Racconti salentini/ Quiddhu te la crapa

di Alfredo Romano

Quello della capra [versione in lingua italiana; in basso la versione in dialetto salentino]

Racconto tratto dal libro “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008.


Era una che si chiamava Maria ed era in attesa di un bambino. Allora il marito le disse:«Non sarà bene procurarci una capra per il bambino? Ci sarà bisogno di latte.»«Ùmh, e compriamoci pure la capra!» rispose la moglie. E così si comprarono la capra. Capra che diventò bella grossa, bella con i suoi capretti, no? e che faceva tanto bel latte. Successe che un monaco cercantino [monico addetto alla questua] che passava da casa della Maria per la questua, notò quella caspita di capra.

«Ah!» disse tra sé «questa capra è proprio buona per il padre guardiano.»
«Non mi fai l’elemosina?» chiese intanto alla Maria.
«Sì, to’!» disse la Maria. E gli porse due belle frise6 infornate da poco insieme con una manciata di pomodori.
Ma venne la notte e il frate cercantino andò a rubare la capra della Maria, sai? Il marito mo’ s’era levato presto per andare in campagna e non s’era avveduto del furto. Ma quando a sera rientrò dalla fatica, la Maria gli corse subito incontro e: «Ah!» gridò «marito mio, la capra ci hanno rubato!»
«Chi è passato ieri di qua?»
«Il frate cercantino è passato: gli ho fatto un po’ d’elemo­sina.» «Eh,» disse il marito «il frate se l’è presa!»
«Nooò,» disse lei «non può essere!»
«Siiì, se l’è presa, il frate se l’è presa, dài retta a me! L’ha rubata sicuramente per il padre guardiano, che è uno che se ne sta sempre a pancia piena. Mo’ gli faccio vedere io!»

L’indomani, il marito corse al convento e, giunto sotto il muro di cinta, vi s’arrampicò per affacciarsi sul giardino. E che ti vide? La pelle della capra sua stesa nel bel mezzo al sole ad asciugare. Capì che i monaci, una volta mangiata la capra, si sarebbero venduti pure la pelle.
«Ah, l’avete scuoiata per mangiarla la mia capra eh? Farò in modo che vi sappia proprio saporita! Bah, ora v’aggiusto io!» disse tra sé.
Questo era un uomo che ne sapeva più lui del diavolo. Che cosa fece quindi? Si travestì da donna e si presentò al convento. Bussò e aprì un monaco che, alla vista della forestiera, rimase con la faccia di fesso: che quando mai s’era vista una donna bussare di notte al convento?
«Vengo da lontano,» prese a dire la nuova arrivata «s’è fatta notte e mi sono perduta da queste parti. Datemi un letto che possa dormire.»
Lì che giunse il padre guardiano che, alla vista della donna, sgranò gli occhi, sai?
«Sono il padre guardiano, qual buon vento ti porta?» disse con aria sorridente.
«Padre guardiano mio, tutto il giorno che cammino, m’ha preso notte e mi sono persa. Sono stracca da morire e vorrei un letto per dormire. A quest’ora non so proprio dove sbattere la testa. Fammi entrare, te lo chiedo per le anime di tutti i morti.»
«No, signorina, non puoi proprio dormire nel convento: non s’è mai vista una donna dormire qui» si affrettarono a rispon­dere i monaci precedendo il padre guardiano. Ma questi, furbo, disse ai monaci:
«Macché, dobbiamo aver paura di una donna? Diamine, con tante stanze! Che ci devono dire, che non diamo ospitalità alla gente che chiede aiuto? Facciamola entrare per l’amore di Dio!»
Fu così che la forestiera ebbe una camera per la notte. Ma il padre guardiano aveva piattole per la testa, chiamò i monaci e disse loro:
«Fratelli miei, io stanotte andrò a trovare la signorina, mi ha confidato di non star bene e che ha bisogno di me. Mi raccomando, però, una cosa vi dico: se sentite gridare, fossero grida orumori, statevene al vostro posto, fate finta di non sentire.»

