“Velina”, ovvero dalle stalle alle stelle e viceversa nell’illusione, in qualche caso, che da una mucca nasca una stella…

di Armando Polito

A scanso di equivoci dico subito che mi son sempre piaciute le donne, continuano a piacermi e che, nonostante la mia età, non ho problemi di reazione (ho sbagliato a scrivere, ma, ormai è fatta…e poi quell’altra parola non è forse, concettualmente, un sinonimo?). Comunque, anche se il primo impatto che fa colpo sull’uomo (e sulla donna, oppure vogliamo ancora credere alle favolette messe in campo da noi uomini e da psicologi che definire maschilisti è eufemistico?) è quello fisico-visivo, è anche vero  che una donna, per quanto bella, almeno ai miei occhi (però mi mancano, per ciascuno,  nove diottrie …), subisce un innalzamento o un calo in progressione geometrica del suo fascino in rapporto a quel che mi dice (certo, se mi dice che sono meglio del miglior sexy symbol del momento ci sarà un rallentamento, garantito ma, purtroppo per lei, momentaneo, del calo … del suo fascino su di me).

Ciò che non tollero è che la massima aspirazione delle ragazze di oggi più o meno carine (per fortuna non di tutte) è quella di diventare una velina. Io glielo sconsiglierei per una semplicissima considerazione di carattere economico legata al calcolo delle probabilità: la concorrenza è così massiccia che, pur immaginando che il rapporto offerta-domanda rimanga immutato per qualche anno (anche in questo campo, per fortuna, la crisi si fa e si farà sempre più sentire…), le opportunità , non dico dell’inizio di una vera e propria carriera (la famosa, santa gavetta…) ma di un successo, per quanto effimero, sono piuttosto limitate.

Non vorrei che il solito lettore malizioso vedesse un’alternativa occupazionale nel mucca del titolo: il passaggio da mucca a vacca è molto breve e tutti sanno che cosa all’istante l’innocente vacca diventa per un semplicissimo scivolamento metaforico (se nelle stalle avessero messo adeguati tappeti tutto questo forse non sarebbe successo…ma ormai, pure questa, è fatta!).

Dopo aver deluso, perciò, qualche probabile aspettativa boccaccesca cercherò di non deludere chi a questo punto ha deciso di continuare a tenermi compagnia.

Ho scritto nel titolo “dalle stelle alle stalle e viceversa” per sottolineare come la voce velina abbia avuto, come tante altre, un destino altalenante. Prima che assumesse il significato attuale, l’unico oggi universalmente conosciuto, era un termine tecnico-specialistico del mondo della produzione libraria in cui indicava un foglio di pergamena ultrasottile.

La storia della parola è esaurientemente riportata al lemma vélin nel Trésor del CNRTL da cui riporto, tradotte e compendiate1, le parti salienti:  circa nel 1245 è attestato un veeslin con la definizione di peau de veau mort-né, plus fine que le parchemin ordinaire (pelle di vitellino nato morto, più sottile della pergamena ordinaria)2; nella seconda metà del XIII secolo la voce ha assunto la forma veelin che diviene velin nel 1360 e vélin nel 1664. Nel 1798 compare il nesso papiervélin (carta velina) e da questo, per ellisse, nel 1811 vélin; nel 1829 vélin, per metonimia, assume il significato di ouvrage ancien, incunable imprimé sur vélin (opera antica, incunabolo impresso su velina); altri nessi: toile véline (tela velina) del 1869 diventato toile vélin nel 1904.

Va chiarita meglio, invece, l’etimologia dallo stesso Trésor riportata:  Dér. de l’a. et m. fr. veel (veau*); suff. -in* [derivato dall’antico e medio francese veel (veau*); suffisso -in*]. Sarebbe stato più corretto scrivere: derivato dall‘antico e medio francese veel, a sua volta dal latino vitulìnu(m)=di vitello, aggettivo da vìtulus=vitello; si è avuta prima una sincope (vitulinum>*vilìnum, poi un’apocope (vilìnum>vilìn), infine ill passaggio –i->-e-.

