Cronaca di una strana partita

di Alessio Palumbo

Ore 21:00, stazione di Lecce. L’Intercity Notte 752 aspetta placido la partenza, con i suoi vagoni afosi già illuminati. L’aria condizionata ancora non va.

Lo stato d’animo è il solito di chi parte e deve lasciare ragazza, famiglia e amici per tornare “su”. Questa sera però c’è qualcos’altro…uno strano sentimento.

Non so quanti di voi abbiano mai visto il secondo tragico Fantozzi: in particolare la scena in cui il vessato ragioniere, pronto a gustarsi Italia – Inghilterra con “calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolla per la quale andava pazzo, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero”, riceve il triste annuncio di una convocazione per il terribile cineforum del dottor Riccardelli, suo superiore. Ecco, il mio stato d’animo alle 21 di domenica 24 giugno è questo e proprio per un’altra Italia – Inghilterra.

Non ho auricolari, né lettori mp3: li ho dimenticati a Bologna. La partita è cominciata da pochi minuti e io ho giusto sentito gli inni alla radio della macchina. Ora, sul marciapiede non molto affollato del binario tre, alcuni passeggeri camminano indifferenti, con l’auricolare ben pressato nell’orecchio, altri si avvicinano distratti porgendo le solite domande: “Come stiamo?” “Palo? Chi ha fatto palo?” (anche questo di fantozziana memoria). Cerco di leggere un libro di storia moderna, un interessante mattone da seicento pagine, ma non riesco a concentrarmi. Mi avvicino anch’io ad un tizio con l’auricolare e gli chiedo:

“Come va la partita?”

“Veramente sono al telefono con mia madre” risponde un po’ piccato

“Scusi tanto”

Torno a leggere, ma ormai è ora di partire. Salgo sul treno. L’aria condizionata inizia ad emettere un lieve sospiro, ma il calore è ancora intenso. Mentre raggiungo il mio posto lancio occhiate interessate negli altri scompartimenti e finalmente trovo quel che cerco: a due scompartimenti dal mio, un passeggero sta innestando con lenti movimenti una chiavetta per la connessione nel proprio pc portatile. Ci siamo, può essere la svolta: Italia – Inghilterra in streaming sull’Intercity notte può avere un suo fascino.

Mi metto a sedere, faccio passare alcuni minuti e torno, con la solita aria indifferente, dalle parti del passeggero munito di pc. Lo vedo fissare con attenzione un sito, non capisco bene di cosa, ma sicuramente non calcistico. Aspetto alcuni minuti, ma nulla. Lo osservo speranzoso, cerco di studiarlo: dev’essere uno di quei soggetti del tipo: “Figurati se posso seguire ventidue cretini che corrono in mutande dietro un pallone”. Un modo di ragionare che non sopporto, perché potresti applicarlo a qualsiasi cosa, finendo per banalizzarla scioccamente (ad esempio un quadro d’arte contemporanea potrebbe essere definito come un’accozzaglia di colori gettati alla bene e meglio su una tela, oppure una pièce teatrale potrebbe ridursi all’opera di alcuni tizi che parlano tra di loro, di fronte ad altri tizi che stanno a sentirli). Torno al mio posto. Nel mio scompartimento c’è un altro viaggiatore che, fortunatamente, non sembra in vena di chiacchiera. Posso spegnere le luci e provare almeno a dormire.

Il treno scorre relativamente veloce e le stazioni si susseguono una all’altra.

Poco prima di Bari, però, un rumore familiare mi coglie nel dormiveglia ed attrae la mia attenzione…ma sì! È un radiocronista. Qualcuno ha acceso una radio. Mi affaccio in corridoio e noto un capannello di fronte ad uno scompartimento. Mi avvicino spedito, il mio compagno di viaggio mi segue silenzioso.

Nello scompartimento assediato da curiosi, un ragazzone vestito elegantemente (camicia con gemelli e scarpe in finto coccodrillo) regge un cellulare che fa anche da radiolina. È il secondo tempo supplementare e siamo in una quindicina, dentro e fuori lo scompartimento, a tendere l’orecchio per capire cosa stia succedendo. Approfitto del sali-scendi di alcuni passeggeri per incunearmi nel capannello sedendomi al centro, a meno di un metro dalla radiolina. Il segnale va e viene, ma ad un certo punto il radiocronista urla “gooool”.