E il padre guardiano fu ben presto nella camera della forestiera. E parla di questo e parla di quell’altro, alla fine non seppe più resistere. E sul più bello, sai che ti fece? To’! si sollevò la tonaca e le mostrò tutti gli attributi. Qui ti voglio, perché la donna si tolse la parrucca e il padre guardiano scoprì di trovarsi di fronte a un uomo.
«Ma chi sei?» gli fece tutto spaventato.
«Chi sono? Sono quello della capra!» disse l’uomo. Qui ti dovevi trovare mo’: tiritìnghi e tiritànghe, tiritìnghi e tiritànghe. E te lo conciò ben bene di mazzate, mazzate e mazzate, tanto che quel povero padre guardiano fu ridotto a tre ore di notte. E che si mise a gridare pure, come se stessero scannando il maiale.
I monaci mo’ sentivano tutto, ma gli ordini erano ordini. E, finite le mazzate, l’uomo sollevò per un orecchio il padre guardiano e gli disse:
«Ti è saputa saporita la capra ah?»
«Ma chi sei fratello mio, chi sei?»
«Chi sono? Sono quello della capra!»
«Uuùh, quello della capra! quello della capra!» E l’uomo se la filò.
Al volgere del mattino, però, il padre guardiano tardava a farsi vedere. Sicché i monaci si radunarono e dissero:
«Qualche diavolo deve essere successo al padre guardiano: corriamo a vedere.» E infatti lo trovarono tutto stramazzato. E gli dissero:
«Ma si può capire chi è che ti ha ridotto a questo modo?»
«Quello della caaàpra!» rispose il padre guardiano con un fil di voce.
Il padre guardiano mo’ stava così male che fu messo a letto. Lui allora, il marito della Maria, che ti combinò? Si vestì bello bello da gran signore, si munì di un bastone di gran classe, un cappello in testa, la borsa da dottore e si mise a passeggiare davanti al convento, facendo mosse col bastone come fanno i signori no? Non passò molto che vide i monaci uscire in tutta fretta dal convento. Lui allora li fermò e disse loro:
«Correte così di fretta?»
«Eh,» fecero i monaci «sta molto male il padre guardiano e corriamo a cercare un dottore.»
«Ehi,» disse «e perché… io che cosa sono? Non sono un dottore?»
«Uuùh, dottore nostro,» presto i monaci «quale Angelo ti mandò? Andiamo subito dal padre guardiano.»
Detto fatto, il dottore era già in camera del malato. E qui si mise a tastarlo con tutte quelle mosse che fanno i dottori, no? Dopo aprì la borsa ed estrasse il ricettario.
«Eh,» disse ai monaci presenti «costui ha bisogno di molte medicine. Ma quanti monaci siete?»
«Eh, dottore, siamo undici in questo convento.»
«Ma con tutto il padre guardiano?»
«Sì, con tutto il padre guardiano.»
Allora prese dieci ricette e si mise a segnare strane medicine. Quindi si rivolse loro e disse:
«Le medicine che ho segnato non si trovano al paese. Dove­te andare lontano: più lontano di una zampogna [1] Per il padre guardiano però state tranquilli: ci penserò io a vegliare su di lui.» E infatti cominciò a lisciarlo e ad avere per lui tante premure, ma, quando si assicurò che i monaci erano andati via tutti, figlio mio… si avvicinò all’orecchio del padre guardiano e gli disse zitto zitto:
«Ma lo sai chi sono io?»
«Chi sei, cristiano mio?»
«Sono quello della capra!»
«Uuùh, non so niente della capra tua» disse il padre guar­diano con l’anima più fuori che dentro.
«Mo’ mi devi dire dove nascondi i soldi, se no t’ammazzo di botte!»
«Uuùh, là si trovano i soldi: prenditeli pure.»
E di nuovo:
«Mo’ mi devi dire dove sta la tal cosa, e quella e quell’altra, che mi devo prendere tutto!»
Insomma te lo rubò bene bene, lo prese a mazzate e se ne scappò.
Mo’, quando si trovarono a tornare i monaci, il padre guardiano fu trovato più morto che vivo, no?»
«Oh, padre guardiano, come stai, padre guardiano? Chi ti ha conciato in questa maniera?»
«Ah, figli miei!» disse.
«Chi è stato?»
«Quello della caaàpra!» sospirò con l’anima di fuori.
«Qui bisogna provvedere,» dissero i monaci «non possiamo lasciare da solo il padre guardiano. Anche quando si parte per la questua occorre tirarcelo dietro.»
All’indomani infatti, quando i monaci si levarono per recarsi alla questua, che ti fecero? Si caricarono il padre guardiano tutto fracassato sulle spalle e partirono.

