I Martiri di Otranto e il 1480 (IV parte)

I Martiri di Otranto e il 1480

Per una rilettura delle vicende storiche tra ipotesi, protagonisti e complessità processuali

di Mauro Bortone

 

Cattedrale di Otranto, interno

 

 

L’alibi del nemico turco ed il gioco del sultano

 

Facciamo un passo indietro. Nel maggio 1453, si era verificato, per via degli Ottomani e del loro sultano, Maometto II, un avvenimento di portata mondiale: la caduta di Costantinopoli, che aveva posto fine ad una storia ultramillenaria, gettando il mondo cristiano in una prostrazione profonda, solcata da paurosi lampi apocalittici. Numerose profezie, che avevano attraversato tutto il Medioevo e che ora tornavano più drammatiche, associavano la caduta della nuova Roma all’avvento dell’Anticristo e alla fine dei tempi[1]. La guerra dei Cento anni tra Francia e Inghilterra, che ormai languiva allo stato endemico, si chiuse precipitosamente dinanzi al nuovo pericolo; con la “pace di Lodi” del 1454 si aprì il periodo del cosiddetto “equilibrio”, dove emergeva la preoccupazione, non infondata, che i Turchi sbarcassero davvero in Italia.

In questo contesto, la cristianità occidentale si accorse dolorosamente che il “troppo presto liquidato ecumenismo politico”[2] aveva lasciato un vuoto: con un Sacro Romano Impero, ridotto ad una larva germanizzata, la stessa auctoritas del papato risultava dimezzata: “il pontefice non poteva che ambire ad un ruolo quasi simbolico di una qualche (diciamo così) presidenza della “lega” dei principi e dei popoli cristiani d’Europa, riunita per battere il pericolo turco. Fu quanto s’impegnarono a fare, con differente energia, pontefici quali Niccolò V, Callisto III, Pio II, Paolo II, Sisto IV, cercando disperatamente di metter d’accordo le divergenti idee e gli interessi contrastanti della repubblica di San Marco, del re di Napoli, del re d’Ungheria e di altre potenze: perché, intanto, si era capito molto bene che i turchi erano sì un pericolo, ma potevano essere anche uno splendido alibi politico per indurre gli stati cristiani ad accettare questa o quella linea, favorevole a questa o a quella potenza”[3]. Tutto ciò, seppur taciuto, era ben chiaro a tutte le cancellerie europee e persino al sultano, il quale era abituato a ricevere amichevoli ambascerie da parte di quelle potenze cristiane che poi si sbracciavano in magniloquenti intenzioni crociate. A dir il vero, la crociata nell’Europa del secondo Quattrocento era, a rigor di metafora, come l’antifascismo nell’Europa del secondo Novecento: tutti ne parlavano ed erano d’accordo, ciascuno cercava di farla coincidere coi propri interessi, accusando gli altri di non servire con altrettanta energia tale nobile ideale; ma nessuno o quasi ci credeva sul serio e i più erano pronti a tradirla alla prima redditizia occasione. In fondo, che Venezia fosse minacciata dai Turchi non dispiaceva né al re di Napoli né al duca di Milano; e il re di Francia non chiedeva di meglio che gli ottomani se la prendessero con gli interessi oltremarini di Genova in modo da poter difendere il prestigioso porto ligure che da decenni ambiva – in contrasto con il duca di Milano – a sottomettere. Con tali premesse, era chiaro che alternando sapientemente la guerra alla diplomazia, il sultano poteva tranquillamente giocare le potenze cristiane: ed è quello che fece. Maometto II era un politico troppo realista e intelligente, per puntare davvero a conquistare l’Europa e a sottomettere all’Islam i popoli cristiani, ma gli conveniva che così si temesse o si fingesse di temere. Il pericolo, ad ogni modo, era costante e reale. Fermati per miracolo davanti a Belgrado nel 1456, gli ottomani con le loro incursioni arrivarono a toccare il Friuli, pressando Venezia, che non tardò a chiedere ed ottenere dal sultano una pace, siglata appunto nel 1479. Ma la lunga guerra non era forse il solo motivo per il quale la Serenissima intendeva chiudere almeno temporaneamente il fronte ottomano. Fra il 1480 e il 1481, parve che il dominio turco di Otranto stesse per divenire, nelle intenzioni del sultano e di Ahmed Pascià, la base per un’enclave ottomana nelle Puglie che, se avesse retto, avrebbe significato il controllo della mezzaluna sul canale tra Jonio e Adriatico: furono compiute scorrerie anche su Brindisi, Lecce e Taranto[4]. “Venezia, signora dell’Adriatico e avversaria tenace del re di Napoli e dei suoi progetti egemonici sulla penisola italica, non poteva restar indifferente dinanzi a chi controllasse il canale d’Otranto: doveva allearvisi o combatterlo. Fonti insospettabili perché veneziane, ci assicurano che il “bailo” veneziano a Costantinopoli, Andrea Gritti, fu incaricato di far sapere al sultano, da parte del suo governo, che egli poteva a buon diritto impadronirsi della Puglia in quanto tali territori appartenevano d’antico diritto al territorio di Bisanzio del quale egli era signore”[5]. Interessante sottolineare come, allo stesso tempo, il senato veneziano dava la sua disponibilità ad aiutare Otranto in cambio di concessioni commerciali e territoriali nella penisola salentina. Venezia non restava la sola potenza d’Italia a strizzar l’occhio a Maometto II. Come già riferito, la Firenze di Lorenzo Magnifico, in seguito alla risoluzione della celebre congiura dei Pazzi, aveva instaurato un rapporto cordiale con il regno turco, tanto da impegnare i propri incisori nel conio di medaglie commemorative che esaltassero le vittorie del Gran signore in Asia.

(continua)

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°3

[1] Scrive il professor Franco Cardini a riguardo: «Questo dichiarava la bolla per la crociata emanata il 30 settembre del 1453 da papa Niccolò V, che chiamava i principi e i popoli cristiani alla difesa della loro civiltà: Maometto II era prefigura dell’Anticristo, il dragone rosso dell’Apocalisse», Lo zampino di Lorenzo, cit., 49.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] E. ROTA, «Rivista Historia», 76 (1954).

[5] CARDINI, Lo zampino di Lorenzo, cit., 49.

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