L’amore dormiente, una tela nel Museo Archeologico di Taranto

Un’ ipotesi attributiva per “L’amore dormiente”

di Nicola Fasano

 

Il dipinto, oggetto del mio articolo, fa parte della collezione che il vescovo di Nardò, monsignor Ricciardi, donò al Museo Archeologico di Taranto[1] tramite un testamento olografo depositato nel 1907[2].

Il documento recita: “Tutti i quadri di qualche merito artistico sia esistenti nel Palazzo di Taranto, che all’Episcopio (di Nardò), voglio che siano depositati nel Museo pubblico di Taranto”.

Le tele in questione sono per la maggior parte opere di scuola napoletana del XVII e XVIII secolo, tra le quali trova spazio il nostro dipinto, raffigurante  “L’amore dormiente”.

L’opera in questione è una teletta (57 x 39) che tradizionalmente viene attribuita alla scuola Andrea Vaccaro; essa trova spazio in un saggio del  Galante[3] che, senza il conforto della fotografia, cita

La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Taranto

di Daniela Lucaselli

Nell’agro tarantino una delle  cappelle più antiche e famose è quella dedicata alla Vergine di Costantinopoli. Situata nei pressi del cavalcavia ferroviario, lungo la via che porta a Massafra, venne edificata nel 1568 dal sacerdote don Giambattista Algerisi di Taranto e consacrata il 2 aprile del 1570  da Monsignor Bartolomeo IV Sirigo, vescovo di Castellaneta.

Al suo interno il pavimento è lastricato con marmo misto a pietra e copre tre sepolture. L’altare,  anch’esso di marmo, è corredato di candelabri di bronzo; vi è anche un altro altare di pietra dietro il quale è posta una tela che raffigura i Santi Cataldo, Simeone, Leonardo. Sono presenti due fonti di marmo  per l’acqua benedetta.

“Un documento dell’Archivio Arcivescovile di Taranto del 1577 attesta che la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli possiede assieme ad altri beni tre tomoli di terra coltivati a frutteto, seminativo, ecc. con fontana a stalla accanto alla stessa chiesa, in un luogo detto Fontana Vecchia”. Nel 1582 nella chiesa si insediò la confraternita di Santa Maria di Costantinopoli, in quanto nella stessa vi era un antico dipinto raffigurante l’immagine della Vergine, di inestimabile valore, giunto, secondo la tradizione, da Costantinopoli.

Nel 1867 la vita della cappella venne segnata da  un nefasto destino. Iniziarono i lavori per la costruzione di un tronco ferroviario e  la Direzione Compartimentale di Bari avanzò trattative col patrono della chiesa, il barone Giuseppe RIZZI ULMO, per la cessione della stessa e del terreno circostante, dietro rimborso di una somma equivalente al valore materiale dell’immobile, da investirsi per la riedificazione del Santuario su terreno libero di proprietà delle Ferrovie dello Stato. Nel frattempo, il 2 agosto 1897, venne nominato rettore della chiesetta, don Francesco DE VINCENTIIS che diede vita ad intense opere di  restauro.  Ma il corso degli eventi fu inarrestabile. Quando scoppiò la prima guerra mondiale la chiesa fu requisita per esigenze militari e  quel momento fu l’inizio di una visibile decadenza. Venne anche adibita a deposito di generi alimentari.

Il 20 luglio 1924 Monsignor Giuseppe BLANDAMURA visitò la chiesa e, animato da uno spirito di tutela e di rinnovamento, con il consenso dell’arcivescovo Orazio MAZZELLA, approntò una lista dei cimeli superstiti esistenti nella cappella che sarebbe stato opportuno e doveroso salvare. In particolare, l’altare marmoreo, la scultura rappresentante la Vergine col Putto, un’iscrizione lapidaria ed infine un cippo funerario con dedica.

Nel 1926 la vecchia chiesa fu abbattuta ed immediatamente ricostruita in parte con lo stesso materiale proveniente dalla demolizione.

Oggi  è lì, ristrutturata dai portuali,   con il suo vetusto aspetto, protetta da una ringhiera e da un cancello di ferro.
Al suo interno  non resta quasi nulla di quanto descritto. Superstite della distruzione è solo un’ opera in pietra databile intorno al Cinquecento, opportunamente restaurata, che raffigura la Madonna col Bambino   che però è stata collocata all’inizio della navata destra della Cattedrale.

Bibliografia:

Associazione Internazionale di studi e ricerche sulla cultura popolare religiosa, Il Tradizionalista, Blog culturale, 30 ottobre 2008;
G. BLANDAMURA: Santa Maria di Costantinopoli, in Taras 1926;
N. CAPUTO: Destinazione Dio, Taranto 1985;
– N. CIPPONE:  Le fiere, i mercati, la fontana della pubblica piazza di Taranto, Martina Franca, 2000;
– V. DE MARCO:  La Diocesi di Taranto nell’età moderna: 1560-1613, Roma 1988;
M. Mirelli, Service 2003-2004, Lions Club Taranto Host.

L’Ilva di Taranto, la sfida di un equilibrio fra ambiente e lavoro

Il rione Tamburi a Taranto

di Paolo Rausa

L’esplosione della rabbia operaia all’indomani della sentenza storica con la quale il giudice Patrizia Todisco ha imposto la chiusura del centro siderurgico di Taranto e l’arresto di otto dirigenti dello stabilimento industriale si è imposta all’opinione pubblica e suscita alcune osservazioni apparentemente contrastanti, di solidarietà con i 12.000 lavoratori circa che rischiano il posto di lavoro e di allarme per le condizioni ambientali in cui versa da anni il rione Tamburi, che vive, o meglio che muore, in simbiosi con l’Ilva. La sentenza di sequestro non lascia scampo perché detta i tempi e i modi degli interventi di spegnimento degli altiforni e inoltre mette sotto accusa per disastro e inquinamento ambientale la dirigenza dell’azienda, che “ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza” con la conseguenza che “l’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato ha

29 luglio 2012. Il Salento con noi

di Daniela Lucaselli

Un bellissimo evento di grande spessore e valenza culturale si è tenuto ieri sera nella suggestiva atmosfera della villa comunale di Nardò. Siamo stati tutti spettatori di una manifestazione che, a giusta ragione, può essere ascritta come vanto e orgoglio della popolazione neretina e salentina. Nell’incanto di giardini lussureggianti e tra il profumo dolcissimo di zagare carezzevoli, tra gli ultimi bagliori di un tramonto che si mostrava anch’esso spettatore affascinato e tardava così a porgere il suo saluto, il Dott. Marcello Gaballo con trascinante eloquio e accattivante simpatia presentava in veste ufficiale, al pubblico accorso numeroso ed interessato, la Fondazione Terra d’Otranto. Anni di intensa e faticosa preparazione sia nella struttura che nelle finalità perseguite hanno visto il Dott. Gaballo, coadiuvato dal Consiglio di Amministrazione, dare finalmente alla luce un riferimento certo e significativo per la Terra d’Otranto, che intende richiamare a raccolta liberamente tutti i liberi pensieri che desiderino contribuire alla crescita e allo sviluppo del territorio salentino. Si rivolge quindi a studiosi, ricercatori, docenti, studenti, appassionati e a quanti insomma non

La chiesa di san Sebastiano in Francavilla Fontana

di Michele Lenti

 

Chi percorre l’antico borgo di Francavilla Fontana, geloso custode di un ricco patrimonio storico – artistico, che si pone come fedele testimone del florido periodo raggiunto dalla città sotto la signoria degli Imperiali può, ad un primo impatto, non essere particolarmente incuriosito da un edificio di culto come la chiesa di san Sebastiano.

Sobria, anzi sarebbe meglio dire austera nelle sue linee esterne, di certo non suscita quello stupore che invece pervade chi ammira l’imponente facciata della chiesa Matrice, che propone le linee di un barocco, disegnato come un fine merletto, su di una struttura la cui grandezza vuole celebrare la profonda devozione francavillese verso la Madonna. Ma la straordinaria

particolare della facciata (ph M. Lenti)

cupola maiolicata, purtroppo ancora coperta da impalcature, e la grande importanza storica e culturale dell’ex Real Collegio Ferdinandeo[1] lasciano presagire quale significativo luogo fosse. In esso si incrociarono storie di vita religiosa e cittadina, di cultura e di arte, ma anche storie di santità come quelle di san Pompilio Maria Pirrotti e del beato Bartolo Longo.

Purtroppo, ancora oggi, è solo possibile presagire un tale ricco patrimonio

ILVA. Il pane che si guadagna avvelenandosi è a sua volta velenoso

di Pino de Luca

Senza se e senza ma mi sento solidale con Patrizia Todisco, magistrato di Taranto, che ha assunto l’onere di emettere il provvedimento di sequestro dell’Ilva e e mandati di arresto annessi.

Un onere pesantissimo che non può che far onore alla toga che la suddetta indossa.

Di fronte alle decisioni difficili si vede la scorza delle persone e questa era una decisione difficilissima, sottoposta a pressioni tanto possenti quanto contrastanti.

Già il segnale del cambio al vertice dell’Ilva ha qualcosa di inquietante.

Bruno Ferrante, da Lecce, Prefetto di Prima Classe e già Capo di Gabinetto al Ministero dell’Interno  nonché con un breve incarico di Commissario Anticorruzione. Lasciata la carriera politica dopo aver sconfitto Dario Fo e perduto con Letizia Moratti, diventa Manager di IMPREGILO e tramite essa di Fibe Campania, azienda con notevoli successi nel trattamento dei rifiuti …

Ad arricchire il curriculum anche un breve periodo di Vice Capo della Polizia.

Non si capisce bene quindi la scelta della proprietà e il mandato ad un Manager di cotal curriculo nel quale la conoscenza del mercato dell’acciaio, delle materie prime, dei cicli di produzione se esiste è d’una assoluta trasparenza.

Ed ecco quindi la Todisco, che non conosco ma immagino di altezza media e di studi altissimi, che deve decidere sapendo che ha di fronte una pletora di molossi con la bava alla bocca, travestiti da giornalisti, così avvezzi al servilismo che abbaiano al giudice anche quando non gli viene richiesto.

E lo fanno raccontando sciocchezze, distorcendo la verità, utilizzando descrizioni improbabili. Facendo confusione, creando scompiglio e innalzando polveroni. Patriza Todisco non è un Pubblico Ministero, una parte del processo che si farà, ma un Giudice. E questo Giudice previsto dall’ordinamento, emana ordinanze e lo fa in nome del popolo italiano, anche di coloro che vanno reclusi

Un bel giorno d’estate: la sposa di Andrano

di Rocco Boccadamo

Mi sia permesso di partecipare e diffondere una semplice, piacevole e in certo qual modo dolce immagine, giunta, stamani, a riempire i miei occhi e, insieme, a penetrarmi dentro.

Mi trovavo occasionalmente ad Andrano, un paese vicino al mio, per sbrigare alcune commissioni, quando, percorrendo lentamente in scooter una strada di quel centro abitato, la mia attenzione è stata catalizzata da numerosi piccoli gruppi di persone, stazionanti, uno dopo l’altro senza soluzione di continuità, fuori dagli usci o seduti sui gradini dei terranei.

