Torre Sant’Isidoro e torre Uluzzo sulla costa di Nardò

Le torri di S. Isidoro e Uluzzo come la mitica fenice?

 

di Armando Polito

È intuitivo (ma non mancano testimonianze letterarie e archeologiche) che fin da tempi antichissimi nelle zone costiere ci fosse un sistema di vigilanza per controllare eventuali attacchi provenienti dal mare. Non è difficile, perciò, immaginare che anche le nostre coste, prima della sistematica operazione voluta nel Regno dal governo spagnolo nel corso del XVI° secolo, ne fossero fornite.

Solo in epoca relativamente recente il progresso tecnologico (non disgiunto da appetiti di natura speculativa…) ha realizzato nuove strutture di servizio ex novo e, pensando alle autostrade,  tutto ciò ha comportato l’abbandono dei percorsi viari precedenti.

In passato, invece, quando si era felicemente costretti più ad assecondare la natura che a violentarla, per lo più le vie non erano altro che il rifacimento o l’ammodernamento di antichi percorsi; lo stesso dev’essere successo per il sistema difensivo costiero e non è da escludere che alcune (non tutte) delle nuove torri siano sorte sulle rovine (naturali o indotte) delle antiche, per le quali, evidentemente, felice era stata la scelta del luogo più adatto per le funzioni alle quali dovevano assolvere.

È quanto potrebbe essere successo per le torri di San Isidoro e di Uluzzo nel territorio di Nardò.

S. ISIDORO

La prima attestazione del toponimo risale al 1443 [Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981 pg. 117]: …massariam unam, nominatam Sancti Nicolai Pedi Roghina,   que est  prope  maritimam in Sancto Ysidero… (…una masseria chiamata  San Nicola Pedo Roghina, che si trova vicino al mare in Sant’Isidoro…)] e, più avanti nello stesso documento (pg. 120):…usque ad locum qui vocatur Salparea et vadit per massariam Sancti Ysideri, inclusive, usque ad turrim Sancti Ysideri, que est fundata  et constructa super territorio dicti pheudi, et deinde currit per viam que dicitur Carbasio, usque ad clausorium olivarum Carbasii, inclusive, et massariam Nicolai Cursari, que fuit Iohannis de Thoma de Neritono…(…fino al luogo che si chiama Sarparea e procede attraverso la masseria di Sant’Isidoro, comprendendola, fino alla torre di Sant’Isidoro che è costruita sul territorio di detto feudo1, e  poi  corre attraverso  la  via chiamata Carbasio, fino all’oliveto di Carbasio, comprendendolo, e alla masseria di Nicola Cursaro, che fu di Giovanni Toma di Nardò…).

La seconda attestazione è del 1500 [Centonze-De Lorenzis-Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Congedo editore, Galatina, pg. 206: Item in territorio Neritoni, in loco nominato Sancto Nicola Pedironcha2, chesura una de herbagio cum puteo parietibus clausa, in loco est nominato Sancto Ysidero (Parimenti in territorio di Nardò, in località chiamata San Nicola Pedo Roghina, un luogo recintato a pascolo con pozzo, chiuso da pareti, in località chiamata Sant’Isidoro).

La terza testimonianza è quella lasciataci da Antonio De Ferrariis detto il Galateo, nel suo De situ Iapygiae pubblicato a Basilea nel 15583: Inde divi Isidori Turris Neritonorum emporium… (Successivamente la Torre del divino Isidoro, emporio dei Neritini…).

Sappiamo che la torre attuale è la ricostruzione dalle fondamenta, iniziata intorno al 1622, della vecchia che era entrata in funzione nel 1569; la notizia dell’esistenza di una torre già nel 1443 e la testimonianza del Galateo che ho riportato alla fine (potrebbe per motivi cronologici riferirsi tanto alla torre originaria quanto alla sua prima ricostruzione)  fanno pensare che quella attuale costituisca in realtà almeno una seconda ricostruzione. Da notare che il documento riportato è  lo stesso  in cui si parla in modo che non lascia assolutamente adito a dubbi, circa una possibile confusione con questa torre, di un’altra torre, che io identificherei con quella della quale mi accingo a parlare.

 

ULÚZZU

 

La più antica testimonianza dell’esistenza della torre4 potrebbe essere fornita dallo stesso documento del 1443 già preso in esame (Angela Frascadore, op. cit. pg. 118): …item clausorium unum, nominatum de la Torre, in quo ad  presens  est  quedam turris diruta, iuxta clausorium Nicolai Viglante, viam puplicam et alios confines…(…parimenti una zona recintata detta della Torre, nella quale al presente c’è una certa torre diroccata, confinante con la zona recintata di Nicola Viglante, la via pubblica ed altri confini…) e dopo qualche rigo nello stesso documento (op. cit., stessa pagina): …item clausorium  unum  magnum, nominatum de li Viglanti, ortorum quinquaginta, parum plus vel minus, iuxta clausorium Loysii Viglante, iuxta viam qua itur maritimam et alios confines…(…parimenti una grande zona recintata, chiamata dei Viglanti, più o meno di 50 orti, confinante con la zona recintata di Luigi Viglante, con la via che corre lungo il mare ed altri confini…) e, più avanti, sempre nello stesso documento (op. cit., pg. 120): …item clausorium unum terrarum, situm ut supra, iuxta clausorium nominatum de la Torre et alios confines…(…parimenti una zona recintata di terre, sita come sopra1, confinante con la zona recintata detta della Torre e con altri confini).  

L’attuale torre di Uluzzo, dunque, entrata in funzione nel 1568, potrebbe essere la ricostruzione di una preeesistente già diruta nel 1443.

E non mi meraviglierei più di tanto se nuovi documenti autorizzassero a ipotizzare per le due nostre torri, a ritroso nel tempo (non necessariamente ogni cinquecento anni, come avveniva per la fenice), ascendenze aragonesi, angioine, normanne, bizantine, romane, greche, preistoriche…

Una comunicazione di servizio: un’araba fenice (Uluzzo) probabilmente è condannata a non risorgere più dalle sue ceneri, ma questa è un’altra storia (Pompei insegna)…

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1 Si tratta del feudo di Ignano citato in una parte precedente a quella del documento riportata.

2 Da notare quale deformazione ha assunto il toponimo, in poco più di cinquanta anni,  rispetto al precedente Sancti Nicolai Pedi Roghina.

3 Cito da La Giapigia e vari opuscoli, Lecce, Tipografia Garibaldi, 1867, vol. I, pag. 29.

4 L’attuale struttura risale alla seconda metà del XVI secolo, il nome attuale al 1957; i nomi precedenti erano stati: Del capo delle vedove (1569), Crustimi (1601), Crustamo (1611), Crostomo (1613), Crustano (1648), Cristemo (1657), Crustomo (1777), Cristomo (1800).

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