Leuca luogo dell’anima e del ritorno. Leuca come le colonne d’Ercole

di Antonietta Fulvio

“E tornerà

 il bianco per un attimo a brillare

 della calce, regina arsa e concreta

in questi umili luoghi dove termini, Italia, in poca rissa

 d’acque ai piedi d’un faro.

 È qui che i salentini dopo morti

 fanno ritorno col cappello in

testa”

(Finibusterrae, V. Bodini)

Il luogo dell’anima e del ritorno. Così descriveva Leuca il poeta Vittorio Bodini nella sua “Finibusterrae”. Dal greco leucos, che è bianco ma anche fantasmagorica visione, riprendendo una nota leggenda, secondo la quale se non ci si reca a Leuca da vivi, bisognerà tornarci da morti, prima di salire in cielo. Passaggio verso l’infinito. Una sorta di porta per il Paradiso.

E non può definirsi che paradisiaca la visione dell’alba a Leuca con il sole che si leva dall’Adriatico, così al tramonto quando il disco solare si inabissa lentamente nelle acque dello Jonio.

Qui dove la terrà è sospesa tra il cielo e l’antico Mare nostrum, verso il quale si protende questo lembo d’Italia, il panorama toglie il respiro, azzera il pensiero ed entra per sempre negli occhi…

Leuca è luce, la luce abbagliante che sembra aver ispiratola Metafisica a Giorgio De Chirico, è terra, pietra che corre verso il mare frastagliandosi in mille insenature che da millenni si lasciano scalfire dalle acque facendosi porto per naufraghi e pellegrini.

Ci sono luoghi che entrano dentro. Nell’anima. Che fanno vibrare il cuore come le corde di uno Stradivari e la musica è l’incantevole preludio di un sogno. Un sogno bianco come le scogliere di Leuca, della sua Marina tempestata di grotte misteriose e di atavici approdi.

Qui trovò riparo Enea, scrisse il poeta Virgilio, nel terzo libro dell’Eneide: “Dalla marina d’Oriente un seno/ curvasi in arco, e contro ai massi opposti / delle rupi, le salse onde spumose/ s’infrangono. Celato ad ogni vista/ si spazia il porto interior; di cui/ dall’un fianco e dall’altro un doppio muro/ si protende di scogli, e dentro terra/ scorge il tempio lontano” (vv. 533-536).

Versi nei quali si narra di quando dall’Epiro l’eroe troiano approdò sul promontorio japigio, dove sorgeva il tempio dedicato a Minerva, e il ‘porto interior’, delimitato dalle punte Meliso e Ristola, altri non era ciò che oggi è la marina di Leuca.

Nel mito…  La Leuca delle grotte, ricche di iscrizioni greche e latine, che testimoniano la presenza dell’uomo già in epoca primitiva; tra le più famose impossibile non citare quella “del Diavolo” che ha restituito molti reperti neolitici, “Porcinara”, e ancora la “grotta del Gigante”, “del Drago”, e quella detta “del Bambino” per il ritrovamento, accanto ai tanti reperti archeologici, di un molare infantile, primo reperto tra i fossili neanderthaliani del Salento.

Ma Leuca è soprattutto il lungomare con le sue ville gentilizie che furono l’emblema di una ‘belle epoque’ giunta fin qui. Qui dove, appena un secolo fa, sotto un tetto di stelle si danzava fino a notte fonda o si giocava d’azzardo, lontani dalle bombe della prima guerra mondiale che mietevano altrove morte e distruzione.

In questa terra del mito e del sogno non giungevano i venti di guerra ma spiravano solo le brezze marine che da sempre accarezzano o schiaffeggiano la costa, modellandone i contorni con le acque del mare che scavano in profondità suggestivi anfratti, suggeritori di antiche leggende.

