Elio Ria. Invito alla luna

di Paolo Vincenti

Si sa che la poesia è opera faticosa e complessa, fedelmente al suo etimo greco, poiein:  “fare, costruire”,  e ci vuole lavoro di cesello, lento e a volte infruttuoso esercizio, perché al facitore di versi, all’artigiano della parola,  si schiuda quella aurorale, epifanica luce della athanatos poiesis, dell’arte immortale.  Si sa che  “la poesia è poesia quando porta in sé un segreto”, come disse Giuseppe Ungaretti, parlando del suo amato Mallarmè. Ecco perché  c’è sempre un punto oscuro, un dubbio, nella poesia vera, una frase o un termine che non riusciamo a capire, una interpretazione, rovello di critici ed esegeti, mai univoca, un qualcosa che sfugge insomma, nel senso nascosto di un verso, chiuso come un mistero che non si disvela, sfuggente, impalpabile come un volo d’ali di un angelo nella notte, come una carezza non data, come una storia solo immaginata.  “Il passo della notte” (Lupo editore 2012) è l’ultima raccolta poetica di Elio Ria, attento e attivo operatore culturale, che vive ed opera a Tuglie, dopo “La mia solitudine” (Kimerik Editore) del 2007, “La maledizione del tempo” (Lulu.com, 2008), “Altri versi” (Lupo Editore, 2009) e “Solosette” (Lulu.com) del 2011.

Elio Ria è un uomo modesto e un poeta schivo, appartato. Il campo semantico scelto, come si evince da titolo, l’asse intorno al quale ruota questa sua ultima produzione poetica, è dunque la notte, regno delle forze oscure, dionisiache; la notte, la dea Selene della mitologia greca, che  è un tema certo non originale se si pensa che ha ispirato fior di poeti fin dagli albori del pensiero, fin dalle più remote origini della letteratura mondiale. Ciò non manca di  evidenziare Luigi Scorrano che arricchisce, con la sua preziosa firma in calce alla prefazione del libro, l’opera di Ria. Basti pensare, per rimanere alla letteratura del Novecento,  al Dino Campana dei “Canti Orfici” (“La notte”), alQuasimodo di “ Terra” ( “Notte, serene ombre, culla d’aria,) o di “Ed è subito sera”,  al  Pascoli del “Gelsomino notturno” (“E s’aprono i fiori notturni, nell’ora che penso ai miei cari),  o alla bellissima “Rapsodia su una notte di vento” di T. S. Eliot, o ancora alla notte del Carducci in “A Virgilio” (“Come quando su’ campi arsi la pia Luna imminente il gelo estivo infonde”),ecc. ecc.

Elio Ria, fra le altre cose, tiene una rubrica di approfondimento letterario, “La lente di Elio”, sul proprio sito:www.elioria.com , e cura la trasmissione radiofonica “Tuttolibri” su Radio Studio 104.

Una bellissima copertina, “Dolce e chiara è la notte”, opera di Gabriella Torsello, è il valore aggiunto del libro e fa entrare il lettore nell’atmosfera sospesa, un po’ rarefatta della silloge poetica. Che certo si sorregge da sé, al di là delle presentazioni che l’autore potrà fare, al di là di questa stessa recensione e delle altre che verranno, perché ricca di una fabulazione fatta di vibrazioni liriche che corrono nell’intero corpo del libro, dal primo all’ultimo verso, ad esso dando un respiro interno che va crescendo come cresce quella rivelazione, quella scoperta, quella epifania di luce di cui dicevo sopra.

Si sa che i poeti, come i veggenti e i maghi, hanno il dono di vedere quello che gli altri non vedono, di spingersi fino all’indicibile, per fare poesia delle proprie ansie, dei propri sentimenti, deliri e inappagatezze, entusiasmi e inquietudini, rendendo la propria finitezza d’uomo canto infinito, infinito poema. Così fa Elio Ria, in questo libro più che negli altri, assorto ma pur diviso, nelle sue invocazioni alla luna, fra gioia e dolore, fra dubbio e certezza, fra presenze che si intuiscono e assenze che si impongono, nei voli radenti dei suoi versi, nelle sue rincorse e nei rallentamenti, nella tessitura di una trama poetica che avvince, ammalia, affascina , suggestiona, convince. Si assiste alla frantumazione del tempo e dello spazio, in questo libro di Elio Ria, in cui le coordinate geografiche si annullano e così si cancellano le tre dimensioni temporali del presente, del passato e del futuro, che si intrecciano inestricabilmente fra di loro, si confondono e si mischiano nella rievocazione nostalgica, nella rielaborazione del proprio vissuto, di un intimismo sofferto, maturo, quasi chiuso.