I loro volti sembravano emanare un’insolita aria di tranquillità, di speciale, ma non assillante, attesa, una volta tanto non si scorgevano in giro furgoncini d’ambulanti o propagandisti porta a porta. Si avvertiva solo una sorta di naturale connubio fra tali espressivi frammenti di popolo e il soffio, altrettanto naturale, dell’aria calda dell’attuale periodo.

Bloccato il motorino, ho chiesto ad un gruppetto: ”Cosa c’è, che sta succedendo a spiegare una così insolita partecipazione di gente?”.

La risposta: “Signore, c’è la sposa, che proprio ora s’appresta a lasciar casa sua lì più avanti e a raggiungere a piedi – con familiari, parenti e amici al seguito – la parrocchia. Noi, vicini di casa, sentiamo il bisogno di onorarla e farle festa”.

Una risposta fra visi sorridenti, quasi che chi la porgeva parlasse a nome e per conto della generalità degli astanti.

Appagato, ho rimesso in moto lo scooter e, passando pian piano davanti alla casa della protagonista dell’evento, ho notato l’arco della porta ornato e infiorato e, intorno, tante eleganti e aggraziate toilette; infine, molti uomini recanti in mano gli “antichi” cartocci, riempiti, verosimilmente, con confetti o riso bene auguranti per la novella coppia.

Per coronare degnamente l’incontro a sorpresa, qualche attimo dopo ho voluto immortalare con un’istantanea il corteo nuziale in movimento.

Non c’è che dire, il mondo va stravolgendosi e capovolgendosi fra mille cambiamenti, eppure determinati “spettacoli”, tradizionali e genuini, a mio parere, non diverranno mai demodé.

Santi, culti e società

Parte di una cappella in miniatura (pietra leccese e cartapesta) realizzata nel vano di una porta nella seconda setà dell’Ottocento. L’opera artigianale ha oggi motivazioni storiche perché riproduce, fra l’altro, il distrutto antico altare maggiore della Basilica Sancta aria ad Nives di Copertino. ph Nino Pensabene

Santi, culti e società

nel volume di Giulietta Livraghi Verdesca Zain
“Tre santi e una campagna”

Ricerca antropologica, recupero della tradizione, storia, mito, leggenda e aneddotica in un libro di piacevolissima lettura

di Selene Ballerini

Li carmàti ti Santu Pàulu (Gli incantati di san Paolo), Li mànure ti Santu Itu (Le mani di san Vito), Li fronne ti Santu Cristòfuru (Le fronde di san Cristoforo): nei titoli delle parti di cui è costituita l’opera – corrispondenti anche a titoli onorifici connessi al culto di questi santi ed espressi in dialetto salentino, forma linguistica che serpeggia per tutto il libro, vivacizzandolo e dandogli un sapore di verità – sono sintetizzati i tre nuclei fondamentali intorno ai quali si sviluppa l’ampia ricerca antropologica.

L’ambiente di cui Giulietta Livraghi Verdesca Zain offre uno spaccato pregnante e realistico è il mondo contadino, povero, arretrato del Salento tardo-ottocentesco, mentre i tre santi protagonisti, popolarmente vissuti con un approccio a metà fra la devozione cristiana e la pagana magia, sono quelli la cui influenza veniva accorpata dalla tradizione salentina in un’unica cultualità: la scola ti li ttre pputiénti (La scuola dei tre potenti), i cui “ministri” popolari venivano eletti fra coloro che – magari poveri, magari analfabeti – dimostravano fin dall’infanzia di averne i carismi richiesti.

Acutamente la studiosa puntualizza come la definizione di “scuola”, in cui veniva evidenziata una gerarchia di tipo sciamanico con tanto di passaggio dei “poteri” da maestro a discepolo, acquisisse risonanze eclatanti e di forte gratificazione in un ambiente sociale così “mortificato dall’analfabetismo e offeso da un continuo rinfaccio di ignoranza” (p.23). Lo “spazio alternativo” che il popolo veniva in questo modo a ritagliarsi, commenta l’autrice, “non consentiva soltanto un perdurare in ritualismi a contaminazione arcaica, non concedeva semplicemente libertà di abbinamenti fra magico e religioso, ma

Questa sera la Fondazione Terra d’Otranto si presenterà al pubblico

Oggi 29 luglio 2012, alle ore 20.30, a Nardò, nella Villa comunale adiacente al Palazzo di Città, la Fondazione Terra d’Otranto si presenterà al pubblico.

 

Dopo il saluto del Sindaco della Città di Nardò, che ha patrocinato l’evento, saranno illustrate le iniziative che la Fondazione ha finora intrapreso e quelle che intende perseguire.

L’incontro proseguirà con l’intervento della dott.ssa Ilaria Oliva, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, che si soffermerà sull’importanza delle fondazioni e sulle ricadute economiche, sociali e culturali sul territorio; il dott. Pier Paolo Tarsi illustrerà i contenuti e le finalità del primo numero della Rivista della Fondazione, “Il delfino e la mezzaluna”; lo scrittore e saggista dott. Antonio Errico tratterà della prima monografia della Fondazione, “Salvatore Napoli Leone (1905-1980). Genio in Terra d’Otranto”, di Gianni Ferraris. 

Modera il prof. Salvatore Colazzo (Ordinario dell’Università del Salento).

 

Nel corso della serata sarà data la possibilità, a quanti lo desiderassero, di aderire alla Fondazione. Tutti gli iscritti avranno diritto a una copia omaggio della rivista, al primo numero della collana “Itineraria”, diretta dal dott. Paolo Giuri, e al volume su Salvatore Napoli Leone.

 

E’ particolarmente gradita la Sua presenza.

Il Presidente

Marcello Gaballo

Libri/ Genio in Terra d’Otranto. Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

Personaggio finora poco noto nel panorama salentino, Salvatore Napoli Leone di Nardò fu un personaggio eclettico e fortemente operoso nel corso del Novecento, che si interessò di non pochi aspetti economico-strutturali legati allo sviluppo produttivo di Nardò e della Provincia di Lecce.

Numerose le imprese avviate da Salvatore (Totò per gli amici) nel settore manifatturiero, commerciale e pubblicitario; quest’ultimo, peraltro, in tempi assolutamente pioneristici.

Buona parte dell’attività inventiva e industriosa di Napoli Leone è raccolta nelle pagine del presente volume; in esse i lettori troveranno gran parte della storia del Neretino, oltre ad un ampio apparato iconografico che illustra quanto vasto sia stato l’operato di quest’uomo considerato  «un vulcano in continua eruzione: chimico, esperto in cemento armato, industriale in più settori: inchiostri, cosmesi, pasticceria, torrefazione caffè (era suo il più noto Gran Bar Pasticceria di Nardò), coni gelati, editorìa, tipografia, bibite, vini e

“Itineraria”, guide brevi monotematiche dedicate ai principali monumenti del Salento

Un viaggio attraverso le eccellenze artistiche, architettoniche e ambientali del territorio salentino è quello che intende presentare la Fondazione Terra d’Otranto con la pubblicazione della collana “Itineraria”, serie di guide brevi monotematiche dedicate ai principali monumenti del Salento.

Per ogni opuscolo – aggiornato rispetto a contenuti, fonti, bibliografia e iconografia – la collana propone un identico schema: si parte da una breve introduzione storica, volta a contestualizzare l’analisi delle singole opere (delle quali sono sinteticamente delineate le vicende costruttive e artistiche, fino ai più recenti restauri), per poi passare alla visita guidata vera e propria, dove ad essere illustrati sono i singoli elementi costitutivi del monumento, dell’opera o del luogo trattato, quasi fossero tappe virtuali di un itinerario. L’apparato iconografico accompagna costantemente il testo, focalizzando l’attenzione su manufatti, dettagli e decori di particolare pregio, mentre una planimetria dettagliata del monumento consente di seguire agevolmente la guida in loco.

Il primo numero della collana è dedicato alla Cattedrale di Nardò, eccezionale

Un geniale figlio di Terra d’Otranto: Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

di Pier Paolo Tarsi

Il travaglio inquieto che caratterizzò costantemente l’intensa vita di Salvatore Napoli Leone sembra contrassegnare persino il passaggio incidentato del suo ricordo nelle pagine più interessanti della nostra storia recente, meta fino ad oggi impedita e tuttavia spettante di diritto ad una così eccezionale figura.

I tentativi di consegnare alla memoria collettiva quanto qui è finalmente raccolto, narrato e rigorosamente documentato furono in ogni caso vari, al punto che possiamo tracciare una sintetica storia delle tentate biografie del Nostro.

Fu per iniziare egli stesso, negli ultimi anni della sua esistenza, il primo a cimentarsi vanamente con il difficile compito di una simile narrazione; successivamente toccò a Maria Teresa Napoli misurarsi con il tentativo di tramandare la complessa esistenza del padre e provare a illustrarne gli ingegnosi frutti.

Quell’unica figlia del Nostro non riuscì però mai ad andare oltre qualche pagina: non le giovarono infatti un profondo affetto filiale e una salda cultura ad arginare il prorompere delle emozioni e l’impeto dei ricordi che sopraggiungevano a fermare la sua penna ogni volta che si accingeva a consegnare la vita operosa ma sfortunata del padre alla scrittura, operazione che avrebbe implicato una distanza emotiva che le era naturalmente negata.

Tenacemente convinta, ad ogni modo, della rilevanza e della necessità di quel compito mai potuto portare a termine, Maria Teresa consegnò alle sue ultime volontà terrene il desiderio postumo della realizzazione, per opera altrui, di un’attenta e documentata biografia del padre. Tale volontà fu dunque raccolta dagli eredi della donna, i quali, nel fermo proposito di onorare il suo

Peperoni ripieni

di Pino de Luca

Tutto comincia con una breve vacanza, può capitare a chiunque che decida di star fuori un giorno, poi gli piace e allunga. E i giorni diventano 4-5.

I tramezzini della partenza hanno lasciato residui … Il pane a cassetta è rimasto scoperto, i pezzettini di formaggio da tavola lasciati nel frigo senza protezione alcuna, i peperoni appena comprati rimasti nello scomparto delle verdure ….

Al ritorno il pane è diventato duro, i piccoli pezzi di formaggio hanno il bordo tagliente, i peperoni si sono ammosciati.

E la sera del ritorno un caro amico ti ha invitato ad una eccellente grigliata alla quale non puoi sottrarti. Ed eccoci, la mattina dopo con questi resti. Rifiuti? Ma nemmeno per sogno!!! Bastano  latte, uova e un po’ di fantasia.

Ritaglia e grattugia i bordi del pane mentre la mollica è a bagno nel latte. I formaggi grattugiali per bene e le uova sbattile. Strizza la mollica e uniscila alle uova e poi aggiungi anche il/i formaggi(o) grattugiati/o fino ad ottenere un bell’impasto sodo, aromatizza con una grattata di noce moscata e lascia da parte.

Adesso è arte. Un bel pennello e pittura l’interno dei peperoni privati di picciolo, semi e fili con una salsina fatta di OEVO, sale e polvere di peperoncino ben emulsionati.

Deposita sul fondo del peperone una foglia di basilico e qualcuna di prezzemolo e farcisci con l’impasto. Spolvera la parte superiore del peperone con le briciole delle croste e disponi in una teglia su carta da forno. Fai cuocere per una quarantina di minuti a duecento gradi. Servire tiepidi e appoggiati sulla parte gratinata.