In questo luogo dalle infinite suggestioni, le acque dello Jonio e dell’Adriatico si incontrano a Punta Meliso, dove in virtù delle correnti, quella proveniente dal golfo di Taranto e quella del canale di Otranto, appare una linea longitudinale: la differenza cromatica delle acque ha alimentato da sempre la leggenda del confine tra i due mari nel luogo in cui finisce la terra. Anche se il confine ufficiale è determinato da punta Palascia, secondo le carte nautiche e gli accordi internazionali, complice la fantasia popolare e la suggestione della visione, la Marina di Leuca resta il luogo  magico di ‘Finibusterrae’.

Pellegrini di Puglia

Leuca come le colonne d’Ercole. Romantico varco verso l’infinito. E come i romantici viaggiatori del ‘Gran Tour’, con gli occhi del viandante assetato di bellezza che ci si deve soffermare sugli angoli più intriganti di questa terra.

“Né con occhio distratto né col cuore altrove” suggeriva il celebre storico Cesare Brandi, nelle pagine del  suo “Pellegrino di Puglia”. Le distrazioni qui non sono ammesse. Sfumerebbe l’incanto. D’altronde, “non si vede bene che con il cuore” faceva dire Antoine de Saint Exupery al suo piccolo Principe e questo vale ancor più per Leuca. Non a caso alcuni anni fa nacque l’idea di farne un emblematico Principato. Il principato della bellezza e del lusso sfrenato, con tanto di dinastia, i Barbaccia, e ordine teutonico del regno di Gerusalemme. Leuca come Montecarlo? Perché no! In fondo il mondo si ferma qui da sempre.

Il suo fascino è irresistibile. A cominciare dalle grotte, abitate sin dall’antichità. E la storia interseca il mito come il perpetuo infrangersi delle onde. Confondendo ieri con l’oggi.

Secondo il monaco Cappuccino Tasselli, autore del libro “Antichità di Leuca 1963”: “…fu chi disse essere stata edificata questa città di Leuca dalla Sirena Leucasia, come Napoli dalla compagna Partenope”. Un amaro destino che accomunava Partenope, Leucasia e Lige, le sirene incantatrici sconfitte da Ulisse e che per il poeta Licofronte avrebbero dato origine a tre città.

Qualche anno fa lo scrittore salentino Carlo Stasi ha ripreso e rinnovato la leggenda partendo dalla storia d’amore tra Ristola e Meliso, separati dalla crudele sirena costretta a vivere nelle bianche mura di Leuca.

Ma leggende a parte, le origini messapiche e greche si ritrovano nella stratificazione della città; le sue genti lottarono sul colle Japigio contro le invasioni di turchi e saraceni e, la presenza del Santuario, dedicato alla Madonna di Finibusterrae, rappresenta ancor oggi le radici della Leuca cristiana che la tradizione vuole approdo per San Pietro lungo il tragitto d’Oriente.

Leuca dal fascino irresistibile finita in mille reportage e racconti. “Ci si arriva lentamente, mentre intorno la regione si trasforma, si muove in piccole ondulazione, si ricopre d’ulivi. Santa Maria di Leuca si stende lungo il mare con una fila di villini liberty, lussuosi, rosei e bianchi, incrostati d’ornamenti, circondati da giardinetti: sembrano appena abbandonati.” Così scriveva Pier Paolo Pasolini nel libro, “La lunga strada di sabbia”, resoconto del suo viaggio in Italia con le fotografie di Philippe Séclier.

Il paesaggio, nonostante gli inevitabili cambiamenti, però conserva intatto il suo fascino. Scendendo dal Faro, che dal 1866 proietta lontano la sua luce, le ville di Leuca puntellano la costa come gemme in un monile.