Ma il marito della Maria non era ancora soddisfatto delle continue vendette ai danni del padre guardiano. Certo lui era uno che sapeva vestirsi e travestirsi e aspettava sempre il momento opportuno per combinarne una delle sue. Momento che arrivò. Venne a sapere infatti che i monaci, durante la questua, attraversavano un viottolo di campagna a lui conosciuto, sai? Che ti combinò? Si travestì da vecchio, truccandosi la faccia e i sopracciglia, si munì di una zappa e si mise ad aspettare i monaci facendo finta di zappare nei pressi di quel viottolo. Poco dopo infatti passarono i monaci con sulle spalle il padre guardiano. Allora si rivolse loro e disse:
«Dove andate con quel cristiano così malridotto? Non v’accorgete che vi state ammazzando di fatica? Lasciatelo qui se volete, che ci penserò io a lui. Potrete riprendervelo al vostro ritorno.» Furbo lui, no? camuffato da vecchio con la barba, che faceva finta di zappare no? Che quelli l’avrebbero mai scoperto travestito a quel modo?
«Quale santo ti ha mandato, cristiano nostro,» gli dissero i monaci «te lo lasciamo volentieri il padre guardiano. Ce lo prenderemo al nostro ritorno.»
Allora, figlio mio, lui, quando i monaci si allontanarono… che gli venne in mente? Fece una fossa e seppellì il padre guardiano, lasciandogli allo scoperto soltanto mezza bocca, un orecchio e un po’ di capelli. E il padre guardiano perdeva di respiro e chiamava:
«Figli miei! fratelli miei!»
Lui poi se la squagliò, no?
Quando i monaci all’imbrunire tornarono a riprendersi il padre guardiano, sul posto non trovarono anima viva. E dicevano tra sé:
«Ma che per caso quel vecchio se l’è portato a casa?» E giravano di qua e giravano di là e ormai s’era fatto buio. Ma d’un tratto, continuando a cercare, uno di loro notò per terra qualcosa che lì per lì non riusciva a riconoscere.
«To’! ci sono funghi qui: deve essere una bella munìtula [un fungo della macchia salentina]» disse. E stese la mano per raccoglierla. Ma tira e tira, la munìtula non se ne veniva e perciò chiese aiuto agli altri monaci. E tira di qua e tira di là tutti insieme, alla fine venne fuori la testa del padre guardiano. Lì mo’ ti dovevi trovare!
«Padre guardiano, chi è stato? chi è stato?»
«Quello della caaàpra!»
«Quello della capra!» dissero i monaci guardandosi atterriti. E non restò loro che caricarsi di nuovo in collo il padre guardiano e tornarsene al convento mosci mosci.
Insomma, per farla breve, il marito della Maria ogni tanto si travestiva dando filo da torcere a quel povero padre guardiano. Quando capì che i monaci non ne potevano proprio più, si recò al convento e disse loro minaccioso:
«Dovete farmi padrone del convento! dovete scapparvene via di qua! v’ammazzo tutti se no!»
E fu così che rimase padrone del convento. E lui e la Maria vissero felici e contenti e noi non avemmo nienti.
Se vuoi che te ne racconti un altro, mi dai un tarallo.

1 Un’espressione che usava mia madre per dire il più lontano possibile. La zampo­gna, che per noi veniva da chissà quali montagne (che da noi non c’erano), dava certamente un’idea di lontananza.