In ragione della capsaicina presente nel peperone e, soprattutto, nella salsina con la quale hai spennellato l’interno del peperone va scelto il vino di

Lu cane te Lecce e llu cane te Bari / Racconti salentini

Il racconto è tratto da “Lu Nanni Orcu, papa Cajazzu e altri cunti salentini” di Alfredo Romano. Nardò, Besa, 2008.

di Alfredo Romano

Lu cane te Lecce e llu cane te Bari (In basso la versione in lingua italiana)

Na fiata ‘nu cane te Lecce se ffruntàu cu ‘nnu cane te Bari. Quistu stringìa ‘n’ossu am bucca. Lu cane te Lecce ‘llora tisse a quiddhu te Bari: «Si’ bonu cu ddici Bari?»
«Bàaari, » e a llu cane te Bari ne catìu l’ossu te ucca. Te pressa quiddhu te Lecce se lu nferràu.
Mo’ lu cane te Bari se sentìu pijàre pe’ ffessa. «Mo’ fazzu cu ddica Lecce,» pensàu ṭra de iddhu «e ccusì l’ossu me lu nferru ntorna iu.»
«E ttie si’ bonu cu ddici Lecce?»
«Léeecce!» Ma l’ossu allu cane te Lecce ne rrimase sṭrittu sṭrittu inṭru lli tienti e llu cane te Bari rimase cu ‘nnu parmu te nasu.

Il cane di Lecce e il cane di Bari. Dalle illustrazioni di Maria Berto.

TRADUZIONE IN ITALIANO

Il cane di Lecce e il cane di Bari

Una volta un cane di Lecce si incontrò con un cane di Bari. Questo stringeva un

Il triste destino di un gioco e di un cultivar: la stàccia

di Armando Polito

Che il gioco delle bocce sia antichissimo lo testimoniano alcuni reperti archeologici consistenti in rudimentali sfere di pietra, i cui esemplari più datati risalgono al 7° millennio a. C.

La difficoltà di trovare in natura pietre di forma sufficientemente sferica e l’ingegnosità dei ragazzi di un tempo consentono di avanzare l’ipotesi che il gioco della staccia sia, se non l’antenato di quello delle bocce o dei birilli, almeno un suo adattamento.

Il gioco prendeva il nome dallo strumento principale, la staccia appunto, che era una pietra piatta di cui ogni giocatore disponeva. Una pietra a forma di parallelepipedo detta pisùlu1 venica posta verticalmente a circa 10 m. di distanza: essa fungeva da birillo o, se preferite, da pallino, e sulla sua sommità veniva collocata la posta in gioco, che poteva essere una pila di figurine o di tappi di bibite o di bottoni o, più raramente, per motivi che ormai solo chi ha molti anni può immaginare, di monete.  I giocatori lanciavano a turno la loro staccia con l’intento di colpire il parallelepipedo. Si vinceva la parte della posta crollata che si trovava vicino alla propria staccia ad una distanza che non doveva superare il palmo.

Ma, qual è l’etimologia di stàccia? Lascio parlare il Rohlfs. Al lemma stàccia1 (pag. 693)2 leggo “Cfr. il calabrese stàccia=piccola pietra da  giuoco, dal francese estache=fermaglio?  V. stacca2 , stàcchia.”.

Al lemma stacca2nella stessa pagina: “Identico al provenzale estaca, spagnolo estaca=marca di pagamento, antico italiano stacca=fermaglio, fibbia, d’origine germanica: stakka=stecca; v. tàccia, stàcchia.”.

Al lemma stàcchia: “v. stacca2, stàccia1”.

Al lemma tàccia (pag. 728): “Chiodetto con testa larga, bulletta [cfr. il calabrese taccia id., dallo spagnolo tacha id.].”

Proprio quest’ultimo lemma, secondo me, spiega le perplessità manifestate dallo studioso col punto interrogativo contenuto nel trattamento di staccia1, perplessità giustificata dall’imponente slittamento semantico che gli altri lemmi considerati presentano. Oltretutto, se staccia fosse collegato al francese estache avremmo avuto, secondo me, stàscia come pòscia=tasca da poche (è più naturale che la voce dialettale ricalchi la pronuncia e non la grafia della voce straniera da cui dovesse essere derivata).

E allora? mi sembra di sentirmi chiedere da chi fin qui mi ha seguito. Non è già tanto che io sia riuscito, forse, a comprendere il significato di quel punto interrogativo di un grande studioso e, mi auguro, a comunicare chiaramente la mia deduzione? Non è sufficiente notare, anche per quanto riguarda lo slittamento semantico (da pietra a fermaglio) da me prima definito imponente, che, in fondo, anche una pietra sovrapposta ad un oggetto lo mantiene fermo? Resta l’amaro in bocca, ma se non è riuscito il Rohlfs…

Ma l’amaro in bocca aumenta se penso che l’arancia staccia, così detta per la sua forma schiacciata, è il frutto di un cultivar della Basilicata (tipico di Tursi e di Montalbano ionico) quasi sicuramente introdotto dagli Arabi, che ora, per la dura legge di un mercato idiota e di consumatori altrettanto stupidi, è in via di estinzione, preceduto nella sua scomparsa (a costo di sembrare passatista e nostalgico dubito che pure questo sia stato un vantaggio…) dal gioco a cui, quasi certamente, deve il nome.

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1 Pisùlu era anche la pietra che segnava un confine o fungeva da paracarro. La voce (che sopravvive nel neogreco pezùli=blocco di pietra, è da considerarsi un diminutivo del classico peza=caviglia, piede, estremità, bordo, a sua volta da pus=piede)

2 Staccia2, peraltro considerata dubbia, significa trappola per uccelli.

Ricordi: la muta di Andrano e il venditore di fortuna

di Rocco Boccadamo

In determinati momenti – per mera sorte umana, non personale ma comune – mi capita di sentirmi fiaccato, nel fisico e nella mente, dai continui gemiti, provenienti da ogni dove e a tutte le ore, attinenti alla difficile e triste congiuntura economico – finanziaria.

E, però, resisto, nient’affatto domo, nonostante che i calendari alle mie spalle siano ben più voluminosi del divenire che mi resta da percorrere.

Cosicché, di tanto in tanto, passo d’istinto a puntare lo sguardo verso l’orizzonte, palcoscenico naturale che, crisi o non crisi, rimane comunque dischiuso e disponibile, una meta per esercizi e obiettivi, sul piano della positività, i più svariati, che solo a individuarli ed elaborarli si rivelano salutari. E, sembrerà incredibile, questo moto in avanti parte dal richiamo del passato, da immagini antiche e compiti lontani.

Al riguardo, so bene che, in giro, v’è chi non è indulgente con il mondo dei ricordi. Io, invece, uso, da sempre, praticare un intenso culto della materia: piccoli o importanti, li rievoco continuamente, intessendo finanche dialoghi con loro, per poi, di volta in volta, serbarli preziosamente in una sorta di tabernacolo espressamente riservato.

Con ciò, mi sento, in certo qual modo, titolare di un privilegio e, all’indirizzo degli scettici non praticanti – credo che il pensiero cada proprio a puntino, nel corrente periodo di penuria di risorse – mi limito appena a osservare che i ricordi rappresentano, evidentemente non solo per me, l’unico bene di cui si può venire in possesso e disporre, assolutamente senza alcun costo.

°   °   °

Restando sul tema dei ricordi, in rapporto alla mia classe anagrafica, è fondamentale, indicativo e caro l’intervallo intorno al 1950.

A tal epoca, sono difatti riconducibili i tasselli più saldi, reggenti, cioè, cornici di fatti, volti, voci, suoni e sensazioni che hanno lasciato tracce profonde e incancellabili.

A portata di mano e intorno, si aveva poco o niente, allora, vigevano condizioni esistenziali generalmente spartane e risicate, fra i bisogni avevano voce e contavano esclusivamente quelli essenziali, in seno alle comunità, specie nei piccoli paesi, si vendeva e si comprava ben poco, se non addirittura nulla.

Un ambulante, proveniente da un paese vicino a cavallo di una sgangherata bicicletta, proponeva alla gente di ritirare “capiddri e pezze”, ossia i ciuffetti di lunghi capelli frutto della auto pettinatura delle donne che, con pazienza e costanza, erano custoditi dietro qualche sassolino dei muretti a secco attigui alle abitazioni, oppure stoffette o parti minute e scartate di tessuti o indumenti di lana (prodotti che, attraverso intermediari, erano poi conferiti a fabbricanti di parrucche o ai cenciaioli della zona di Prato), offrendo, in contropartita, qualcosa a scelta fra pettini, pettinini, aghi, spagnolette di cotone, fermacapelli.

Un altro, a cassetta di un calesse, con l’annuncio “Ci tene murga, a canciamu cu lu sapone”, offriva di barattare i fondi inutilizzabili dell’olio di oliva consumato in casa con qualche pezzo di sapone da bucato (vengono a mente due marche, Asborno e Scala, forse nel frattempo cessate).

Nicola, che, di mestiere principale, faceva il venditore di noccioline, anch’egli servendosi di una bicicletta con due grosse gerle appese al manubrio, annunciandosi con la formula “Ove, ci tene l’ove”, acquistava dalle famiglie del paese le uova che avanzavano rispetto al consumo, considerato di lusso, durante i pasti domestici.

Estranea a qualsivoglia approccio o atto commerciale, si materializzava, ogni tanto, in Marittima una figura di donna di mezz’età, vestita alla buona, originaria della vicina località di Andrano, dove occupava una misera stanza, dall’aspetto che, adesso, fa venire in mente S. Teresa di Calcutta.

Ella girava per le vie, sfiorando con discrezione un uscio dopo l’altro, per chiedere l’elemosina, sparute lire o unicamente qualche avanzo di cibi e, per la verità, nessuno, quantunque per suo conto povero, si tirava indietro.

La donna, forestiera, era conosciuta dall’intera cittadinanza non con un nome di battesimo, ma semplicemente come la “muta”, giacché era priva di parola dalla nascita.

Con minore frequenza, ma senza interruzioni, giungeva, infine, al paese, un personaggio, un viandante, speciale e simpatico, per tutti il venditore di fortuna.

La fortuna è aleatoria, va da sé, e, dunque, non si può né comprare né vendere, nemmeno da papa o imperatore che sia. Eppure, c’è stato un tempo felice, diciamo il mio primo tempo marittimese, in cui la fortuna si vendeva per la strada e ognuno aveva agio di acquistarla.

Costava appena cinque lire, era racchiusa nel cassettino di una gabbietta, con dentro un pappagallino verde ammaestrato, portata a tracolla, sulla pancia, da uno stravagante vagabondo.

A contatto del Signore della fortuna, si formava presto il capannello, gente d’ogni età e condizione; per sole cinque lire, il futuro non aveva più misteri e si rivelava miracolosamente scritto su un bigliettino colorato che il pappagallo, diligentemente, sceglieva col becco fra i tanti in bell’ordine, dal cassettino della gabbia.

Ricordi e fortuna: fanno anch’essi parte della vita.