Le ville di Leuca

«Il Signore per dar forma all’anima salentina scelse la pietra. Dalla roccia veniamo e vi ritorniamo» si legge nel romanzo di Luigi Corvaglia “Finibusterre”. E nelle ville di Leuca, nelle pietre delle loro mura, inaccessibili tranne che allo sguardo, c’è la forma e la materia, l’essenza e il genius loci di memorie perdute e inventate. Ostentando antichi fasti, le residenze estive dell’alta borghesia salentina, che annualmente aprono le loro porte grazie a “Ville in festa”, continuano a testimoniare l’architettura eclettica che, sul finire dell’Ottocento, cambiò radicalmente il volto dell’area costiera. Fu l’architetto Giacomo Arditi a costruire nel 1857 la prima casa in Terra Greci e Pezze di Savignano, strappando terreno alle paludi malariche. Autore della notissima “Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto” l’Arditi si può considerare il padre della moderna Leuca, ma a disegnarne il lungomare fu l’ingegnere Achille Rossi, chiamato dai Borbone per costruire il faro. Qui trovò l’amore e qui rimase –  racconta Gaetano Daniele erede della regina tra le ville di Leuca, mostrando la riproduzione dell’antica pianta di quotizzazione dell’area, redatto dallo stesso Rossi con l’architetto Giuseppe Ruggeri: presentato il 9 maggio 1878 la Commissionelo approvò il 21 agosto dello stesso anno; pochi mesi per dare il via alla più straordinaria rivoluzione urbanistica che avrebbe fatto di Leuca la “Portici del Capo”.  

Un trionfo di stili e di stilemi, di soluzioni architettoniche che trovarono una perfetta corrispondenza tra l’ideazione progettuale e l’abilità esecutiva della maestranze artigiane, e quanto mai determinante fu l’opera dei “maestri di muro e degli scalpellini”, tra i quali Vincenzo Torsello, Eliseo Stasi e Michele Rizzo che riuscirono a cesellare la pietra, il tufo o il carparo ma anche il ferro battuto.

Un connubio felice tra idea e realizzazione, dunque, nacque così l’architettura eclettica delle ville gentilizie: dallo stile jonico a quello gotico, francese, toscano, pompeiano, risorgimentale, moresco, arabo e cinese… Belle e imponenti, sotto i raggi infuocati del sole, le ville leucane acquistano un fascino ancor più suggestivo al crepuscolo, quasi divenissero stelle di una misteriosa costellazione. Percorrendo lentamente la riviera, lasciato il faro alle spalle, ci si imbatte in Villa Cezzi e Villa Tamborrino, tra le prime ad essere edificate con stilemi di rinascimentale memoria.

È il varco per una dimensione fiabesca. E passo dopo passo, cresce l’incanto, si fa sogno in quell’angolo d’Oriente che sembra essere stato portato direttamente dal tappeto volante di Aladdin, rapito dal mondo delle “Mille e una notte” per fronteggiare l’azzurro mare di Leuca, dopo aver rubato i riflessi rosa del cielo al tramonto. Delicate campiture rosa e bianche hanno sostituito il rosso e il blu del formulario islamico dopo il restauro del ‘90, tuttavia Villa Daniele conserva il fascino che volle per lei l’ingegnere Achille Rossi, nel 1880, quando immaginò disegnandola il trionfo dello stile moresco. Colonne e archi, di indescrivibile bellezza, si inseguono lungo la facciata interrompendosi al centro in uno dei belvedere più invidiati di Leuca. E se la visione dalla loggia sul mare fa pensare al Paradiso, non è meno emozionante perdere lo sguardo oltre le trifore che racchiudono le grandi finestre delle sale: la vista che incorniciano toglie il respiro, da un lato il faro, dall’altro il molo ultimo approdo verso l’infinito… Il risultato di un perfetto calcolo matematico che niente lasciò al caso, per non parlare degli affreschi del maestro Salvatore De Marzo. Tra palme e piramidi, ed emblematici segni che rievocano la scrittura araba, gli affreschi sembrano non aver risentito degli effetti del tempo, i colori luminosi e a volte cangianti descrivono intriganti angoli esotici che trovano una ideale corrispondenza nel meraviglioso giardino spesso teatro di eclettici eventi culturali. Le sta accanto l’elegante Villa Arditi, disegnata dall’ingegnere Giuseppe Magliola, lineare negli stilemi neoclassici della facciata esterna cui fa da contralto la ricchezza delle composizioni floreali dei pavimenti musivi decorati dal mosaicista Giuseppe Turco.

