L’Ilva di Taranto, la sfida di un equilibrio fra ambiente e lavoro

Il rione Tamburi a Taranto

di Paolo Rausa

L’esplosione della rabbia operaia all’indomani della sentenza storica con la quale il giudice Patrizia Todisco ha imposto la chiusura del centro siderurgico di Taranto e l’arresto di otto dirigenti dello stabilimento industriale si è imposta all’opinione pubblica e suscita alcune osservazioni apparentemente contrastanti, di solidarietà con i 12.000 lavoratori circa che rischiano il posto di lavoro e di allarme per le condizioni ambientali in cui versa da anni il rione Tamburi, che vive, o meglio che muore, in simbiosi con l’Ilva. La sentenza di sequestro non lascia scampo perché detta i tempi e i modi degli interventi di spegnimento degli altiforni e inoltre mette sotto accusa per disastro e inquinamento ambientale la dirigenza dell’azienda, che “ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza” con la conseguenza che “l’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato ha cagionato e continua a cagionare un grave pericolo per la salute pubblica e un gravissimo danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morti”.

I dati delle due perizie, una chimica e l’altra medico-epidemiologica, predisposte sulla popolazione dei rioni di Tamburi e Borgo, sono allarmanti: 174 morti attributi all’inquinamento ambientale prodotto dai fumi e un aumento impressionante della mortalità e dei ricoveri per malattie cardiache rispetto agli altri quartieri.

Una situazione così grave e non più tollerabile che, a questo punto, secondo il giudice si “impone l’immediata adozione di sequestro preventivo e doverosa tutela di beni di rango costituzionale come la salute e la vita umana, che non ammettono contemperamenti e compromessi di sorta”. Secondo una corretta visione etica dell’attiva produttiva “non si può più consentire al siderurgico tarantino del Gruppo Riva di sottrarsi al dovere di anteporre alla logica del profitto, sino ad oggi così spregiudicatamente e cinicamente seguita, il rispetto della salute e della salubrità dell’ambiente”. A conclusione si ritiene che “tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo, individuate dai periti chimici, potrebbero legittimare l’autorizzazione a una ripresa della operatività dei predetti”.

Quest’ultima considerazione apre alle iniziative, già peraltro avviate negli anni scorsi ma con risultati non così determinanti  di risanamento ambientale alle quali si sono riferiti gli impegni già assunti e con preoccupazione ribaditi, del nuovo Presidente dello stabilimento, l’ex prefetto di Milano Bruno Ferrante, del Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e del Ministro dell’Ambiente Corrado Clini che ha assicurato lo stanziamento immediato, a fronte di un accordo con le istituzioni locali,  di 336,6 milioni.

I lavoratori, allarmati dalle possibili conseguenze occupazionali, hanno subito paralizzato Taranto con cortei spontanei e occupano il Municipio, il simbolo della città.

Di fronte ad un quadro così grave che ne esce dalle perizie la Magistratura non poteva che mettere il sigillo di stop alla produzione. Sgomenta il fatto che la situazione di pericolo per la salute e per l’ambiente debba sempre arrivare a questo punto di disastro – e questo vale anche per la disattesa manutenzione del territorio con le conseguenze degli smottamenti, delle alluvioni, ecc. – perché si debba arrivare ad un provvedimento ultimativo emesso da una Magistratura, chiamata ancora una volta a supplire ruoli di altre Istituzioni. Non si può barattare la salute con il lavoro: ce lo siamo sentito dire tante volte!

E’ possibile conciliare questi aspetti? Esempi positivi di risanamento e di riconversione si sono già avviate in casi di grave inquinamento nel passato, come per l’Acna di Cengio o per la  Valsella, che fabbricava mine anti-uomo. L’altro aspetto non secondario è il rapporto con i nostri competitori nel Sud Est asiatico, ricetto di alcune produzioni  siderurgiche, a quanto pare non così sensibili!

Questa sfida ambientale e tecnologica apre scenari interessanti e inquietanti a livello nazionale ed europeo, che mettono in gioco la sopravvivenza della nostra cultura occidentale prometeica: una sfida che riguarda tutti i soggetti in causa, dalle forze del lavoro e sindacali a quelle industriali e di governo. Dai suoi esiti dipenderanno le sorti del siderurgico di Taranto e della nostra civiltà tecnologica.

Un commento a L’Ilva di Taranto, la sfida di un equilibrio fra ambiente e lavoro

  1. “O la borsa o la vita!” minacciavano i malcapitati di turno i ladri e i ladruncoli di un tempo. Oggi, da certi pulpiti, lo si fa con più diplomazia e, soprattutto, non si minaccia solo il singolo disgraziato, ma un’intera collettività. Le amministrazioni, i governi, i manager di alcune aziende si riuniscono in consolidate bande ‘per bene e perbeniste’ e fanno razzia di dignità, diritti, risorse e vita. Paolo Rausa attira l’attenzione sull’Ilva di Taranto, argomento di discussa e accesa attualità. I 174 morti nel quartiere Tamburi non sono stati certo il risultato dello sprint olimpionico della sorte, ma altresì mali covati a lungo sotto gli occhi e la consapevolezza di tutti, quei ‘tutti’ diretti discendenti delle tre scimmiette che recitano “Non vedo, non sento, non parlo!”
    Scandaloso, tanto scandaloso da scomodare in via definitiva la magistratura che ha pertanto sospeso 12.000 lavoratori dell’Ilva e ordinato la sospensione di 8 suoi dirigenti schiacciandoli sotto accuse pesantissime. Paradosso, la vittima implora di dare la vita e di risparmiare la ‘borsa’ per sostentare i suoi figli, la sua famiglia: meglio un operaio morto che un padre infame, un uomo incapace di evitare ai figli l’emarginazione e gli stenti. Ci sono mutui da pagare, scuole da foraggiare, dignità da difendere, potrebbero mai capirlo quei signori corazzati dentro le loro belle auto blu? Paolo ci invita alla riflessione, all’unione contro la barbarie del profitto contro ogni forma di progresso.
    “Non ho niente da perdere, l’amianto si è preso pure a me, ma io me ne vado da uomo, me ne vado con onore…” (da “Ternitti” di Mario Desiati, Mondadori 2011) così parla un operaio condannato a morte da una fabbrica di eternit, così parlano tutti i lavoratori del mondo schiacciati dalla nostra comoda indifferenza e da tanta lacerante disperazione.
    Ricordiamoci che le risorse e il denaro esistono per tutti e devono essere distribuiti e usati sempre per aiutare a vivere, mai a morire.

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