VERSIONE IN DIALETTO SALENTINO

Quiddhu te la crapa

Nc’era una ca se chiamava Maria e ia pparturìre. Allora ne tisse lu maritu:
«Nu’ è bonu cu nne ccattamu na crapa ca face latte pe’ quandu našce lu vagnone?»
«Mmm… e scia’ ccattàmune la crapa!» tisse la mujère. E ccusì ccattàra la crapa. La crapa criscìu e rriàu lu latte: beddha, cu lli crapetti soi, no?
Nc’era nu mònicu picozzu [monico che non diceva messa] ca passava sempre te casa te la Maria pe’ la limòsina, quandu ca vitte ddha sangu te crapa.
«Ah!» tisse ṭra de iddhu, «ddha capra è bona propriu pe’ llu paṭre cuardianu.»
«Nu’ mme faci la limòsina?» ne tisse ‘ntàntu a lla Maria.
«Sine na!» tisse la Maria. E nne tese do’ beddhe frise [pane tostato salentino], frische nfur­nate, e nnu pocu te pummitori.
Allora, quandu ca se fice notte, lu picozzu sciu e rrubàu la crapa, sai?
Lu maritu, la matina, se nd’ia sciutu prestu fore cu ffatica, e nnu’ ssia ccortu ca nu’ nc’era cchiùi la crapa. Ca va’ ssacci!
Bah…quandu è tturnatu:
«Ah!» tisse la Maria «maritu miu, n’hanu pijatu la crapa!»
«Ci è ppassatu ieri te cquai?»
«Na! lu picozzu sulamente è ppassatu, e nn’àggiu fattu la limòsi­na.»
«Eh,» tisse lu maritu «viddhu se l’hae pijata!»
«Nooòne,» tisse iddha «nu’ pput’èssere.
«Siiìne, lu picozzu se l’ha ppijata: tanne retta a mmie! Vo’ tte faz­zu biti ca se l’hae pijata pe’ llu paṭre cuardianu? Ca quiddhu ete unu ca vole stae spurdacchiatu. Mo’ te fazzu biti mo’!»
Allora, a llu cramatina, se mise ‘n viàggiu pe’ llu cumentu. Rriàu, pijàu te lu sciardinu te la manu te retu, no? se nfacciàu te inṭru e bitte la pelle te la crapa soa mpisa ‘llu sole cu ssicca… Ca la pelle poi se l’ìanu buta bindìre puru!
«Aaah! be l’iti scurciata e be l’iti mangiata, ah? Àggiu ffare cu be saccia beddha sapurita! Bah, mo’ be ggiustu iu!»
Quistu era cristianu ca nde sapìa cchiù iddhu te lu tiàvulu. Cce fice ‘llora? Se vestìu te signurina e, quandu ca scurìu, sciu e sse presentàu a llu cumentu. Tuzzàu e nne aprìu nu monicu, ca… quandu vitte ddha signurina, rimase cu ttanta te ucca perta… Ca quandu mai s’ia vista na femmana cu ttuzza te notte a llu cumentu?
«Sta begnu te luntanu, s’hae fatta notte e mm’àggiu persa inṭra ‘ste ripe» tisse la signurina. «Tàtime nu jettu cu ppozzu turmire.»
Addhai ca rriàu paṭre cuardianu, e, bitèndu la signurina, fiju miu, sùbitu ne ‘ssira l’occhi te fore, sai?
«Suntu lu paṭre cuardianu, quale ientu te porta?» tisse tuttu presciàtu quandu rriàu nnanzi ‘lla signurina.
«Paṭre cuardianu miu, hae tuttu lu giurnu ca sta ccamìnu, m’hae pijàta notte e mm’àggiu persa. Vau sṭracca te morte. Vulìa nu jettu cu mme stendu, a ‘st’ora nu’ ssacciu propriu a ddhu àggiu sbattire la capu. Fanne cu ṭṭrasu, pe’ ll’anima te li morti toi!»
Li mònici, però, senza mancu spéttanu la risposta te lu paṭre cuardianu, se fìcera nnanzi e ddìssera:
«None, signurina, nu’ ppoti turmire inṭra ‘llu cumentu: nu’ ss’hae mai vista na fèmmana cu ddorma cquai.»
Ma lu paṭre cuardianu (furbu iddhu!) te pressa ne tisse a lli mònici:
«Ma cce imu ttenire paura mo’ te na signurina? Cu ttante càmbere ca tenìmu, lampu! Cce nn’hanu ddire: ca cacciàmu li cristiani te lu cumentu quandu tènanu bisognu? Sia, facìmula pe’ ll’amore te lu Signore.»
Ti motu ca la signurina ippe na càmbera cu ppozza turmire.
Ma lu paṭre cuardianu tenìa malote ‘n capu. Chiamàu li mònici e nne tisse:
«Frati mii, iu stanotte àggiu šcire ba ṭṭrou la signurina, ca m’hae tittu ca nu’ stae bona e ca tene bisognu te mie. Ma me raccumandu, na cosa be ticu: ci sentiti critàre, o ca sentiti fèra o ca sentiti rimòri, nu’ be vegna ‘mmente cu be nfacciati. ‘Nsomma nu’ biti pproccupare propriu: faciti finta te gnenzi.»
E llu paṭre cuardianu scìu ba ṭṭroa la signurina. Tuzzàu, ṭrasìu e sse ccumatàu inṭra ‘lla càmbera. E ccunta te cquai e ccunta te ddhai, alla fine lu paṭre cuardianu (ca nu’ resistìa cchiùi mo’), a llu cchiù bellu, cce fice? Na! se ‘zzàu la tonaca e nne mmušciàu ‘lla signurina tutti li quarnamienti. Acquai te voju… Ca la signurina sciu sse caccia la barrucca… Addhai mo’ t’eri ṭṭruare: tiritinghi e tiritanghe, tiritinghi e tiritanghe. E tte lu sṭruncunisciàu bonu bonu te mazzate, sai? Mazzate e mmazzate, fiju miu: ddhu po­veru paṭre cuardianu te lu fice a ṭṭre ore te notte. E cca se mi mise ccritare puru, ca sia ca sta’ ccitìanu lu porcu!
Li mònici sentìanu tuttu, ma addhu nu’ nn’ia tittu lu paṭre cuardianu: cu sse stèscianu ‘llu postu loru.
‘Nsomma, lu maritu te la Maria, dopu ca te ncofinàu bonu bonu lu paṭre cuardianu, lu zziccàu te na ricchia e nne tisse:
«T’hae saputa sapurita la crapa, ah?»
«Ma ci sinti, frate miu, ci sinti?»
«Ci suntu? Suntu quiddhu te la crapa!»
«Uuùh, quiddhu te la crapa! quiddhu te la crapa!»
A llu vutare te la matina, però, lu paṭre cuardianu tardava sse fazza bitìre. Li mònici ‘llora se rratunàra e ddìssera:
«Quarche càulu hae butu rricapitare lu paṭre cuardianu: sciàmu te pressa bitìmu.»
E di fatti lu ṭruàra tuttu sṭruncunisciàtu te mazzate. E nne tìssera:
«Ma se po’ ccapire ci ete ca t’hae rritottu te quista manera?»
«Quiddhu te la craaàpa!» tisse lu paṭre cuardianu cu nna stizza te voce.
Lu paṭre cuardianu mo’ nu’ stia mai bonu, stia sempre curcatu. E lli mònici scìanu sempre ‘n cerca te nu tuttore.
Allora iddhu, lu maritu te la Maria, cce ffice? Se vestìu beddhu beddhu comu nu signuru, se pijàu nu bastone, nu cappieddhu ‘n capu, na beddha borsa te tuttore, e sse mise ppasseggiare nnanti llu cumentu facendu la mmossa cu llu bastone: nu’ ssai comu fannu li signuri? Nu’ ppassàu mutu ca s’acchiàra šcindìre li mònici ‘n fretta ‘n fu­ria. Allora li fermàu e nne tisse:
«Vehi, a ddhu sta’ šciàti? Cce b’hae rricapitatu ca sciati tantu te pressa?»