Si susseguono, assecondando la morfologia della costa, ma nessuna di esse ha l’accesso principale sul mare probabilmente più via del pericolo che di fuga… L’altezza dei cancelli, come quello liberty di Villa Ruggieri, rafforza questa considerazione mentre lo sguardo curioso non può fare a meno di oltrepassarlo.

Ed incuriosisce non poco la pianta ottagonale della villa e il prospetto, scandito da fasce parallele color ruggine e senape, interrotto da lesene joniche. Per incanto ci si ritrova sbalzati improvvisamente nel 1874, come indica la data sul prospetto dove campeggia la Meridiana che dà oggi il nome alla villa disegnata dall’ingegnere Giuseppe Ruggeri per la propria famiglia. Chissà quante storie d’amore saranno nate sulla terrazza del belvedere, a forma di lanterna, o nell’incantevole giardino, tra le pagode che lasciano quasi immaginare un ideale tragitto verso il mare… l’ultima, la si ritrova sugli scogli, ed è tra le tre superstiti “bagnarole” , riparo discreto per nobildonne che potevano bagnarsi lontane dagli occhi e dal sole…

Certo doveva apparire ben diversa la spiaggia e forse anche fare il bagno sembrava più poetico, un intimo incontro con le onde più che tra le onde… ma distoglie questo pensiero la vista delle due Ville Fuortes, la prima in stile jonico mostra i segni dell’abbandono al punto da solleticare la fantasia dei passanti e dei leucani che ne parlano come “la villa dei fantasmi”, il giardino incolto e le ombre lunghe della sera lasciano spazio alla suggestione. In stile pompeiano, l’altra Villa Fuortes è oggi sede della Pro Loco, un ampio colonnato sormontato da capitelli ionici ne scandisce il prospetto. Lineare nei suoi stilemi neoclassici, si lascia ammirare per la sobrietà dello stile e la preziosità dei tappeti musivi. Poco distante sorprende lo stile moresco di “Villa De Francesco-Licci” con le sue decorazioni intagliate nella pietra leccese.

Sembra quasi di essere finiti a Cordoba, osservando la trifora polilobata che ricalca le linee curve del mirhab della moschea…. per non parlare degli interni che rivelano pitture dal raffinato gusto esotico.

Archi, bifore e torri cilindriche per evocare l’imponenza degli antichi castelli… questo vale per Villa Mellacqua, residenza di Filippo che volle incise le proprie iniziali sulla cornice dell’arco a sesto acuto di gusto neogotico come le quattro torri cilindriche con immancabili guglie per elevare ancor più verso l’alto lo sguardo e il pensiero… E merlettature di gusto islamico decorano Villa Pia tufo e pietra leccese a vista mentre intorno incontrastato domina uno splendido giardino. A lato, Villa Episcopo e la sua inconfondibile pagoda con le decorazioni blu azzurro mare esalta invece la maniera cinese. Nella parte più ad est d’Italia, l’Oriente approdò anche grazie a queste meravigliose architetture che ancor oggi continuano ad affascinare. Altre purtroppo sembrano destinate all’oblio, l’incuria dell’uomo più che del tempo offusca la memoria, spesso ignorata da un presente che tende a fagocitare e a cancellare le tracce di un glorioso passato come già accaduto per quelle residenze che, durante la seconda guerra mondiale, furono occupate e distrutte o per quelle che un restauro troppo moderno ha alterato il prospetto originale.