Pur riconoscendo, in filigrana, i tratti archetipici del nostro Salento, i suoi connotati paesaggistici, quello di Ria è piuttosto un paesaggio dell’anima. La sua scrittura lirica  sembra tendere ad una sospensione mitica, attingendo, l’autore,  dal suo immaginale poetico, a figurazioni  fortemente evocative, suggestive, quasi di sogno.  Certo l’iconografia  notturna  viene incontro al poeta e gli presta tutto un armamentario lirico che facilita il compito ma al tempo stesso lo pone al confronto con i giganti della poesia mondiale che con la notte hanno dialogato. Ma non credo che Ria si sia posto a priori questo problema, perché ciò avrebbe significato condizionare  il proprio canzoniere lirico nella paura di perdere, come è inevitabile, il confronto. Abbastanza ricercato il suo lessico, che sorregge quel respiro melico che è proprio di questo florilegio, puntellato da una grammatica dei sentimenti, fra forza e tenerezza, ostinazione e resa, speranza e rassegnazione, in cui Ria spiega la propria vis poetica.

“So poco della notte ma la notte sembra sapere di me”, pare voler dire l’autore, con Alejandra Pizarnik.  Queste poesie brevi (curiosamente, alcune titolate, altre senza titolo) sono tessere di un ideale mosaico che egli va componendo, da quando ha iniziato a scrivere e a pubblicare le proprie raccolte.   Elio Ria, che conosce la calma e la pazienza, non sgomita per entrare in Parnaso;  è consapevole a se stesso di essere solo l’ultimo arrivato nella gran moltitudine dei “poeti della gente”, come li definisce  Luigi Scorrano, per distinguerli dai cosiddetti “poeti laureati”. Elio Ria è cosciente di quanto sia difficile il mestiere delle parole  e non chiede nulla ai propri lettori, non grida le proprie verità a nessuna annoiata platea che ne ha già visti passare, di geni e giganti, per non essere diffidente del gesto plateale,  dell’abbraccio smaccato, della parola suadente.

Ria ha scritto questo libro, e tuttavia, come già diceva in epigrafe al suo “Altriversi”,  sa che è bello ma anche inutile, sa che “non insegna niente e non fa credere in niente. È pioggia che cade e non feconda”,  e lo offre “a chiunque avrà la consapevolezza che nulla potrà ricevere”.  La notte può essere chiara e serena oppure buia e tempestosa ma sempre la notte è seguita dal giorno e in quell’incunearsi della luce aurorale, in quel varco che si crea quando già il primo nitore dell’alba filtra il buio, sembra che Ria cerchi una via d’uscita, come una redenzione, un’assoluzione forse, perché sa che da tutta l’esperienza accumulata, dai libri letti e dagli studi fatti,  non ha tratto alcun giovamento; sa di vacillare ancora fra bene e male, sempre in bilico fra dannazione e salvezza,  brancola ancora nel buio in cerca di qualche risposta che non arriva, e allora, nello smarrimento e nella confusione di tutte le cose, lascia l’alloro, quello che per un breve istante ha coronato le sue tempie anzitempo incanutite, e si stende fra le spine di rose.

Cerca, al limite della notte, quella verità che non si appalesa a chi non la merita e, bruciando nel dubbio, nella disperata insoddisfatta ricerca, muore, per rinascere: ed è questa, la sua “ultima poesia”. Mi piace concludere, citando una delle liriche  più brevi e belle: “ luna, stasera, non abbellirti di collane di stelle/ sii semplice come la prima volta che ti osservai/ bambino sui gradini di solitudine del mio pianto”.

in “Il Paese Nuovo” , 18 luglio 2012

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