Uno scrittore e la sua storia: Michele Saponaro

di Paolo Vincenti

Con Michele Saponaro cinquant’anni dopo  (Congedo editore), vengono pubblicati gli Atti del Convegno Internazionale di Studi tenutosi a San Cesario di Lecce e Lecce il 25 e 26 marzo 2010, per le cure di Antonio Lucio Giannone. Questo volume costituisce il punto d’arrivo di una intensa attività di ricerche sulla figura e le opere di questo importante letterato figlio della nostra terra salentina, brillantemente condotte da alcuni studiosi pugliesi fra i quali, in primis il professor Giannone, ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce, al quale va ascritto il merito di aver dato l’imprimatur a questo fiorire di studi sulla figura del letterato sancesarino.

Michele Saponaro (San Cesario 1885-Milano 1959), conosciuto anche con lo pseudonimo di  “Libero Ausonio”, autore di numerosi romanzi, raccolte di novelle e biografie di uomini illustri , collaborava come giornalista con le più importanti testate nazionali, quali “Il Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Giornale d’Italia”, ecc. Dopo la sua morte, però, nessuno più si interessò di lui, ad eccezione di Michele Tondo che, nel 1983, curò una ristampa del suo romanzo “Adolescenza” (Congedo Editore) e, a partire dal 2000, del già citato Giannone, con una serie di iniziative e scritti che sarebbe qui troppo lungo riportare. L’ultima pubblicazione degna di nota era stata “Uno scrittore e la sua terra. Omaggio a Michele Saponaro” (Manni Editore), a cura di A.L. Giannone, un agile opuscolo, voluto dal Comune di San Cesario, nel 2008. Già allora,

Appunti e considerazioni sulle torri costiere del territorio brindisino

torre punta penne

di Danny Vitale

Sin da piccolo percorrendo la litoranea in prossimità di Giancola notando una grande costruzione mi son sempre chiesto (come credo abbiano fatto in molti) cosa rappresentasse  e a quale periodo storico appartenesse. Successivamente da adolescente approfittando delle splendide giornate di settembre più volte mi sono seduto ai piedi della costruzione per cercare di capirne il senso ma soprattutto di godere dello splendido panorama che il promontorio su cui essa è posta offre, magari immaginando storici avvenimenti risalenti ai tempi in cui la misteriosa e solitaria costruzione dominava il mare incontrastata. Quanti di voi raggiungendo i piani superiori dell’incustodita costruzione in località punta penne (zona meglio conosciuta come granchio rosso) hanno potuto sperimentare la posizione strategica protesa sul mare? Pochi invece sanno dell’esistenza di un’altra torre resa quasi inaccessibile da sentieri non facilmente identificabili e poco praticabili… torre Mattarelle, per non parlare poi di torre Cavallo (nell’omonima zona) usata come bersaglio di prova per armi da fuoco e quindi andata persa per sempre.

torre mattarelle

Tutte queste costruzioni fungevano da primi baluardi di un sistema difensivo e di avvistamento costiero, fatto erigere nella seconda meta del XVI secolo (1559-1571) dal vicerè Parafan di Ribeira Duca di Acalà, per ordine di Carlo V, per far fronte agli attacchi dei turchi, dei pirati e dei corsari. Queste strutture austere e possenti, testimoni di un clima di paura, avevano anche lo scopo di lanciare un chiaro segnale finalizzato a dissuadere i turchi ormai troppo vicini alle nostre coste. In caso di attacco le segnalazioni venivano fatte con fumo di giorno e fuochi di notte, permettendo così agli abitanti delle masserie, dei castelli e dei borghi di prepararsi a respingere l’incursione.

A presidiare le torri vi era un “capo torriero” e tre guardiani dipendenti che percepivano una retribuzione di 4 il primo e 3 ducati gli altri (come riportato da alcune fonti. La difesa veniva messa in atto grazie alle armi da fuoco in dotazione ovvero: smeriglie (cannoni a palle), archibugi, alabarde. La conferma che in tali torri venissero usate le armi da fuoco (oltre che nelle documenti storici) è confermata dalla forma quadrangolare necessaria per poter posizionare l’artiglieria sui quattro fronti.

Quello che vediamo oggi delle torri è solo una parte. In origine erano più alte ed erano circondate da un cortile chiuso, dal quale poi si accedeva attraverso una porta alle scale che terminavano con una sorta di ponte levatoio (in alcune torri si accedeva attraverso una scala a pioli in legno). Per una maggiore sicurezza fra una torre e l’altra il litorale veniva scandagliato dai cosiddetti “cavallari”, che perlustravano costantemente i lidi. Una volta cessato lo scopo difensivo le torri furono svendute a privati o abbandonate. Il tempo, l’incuria, l’azione erosiva del vento e del mare, l’inciviltà, hanno fatto il resto.

Non molto tempo fa furono iniziati degli interventi di recupero purtroppo interrotti bruscamente da problematiche vicende politiche. Torre Testa (torre delle testa/e di Gallico come viene anche chiamata). Alcuni hanno ritenuto che il nome gallico sia dovuto alla forma di testa di gallo del promontorio su cui è posta, ma in realtà è più probabile che derivi da addico, che nelle lingue nordiche voleva dire bosco, foresta. A differenza di altri torri a mio parere l’importanza di Torre Testa (come quella di Guaceto) era dovuta alla posizione strategica, in quanto era posta alla foce di un fiumiciattolo che rappresentava per i nemici la possibilità di rifornirsi di acqua dolce. Attualmente, dopo secoli di dominio sul mare, la torre è in grave pericolo di crollo. Se non viene effettuato un intervento immediato si rischia che una parte della nostra storia vada per sempre cancellata; inoltre le condizioni in cui essa si trova rappresentano un costante rischio per l’incolumità delle persone. E’ anche necessario un intervento allo scopo di prevenire il degrado paesaggistico del litorale e delle zone circostanti. Infatti è ben noto che oltre ad essere un area protetta di rilievo naturalistico è anche una zona di interesse archeologico. Infatti a poca distanza della torre vi è un sito preistorico (paleolitico superiore) e più avanti ancora ci sono i resti di una fornace romana che produceva anfore che venivano esportate oltremare. Ritengo che sia inutile aggiungere che tali provvedimenti di salvaguardia potrebbero rappresentare un incentivo al turismo nella nostra area. Naturalmente l’intervento non deve limitarsi a Torre Testa ma anche alle restanti torri costiere ed in particolare Torre Mattarelle, ormai ridotta quasi ad un rudere situato fra saline e Cerano (con relativo panorama naturalmente scempiato dalla centrale).

Brindisi (dal Piri Reis)

Delle colombe il non volo

di Wlma Vedruccio

Aveva lavorato di fino lo scalpellino e dalla pietra eran nate due colombe, vicine affiatate confidenti, parlavan fitto fitto tutto il giorno, beccavano frutti di pietra e nella notte intrecciavano il respiro.

Intorno a loro angeli, santi e frutti opulenti, tutti immortalati nella pietra, sempre lì, ad ogni ora di ogni giorno del mondo, presenti.

Le due colombe sognavano il mondo infinito, se lo raffiguravan nei dettagli, progettavan viaggi nei giardini d’Eden di cui doveva esser fatto, giardini in cui maturavan frutti uguali a quelli che eran lì da sempre nella pietra, ne immaginavano l’odore, ne prefiguravan i colori stagione dopo stagione.

Gli angeli lì intorno con la loro immobilità e col silenzio, sembravan confermare i sogni, certo non li  contraddicevano. E i passeri che eran lì e poi non c’erano, come i viaggiatori nelle stazioni, accertavano coi loro racconti la presenza dei giardini nel mondo, la ricchezza e la varietà dei frutti, la loro dolcezza, i loro succhi.

Le due colombe eran certe, un giorno avrebbero volato libere nel cielo, avrebber sorvolato i giardini in cui occhieggiavan frutti maturi fra le fronde, avrebber raggiunto le nuvole in cui si nascondevan gli angioli con le piume di vapore per poi rituffarsi nell’azzurro del cielo verso le acque luminose come specchi.

Avrebber conosciuto i luoghi e le genti, di cui da sempre avevan sentito narrare stando immobili in quell’angolo dell’altare. La magnificenza di Dio si sarebbe rivelata ai loro occhi, alle loro ali, in tutti gli odori, nella varietà dei sapori, nella varietà delle forme.

Forse la pioggia avrebbe sciupato le loro piume ma avrebber poi  potuto farsi asciugare dal sole. Certo la tempesta un po’ le spaventava, le spaventava il diluvio ma avevan sentito dire di un’arca e di colombe che portavano pace da oltre il nulla delle acque.

No, senz’altro il mondo di fuori era fatto di mirabilie più che di pericoli.

Presto avrebbero volato.

Intanto continuavano a beccare i frutti di pietra come sempre, e a sognare fra le foglie scolpite nell’altare.

Più di tutto le rapiva il desiderio del firmamento nelle notti, non l’avevan mai veduto, chiuse fra arcate di pietra, pur preziose, lontane da vetrate un po’ opache, non avevan mai guardato gli occhi della notte, la brezza non le aveva mai sfiorate.

Sì, i passeri che dormivan fra le fessure dei finestroni, avevan detto a volte di mille luci lontane ma non avevano saputo spiegare. E le parole antiche, che risuonavan fra le panche, parlavano di “lumi infiniti”, parlavano di “luce”, parlavano di un “ricamo di luce” che Dio aveva fatto, originariamente.

Le colombe conoscevan ricami di pietra, preziosi, con foglie e piume cesellate ma il ricamo di luce non l’avevan mai veduto e di figurarselo non erano capaci. Ma il desiderio, sì, le aveva prese.

E aspettavano.

Aspettavan che lo scalpellino desse i due tre colpi necessari a staccare dalla pietra le ali perchè fossero libere di volare.

Aspettavan ogni ora del giorno, ogni giorno del mondo e nelle notti il desiderio era sospeso nel buio e al mattino tornava a riempire il loro cuore di pietra ed era tanto che quasi lo polverizzava.

Venne infine lo scalpellino, le colombe eran pronte al volo, non avevano paura, anelavano al cielo.

Non vibrarono i colpi che le avrebber rese libere, l’uomo lavorò di fino per ridare loro purezza nelle forme. per ridare il colore della pietra e riparò ferite e rafforzò il legame con l’altare.

Insieme alle impurità della pietra, insieme alle croste, furono grattati via i sogni delle tenere colombe.

L’incantesimo continuò a tenerle lì, senza volo, per sempre.

Libri/ Delle volte il vento

delle-volte-il-vento

di Stefano Donno

Delle volte il vento fa uno strano giro e genera destini nuovi, in rapido divenire. Un viaggio verso una terra promessa che non c’è. L’approdo su una spiaggia di fuoco che è avamposto di un altro domani e gabbia dorata di un’idealità perduta. La nostalgia del ritorno compressa in mille ricordi sedimentati senza valigia e un Salento sempre sospeso tra un passato e un futuro troppo lenti. In mezzo due donne scandalosamente forti e radicate nel loro vissuto ma esposte a un’incertezza nucleare. Un continuo misurarsi con l’orizzonte di un mare che unisce e divide, esaspera la percezione, adultera i colori. Delle volte il vento. Lume è una fervente comunista e seguace di Hoxha, incarcerata per dieci anni dal suo stesso padre padrone per aver inteso il comunismo come punto di vista critico e mai ortodosso. Questa donna senza più mondo arriva nel Salento, nel vuoto di storia e di prospettive esistenziali e culturali dell’altra protagonista, Carmelina. Arriva con altri albanesi in cerca di povere ricchezze, a caccia di delusioni. Ma lei non è come gli altri: non è più in Albania ma non vuole essere nemmeno in Italia. Non è più all’Est ma neppure all’Ovest, forse solo nel mare, perché nel mare delle volte ci si può illudere di

Gallipoli. La festa di S. Cristina compie 145 anni, ma molti di più la devozione popolare

di Gino Schirosi

Dopo i patroni ufficiali S. Agata e S. Sebastiano, dopo l’acquisito compatrono S. Fausto, Gallipoli gode anche dell’ausilio di S. Cristina, nostra coprotettrice da quasi un secolo e mezzo. La giovane santa nata a Roma nel 270 fu martirizzata ventenne il 24 luglio 290, imperante Diocleziano, ma a lei si riconduce persino il miracolo dell’Ostia sanguinante che nel 1264, con Bolla papale, diede origine sia alla festività del “Corpus Domini” sia all’edificazione del superbo Duomo della vicina Orvieto che tuttora custodisce la prova visiva del lino insanguinato nel misterioso e sovrannaturale episodio di Bolsena (PG).

