Fuochi d’artificio

di Wilma Vedruccio

 

Tempo d’estate, tempo di feste di paese. Ogni paese un santo da onorare.

L’orizzonte borbotta all’imbrunire di botti, di spari, la notte s’incendia di fuochi d’artificio, la luna impallidisce, si fa discreta, lascia la scena, scompare.

Tutte le sere una festa in terra salentina, si consulta il calendario o la memoria dei vecchi nella casa, per sapere Chi si festeggia, dove la devozione entra in scena e si esprime in un exploit di luce che vuole vincere il buio della notte.

La devozione si fa così pretesto per affermare un bisogno forse primordiale, di scuotere il cielo, riempirlo di meraviglie di luce per pochi minuti, un quarto d’ora… desiderio di onnipotenza forse, complice il santo in questione.

Un santo vale l’altro in questa gara, ogni santo è l’unico per queste mirabilie nel cuore dei devoti, che sia un Santo dei miracoli, dalla vita incredibile ed integerrima, impossibile da imitare, o una Madonna tenera, materna e pietosa. pronta a stendere il suo manto di cielo su ogni povera cosa.

Dopo la processione, lenta, silenziosa, l’aria si riempie d’attesa, la terra si tende come pelle di tamburo, si tende il cuore di ciascuno in attesa del primo botto, dopo di che si entra in un’altra dimensione…

Faville riempiono il cielo e gli occhi di ciascuno, ciascuno ha occhi di bambino nei quali si specchia l’oro dei fuochi d’artificio, fiori di luce riempiono il cielo, petali di luce cadon veloci sulla terra scura mentre ancora e ancora sbocciano fuochi nel nero della notte, rossi, gialli, d’ogni colore, sibilando, crepitando, sfrigolando di sorpresa, di piacere in un crescendo che sospende il respiro, immobilizza il moto delle palpebre per non perdere una sola favilla…

Dopo i tre botti finali tutto tace, piccoli fuochi d’erba secca e fumi che diradano nell’aria sono i segni di un bel sogno già finito, il risveglio alla vita di sempre, quando il santo tacerà nello stipo e bisognerà ascoltare le necessità quotidiane.

Fin già dal prossimo mattino.

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