Ormai all’imbrunire, le ombre si allungano sulla classicheggiante Villa Serracca coprono le linee verticali e orizzontali del prospetto di Villa Sangiovanni, e calano un immaginario sipario sul panneggio della tenda turchesca disegnata sul padiglione di villa Ramirez, tanti nomi blasonati per dimore gentilizie che conservano inalterato o quasi il loro fascino e un pizzico di mistero.

Soprattutto quando cala il tramonto su Leuca e gli ultimi raggi del sole accarezzano le facciate, incuneandosi negli intagli della pietra traforata. O se si pensa alle atmosfere luccicanti dei saloni delle feste, alle storie nate danzando sui disegni degli splendidi pavimenti musivi…O ai sospiri e ai sogni, affacciati sui belvedere, rivolti verso il mare. Quel mare che diventa specchio d’argento sotto i raggi della luna che millenaria guarda, forse un po’ sospettosa, la bellezza eterea della magica Leuca.

pubblicato domenica 7 agosto 2011 su “Il Paese Nuovo Quotidiano”. Si ringraziano il direttore del quotidiano e l’autrice per la speciale concessione.

Un commento a Leuca luogo dell’anima e del ritorno. Leuca come le colonne d’Ercole

  1. Due osservazioni:

    1) la voce greca è leucòs; scrivendo leucos sono obbligato a leggere lèucos che in greco esiste ma è il nome di un pesce.

    2) Luigi Tasselli non scrisse “Antichità di Leuca 1963”, che sarebbe stato un titolo contraddittorio, oltre che profetico, visto che egli morì nel 1694, cioè un anno dopo la pubblicazione del suo libro.

    -Mamma mia, dirà qualcuno, tanto rumore per una metatesi (stavo per scrivere inversione) di 69 (stavo per scrivere del 69, poi ho pensato che Rocco Siffredi si sarebbe potuto risentire) e per delle virgolette posticipate!-

    Nella mia vita ho visto e continuo a vedere certamente di peggio, ma non posso non far notare alla gentile autrice ed all’altrettanto gentile lettore che questo pezzo ebbe la luce, pare, il 31 maggio 2010 col titolo “Leuca, le ville, l’eclettismo della bellezza”; basta andare all’indirizzo:

    http://www.arteeluoghi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=28:leuca-le-ville-lecclettismo-della-bellezza&catid=31:grandangolo-a-proposito-di-coordinate-geografiche&Itemid=46

    Il 7 agosto 2011 indicato in calce al post odierno si riferisce, dunque, alla seconda pubblicazione. Sono passati più di due anni dalla prima uscita, siamo alla terza e mi chiedo se in questo lasso di tempo nessun lettore si sia accorto dell’errore invitando l’autrice a rimediare. Ne aveva il dovere morale di fronte agli utenti della rete più ingenui, sprovveduti o semplicemente distratti perché, grazie al copia-incolla praticato senza uno straccio di controllo, “Antichità di Leuca 1963” si legge in:

    http://www.leucaaffitti.com/
    http://www.palicelli.it/salento.html

    E, per la serie “facciamoci conoscere anche dagli stranieri” in:
    http://demo.arte.it/search.php?q=LEUCA&x=11&y=15 Si legge al primo posto: “Capuchin monk Tasselli, author of Antichita’ di Leuca 1963 (Antiquity of Leuca 1963)”.
    http://www.leuca.info/en/santa-maria-di-leuca/its-history-and-legend.asp Gemello del precedente: “The Capuchin monk Tasselli, author of “Antichità di Leuca 1963” (“Antiquity of Leuca 1963”) wrote…”.

    Chiedo all’autrice se non sia il caso di intervenire per evitare che fra qualche mese l’elenco risulti vergognosamente più lungo e che, addirittura, “Antichità di Leuca 1963” sia citato in qualche pubblicazione a stampa uscita con il beneplacito di qualche referee di ultima (ma anche penultima e terzultima…) generazione. Armando Polito

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