Dalla Francia la voce sarebbe entrata in Italia nel XVII secolo assumendo la forma vellino attestata, secondo quanto si legge nel citato sito dell’Accademia della Crusca, in un’opera (non si dice, però, quale) di Luigi Ferdinando Marsili. Velino, invece, compare (qui gli accademici sono precisi) nel milanese Giornale italiano del 5 ottobre 1806; la voce sarà usata pure, questo lo aggiungo io, da Vincenzo Monti [Epistolario, lettere del 3 aprile (foglio grande velino) ,  e 20 aprile (foglio velino) 1809; 23 dicembre 1810, 8 maggio, ? luglio 1816 e 3 settembre 1818  (esemplare velino), 17 maggio 1811 (foglio reale velino); 25 maggio 1811 (folio velino), 30 gennaio 1816 (folio velino)]. Va sottolineato come sempre in una sua lettera dell’11 aprile 1810 compaia velina in forma sostantivata (alcuni esemplari in pergamena, altri in velina e quattromila in altra bella carta), anche se l’ellisse di carta può essere stata indotta dalla sua presenza più avanti.

Leopardi fa un uso sostantivato di velino una sola volta [Epistolario, lettera del 13 marzo 1820 (velino sopraffino)], per il resto predilige l’aggettivo femminile in nesso con carta [lettere del 19 ottobre 1818, 30 novembre 1818, 9 dicembre 1818, 14 dicembre 1818, 13 gennaio 1819, 12 febbraio 1819, 22 marzo, 17 maggio, 1 e 9 giugno, 17 luglio 1820, 8 marzo 1821, 5 dicembre 1823 e 5 maggio 1824 (carta velina); del 18 maggio 1819 (carta velina reale); del 10 e 19 febbraio 1820 (carta velina soprafina) e del 19 maggio 1824 (carta fina velina)].

Nel Foscolo, accanto alla forma aggettivale velina [Epistolario, lettere del 19 novembre 1806, 2 aprile 1808, 9 e 19 marzo 1809 (carta velina)], s’incontrano, come già nell’ultimo dato relativo al Monti,  forme che possono essere considerate sostantivate ma anche ellittiche di carta che puntualmente compare prima (lettera del 4 marzo 1808: Bada che tirandosi alcuni esemplari dell’edizione in carta  velina, simili alla carta in cui ti scrivo questa lettera, e’ bisogna pare che il rame per quelle copie sia stampato in velina) o dopo (lettera del  ? marzo 1809: ecco una bella copia in velina, e due in carta finissima cilindrata).

Nell’Epistolario del Manzoni (lettere del 31 dicembre 1829 e del 17 marzo 1830) compare carta velina.

Che di questa carta ci fossero innumerevoli tipi lo dimostra questo elenco che ho ricavato dal  Catalogo dei libri che si trovano vendibili presso Giuseppe Molini e Comp., All’insegna di Dante, Firenze, 1820: pag. 88 carta velina reale e carta real velina; pag. 89 carta velina di Francia; pag. 101 carta velina inglese da disegno, carta velina d’Annonay, carta velina pressata ; pag. 114 carta grande velina sopraffine; pag. 117 carta grande velina; pag. 142 carta velina d’Inghilterra; pag. 162 carta velina di forma sopra-imperiale; pag. 176 carta grande velina; pag. 180 carta stragrande velina arcimperiale.

Si intuisce, poi, che ad ogni tipo di carta velina doveva corrispondere un minore o maggior pregio, come dimostra quanto si legge in Alfonso Muzzarelli, Il buon uso della logica in materia di religione, Silvestri, Milano, 1840, dove in appendice l’editore pubblicizza altri testi con descrizione del supporto e prezzo: dodici volumi in 16° grande, carta velina sopraffina levigata, 52 lire; un’altra edizione: in carta sopraffina lire 25, 22; in carta velina lire 40.

Bisogna attendere (dopo le ricordate, ambigue  attestazioni del Monti e del Foscolo) il periodo fascista perché velina sia usato in forma sostantivata ad indicare il foglio di carta con cui il ministero della cultura popolare (il Minculpop, e poi ci mettiamo a ridere per qualche acrostico curioso dei nostri tempi…) inviava ai giornali per comunicare su quali argomenti bisognava parlare e su quali tacere, insomma uno strumento di censura.

