Volti di carta, di Raffaella Verdesca

una delle foto che compaiono nel libro

 

di Rocco Boccadamo

 

Un libro e, insieme, anzi ancor più, un aggraziato scrigno di tesori preziosi, sottoforma di mirabile miscellanea di volti, immagini, storie, vicende, eventi, ansie, aspettative, frammenti pungenti di sofferenza e sconforto e, tuttavia, sempre, con l’ideale “traguardo” conclusivo dell’appagamento interiore, della quiete, della pace.

Al cospetto e sullo sfondo di un palcoscenico avulso dal tempo, che dischiude il suo contenuto, e i segreti con cui è animato, semplicemente in virtù di un cordone conduttore uniforme e costante, filato con la pazienza, la tenacia, la forza, le fatiche, gli sforzi positivi di comuni interpreti d’ogni età, i quali, in svariati modi e con sequenze talvolta imprevedibili, sembrano emanare, tutti indistintamente, fasci di raggi di fiducia, giammai il capo chinato alla passiva rassegnazione, tramandandosi, perpetuandosi inarrestabilmente, nei peculiari, rispettivi ruoli, significati e destini.

Vale da solo, ha una sua anima espressiva ed è forte, già il titolo “Volti di carta”; non meno indicativo e pregnante, il secondario con funzione esplicativa “Storie di donne del Salento che fu”. 

Stando al nome intero scelto per il battesimo, la presentazione del lavoro scrittorio rimanda chiaramente ai precedenti decenni, addirittura a un secolo addietro, e però, sin dalla premessa, s’innesta subito il particolare dell’isolamento da una predeterminata fase temporale.

Difatti, il cuore della narrazione dà luogo a battiti completamente in sintonia anche con le sfaccettature quotidiane del terzo millennio; lo stesso senso autentico degli accadimenti snocciolati lungo le pagine calza alla perfezione con le vicissitudini che, in tanti aspetti, caratterizzano il nostro oggi.

Sono venti i passaggi di storie e argomenti nel percorso del volume, eterogenei solo in apparenza, comunque innestati fra loro con saggia naturalezza. In ogni scalino del lavoro si avvertono, nitidamente, la mano, la passione e il “credo” intenso dell’autrice.

Raffaella Verdesca, in fondo, propone fotografie, fatti e ambienti terzi, parlando, in parallelo, di sé, mettendosi in discussione, svelando pareti della propria interiorità.

E un simile esercizio, può espletarlo con esito positivo e successo solo una persona che sia “piena” dentro, che abbia da dare agli altri, da raccontare: capacità comunicativa come dimostrazione di ricchezza ideale.

Si staglia esemplare, nell’autrice, il rapporto con gli elementi naturali, quasi un tutt’uno fra sole, cielo e mare e la superficie della sua epidermide, l’alfa e l’omega dei suoi stessi pensieri.

Suole dire, la leccese Raffaella Verdesca, di considerarsi una “confinata” nella stupenda terra calabrese, quando, invece, si trova a interpretare un fortunato e felice esito delle sue scelte affettive, sentimentali e familiari: al punto, da poterle concedere soltanto la nostalgia, la mancanza e il rimpianto dello Ionio sabbioso, lasciato nel natio Salento.

E però, fa bene la scrittrice a non sentirsi appagata, a non fermarsi, a continuare nei suoi dialoghi con la natura dove predilige calarsi e, in particolare, nei colloqui a portata di mano con la liquida distesa azzurra, da cui, ogni volta, apprende una nuova storia.

°   °   °

Innumerevoli le sequenze a livello di fine arte della scrittura. Ne riprendo una, per tutte, dal capitolo “Il biglietto”, imperniato sul faticoso lavoro di una giovanissima ragazza alla “Manifattura dei Tabacchi”, “magazzino” o “fabbrica” in gergo dialettale:

Annina la Moretta era la quinta di undici figli e la prima cosa che aveva dovuto imparare era stato crescere alla svelta, lavorare alla svelta, correre alla svelta. Sembrava che fosse nata senza potersi prendere il lusso del tempo. La conoscevano tutti per il soprannome di Moretta, tagliato su misura sulla sua carnagione olivastra e sui capelli fatti di spremute d’uva nera. Esile come un giunco, esibiva una statura da bambina, tanto era stato il pane che le era mancato.

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Mi piace terminare, confidando di essermi immediatamente e letteralmente innamorato, rigo dopo rigo, in gradevole stile linguistico, dell’ultimo libro di Raffaella Verdesca: vi ho colto la testimonianza di uno spontaneo dono alla meravigliosa Terra del Salento, plaga specialissima, del resto non a caso apprezzata e amata anche da un universo di gente che si trova a vivere altrove.

VOLTI DI CARTA, di Raffaella Verdesca

 Edizioni Albatros, 2012

 

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