Il capannello esplode, l’entusiasmo dilaga, ma è questione di pochi secondi: fuorigioco, nulla di fatto. Il passeggero del mio scompartimento commenta: “Tanto se non perdiamo ai supplementari, perdiamo ai rigori”

Lo fulmino con lo sguardo, altri lo mandano a quel paese apertamente.

Si va ai rigori e il clima si surriscalda ulteriormente. Il primo lo tira Balotelli e il mio compagno di viaggio sentenzia “Ora sbaglia”, per fortuna non è così. I tiratori si alternano, il segnale va e viene e, proprio come nel secondo tragico Fantozzi, “le voci corrono incontrollate”. Capiamo che Montolivo ha sbagliato il rigore, ma anche un inglese ha preso la traversa. Il nome di Buffon segue quello di un inglese che ha appena tirato.

“Tira Buffon allora?”

“Ma no, para, come tira”

“Ma se ha appena tirato un inglese”

“Ci saremo persi il tiro dell’altro italiano”

Ancora fruscii vari, la linea è sempre più debole. Captiamo un urlo del cronista “Gigi, para”

“Ha parato, ha parato. Se segniamo passiamo, se segniamo passiamo….”

Purtroppo la linea ci abbandona del tutto…lo sconforto si legge sui nostri volti. Sono attimi di incertezza, finché un vecchietto non viene fuori da uno degli scompartimenti, urlando “Abbiamo vinto. Ha segnato Diamanti”

Scatta l’applauso liberatorio da tutta la carrozza otto dell’intercity 752. Solo il mio compagno di viaggio resta inespressivo.

Ognuno torna nel proprio scompartimento. Provo a prendere una posizione comoda che mi faccia dormire. Si resta in silenzio per un paio di minuti fino a ché l’altro passeggero non ritiene opportuno dover commentare:

“Vabbè, tutto questo sforzo tanto lo pagheremo conla Germania”

Il solito menagramo!

5 Commenti a Cronaca di una strana partita

  1. Ora ho capito ancora meglio il perchè della vittoria calcistica della nostra Nazionale! Gli Azzurri hanno vinto per te, caro Alessio, per te e per tutti quelli che hanno esposto il loro cuore alle intemperie del Caso, del sarcasmo degli indifferenti, dei riti scaramantici dei superstiziosi, dei nemici degli stadi e di quelli che dicono “Tanto perdiamo!” sperando che si verifichi il contrario. Intanto lo dicono, intanto ti fanno andare in bestia. Non sono una grande tifosa, diciamo pure che rispolvero un innato senso di patriottismo sportivo in occasione delle Olimpiadi e dei mondiali di calcio, ma rispetto la passione altrui e amo sconfinatamente l’Italia Vera, l’Italia dei bravi ragazzi che devono rinunciare a tutto, non ultimo a una partita importante, per tornare in una città lontana a studiare o a lavorare, l’Italia della brava gente, che è comunque tanta, l’Italia che non si arrende, che si difende, che si ribella, l’Italia che vince senza vendersi le partite di calcio, i demani, le opere d’arte, le aziende, il suo stesso popolo. Amo la Patria e amo perfino quelli che riescono a convogliare questo nobile sentimento nei 90 minuti di una partita di pallone coi suoi supplementari e i suoi rigori, e avanzo in più la speranza che estendano questa loro passione anche al dopo partita. Lasciamoli perdere i corvi che gracchiano e i gufi che ‘gufano’, Alessio, e beviamoci tutto d’un sorso la simpatia e l’ironia di un bravo scrittore e di un allegro ragazzo ripagato domenica scorsa del suo estremo sacrificio: tu!

  2. Tranquillo Alessio, di gufi come quello l’Italia é piena ma continua grande, anche nel calcio, i tedeschi invece si guardano di sottecchi e pensano: Porka vakka, siamo fritten!!!
    Hai ragione Raffaella, la Patria può essere amata anche in un gioco di pallone, principalmente da chi é onesto con se stesso e non l’ha tradita mai!

  3. ed ora chi lo spiega a qualcuno che a far vincere l’Italia serve un negro di radici ebraiche? Finalmente siamo un paese quasi civilizzato, che accoglie, integra ed esalta chi arriva da fuori….. O no?

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