Poi venne Striscia la notizia e velina fu chiamata ognuna delle due vallette che inizialmente su pattini a rotelle recavano ai conduttori messaggi scritti su fogli di carta. Probabilmente l’equazione fascista velina>censura continua in forma edulcorata e, direi, subliminale per il doppio potere distraente: della notizia che serve a far dimenticare problemi ben più gravi di quelli denunziati (anche se, debbo riconoscere, negli ultimi tempi le inchieste-denunzia hanno conferito alla tramissione l’aureola di tv di servizio) e delle ragazze che, non indossando scafandri, suscitano ancora, nonostante i tempi, un certo interesse nel sesso opposto. E a proposito dei mancati scafandri ora è chiaro perché la velina, nonostante il suo abbigliamento succinto e  i suoi stacchetti (secondo me stanno diventando sempre più grotteschi ed hanno il fascino, volevo dire sex appeal… , di una macchina da rottamare) non ha nulla a che fare, etimologicamente parlando,  col velo e nemmeno con la danza dei sette veli.

Protagonista, come abbiamo visto, del post di oggi è la mucca che di solito vive in una stalla e partorisce il vitellino dalla cui pelle è nata la carta velina (dalla mucca e dalle stalle, alle stelle, cioè al libro, alla cultura), poi la velina della censura fascista e la velina attuale (in un certo senso ritorno alle stalle e, in qualche caso, alla mucca nel significato metaforico che ho ricordato all’inizio e per il quale chiedo scusa alla vacca reale; reale da intendersi come sinonimo di in senso letterale e non del re … di turno). Ma gran parte di tutto questo Pippo, volevo dire la nostra pimpante (o pippante?…) ragazza, non lo sa.

Mi chiedo a cosa si arriverà con velina nel 2050. Non mi aspetto una sua difesa d’ufficio da parte del Greggio, perché attualmente la sua quotazione è, stranamente, stazionaria e probabilmente è impegnato in qualche battibecco con le Sette sorelle…

Ci ho messo molto del mio ma credo che Minosse abbia fatto sentire in anteprima su di me i suoi calorifici effetti. Vado a chiudermi nel congelatore, ma non esultate: con una modifica che ho apportato si può aprire anche dall’interno…

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1 Chi voglia può leggere il testo originale all’indirizzo http://www.cnrtl.fr/etymologie/v%C3%A9lin

2 Va perciò retrodatato di quasi due secoli il 1415 che si legge sul sito dell’Accademia della Crusca (http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=5278&ctg_id=93), data, peraltro, tratta, come si dichiara, da altri testi.

2 Commenti a “Velina”, ovvero dalle stalle alle stelle e viceversa nell’illusione, in qualche caso, che da una mucca nasca una stella…

  1. Caro Armando,
    noi piemontesi non abbiamo “le veline”, ma, in compenso “le vallette”. Mi spiego. Il “vailèt” è il vitello e al femminile “vailëtta” la vitella (la ë è una semimuta) ci porta esattamente alla “valletta”. Perciò, sia la tua velina che la nostra valletta hanno medesime origini, poverette…Inoltre “vailèt” significa anche “villanzone” e di conseguenza il femminile….Infine, esisteva anche il “vailèt dla Comun-a” il “valleto comunale” che era il factotum per tutte le minime incombenze.
    Complimenti per le tue analisi sempre puntuali e molto spiritose.
    Sergio, il tuo corrispondente piemontese

  2. Solo che, tra “vailëtta” (dialetto piemontese)=vitella e “valletta” (italiano)=assistente televisiva rigorosamente sexy, da un punto di vista etimologico corre una differenza abissale. La prima voce, infatti, è dal latino vìtula(m)=vitella, la seconda è derivata da valletto che ha un’origine più recente: dal provenzale vallet, a sua volta dal francese antico valet che è da un latino *vassallittus, a sua volta dal latino medioevale vassallus e questo, comincia a mancarmi il fiato…, da vassus=servo, di origine celtica. Un ultimo sforzo per dire che secondo me nemmeno vailèt=villanzone ha qualcosa a che fare col vitello, ma lo connetterei, piuttosto, col latino villàticum=di campagna, da villa=casa di campagna. Un caro saluto.

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