Accadde cioè che nella cappella dedicata alla martire sull’isola Bisentina, dinanzi alla pesante lastra di pietra (oggi pannello d’altare), con la quale la giovane fu legata e gettata nel lago per risalirne a galla incolume ed essere infine barbaramente uccisa, si verificò il fatto straordinario del “Corpo Mistico” che sanguinò tra le dita tremanti di uno scettico sacerdote boemo.

Santa Cristina di Nicolas Régnier (1590-1667)

Per S. Cristina è nota la devozione del popolo gallipolino. Ne è testimone, nella chiesa di S. Maria della Purità, la leggiadra statua, oggetto di culto e somma venerazione, opera mirabile di “felicissima interpretazione”, commissionata col contributo di devoti. Fu realizzata a grandezza naturale dal cartapestaio leccese Achille De Lucrezi nel biennio 1866-67, peraltro nel rispetto dell’agiografia della giovane martire di Bolsena. La sacra effigie, rispettosa della storica vicenda tratta dal Martirologio Romano di Cesare Baronio (1600), rappresenta la santa legata ad un albero e trafitta dalle frecce, mentre un Angelo le porge la corona di santità e la palma del martirio.

Il bellissimo simulacro, giunto da Lecce la sera del 22 luglio del 1867, fu

Pasquale Quaranta, cantante e attore, in continuità ideale con la cultura popolare tradizionale

Un percorso nella tradizione delle antiche rappresentazioni sceniche italiche non letterarie (i fescennini, la satura, il mimo, il pantomimo e le atellane): il caso del cantante e attore salentino  Pasquale Quaranta.

di Paolo Rausa

Lo spettatore che partecipa alle rappresentazioni di Pasquale Quaranta è immediatamente coinvolto dalle sue canzoni (la voce), dalla musica (il suono) e da tutto il corpo che si lascia andare a movenze particolari, che sembrano dettate dall’improvvisazione ma in realtà affondano nella tradizione delle rappresentazioni teatrali plebee, popolari, non letterarie.

Non solo, i testi fanno riferimento esplicito a situazioni tipiche degli usi e costumi popolari, per es. la frequentazione del mercato, come luogo del commercio minuto di prodotti locali, e della piazza, l’agorà, intesa come luogo pubblico in cui si discute su tutto, dagli avvenimenti locali a quelli nazionali e oltre.

L’economia di sussistenza trova nel mercato del paese (a chiazza) il luogo naturale ove far confluire i prodotti alimentari frutto del proprio lavoro, esporre i manufatti artigianali o altri beni non di lusso che servono per le necessità quotidiane. Dall’incontro delle necessità vitali della popolazione con l’offerta che qui viene esposta e decantata nasce una prima forma di comunicazione elementare: economia e socialità si fondono in questo evento economico, per lo più settimanale, che assume un ruolo significativo per la comunità del paese/villaggio, simile ai mercatini (o suk) organizzati in varie forme in tutto il bacino mediterraneo.

Chi porta ed espone in bancarelle improvvisate il frutto del suo lavoro per venderlo e riuscire a racimolare un po’ di denaro per far fronte alle spese, si improvvisa agente promozionale e richiama l’attenzione con urla, inviti, battute a doppio senso con effetti esilaranti fin a quando regge il fiato in gola. Si decantano le qualità dei prodotti venduti (è forte u citu…),  a cui fanno eco le

Maria

di Wilma Vedruccio

Le ricamatrici , di Joseph Solomon (1860 – 1927)

Maria è la parte del nome che rimane.

Forse Maria Assunta o Maria Concetta, Maria Luce?

Ricamava nei lunghi pomeriggi estivi, sull’uscio della porta di casa.

Lo schienale della sedia rivolto verso la strada, i piedi posati sullo scalino di pietra, lucido e consunto dal calpestio degli anni.

Ciocche di capelli cadevano sulla tela quando lei piegava il collo per controllar da vicino un punto e le facevano da cortina nel riverbero della luce del tramonto; uno sguardo vellutato scivolava allora furtivo, sulla polvere della carreggiata ad inseguire un cigolio di ruote nell’ora del ritorno dalla fatica, cigolio sempre preannunziato da un odor di erbe selvatiche, di fieno.

Quell’ odore le accendeva le voglie, la rendeva un po’ smaniosa in quel suo stare ferma per ore, diventava più piccola dei piccoletti che nella piazzetta vicina giocavano vocianti. Avrebbe volentieri preso due di loro, uno per mano, per correre lungo il sentiero di campagna a inseguire fantasie senza nome, a cogliere more, ad addentare uno o due fichi maturi, a respirare orizzonti lontani… ma non si decideva mai a “spiccare il volo”.

Voleva metter fine a quel ricamo prima della penombra del crepuscolo, prima del ritorno del padre dai campi, così che la sua giornata avesse dato frutto.

Una tovaglia di lino, ricamata a fiori e frutta, con sfumature di colore da pittura, con orli e smerli fini, per banchetti di chissà quali feste o… per la processione del Corpus Domini.

Il ritorno del padre la rendeva più quieta e contenta, le piaceva ascoltare il suo silenzio, il respiro ritmato che piano allontanava la fatica, il sorseggiare lento

“Volti di carta, Storie di donne del Salento che fu”, racconti di Raffaella Verdesca

di Paolo Rausa

Belle queste donne del Sud estremo, il Salento, la “Porta d’Oriente” come lo definisce l’autrice di questa raccolta di racconti che possiamo definire una vera e propria epopea. Coriacee, abituate a combattere sino allo stremo per difendere la propria dignità, violata nel corpo e nello spirito. Decise a riscattare la propria onorabilità sociale e familiare. Raffaella Verdesca ha già pubblicato diversi romanzi e raccolte di racconti. E ci ha già stupito con la sua inventiva narrativa. Ci colpisce ora in questi racconti la sua capacità di immedesimarsi tanto nei personaggi da prestare loro espressioni e modi di dire con l’uso di un linguaggio originale, adattato alla vita e alle vicende eroiche di queste donne che hanno fatto della resistenza civile la loro cifra vitale. L’emozione ci sorprende leggendo i ritratti di Annina, Assunta, Carmela, Rosetta, Mimina, Carmelina, Teresina, Immacolata, Crocefissa, Ippolita, ecc., sui cui volti  è sempre rigata la sofferenza e la preoccupazione del presente. Narrare le loro storie è stato un atto d’amore e di giustizia postuma, resa a sorelle che hanno fatto della loro esistenza un esempio di nobiltà, che non muore con loro. Ecco perché questi ritratti, così magnificamente delineati da Raffaella Verdesca,  li sentiamo così vicini ed esemplari, specie di questi tempi. Appartengono ad un’epoca  che è immediatamente precedente alla mia, quella di mia madre e di mia nonna, che ho conosciuto e ammirato. Sempre vissute del poco, rese vedove e orfane anzitempo dalle guerre e dalle malattie, queste

Nardò. Quel faraonico piano Càfari

di Gianni Ferraris

Cerchiamo di comprendere qualcosa in più sul faraonico piano Cafari. Si tratta della costruzione di un mega villaggio turistico in località “Cafari” ed adiacente al villaggio turistico “Torre Inserraglio”.

A chiederne autorizzazione sono due società con sede in Napoli.

Dei complessivi 608.719 metri quadri della lottizzazione dei comparti 78 e 79 (come definiti dal PRG di Nardò nella località denominata Cafari) le due società possiedono rispettivamente il 33.9% e il 23.9% che, come si evince, corrispondono al 57,8% del totale, il rimanente 42.2% è parcellizzato fra una miriade di piccoli proprietari. Cosa prevede il piano di cementificazione di un’area salentina adiacente a Porto Selvaggio che riporta alla mente Renata Fonte?

A casa di Girolamo Comi

Girolamo Comi e Tina nel suo studio

di Maria Grazia Presicce

Eccomi di nuovo qui, a Lucugnano, nella Casa di Girolamo Comi. Ho risalito le scale in silenzio nella quiete che avvolgeva ogni cosa. Pareva davvero che tutto dormisse d’ un sonno profondo, troppo profondo: unica nota di vitalità e colore le piante che adornano la balaustra. Nell’ingresso ho ritrovato il padrone di casa. Girolamo era lì, m’aspettava ancora una volta. Quando entro nella sua dimora un brivido dolce m’attraversa e un nuovo mondo mi si svela. E’ come se avessi un muto appuntamento con quel magico luogo dove tutto continua ancora a parlare di lui. Cammino quasi in punta di piedi per non disturbare quella tranquillità che m’affascina. Mi soffermo a sfogliare un suo libro e l’immagine di Girolamo, riflessivo e accorto, che compie lo stesso mio gesto mi sovviene inattesa. Eccolo trattenersi su un passo, pronto a fissare un concetto per poi dare vita ad altre parole, ad altri pensieri, ad altri stupori.

Chissà quante volte nel cuore della notte ha indugiato su quei fogli ora serrati, lasciati nell’oblio più totale! Chissà quante volte tra quelle pagine ha cercato consigli per dipanare dubbi e incertezze! Ora i suoi libri son lì tutti in fila e, sconsolati, aspettano che qualcuno li ritorni a sfogliare, li ritorni ad amare. Nel

Mario Perrotta intervistato da Gianni Ferraris

di Gianni Ferraris

  • Dalle note biografiche di Mario Perrotta sappiamo che è nato nel 1970 a Lecce, dovrà arrivare al 1980 per iniziare a vincere “a chi arriva più in alto”, arrampicandosi sulle impalcature dei palazzi in costruzione raggiungerà il quinto piano, record imbattuto per ben 5 anni. Uno spunto non da poco, stai ancora arrampicando?

Sì, sto ancora arrampicando, poiché quel senso di sfida mi aiuta ancora oggi nel tentare nuove vie (proprio come gli scalatori che cercano di aprire “nuove vie” per scalare lo stesso monte).

In realtà, ho scoperto abbastanza presto che la sfida non era con gli altri ma con me stesso: volevo sapere se ce la potevo fare e, soprattutto, se potevo arrivare a qualcosa rompendo un protocollo o una barriera consolidata nel tempo. La sfida al “questo si fa così da sempre”, al “questo non sei in grado di farlo” è una delle due molle che mi tiene in piedi, quella più infantile, direi. L’altra è l’indignazione civile. E qui non posso che citare Flaubert sul quale sto lavorando in questo momento: “l’indignazione è per me come lo spillone che hanno le bambole nel culo. E’ ciò che le tiene in piedi. Il giorno che dovessi perdere la mia indignazione, cadrei a terra bocconi.”

