovrastato da un immagine mariana. Sulle pareti esterne invece è possibile individuare numerose croci latine e greche, date e iniziali di nomi che rinviano al passaggio dei Pellegrini diretti al Santuario di Leuca, ad un’altezza compresa tra il metro e il metro e 80[7].

L’intera zona, inoltre, è circondata da grotticelle e tombe medievali, che non conservano più traccia del defunto in quanto già aperte e depredate in antico.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Cavalera M., Lucugnano tra leggenda, storia, arte e artigianato, in Progetto Salento, 18 (febbraio – marzo 2011), pp. 24-25, Castiglione 2011.

Cavalera M, Martella R., Cave di estrazione dell’argilla nel territorio di Lucugnano (Tricase), in Quaderni del Museo della Ceramica di Cutrofiano, 12, pp. 59-78, Galatina 2010.

Cerfeda F.G., Il culto di Santa Maria Maddalena e l’istituzione della fiera, in Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento, a cura di Cerfeda F.G., Coppola S., Moscatello L., pp. 233-256, Alessano 2004.

Chiuri A., Pellegrini a Leuca. Duemila anno di storia, p. 74, Tricase 2000.

Fonseca C.D. et alii, Gli insediamenti rupestri del Basso Salento, pp. 49-51, Galatina 1979.

Uggeri G., La viabilità romana del Salento, p. 304, Mesagne 1983.

 

 

 

SITOGRAFIA

 

www.associazionearches.it

www.salogentis.it

www.sos275.it


[1] Piccinni, Gli dei dell’Olimpo nelle campagne del Salento. Il culto di Priapo, in www.salogentis.it.

[2] Cavalera, Martella 2010, pp. 59 – 78.

[3] Uggeri 1983, p. 304.

[4] Cavalera 2011, pp. 24-25.

[5] Fonseca et alii 1979, pp. 49-51.

[6] Secondo la tradizione orale il termine dialettale “Rasce” deriva dalla presenza di rovi e piante infestanti nel luogo in cui sorge, mentre secondo alcuni storici locali l’origine del nome sarebbe da riferire proprio alla Madonna delle “Grazie”.

[7] Chiuri 2000, p. 74.

6 Commenti a Verso Finibusterrae su antichi tratturi, tra paesaggi di pietra e ulivi secolari

    • Vi ringrazio a nome di tutto il Comitato 275 e dei suoi simpatizzanti. Abbiamo bisogno, in questo momento, dell’appoggio di tutti per continuare questa lotta contro le lobby del cemento e del malaffare che, ahinoi, sembrano essere proprio invincibili. Domani mattina sarà una giornata cruciale, in quanto sarà discusso da parte del Giudice del Tar di Lecce il ricorso avanzato dagli espropriati, che si vedranno sottrarre le loro proprietà al prezzo di mezza tazzina di caffè al mq. Speriamo bene…

  1. Speriamo bene per la conservazione del nostro territorio e male per chi vuole toglierci questo incantevole paesaggio. Intanto grazie all’autore Marco Cavalera per questo prezioso spaccato di storia e di bella natura.

  2. certamente, sono un tecnico e per di piu con anni di esperienza nella costruzione di reti viarie nazionali, ma questa veicenda di un ecomostro rettile che si snoda a doppia corsia da maglie a leuca mi sembra un vero e proprio incubo per tutte quelle persone che e non solo salentine ritengono il nostro splendido territorio il vero valore aggiunto alla nostra economia. fermate le ruspe, ammodernate sino a montesano il resto lo si realizzera con varianti mirate. anche perche per chi vuole arrivare a leuca con qualche minuto di anticipo c’è la statale 274 che scorre libera e sgombra da traffico per 10 mesi all’anno. bando alle bufale dei politici e delle imprese, della vitalita di questa superstrada e se lo è, lo è sino a montesano e basta. abbiate rispetto pe la storia l’ambiente, che per chi non si è accorto o peggio fa finta di non accorgersene è il vero valore aggiunto di questa terra, valore che crea ricchezza e lavoro ,altro che vitalità di un serpentone di asfalto, che offende solo all’idea figurarsi se lo si realizza.

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