Li pupiddhi ti Leuca

LETTERATURA GASTRONOMICA

“LI PUPIDDHI” DI LEUCA

Pupiddhi agro-dolce – La scapece – Pupiddhi fritti

di Raffaele Pagano

Nonostante le lodi generose che taluni (uomini e donne) continuano a tributare al pesce surgelato, cioè ai vari prodotti marini della genepesca; benché non manchi la ingorda buona volontà di alcuni pescatori, premurosi di rituffare tale merce nelle acque profumate del mare; sebbene l’abilità dei gastronomi si adoperi in mille modi, nei ristoranti, per gabellare come fresco pesce che di fresco ha solo la parentela col ghiaccio, a me resta inalteratoil gusto dell’autentico pesce fresco, il quale ha un profumo e un sapore che nessun’arte o astuzia riusciranno mai a sostituire.
E notate ch’io non appartengo alla categoria di coloro “quorum Deus venter est”: tutt’altro! Faccio parte della schiera, anche se esigua, di quelli che mangiano per vivere, e che si accontentano anche di un modesto secondo piatto, però saporito, gustoso. Non per nulla ciò che compriamo è frutto del nostro lavoro, sudore della nostra fronte. Eccovi, allora, tre ricette per preparare “li pupiddhi”, termine dialettale del Salento che, se non vado errato, vorrebbe significare “piccoli pesci” (dal latino “pupillus”, diminutivo di “pupulus”).
Essi si pescano di preferenza nel mare Ionio, e particolarmente a Leuca, estremo lembo della penisola Salentina, dal cui Capo, nei giorni di sereno, si possono vedere, sfumati, i monti della Calabria, dell’Albania, l’isola di Corfù, e godere lo spettacolo (a circa 60 m. di altezza) dell’incontro e… dello scontro dell’Adriatico con lo Ionio. E’ per questo, credo, che “li pupiddhi” di Leuca sono i più ricercati: hanno rubato tutti gli aromi a due mari, fondendoli insieme.
Se avete la curiosità di sapere a che ordine di pesci appartengono, vi dirò che sono dell’ordine dei Clupeiformi, uno dei tanti ordini in cui si divide la sottoclasse dei Teleostei, cioè dei pesci con lo scheletro osseo, e che comprendono le forme più semplici e più primitive. Per intenderci meglio, pensate un po’, ma non tanto, alle acciughe o alici, alle sardine, alle “vope” (quelle piccole) che si vendono a Napoli.
“Li pupiddhi” sono pesci duri (differenti, quindi, dalle acciughe), quasi senza squame e lunghi, al massimo, quindici centimetri circa. Gli abitanti di Leuca li acquistano sulla riva, appena i pescatori tirano le reti. E’ bello vedere codesti pesciolini guizzare ancora nella rete e sentirne il profumo speciale, derivante dalle alghe di quel mare e che supera l’amore dei due mari fratelli. Però è più piacevole, per lo stomaco, vederli belli e pronti su una tovaglia profumata di bucato e preparati in questi tre modi.

Immagine tratta da: coquinaria.it

Pupiddhi agro-dolce. Si friggono in abbondante olio d’oliva (ottimo quello pugliese), dopo averli avvoltolati un po’ nella farina, e si cospargono con sale raffinato. Finita l’operazione della frittura, si mette dell’aceto bianco in una casseruola a parte, vi si aggiunge un po’ di zucchero e delle foglioline di menta. In tale preparato si immerge il pesce già fritto e ben scolato e si fa bollire. Indi si tira fuori e si adagia in un piatto, avendo cura di disporlo in bell’ordine; poi si versa sopra l’agro-dolce rimasto, il quale prenderà man mano la sembianza di gelatina. Naturalmente il pesce si serve freddo. Si tratta di una pietanza non molto comune, ma semplice e davvero squisita. Provatela!

Immagine tratta da: www.iltaccoditalia.info › news › società › agosto 2011

La scapece. Siamo sempre con “li pupiddhi. Dopo averli ben fritti e cosparsi di sale, si collocano a strati in un recipiente, preferibilmente di terracotta, come si fa con le acciughe da salare. Ogni strato si cosparge abbondantemente di mollica, mista a zafferano e imbevuta d’aceto bianco. Sull’ultimo strato si mette un po’ di midolla di pane e si adagia un coperchio piuttosto aderente con l’interno del recipiente, con sopra un piccolo peso. Così preparato, il pesce si conserva a lungo ed è ottimo come antipasto. Un tempo, quando nel meridione si facevano delle sfarzose feste religiose, alle quali, spesso, non faceva difetto l’elemento folkloristico, era facile vedere delle tinozze di legno piene di “scapece”, che i vari rivenditori presentavano ai passanti sulle bancherelle, tra luminarie e addobbi capricciosi, e al modulare allettante di cantilene dal sapore orientale.
Altri tempi, naturalmente!