  • Poi Lo scientifico a Lecce, quindi Bologna, ingegneria, abbandonata per filosofia (laurea con 110 e lode), e la scuola di teatro pagata lavando auto. Bologna la ricca signora, Bologna “busona” o che altro?

Quando sono partito per l’Università (1988), Bologna era il paese dei balocchi di ogni Lucignolo meridionale, quindi la scelta fu facile. Bologna però, era anche sufficientemente lontana per poter dire che andavo a vivere da solo e che me la dovevo vedere con me stesso, senza contare sulla vicinanza fisica della famiglia. E ancora: era un percorso inconscio sulle orme dell’emigrazione poiché è nel DNA di ogni meridionale l’idea che, lontano da casa, è più facile trovare lavoro. Come una condanna dell’anima che ci portiamo addosso da secoli.

Infine, era anche il desiderio adolescenziale di sprovincializzarmi, un desiderio che mi fece abbandonare anche Bologna (nel 1998) per Roma. E dopo qualche anno romano, capii che, per essere centrato e in pace con me stesso, dovevo tornare a casa. Come ho detto spesso, un ritorno dell’anima non del corpo che, invece, continua a vivere in giro per alberghi ma con le sue origini ben

Gallipoli. La Santa, il cane, la stella

Gallipoli- Processione a mare della statua di Santa Cristina, Veduta del seno della Purità

GALLIPOLI:  LA  SANTA, IL CANE, LA  STELLA

 Libretto d’uso per l’interpretazione di tradizioni popolari, qualche supposizione e… una preghiera!

di Piero Barrecchia

Il popolo di Gallipoli, nel 1867, volle che il primato della tutela delle urbiche mura e dei suoi abitanti, già affidato ad Agata e Sebastiano, fosse condiviso da Cristina di Bolsena, Vergine e Martire. L’esplosione di gratitudine che si  ebbe ed ancora tributato, nei giorni del 23, 24 e 25 luglio, fu atto dovuto, per la speciale protezione accordata dal divino all’umano, con segni evidenti. Preghiere e suppliche, nel febbraio 1867, si elevarono a Santa Cristina, al fine di preservare la Città dal colera, che imperversava, in quell’anno, in ogni contrada del Regno Partenopeo. Nel terzo giorno di accorata petizione, la Santa intercesse per la sanità del popolo. Ed il morbo cessò! In quello stesso anno, dalle mani sapienti di Achille De Lucrezis, prese vita la sublime statua, rappresentante la Martire legata ad un tronco di sughero, con viso fiero, carico di pathos ed estatico al contempo, trafitta da due frecce, mentre, un putto incorona la sua eroica virtù  e la sua estrema testimonianza. La sua ferrea fedeltà al divino, si volle rappresentare con un cane, assiso ai piedi del simulacro, primo spettatore dell’evento.

Gallipoli- festa S.Cristina, luminarie

L’opera giunse in Gallipoli il 22 luglio 1867. Nulla tralasciarono i gallipolini, che subito amarono quella rappresentazione, riconoscendo lo sguardo protettore dell’eletta compatrona, condividendone lo struggente atteggiamento, immedesimandosi, totalmente, nell’atto incoronante dell’angelo ed adottando, persino, il cane ai piedi della Santa, caratteristico

Per una storia degli ospedali a Nardò

uomo con i rimedi per il colera (stampa ottocentesca)

di Marcello Gaballo

Le origini di un ospedale a Nardò sono davvero remote e la prima attestazione di un ente così definito è fatta risalire dal compianto sacerdote Emilio Mazzarella al 1343 quando: “il canonico cantore della  Cattedrale Matteo (non si conosce il cognome) eresse a sue spese e dotò col suo pingue patrimonio un grande ospedale, dedicato a Sant’Antonio, detto della Misericordia, dentro la città, nel pittagio del Castello”. La cura e l’amministrazione dell’ospedale era stata affidata alle monache di S. Chiara, già presenti in città. Dopo oltre mezzo secolo alcuni cittadini ingerirono nell’amministrazione, riuscendo a togliere alle religiose la gestione dell’organizzazione. Invano esse ed il vescovo si adoperarono per risolvere bonariamente l’accaduto ed allo scopo cercarono di rendere nota la volontà del fondatore espressa in una probabile epigrafe.

Non avendo riottenuto l’affidamento ricorsero al principe di Taranto Raimondo Orsini, governatore di Nardò, il quale, con ordinanza del 10 febbraio 1402, comandò di rimettere le stesse in possesso dell’ospedale, che ressero per circa altri due secoli e mezzo.

Un altro ospedale cittadino era stato eretto quasi contemporaneamente dal nobile Matteo Granafei, con testamento del 12 maggio 1383, rogato dal

La nobilissima famiglia Sambiasi e l’ingente lascito perpetuo a favore dei cittadini di Nardò

 

di Marcello Gaballo 

La stirpe dei Sambiasi, attestata come Sancto Blasio sin dal sec. XIII, fu tra le più antiche, nobili e benemerite di Nardò. Eccelse per la costruzione di chiese, la fondazione di benefici ecclesiastici, opere pie e caritative, tra cui spicca quella di Pippa Sambiasi, che il 4 ottobre 1433 donò alla chiesa di Nardò i grandi feudi di Fango e Paduli.

Gli ultimi rappresentanti vissero in città fino alla metà del secolo XVIII, per poi estinguersi, sopravvivendo il ramo leccese.

Utile, ai fini di questa occasione che vorrebbe la soppressione dell’ospedale neritino, soffermarsi sulle volontà testamentarie di due fratelli, Fabrizio e Giuseppe Oronzo, dei quali il primo coniugato con la nobile Glorizia de Prezzo ed il secondo chierico.

Il 6 maggio 1741, dopo mature considerazioni, i tre benemeriti testarono di fronte al notaio Nicola Bona di Nardò, lasciando precise disposizioni da rendersi pubbliche dopo la morte  del primo di essi. Nel 1742 e nel 1743 morirono Fabrizio e sua moglie, restando Giuseppe Oronzo, che pur avendo soddisfatto le parti essenziali del testamento, il 12 maggio 1744 lo fece aprire dal notaio Felice Massa. Vi si nominava erede universale il vescovo pro tempore di Nardò che, fatto redigere da un notaio l’inventario di tutti i

La Cattedrale di Nardò

Titolo collana: Itineraria

Direttore: Paolo Giuri

Titolo n. 1: La Cattedrale di Nardò

Testi: Giovanna Falco, Marcello Gaballo, Giuliano Santantonio

Referenze fotografiche: Mino Presicce, Raffaele Puce

Impaginazione e grafica: Luca Manieri

Editore: Fondazione Terra d’Otranto

2012

Formato A5, 148 × 210 mm,

pp. 20, con illustrazioni a colori

Codice ISBN: 978-88-906976-0-9

 

Un viaggio attraverso le eccellenze artistiche, architettoniche e ambientali del territorio salentino è quello che intende presentare la Fondazione Terra d’Otranto con la pubblicazione della collana “Itineraria”, serie di guide brevi monotematiche dedicate ai principali monumenti del Salento.

Per ogni opuscolo – aggiornato rispetto a contenuti, fonti, bibliografia e iconografia – la collana propone un identico schema: si parte da una breve introduzione storica, volta a contestualizzare l’analisi delle singole opere (delle quali sono sinteticamente delineate le vicende costruttive e artistiche, fino ai più recenti restauri), per poi passare alla visita guidata vera e propria, dove ad essere illustrati sono i singoli elementi costitutivi del monumento, dell’opera o del luogo trattato, quasi fossero tappe virtuali di un itinerario. L’apparato iconografico accompagna costantemente il testo, focalizzando l’attenzione su manufatti, dettagli e decori di particolare pregio, mentre una planimetria dettagliata del monumento consente di seguire agevolmente la guida in loco.

Il primo numero della collana è dedicato alla Cattedrale di Nardò, eccezionale palinsesto architettonico dove si accordano inaspettatamente l’edificio romanico-normanno, i restauri settecenteschi di Ferdinando Sanfelice e gli affreschi eseguiti da Cesare Maccari sul finire dell’Ottocento.

Salvatore Napoli Leone. Genio in Terra d’Otranto

 

Titolo: Genio in Terra d’Otranto. Salvatore Napoli Leone (1905-1980)

Autore: Gianni Ferraris

Curatore: Marcello Gaballo

Presentazione: Pier Paolo Tarsi

Introduzione: Maurizio Nocera

Digitalizzazione documenti: Stefania Bianco

Impaginazione: Mino Presicce

Editori: Cosimo Lupo Editore, Fondazione Terra d’Otranto

Nardò, Biesse, 2012

Formato A4, 210×297 mm,

pp. 281, con illustrazioni b/n e 50 tavole a colori

1,4 Kg, € 50,00

Codice ISBN: 978-88-6667-010-0

 

Personaggio finora poco noto nel panorama salentino, Salvatore Napoli Leone di Nardò fu un personaggio eclettico e fortemente operoso nel corso del Novecento, che si interessò di non pochi aspetti economico-strutturali legati allo sviluppo produttivo di Nardò e della Provincia di Lecce.

Numerose le imprese avviate da Salvatore (Totò per gli amici) nel settore manifatturiero, commerciale e pubblicitario; quest’ultimo, peraltro, in tempi assolutamente pioneristici.

Buona parte dell’attività inventiva e industriosa di Napoli Leone è raccolta nelle pagine del presente volume; in esse i lettori troveranno gran parte della storia del Neretino, oltre ad un ampio apparato iconografico che illustra quanto vasto sia stato l’operato di quest’uomo considerato  «un vulcano in continua eruzione: chimico, esperto in cemento armato, industriale in più settori: inchiostri, cosmesi, pasticceria, torrefazione caffè (era suo il più noto Gran Bar Pasticceria di Nardò), coni gelati, editorìa, tipografia, bibite, vini e liquori».

Il libro sulla vita e l’opera di Salvatore Napoli Leone si chiude con una serie di giudizi espressi da illustri personaggi italiani – tra i quali D’Annunzio, Marconi, Marinetti – e con un elenco di decorazioni istituzionali, riconoscimenti ufficiali e premiazioni industriali (italiane e internazionali), delle quali il Nostro ha potuto fortunatamente fregiarsi in vita.

Lo spumone e i gelati del Salento

da http://tuttoilresto-noia.blogspot.com/

I gelati del Salento (dal sorbetto al cono, passando per lo spumone e la banana) 

di Massimo Vaglio

Anche nell’arte del gelato i salentini dimostrano di non essere secondi a nessuno. Questo prodotto infatti vanta qui, come in pochi altri luoghi, una tradizione  antica e prestigiosa frutto di una intelligente, costante e continua evoluzione. Non a caso, visitando la campagna salentina, capita ancora di incontrare degli strani manufatti costituiti da grotte naturali o da nicchie scavate nel calcare e sovrastanti delle sorta di pozzi a sezione rettangolare; si tratta delle cosiddette “neviere”, freschi depositi ove veniva immagazzinata la neve che cadeva nei mesi invernali. Bisogna ricordare che in un passato non molto remoto nevicava molto più di oggi, d’altronde l’ultima mini glaciazione si è avuta nel XVIII secolo, per cui, niente di strano che ingegnosamente gli antichi salentini si siano organizzati per sfruttare come risorsa ciò che al tempo costituiva una vera calamità.

