C’è nutu e nnutu

di Armando Polito

(Nerino ha sfruttato l’omofonia presente nel dialetto neretino tra casu=caso e casu=cacio).

Il titolo, tradotto in italiano, suonerebbe c’è nudo e nodo. Da ciò chiunque può arguire che nutu/nudo è figlio del latino nudu(m) e nnutu/nodo del latino nodu(m).

La traduzione italiana dà vita a quel gioco di parola, frequente in enigmistica, basato sul cambio di una vocale. Il gioco nella frase dialettale appare, invece, basato sulla geminazione della consonante iniziale. Si tratta di un fenomeno, questo, molto frequente nel dialetto salentino, talora di matrice puramente espressiva (è proprio il nostro caso), altre volte di natura grammaticale, dovuto, cioè, all’aferesi di una vocale iniziale (‘nnamuràtu<innamorato, ttaccàre<attaccàre, etc. etc.).

Ogni singola voce, poi, replicata volta per volta si presta ad altri giochi di parole:

a) C’è nutu e nnutu (c’è nudo e nudo); c’è in questo nesso la tendenza, in grafia riprodotta, alla pronunzia geminata della n del secondo nutu, cosa abituale dopo la congiunzione e (pasta e ppasuli e non pasta e pasuli).

b) C’è nnutu e nnutu (c’è nodo e nodo).

Ho già avuto occasione di dire che la lingua talora è strana..

La stranezza nella frase di oggi  sta proprio nel fatto che è andato ad accaparrarsi la geminazione espressiva (di cui poteva farne a meno) proprio chi (nnutu=nodo) non ne aveva titolo di fronte a nutu=nudo che avrebbe potuto benissimo giustificarla mettendo in campo la trafila: ignudo>*innudo (assimilazione)>*’nnudo (aferesi)>’nnutu,  in cui l’elemento finale, si badi bene, si sarebbe dovuto scrivere (come infatti ho fatto) col segno dell’aferesi.

E tutto questo indipendentemente da quale sia la reale etimologia di ignudo; l’opinione, peraltro espressa dubitativamente, del De Mauro (gli altri si limitano a parlare di etimologia incerta) è che abbia seguito la seguente trafila: latino medioevale nùdulu(m) diminutivo del classico nudus>gnudo (voce toscana, con metatesi; così è scritto nel suo dizionario ma non capisco dove sta questa metatesi…)>ignudo (con i di appoggio).

Insomma nnutu (nodo) a me sembra simile ad un falso invalido che ha scippato la pensione ad uno vero nutu (nudo), oppure mi ricorda tanto lo spettacolo, cui sovente ho assistito prima di andare in pensione, del collega giovane che, appena arrivato, senza nemmeno presentarsi, chiedeva informazioni sulla concessione del giorno libero e magari chi doveva stilare l’orario gli assegnava proprio il giorno a lui gradito …1

Il titolo, tradotto in italiano, suonerebbe c’è nudo e nodo. Da ciò chiunque può arguire che nutu/nudo è figlio del latino nudu(m) e nnutu/nodo del latino nodu(m).

La traduzione italiana dà vita a quel gioco di parola, frequente in enigmistica, basato sul cambio di una vocale. Il gioco nella frase dialettale appare, invece, basato sulla geminazione della consonante iniziale. Si tratta di un fenomeno, questo, molto frequente nel dialetto salentino, talora di matrice puramente espressiva è proprio il nostro caso), altre volte di natura grammaticale, dovuto, cioè, all’aferesi di una vocale iniziale (‘nnamuràtu<innamorato, ttaccàre<attaccàre, etc. etc.).

Ogni singola voce, poi, replicata volta per volta si presta ad altri giochi di parole:

a) C’è nutu e nnutu (c’è nudo e nudo); c’è in questo nesso la tendenza nella pronunzia geminata del la n del secondo nutu, cosa abituale dopo la congiunzione e (pasta e ppasuli e non pasta e pasuli).

b) C’è nnutu e nnutu (c’è nodo e nodo).

Ho già avuto occasione di dire che la lingua talora è strana.. La stranezza nella frase di oggi  sta proprio nel fatto che è andato ad accaparrarsi la geminazione espressiva (di cui poteva farne a meno) proprio chi (nnutu) non ne aveva titolo di fronte a nutu che avrebbe potuto benissimo giustificarla mettendo in campo la trafila (ignudo>*innudo (assimilazione)>*’nnudo (aferesi)>’nnutu) in cui l’elemento finale, si badi bene, si sarebbe dovuto scrivere col segno dell’aferesi.

E tutto questo indipendentemente da quale sia la reale etimologia di ignudo; l’opinione, peraltro espressa dubitativamente, del De Mauro (gli altri si limitano a parlare di etimologia incerta) è che abbia seguito la seguente trafila: latino medioevale nùdulu(m) diminutivo del classico nudus>gnudo (voce toscana,con metatesi; così è scritto nel suo dizionario ma non capisco dove sta questa metatesi…)>ignudo (con i di appoggio).

Insomma nnutu (nodo) a me sembra simile ad un falso invalido che ha scippato la pensione ad uno vero (nutu/nudo), oppure mi ricorda tanto lo spettacolo, cui sovente ho assistito prima di andare in pensione, del collega giovane che, appena arrivato, senza nemmeno presentarsi, chiedeva informazioni sulla concessione del giorno libero … 1

Sembrebbe confermare questa ipotesi l’anno di nascita (il lettore comprende come questo sia un dato assolutamente provvisorio, ragion per cui all’inizio del periodo ho usato il condizionale) che il De Mauro registra per nodo (1348), ignudo (XIII secolo,  gnudo (prima del 1313), nudo (prima del 1294).

Ho detto all’inizio che la lingua è strana? No, la lingua (e non solo, come in questo caso, il cosiddetto dialetto) è come noi e va studiata sapendo che spesso adotta  metodi che esulano in parte dalla rigidità dei principi razionali e dall’applicazione di regole tratte dal già noto; se non lo facessimo, più di una volta sarebbe impossibile … sciogliere più di un nodo.

_________

1 Non vorrei che il lettore pensasse che io nutra simpatia per Martone e Fornero e, tanto meno, per le loro, come per quelle degli altri, dichiarazioni su diritti e doveri. Debbo, però, precisare che il giorno libero non è mai stato un diritto per i professori, anche se in Italia le consuetudini vantaggiose per una categoria finiscono per diventarlo di fatto. Io, perciò, sarei stato disponibilissimo a rinunziare al mio giorno libero a patto che pure gli altri avessero rinunziato (forse buono, di certo non fesso…) o a concordarlo in presenza di analoga volontà. Non ho mai pensato neppure che il più giovane dovesse sobbarcarsi il lavoro apparentemente più noioso ed idiota (per esempio: quello del segretario verbalizzante), in realtà per me importantissimo,  tant’è che è bastato che nei primi anni il preside di turno leggesse il mio verbale per togliermi l’incarico … il povero disgraziato subentrato, però, doveva sorbirsi la mia dettatura del mio intervento  e nella riunione successiva pure la lettura per la ratifica finale del verbale. Non ho mai pensato neppure che l’anzianità di servizio mi conferisse privilegio di sorta (la gavetta, secondo me, è ben altro!), ma credo di aver avuto il diritto, questa volta sì, di andare in escandescenze, come più di una volta ho fatto,  di fronte alla blanda reazione manifestata dal preside di turno quando il baldo giovane collega si premurava di protestare perché gli era stato concesso  un giorno libero diverso da quello gradito, proprio com’era successo pure a me, ormai non più giovane ma, forse, ancora sufficientemente baldo.

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