Immagine tratta da: coquinaria.it

Pupiddhi fritti. Se sono freschi di giornata, non li sciupate in olio di semi o roba simile. Procuratevi dell’ottimo olio, possibilmente pugliese, e dopo averli infarinati, immergeteli in esso quando bolle trionfalmente in una capace padella. Quindi cospargeteli di sale raffinato e serviteli caldi, quasi croccanti. Mangiateli così, con pane fresco di grano, e innaffiateli con autentico vino di Puglia, con “mieru” cioè, (dal latino “merum”), che i legittimi figli di Orazio sapevano ben distinguere dal “vinum”. Dovete infatti ricordare, secondo un antico proverbio, che: “il pesce (e specialmente di questo tipo) nasce nell’acqua, muore nell’olio e si seppellisce nel vino”.
Dopo, schiaccerete senza dubbio il più saporito dei sonni e sentirete voglia di fare un viaggio fino a Leuca, dove potrete anche visitare il Santuario di S. Maria de Finibus Terrae e dove incontrerete molti settentrionali che da Milano, ogni anno nell’estate, invadono quello splendido lembo di terra e di mare. Lì potrete comodamente allogarvi nell’albergo “L’Approdo” e nelle pensioni “Minerva” e “Rizieri”. In quest’ultima, che prende il nome da un autentito figlio di Leuca (Rizieri Siciliano), potrete facilmente gustare i più deliziosi “pupiddhi”. Buon viaggio, dunque!

Da “L’APOLLO BONGUSTAIO”, ALMANACCO GASTRONOMICO PER L’ANNO 1970, A CURA DI MARIO DELL’ARCO (Dell’Arco Editore in Roma).

2 Commenti a Li pupiddhi ti Leuca

  1. Dal “Dizionario degli Scrittori Italiani d’Oggi”, Pellegrini Editore, 1969:
    PAGANO RAFFAELE, pubblicista e scrittore; n. a Lizzano (Taranto) il 9-2- 1906; res. a Napoli, via Luigi Caldieri, 34.
    Docente di Filosofia e Storia; Membro dell’Accademia Tiberina di Roma; Psicologo diplomato e Membro Attivo della Gemeins-chaft fur Psychologie della Svizzera.
    OPERE PUBBL.: “Duns scoto e la critica al tomismo”, ed. Pesole, Napoli, 1947; “Pedagogia e didattica”, Istituto Meridionale di Cultura, Napoli, 1959; “Nel ricordo di mamma”, Edizioni Aspetti Letterari, Napoli, 1965; “Il ‘De Perfectione Vitae’ di S. Bonaventura dal punto di vista psico-pedagogico”, Centro di Studi Bonaventuriani, Viterbo, 1966; “Salvatore Pizzi, poliedrica figura del Risorgimento in Terra di Lavoro”, Edizioni Aspetti Letterari, 1966; “L’insegnamento della Filosofia nei Licei”, Istituto Meridionale di Cultura, Napoli, 1967; “Il Problema dei Giovani”, CI.R.U., Roma, 1967; “Bonaventura Tecchi, maestro di Scuola e di Vita”, Laurenziana, Napoli, 1968.
    OPERE DA PUBBL.: “L’etica di Abelardo”; “Un altro romanzo di Bonaventura Tecchi”.
    COLLAB.: “Il Mattino”; “Il Popolo”; “Il Messaggero”; “Corriere del Giorno”; “Il Corriere di Roma”. Riviste: “Idea”; “Aspetti Letterari”; “Rassegna di Cultura e Vita Scolastica”; “Redenzione Umana”; “Palaestra”; “Luce Serafica”; “San Francesco”; “Lazio Ieri e Oggi”.
    CRITICA: Giudizi lusinghieri ed autorevolissimi, tanto nel campo filosofico-pedagogico, quanto in quello letterario e critico-letterario.

  2. Sì, sono andato a scartabellare sui dizionari degli scrittori perché era un nome a me noto Raffaele Pagano, in quanto grosso modo pubblicavamo sulle stesse riviste, ma non ricordo di averlo mai conosciuto personalmente, anche se, a rifletterci, ci siamo dovuti incontrare visto che lui, abitando a Napoli, nel 1967 (mi pare) ha dovuto presenziare a una nostra conferenza-recital (tenuta a Palazzo Maddaloni per conto del M.A.C.I.) se, successivamente, ci ha fatto pervenire un giornale (forse “Il Mattino” o il “Roma”) sul quale aveva pubblicato un suo breve e lusinghiero resoconto sulla serata.
    Aprendo, giorni orsono, “L’Apollo Buongustaio” per trascrivere un mio breve pezzo da proporre su ”Spigolature”, mi sono accorto che sulla pagina accanto, a sigillo del pezzo qui oggi da me proposto, c’era appunto la firma di Raffaele Pagano.
    Non so se perché mi è tanto piaciuto l’articolo, o per quello spirito comunitario che dovrebbe albergare in quanti operano a favore della cultura, o per ricambiare la gratuita gentilezza a suo tempo operata da Raffaele nei confronti miei e della Giulietta, o perché amo tanto Leuca e il suo Santuario, ho voluto partecipare a tutti gli amici di “Spigolature salentine” queste belle ricette gastronomiche riguardanti li pupiddhi.
    Caspita, come passa il tempo. Ne scrivo come si trattasse di ieri, e invece è trascorso quasi mezzo secolo!

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