La neve raccolta e compattata nell’inverno, in estate veniva cavata sotto forma di blocchi a forma di parallelepipedo usando la stessa sperimentata tecnica che si usava per “zoccare” ossia per cavare i conci di “tufo”. La commercializzazione del ghiaccio assumeva lo status di attività di pubblica utilità e i gestori delle neviere, ovvero coloro che le detenevano in appalto e commercializzavano il ghiaccio, oltre ad essere soggetti ad una severa

Elio Ria. Invito alla luna

di Paolo Vincenti

Si sa che la poesia è opera faticosa e complessa, fedelmente al suo etimo greco, poiein:  “fare, costruire”,  e ci vuole lavoro di cesello, lento e a volte infruttuoso esercizio, perché al facitore di versi, all’artigiano della parola,  si schiuda quella aurorale, epifanica luce della athanatos poiesis, dell’arte immortale.  Si sa che  “la poesia è poesia quando porta in sé un segreto”, come disse Giuseppe Ungaretti, parlando del suo amato Mallarmè. Ecco perché  c’è sempre un punto oscuro, un dubbio, nella poesia vera, una frase o un termine che non riusciamo a capire, una interpretazione, rovello di critici ed esegeti, mai univoca, un qualcosa che sfugge insomma, nel senso nascosto di un verso, chiuso come un mistero che non si disvela, sfuggente, impalpabile come un volo d’ali di un angelo nella notte, come una carezza non data, come una storia solo immaginata.  “Il passo della notte” (Lupo editore 2012) è l’ultima raccolta poetica di Elio Ria, attento e attivo operatore culturale, che vive ed opera a Tuglie, dopo “La mia solitudine” (Kimerik Editore) del 2007, “La maledizione del tempo” (Lulu.com, 2008), “Altri versi” (Lupo Editore, 2009) e “Solosette” (Lulu.com) del 2011.

Elio Ria è un uomo modesto e un poeta schivo, appartato. Il campo semantico scelto, come si evince da titolo, l’asse intorno al quale ruota questa sua ultima produzione poetica, è dunque la notte, regno delle forze oscure, dionisiache; la notte, la dea Selene della mitologia greca, che  è un tema certo non originale se

Salvatore Napoli Leone, un geniale figlio di Terra D’Otranto

di Maurizio Nocera

Leggendo il libro curato da Gianni Ferraris, che narra le vicende di un personaggio finora poco noto nel Salento – Salvatore Napoli Leone, di Nardò – uomo di indubbie capacità e inventiva, dati i tempi e le situazioni di partenza, mi sono chiesto da quale substrato economico-sociale provenisse la sua straordinaria vita.

Parto dalla constatazione di considerare tardivo l’avvio del processo produttivo industriale nel Salento leccese, giunto qui in un momento in cui era già avviato il livello di sviluppo in altre aree della penisola italica. L’antica Terra d’Otranto era lontana provincia del regno di Napoli, la cui capitale, appunto Napoli, come molti dati confermano, già a metà Settecento aveva una sia pur modesta realtà produttiva di tipo industriale. Nella stessa epoca, qui da noi vigeva ancora uno status medievale, con tutti i suoi nessi e connessi. Non esisteva la produzione industriale e le classi sociali, fondamentalmente, si riducevano a due: i nobili feudatari e i servi della gleba. Gli stessi artigiani (calzolai, ferrai, panettieri, ecc.), che pure c’erano sia pure in infima minoranza, per lo più erano vecchi ex braccianti che avevano smesso, spesso per malattia, di lavorare la terra, e per non morire di fame, svolgevano quei nuovi lavori. Le attività produttive di base dell’economia salentina ruotavano intorno alla produzione dell’olio, ricavato dal duro lavoro dei frantoiani negli ipogei, olio di cui disponeva soltanto il feudatario come meglio credeva attraverso, ad esempio, l’istituto delle “decime”, cioè la pratica di esigere coercitivamente delle quote parti. Alla fine del processo produttivo era poi lo stesso feudatario ad amministrare il resto dell’economia, la finanza e la giustizia attraverso suoi accoliti.

Alla fine del Settecento, il territorio che noi oggi denominiamo Salento era una landa di arretratezza e povertà generale, tanto che Michelangelo Schipa, Rosario Villari, Michele Galanti e D. Winspeare, storici ed economisti di fama europea, lo hanno descritto come un’area macchiosa, acquitrinosa, malsana e scarsa di attività produttive. Le poche aree agricole, quelle delle pianure parzialmente bonificate, erano coltivate a olivo, cotone, tabacco e, qua e là, ad agli e cipolle. C’era pure la pastorizia con l’annessa attività produttiva dei formaggi, ma questa bastava solo a soddisfare un’infima parte della popolazione. La lana prodotta non era raffinata e a mala pena serviva per confezionare i rudi indumenti dei contadini. A Gallipoli si produceva pure il bisso, una sorta di filo bianchissimo prodotto dai grandi molluschi, all’epoca abbondanti nell’Ionio, e da esso si ricavava la mussolina, una stoffa per mani delicate. Gli stessi storici ed economisti coevi affermano che solo il porto di Gallipoli poteva considerarsi come una situazione produttiva attiva in quanto c’era in esso una grande affluenza di natanti per il trasporto dell’olio, delle botti e parzialmente anche del cotone.

Tutto questo ci fa capire che alla fine del Settecento e per buona parte dell’Ottocento, nella Terra d’Otranto non esistevano attività manifatturiere; il Galati, nella sua Nuova descrizione storica e geografica della Sicilia (Napoli 1788) scrive che le stesse attività ruotanti attorno alla produzione salentina del cotone si riducevano al lavoro svolto dalle donne in ambito unicamente familiare. Aggiunge poi che «in Galatone e Nardò si fabbricavano ancora dalle donne coperte da letto […] con grande finezza e maestria».

Con l’Unità d’Italia (1861) la situazione manifatturiera di Terra d’Otranto non migliorò, anzi, per molti versi, stagnò per non dire che peggiorò, in quanto la calata al Sud dell’impostazione produttiva sabaudo-piemontese soffocò sul nascere quanto di buono da questo punto di vista era già stato avviato. Penso ad esempio all’avvio di una timidissima razionalizzazione delle colture dell’olivo, delle vite, del cotone, del lino, della lana, della canapa, del tabacco e della ceramica, che già avevano registrato un primo aumento delle esportazioni.

A partire dal 1870 si registrò pure un modesto ammodernamento dell’industria olearia che, da ipogea divenne solare, con l’olio che comunque rimase per quattro quinti di tipo lampante. Il primo tentativo di ammodernamento dell’apparato produttivo salentino si registrò nel settore dell’industria vitivinicola, i cui vini, a forte gradazione, cominciarono ad essere esportati al Nord per il taglio di vini leggeri di quelle zone. Comunque, di fatto la situazione di arretratezza rimase fino a quasi subito dopo il secondo dopoguerra (1945) quando, con la generalizzazione della meccanizzazione dell’agricoltura, prima al Nord poi al Sud, anche nel Salento cominciarono a vedersi vecchie e antiquate masserie evolversi in nuove forme di capitalismo agrario con le tipiche figure sociali ad esso collegate. Sarà in particolare con l’industrializzazione della foglia di tabacco che il Salento comincerà a conoscere le prime forme produttive industrializzate.

Si può comprensibilmente dire che a partire dagli anni 1950-70 il Salento comincia ad avere i suoi primi stabili impianti artigianali e industriali, in particolare nei settori che da sempre erano stati trainanti in questo territorio, quelli dell’olivicoltura, viticoltura, tabacchicoltura, ceramica e, ad un certo punto anche quello del montaggio di macchine industriali (macchine rivolgimento terra, ruspe, ecc.).

Ovviamente il nuovo tipo di sviluppo industriale non nacque in un deserto, perché proprio qui, in Terra d’Otranto, a partire e per tutto il Novecento c’è stato chi ha operato in una prospettiva di sviluppo industriale, fra questi, grandi meriti vanno a Salvatore Napoli Leone, di Nardò, personaggio eclettico e fortemente operoso nel corso dell’intero secolo, che si interessò di non pochi aspetti economico-strutturali legati allo sviluppo produttivo.

Leggendo il libro, viene da chiedersi: ma quante imprese ha inventato e avviato Salvatore Napoli Leone a Nardò e nella provincia di Lecce? Tante, soprattutto nel settore manifatturiero, in quello commerciale ed anche, in tempi assolutamente pioneristici, in quello pubblicitario.

Come dice il curatore del libro, Gianni Ferraris, buona parte dell’attività inventiva e industriosa di Napoli Leone la si evince da un vecchio dattiloscritto biografico, scritto dal calabrese Alfredo Pedullà Audino, che probabilmente non ha visto ancora la luce. In esso come pure in molte pagine tratte da un diario manoscritto dallo stesso Napoli Leone, i lettori di questo libro troveranno buona parte della storia del Neretino, in particolare troveranno un ampio apparato iconografico che dimostra quanto vasto sia stato l’operato di questo «uomo che era un vulcano in continua eruzione: chimico, esperto in cemento armato, industriale in più settori: inchiostri, cosmesi, pasticceria, torrefazione caffè (era suo il più noto Gran Bar Pasticceria di Nardò), coni gelati, editoria, tipografia, bibite, vini e liquori». Ma si dice pure che Salvatore Napoli sia stato poeta, scrittore (quando morì, nel 1980, stava scrivendo una sua autobiografia).

Fa impressione sapere che il Nostro abbia iniziato la sua attività di inventore di nuovi brevetti a partire dall’adolescenziale età di 13 anni e non sorprende la sua esibita religiosità e la sua profonda fede nel Cristianesimo, perché il Salento è stata la terra dove grandi e sconvolgenti furono i conflitti interreligiosi. Non dimentichiamo che è nell’antica Terra d’Otranto che si svolse l’unica guerra di aggressione all’Italia per motivi di espansionismo religioso, con gli Ottomani che invasero Otranto nel 1480. Per cui, la religiosità cristiana del Neretino è più che comprensibile.

Di tutti i brevetti e i prodotti (coni per gelati, caffè, liquori, vini, pasticceria, mobili per la scuola, farmacopea antimalarica, tinture, altro ancora) inventati da Salvatore Napoli Leone quello che maggiormente mi stupisce è la costruzione della Fabbrica di inchiostri e crema lucida “Atala”, fondata nel 1920. Si tratta di ben 87 tipi di inchiostri, noti e richiesti in tutta Italia per la loro buona fattura, fra cui il noto “Inchiostro ‘333’ – Tre usi – ‘Leone’”, di cui si interessò anche la rivista nazionale «Il Calligrafo» (v. Appendice quattro e cinque). Il successo del prodotto portò il suo inventore a scrivere una Relazione chimico scientifica sintetica sui prodotti Atala – Gli inchiostri per scrivere. Notizie utili che, a sua volta, fu molto lodata e premiata.