«Eh,» fìcera li mònici «lu paṭre cuardianu stae mutu fiaccu e sta scia’ cchiamamu lu tuttore.»
«Vehi,» tisse «e peccé: iu cce ssuntu? Nu’ ssuntu tuttore iu?»
«Uh! tuttore nòšciu,» te pressa li mònici «ca ci te mandàu! Sciamu sciamu!» Fuci iddhu! Nchianàu te susu bàscia bìscia lu paṭre cuardianu mo’. E cquai se mise cu llu visita cu tutte le mmosse te lu tuttore, no? Poi aprìu la borsa e ppijàu le liźette.
«Eh,» tisse «quistu hae bisognu te tante meticine. Ma quanti mònici siti?»
«Eh, tuttore, simu undici a ‘stu cumentu.»
«Ma cu ttuttu lu paṭre cuardianu?»
«Sì, cu ttuttu lu paṭre cuardianu.»
Allora pijàu tece liźette e sse mise ssegna meticine.
«Le meticine ca sta be òrdinu,» ne tisse ‘lli mònici «nu’ stanu inṭra llu paese: iti šcire luntanu, cchiù lluntanu te zzimpogna.»
Iddhu, prima sse lluntànanu li mònici, cu llu paṭre cuardianu facìa ca lu vegliava, ca lu ncarizzava. Quandu se reculàu bonu bonu ca li mònici s’ìanu lluntanati, fiju miiìu… se mbicinàu nnanzi ‘llu paṭre cuardianu e nne tisse cittu cittu:
«Ma sai ci suntu iu?»
«Ci sinti, cristianu miu?»
«Suntu quiddhu te la crapa!»
«Uuùh, frate miu, nu’ ssacciu gnenti te la crapa toa,» tisse lu paṭre cuardianu cu ll’anima cchiù ffore ca te inṭra.
«Moi m’ha’ ddire li sordi àddhu stanu, se no te cciu te mazzate!
«Uuùh, frate miu, a ddhai stanu li sordi, vane e ppijatèli.»
Ntorna:«Moi m’hai ddire la tale cosa àddhu stae: ca àggiu šcire mme la piju!» Nsomma lu rrubàu bonu bonu, lu ddefriscàu bonu bonu te mazzate e sse nde scappàu.
Mo’, quandu s’acchiàra ccuijre li mònici, lu paṭre cuardianu lu ṭruara cchiù mmortu ca biu, no?
«Uh! paṭre cuardianu, comu stai, paṭre cuardianu? Ci t’hae ccun­zatu a ttale motu?»
«Ah! fiji mii» tisse.
«Ma ci è statu?»
«Quiddhu te la craaàpa!» suspiràu cu ll’ànima te fore.
«Acquai tocca sse pruvvèta» tìssera li mònici. «Acquai lu paṭre cuardianu nu’ llu putìmu lassare cchiùi te sulu. Puru quandu sciàmu ‘lla cerca ne l’ìmu ppurtare cu nnui.»
E di fatti, quandu a llu crai li mònici se ‘źara cu banu ‘lla cer­ca, cce ffìcera? Se caricàra an coddhu lu paṭre cuardianu, tuttu sṭruncunisciàtu, e ppartìra.
Ma lu maritu te la Maria ncora nu’ ss’ia filu binchiatu te tuttu quiddhu ca n’ia fattu a ‘llu paṭre cuardianu. Iddhu mo’ era unu ca sapìa cu sse cangia e cu sse scangia, e spettava sempre lu bonu mumentu cu nde cumbìna n’addha te le soe. E cusì ffoe.
Di fatti vinne cu ssàccia ca li mònici passàvanu te na carrara fore fore, cu paṭre cuardianu ‘n coddhu, sai? Cce ffice? Se mise n addhu custume, se pittàu tuttu te facce, se fice addhe subracìje e sse vestìu te vecchiu. Ca nu’ sse canuscìa mancu ca era iddhu ‘nsomma, no? Poi se pijàu na zzappa e sse mise zzappare nnanzi ‘llu campu, a ‘ddhune ìanu ppassare li mònici.
Quandu li vitte cu ppaṭre cuardianu an coddhu, ne tisse:
«A ddhu ete ca sta šciàti cu ddhu cristianu an coddhu tuttu sṭruncunisciàtu? nu’ bitìti ca sta be ccitìti te fatìa? Lassatimèlu cquai ci vulìti, ca a iddhu nci pensu iu: ca quandu be ccujti te la cerca, be lu pijati ntorna.»
Furbu iddhu mo’, vestutu te vecchiu cu lla barba, facìa ca zzappa no? Ca quiddhi, cce llu putìanu canušcire a quiddhu motu ca scia?
«Ca quale santu t’hae mandatu, cristianu nòšciu» ne tìssera li mònici. «Ca te lu lassamu cquai e venìmu nne llu pijamu stasera quandu n’acchiàmu tturnare.
Allora, fiju miu, iddhu, quandu s’hanu lluntanati, cce hae fattu? Hae fattu na foggia, hae precàtu sotta terra lu paṭre cuardianu e nn’hae lassatu te fore sulamente menźa ucca, na ricchia e nnu pocu te capiddhi. E llu paṭre cuardianu perdìa te respiru e ffacìa:
«Fiji mii! frati mii! fiji mii!»
E iddhu, lu maritu te la Maria, poi se la squajàu, no? Quandu a llu scurìre li mònici se cchiara tturnare, scira a llu postu a ddhunca ìanu lassatu lu paṭre cuardianu, ma nu’ bitìanu né llu vecchiu e mmancu lu paṭre cuardianu. E dicìane:
«Ma… cce sse l’hae purtatu ‘ccasa?» E giràvanu te cquai e gi­ràvanu te ddhai. E gh’èra scurùtu ormai. Ma tuttu te paru, cerca cerca, nnutàra ‘n terra na cosa ca, ddhai pe’ ddhai, nu’ ssapìanu cce ggh’era.
«Na! acquai fungi hae. Ha’ bèssere na beddha munìtula» tisse nu monicu. E stise la manu cu ttira la munìtula. Ma tira e ttira, ddha munìtula nu’ sse nde venìa. Sicché, chiamàu puru l’addhi mònici cu llu iùtanu. E ttira te cquai e ttira te ddhai, alla fine essìu la capu te lu paṭre cuardianu. Addhai mo’ t’ii ṭṭruàre.
«Paṭre cuardianu, ci è statu? ci è statu?»
«Quiddhu te la craaàpa!»
«Quiddhu te la crapa!» tìssera li mònici cuardànduse unu cu ll’addhu. E sse lu caricàra ntorna an coddhu e tturnara a llu cumentu.
Nsomma, fine te li cunti, lu maritu te la Maria, ogni ttantu se cangiava e sse scangiava, e ddhu pòuru paṭre cuardianu nu’ llu lassava an pace, sai? Quandu se ccorse ca li mònici nu’ nde putìa­nu cchiùi, scìu a llu cumentu e nne tisse a tutti:
«M’iti nducìre tuttu, m’iti ffare paṭrunu te lu cumentu, vui iti scappare te cquai, ci no nu’ be fazzu tteniti bene: rria ca be cciu a ttutti.»
E ffoe te cusì ca rrimanìu paṭrunu te tuttu lu cumentu.
E iddhu e lla Maria vìssera beddhi e ccuntiènti, e nnui nu’ ìppime nienti.
Ci voi tte cuntu n addhu, me tai nu taraddhu.

2 Commenti a Racconti salentini/ Quiddhu te la crapa

  1. Questi racconti hanno proprio tutta la freschezza nostrana. Mi sembra di sentire mia nonna raccontare storie simili dove spesso c’erano conventi e avventure simili:E’ bello che non si perdano e si raccontino negli asili e nelle scuole ai nostri bambini. Noi adulti dovremmo però imparare a saper suscitare la piacevolezza dell’ascolto e “la suspance” nello svolgimento dei fatti . Quando ci riusciamo,rimaniamo incantati dagli occhi sgranati dei piccoli e la gioia compensa del tempo che si è dato.

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