Graeci sumus

a cura di Sergio Martello
Il Galateo afferma che per lui essere greco è motivo d’orgoglio:
“Graeci sumus et hoc nobis gloriae accedit”, ed inoltre: “mio padre studiò le lettere greche e latine, mio nonno ed i miei antenati furono sacerdoti greci, quindi non ignorarono punto la cultura greca, la Sacra Scrittura e la Teologia e furono famosi non per le imprese militari, vale a dire per la violenza, per stragi e saccheggi, ma… per la dirittura morale e l’integrità della loro vita”.
Per molti secoli dopo la fine del dominio dell’Impero Romano d’Oriente, il Salento rimase fedele alla cultura greca, avvertendola come sua propria.

Un commento a Graeci sumus

  1. “Bastian contrario”, si sa, è usato per definire uno che contraddice per il solo gusto di farlo. Non aspiro a veder sostituito il primo elemento che ha subito aferesi (Sebastiano>Bastiano), poi troncamento (Bastiano>Bastiàn), infine passaggio da nome proprio a nome comune (Bastiàn>bastiàn) con un altro meno terremotato per via della solo apocope (Armando>Armàn>armàn).

    Non voglio neppure passare per dissacratore inacidito, ma credo che accettare ad occhi chiusi qualsiasi affermazione come oro colato, anche se dovesse provenire dall’uomo più saggio della terra, sia ancora più pericoloso e fuorviante della stessa dissacrazione, anche se quest’uomo è il Galateo.

    Qui, fra l’altro, vengono messe insieme due affermazioni del nostro autore come se avessero la stessa valenza, ad esaltazione incondizionata di due culture: la latina e la greca. In realtà nella prima il Galateo parla orgogliosamente di una sorta di marchio genetico, nella seconda delle “lettere”, cioè di uno dei più significativi aspetti di qualsiasi civiltà (pure io, però, con un’amarezza ancora più grande di quella che traspare dalle poche righe del conterraneo illustre umanista, dico che in ogni tempo il più significativo, purtroppo, è stato quello economico… ) e, mentre la prima proposizione, in latino, è una dichiarazione di compiacimento generica, la seconda (scritta anch’essa in latino, ma nel post riportata in traduzione che, in compenso, manca per la prima…) costituisce un drastico e disincantato ridimensionamento della precedente, laddove si sottolinea che le lettere devono fare i conti con ben altre realtà, tutte identificabili nel potere e nei suoi valori: “imprese militari, violenza, stragi, saccheggi”.

    Forse il Galateo, se si fosse potuto liberare dalle incrostazioni del secolo precedente, avrebbe dato un’impronta più laica alla sua affermazione, lasciando da parte “sacerdoti”, “Sacra scrittura” e “teologia” che allora, come oggi, raramente coincidevano con dirittura morale e integrità di vita; d’altra parte, commettendo forse quell’errore in cui tutti incorriamo quando riteniamo senza riserve che il passato, moralmente parlando, sia stato superiore al presente (soprattutto quando sono coinvolti affetti, non voglio dire interessi, personali : “mio padre…mio nonno… i miei antenati”), lui stesso nella stessa opera, il De situ Japigiae, qualche pagina prima aveva scritto (traduco per non allungare il brodo): “Ci sono di esempio i prìncipi dei sacerdoti ai quali bastarono, finché erano poveri, le erbe e i pesciolini; ora né le terre né i mari sono in grado di soddisfare la libidine della loro gola”.

    Conclusione: possiamo pure essere orgogliosi del nostro passato ma, nello sciacquarci la bocca rivendicando una presunta nostra astratta superiorità rispetto ad altre altrettanto rispettabili culture, anche loro con luci ed ombre, non dimentichiamo mai che non a caso dal latino “Caesar” (Cesare) derivano “Zar” e “Kaiser” e che parecchi secoli prima di Cesare pure la democraticissima Atene “aveva suicidato” (qui le virgolette hanno un’altra funzione…) Socrate reo di corrompere i giovani solo perché stimolava in loro la capacità di ragionare con la propria testa.

    E non dimentichiamo pure che presso alcune popolazioni alle quali la nostra presunzione di civilizzati ha fatto appioppare l’etichetta di “cosiddette primitive”, coloro i quali sono solo sospettati di reati contro la collettività si autobandiscono dalla stessa; noi, invece, li candidiamo e li votiamo, oppure, se già eletti, riconosciamo legittima per loro l’immunità e li vediamo sempre come vergini, santi e martiri in balia del fumus persecutionis.

    Ad ogni modo: le lettere, forse non ci salveranno, ma senza di loro nemmeno staremmo qui a pensarlo.

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