Certo, c’è da aggiungere che per Salvatore (Totò per gli amici) Napoli Leone non tutto e non sempre andò per il verso giusto, e anche per lui ci furono tempi brutti. Ad esempio, duri furono gli anni ’30, anni in cui fu costretto a contenere il suo bollente spirito inventivo e fermare le sue attività per una serie di rovesci economico-finanziari. Fu un tempo non breve quello e nel libro questo lo si comprende bene. Tuttavia Napoli Leone seppe riprendersi e trovare nuovi spunti per il suo operare. Chi oggi, qui nel Salento, per un attimo si mettesse a studiare seriamente la biografia e l’opera industriosa di questo personaggio, troverebbe sicuramente non pochi spunti per avviare una serie di attività che porterebbe questa terra ad un livello di sviluppo sicuramente più consono e più umanamente compatibile.


Con sorpresa e meraviglia osservo le immagini delle cartoline pubblicitarie, le copertine dei suoi libri e i suoi marchi, inseriti dal curatore nell’ampio corpus iconografico. Ad esempio, a p. 21 un’interessante cartolina pubblicitaria dei prodotti ‘Atala’; alle pp. 23 e 24 alcune foto d’archivio della fabbrica d’inchiostri, altre foto riguardanti la stessa fabbrica appaiono pubblicate in altre parti del libro; alle pp. 26-sgg. alcune foto pubblicitarie di astucci per inchiostri con loghi disegnati da Gino Gabrieli, seguono alcune foto di certificati sugli stessi inchiostri, ma molte sono anche le immagini di etichette per vini e sciroppi. Le copertine dei suoi libri: a p. 120, la copertina del libro Cose nosce con una bellissima vignetta (la danza della pizzica pizzica) disegnata con inchiostro ‘Atala’ dall’artista Presicce; alle pp. 186-187, altre riproduzioni di frontespizi di pubblicazioni stampate nella tipografia Leone, tra di esse, interessante quella dei Sonetti Salentini del suo amico e grande rivoluzionario repubblicano neretino Pantaleo Ingusci, il quale firma anche una memoria del Nostro alle pp. 235-237; a p. 187, degna di nota è la testata di un periodico indipendente, «il Leone» che «ruggisce in difesa della giustizia e della libertà» che Salvatore Napoli Leone aveva in mente di editare e che probabilmente non vide mai la luce.

Un altro motivo di interesse in me per questo straordinario imprenditore salentino di Nardò è quello di sapere che egli fu anche grafico, tipografo, editore e studioso di libri (un bibliofilo ante litteram in terra del Salento) e che la sua attività di editore (Casa editrice Leone) consistette essenzialmente nella pubblicazione di libri letterari e scientifici. Tra i libri da lui editati, alcuni censurati dal regime fascista, annoto con meraviglia titoli importanti per lo studio di varie discipline moderne: Gli inchiostri da scrivere (1919); Invenzioni ed inventori (1923); Procedimento di decorazione su velluto a mezzo di trasporto chimico – Brevetto “Neritos” (1926); I profumi e il loro potere psicologico sulla natura umana (1931); Chimica e alchimia (1931); Le percezioni dell’olfatto (1931); La scienza e l’empirismo (1932); Quando come e perché fondai la mia fabbrica di inchiostri “Atala” (1935); La psicologia degli odori e dei colori (1937); La teoria filosofica delle ombre e dei colori (1969). Interessante anche la pubblicazione dei suoi «Quaderni d’arte per gli artigiani». Ne pubblicò tre: I legni parlano (1932); Le pietre dicono (1933); I metalli ci narrano (1934).

Il libro sulla vita e l’opera di Salvatore Napoli Leone si chiude con una serie di giudizi di illustri personaggi italiani, tra i quali G. D’Annunzio, G. Marconi, T. M. Marinetti, al quale segue il lungo elenco delle decorazioni istituzionali, riconoscimenti ufficiali e premiazioni industriali italiane e straniere di cui egli ha fortunatamente goduto in vita. Ma ciò che più di ogni altro aspetto rende grande questo figlio di Nardò è quanto egli stesso pensava di se stesso, un pensiero decisamente contro corrente diremmo oggi, visti i tempi della più ingorda disonestà intellettuale e materiale, a cui si è ridotta la società occidentale contemporanea. Di sé, Salvatore Napoli Leone diceva: «Potevo essere disonesto diverse volte ed arricchirmi e non l’ho fatto. Potevo dominare il mondo. Se avessi avuto buon senso, e non l’ho saputo fare. Ho calcolato la potenza della coscienza che avrei dovuto mettere da parte in ogni atto della mia vita, farla tacere, e sarei diventato quello che sono altri: ricchi, potenti, dominatori. Mentre io sono sempre stato un umile lavoratore che si è arrabattato per vivere e tirare innanzi per avviare sempre più industrie».

Con ciò quanti milioni di anni luce siamo lontani dall’uomo di potere di oggi?

San Cataldo, una torrida serata di luglio

Arrivo a San Cataldo, una torrida serata di luglio, la radio dice che l’Italia ha subito il terzo gol, finirà poco tempo dopo quattro a zero. E’ debacle, nessun corteo di auto festanti, peccato.
Le località di San Cataldo sono due, una leccese, l’altra appartiene a Vernole. Così, a colpo d’occhio, la prima è più bella, pulita, ci sono lampioni nuovi. Lasciamo perdere il degrado della spiaggia libera che sa di “sporco”, non curato, comunque il lungomare, pardon, il water front (come l’hanno battezzato i Perrone boys, inglesizzandolo) è rifatto, sia pure con difficoltà ed errori di misure. Nella parte Vernolese invece arrivi in un mondo altro, diverso.

C’è una sola cosa che spicca, è stata appena rifatta e si nota anche la notte, quasi abbaglia nel suo splendore: la segnaletica orizzontale che delimita i parcheggi (tutti) a pagamento. Per dirla in italiano: le strisce blu. Quelle bianche sono palliducce, anemiche. E badate, in presenza di ben tre auto parcheggiate, il cartello dice che si deve pagare fino alle 24. Certo, c’è un disperato bisogno di soldi, Vernole ha anche messo i famosissimi cartelli: “strada ad alto rischio incidentabilità” per dire (ricordiamo) che ci sono videocamere per fare cassa con le multe.

Mi chiedo come mai la solerzia nel rifare strisce blu non sia stata, almeno in parte, utilizzata per cambiare le lampadine al 50% dei lampioni che sono spenti o intermittenti, neppure fosse Natale. Ahhh Vernole, una ne fa e cento ne pensa…..

Sul nostro modo di vivere la piazza

Nde cchiamu alla chiazza

Tuglie

 

di Elio Ria

 

Nde cchiamu alla chiazza (ci troviamo in piazza): a significare qualcosa d’importante.

Questa frase apparteneva al nostro modo di vivere la piazza. Sono ormai trascorsi tanti anni e la piazza, oggi,  non è più quella di una volta.

Allora  su di essa gravitavano le amicizie, le burla, gli scherzi e la voglia di fare. Sì, voglia incessante di fare, di essere protagonisti nella vita sociale e anche politica del nostro paese, pur fra mille contraddizioni, ostacoli e pregiudizi.

Si discuteva pacatamente e animatamente dappertutto, condensando nei ragionamenti anche parolacce e scherni. Il bar Provenzano era il cuore pulsante della Tuglie perbene (?), come un grande circolo cittadino all’aperto, un palco speciale per oratori, politici che disquisivano sui fatti locali e nazionali, con accenni folcloristici che, in qualche caso, si concludevano con una scazzottata. Ma poi tutto ritornava come prima.

I ricordi sono tanti; ovviamente annotati negli anfratti della mia memoria  e soggetti quindi all’evanescenza di qualche   particolare. Ma non per questo mi voglio sottrarre all’idea di riordinare mnemonicamente qualche episodio inerente la piazza, soltanto per il piacere di ricordare qualcosa di minore che non appartiene alla grandezza della storia ma pur sempre interessante in riferimento alle attività sociali, politiche, di svago e culturale che hanno interessato o reso protagonista  la comunità del nostro paese.

Una domenica mattina uscendo di casa per andare in piazza, rimasi sconcertato nel vedere appesa ad un albero in prossimità dell’abitazione di Mario Giuranno, in via Milano,  una bandiera rossa fatta a brandelli. Avevo 13 anni nell’anno

Visita alla chiesa della Natività della Vergine di Ruffano (Lecce)

 

di Stefano Tanisi

part. dell’altare di S. Antonio (ph M. Gaballo)

La chiesa della Natività della Beata Maria Vergine di Ruffano rappresenta un inestimabile monumento del barocco salentino.

La sua edificazione, iniziata nel 1706 sul suolo della vecchia chiesa di rito greco e terminata nel 1713, si deve all’impulso religioso delle Confraternite del SS. Rosario e del SS. Sacramento e al contributo corale del popolo. I lavori furono affidati ai mastri martanesi Ignazio e Valerio Margoleo. Nel 1716 fu edificata la sacrestia e nel 1725 la torre dell’orologio sulla porta secondaria comunemente detta “porta dei maschi” (memoria della bizantina divisione tra uomini e donne).

Grande e maestosa architettonicamente, si presenta nella planimetria a croce latina, con la navata centrale su cui si aprono le cappelle dei sei altari.

Dal 1765 al 1776 il pittore ruffanese Saverio Lillo (1734-1796), arricchisce le pareti della chiesa con le Virtù che inquadrano gli altari laterali; la tela ottagonale del transetto che raffigura la Natività di Maria; le grandi tele del presbiterio che raffigurano il Castigo di Core, Eliodoro scacciato dal tempio e la Regina di Saba; S. Antonio e miracolo della mula nel braccio destro del transetto; e Gesù che scaccia i mercanti dal tempio nella

Mino De Santis è Caminante

di Paolo Vincenti

Arriva nei negozi di dischi e nelle librerie, l’ultimo cd di Mino De Santis, “Caminante”, edito da Ululati (2012). Partiamo dalla casa editrice e poi ci occuperemo dell’autore. Un lupo che abbaia alla luna, nell’ultima di copertina del cd, è il marchio inconfondibile della casa editrice Lupo di Copertino. “Ululati” è infatti una nuova etichetta discografica inaugurata con questo cd ed è la nuova avventura nella quale si è imbarcato il poliedrico editore Cosimo Lupo, l’ennesima scommessa sul nostro territorio da parte di questo vulcanico e sorprendente operatore culturale il quale, per non farsi mancare nulla, fa pure l’attore, ovvero interpreta, in un breve cammeo, il ruolo del morto nel video di presentazione del cd, quello di “Lu ccumpagnamentu”,  track list dell’album appena uscito.

E veniamo a Mino De Santis, autore di testi e musiche di questo cd, che è il secondo pubblicato dopo “Scarcagnizzu – Vento dal basso” ( Associazione Culturale Fondo Verri, 2011).  Un punto di riferimento importante nella sua formazione musicale è stato Fabrizio De Andrè, se è vero che ancora oggi Mino De Santis porta in giro un recital su musiche e testi del grande cantautore genovese. È chiaro che De Santis paghi un tributo importante a De Andrè, così come a certi chansonniers francesi, quali Brassens, Brel, dai quali poi lo stesso De Andrè era stato influenzato nella prima parte della sua carriera musicale. Inevitabile l’accostamento a Paolo Conte, per certe atmosfere fumose che si

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