Sul nostro modo di vivere la piazza

Nde cchiamu alla chiazza

Tuglie

 

di Elio Ria

 

Nde cchiamu alla chiazza (ci troviamo in piazza): a significare qualcosa d’importante.

Questa frase apparteneva al nostro modo di vivere la piazza. Sono ormai trascorsi tanti anni e la piazza, oggi,  non è più quella di una volta.

Allora  su di essa gravitavano le amicizie, le burla, gli scherzi e la voglia di fare. Sì, voglia incessante di fare, di essere protagonisti nella vita sociale e anche politica del nostro paese, pur fra mille contraddizioni, ostacoli e pregiudizi.

Si discuteva pacatamente e animatamente dappertutto, condensando nei ragionamenti anche parolacce e scherni. Il bar Provenzano era il cuore pulsante della Tuglie perbene (?), come un grande circolo cittadino all’aperto, un palco speciale per oratori, politici che disquisivano sui fatti locali e nazionali, con accenni folcloristici che, in qualche caso, si concludevano con una scazzottata. Ma poi tutto ritornava come prima.

I ricordi sono tanti; ovviamente annotati negli anfratti della mia memoria  e soggetti quindi all’evanescenza di qualche   particolare. Ma non per questo mi voglio sottrarre all’idea di riordinare mnemonicamente qualche episodio inerente la piazza, soltanto per il piacere di ricordare qualcosa di minore che non appartiene alla grandezza della storia ma pur sempre interessante in riferimento alle attività sociali, politiche, di svago e culturale che hanno interessato o reso protagonista  la comunità del nostro paese.

Una domenica mattina uscendo di casa per andare in piazza, rimasi sconcertato nel vedere appesa ad un albero in prossimità dell’abitazione di Mario Giuranno, in via Milano,  una bandiera rossa fatta a brandelli. Avevo 13 anni nell’anno 1972,  ma compresi subito che quella bandiera era stata ridotta in stracci al solo fine di consumare una vendetta. Non era difficile immaginare la parte politica che si era macchiata di tale misfatto, e quando la notizia criminis giunse in piazza e alle orecchie dei vertice del partito locale, successe il finimondo. I compagni comunisti chiedevano giustizia: l’oltraggio era imperdonabile.

Una piccola storia come tante altre che hanno contraddistinto le vicende, le tante vicende del nostro piccolo paese, che sapeva dimostrare nei momenti difficili di possedere cuore e ragionevolezza, passione e irragionevolezza.

Tuglie, un paese come tanti del Sud d’Italia, allora,  simile agli altri in mille cose: il bianco delle case, le strade impolverate, le fontane dell’acquedotto, la gente seduta per strada nelle notti d’estate a consumare il tempo, le botteghe degli artigiani, il carretto che raccoglieva l’immondizia, il vigile urbano che rappresentava un segno di modernità, il palazzo municipale, la scuola in condizioni precarie, la chiesa, la ferrovia, la campagna arida e nodosa, il sacrificio dei contadini, la miseria, il dolore, la farmacia, l’ambulatorio medico.

E le storie s’intrecciavano, componevano un mosaico di altre storie fatte di emigrazione, matrimoni,  rivendicazioni salariali, scontri e incontri non solo politici.

La piazza, il grande contenitore delle illusioni, delle idee, delle amicizie, del rinnovamento politico. C’erano le sedi dei partiti: Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, Movimento Sociale Italiano.

C’erano gli uomini che animavano il dibattito politico, alcuni importanti altri meno, ma un segno, una traccia  di essi e del loro modo di fare, è ancora presente in me.

Vituccio Giorgino con  linguaggio “severo” e autorevole, svelava o meglio narrava in piazza, nelle ore importanti, i grandi misteri della politica italiana. Ed era piacevole ascoltarlo, magari provocandolo ogni tanto con qualche domanda piccante e irrispettosa, così giusto per scherzare e riderci sopra.

Alfonso Mattera, altezzoso, portamento da ministro, disquisiva su tutto e contro tutto. La politica insieme al calcio erano le sue passioni, ma era difficile star dietro ai suoi ragionamenti.

Antonio Giorgino, militante e simpatizzante di ogni schieramento. Indicava e  prevedeva, durante le campagne elettorali, vincitori e vinti in abbuffate di scontri verbali conditi  e infarciti di spezie letterali nostrane.

Uccio Stamerra, maestro elementare, in silenzio e con devozione serviva il partito e il popolo: quaderno e matita sempre in tasca per annotare elettori e voti.

Otello Petruzzi, punta di diamante della DC tugliese, caparbio, infallibile, sindaco per molti anni, politico per sempre, punto di riferimento per alcuni, uomo da buttare dalla torre per altri.

Insomma non si poteva fare a meno della piazza, ogni cosa si decideva in essa: trame, tradimenti, congiure, apparentamenti, affiliazioni… fra la gente e l’indifferenza di molti o di pochi. Nelle afose notti d’estate  un gavettone del solito irriverente disperdevano gli assemblamenti, dando luogo a schiamazzi e scroscianti risate, tanto da infastidire il buon Uccio Erroi, che dal balcone di casa minacciava  gli scostumati.

La domenica la piazza si vestiva di festa: sorridente, forte e melodica in un crescendo di voci e di suoni.

Cici Quarta nelle ore precedenti la celebrazione della messa, distribuiva (vendeva) l’Unità, ed era molto difficile dirgli di no, avendo un modo cortese e al contempo “intimidatorio” nel proporlo.

E, ancora,  come non ricordare, negli anni Settanta, l’inaugurazione della sede del Fronte della Gioventù in piazza Garibaldi,  con la partecipazione di Mario De Cristofaro, sfociata in rissa, tanto che per sedare gli animi dovettero intervenire le forze dell’ordine?

Uomini di Tuglie, che ho avuto la fortuna di conoscere e oggi di raccontarne qualcosa, ovviamente a modo mio, in piena libertà… di memoria.

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