Libri/ Nefrhotel (mi hanno venduto un rene)

di Francesco Greco

Storia di Kamal, l’innocenza perduta dell’universo

Om mani padme hum… Dagli inferi danteschi, il sottosuolo dostoevskijano, il cuore di tenebra di un universo corrotto, (s)perduto, che ha rinunciato a ogni etica, incagliato nell’assenza di una qualche spiritualità, nella palude d’una solitudine cosmica dove le parole ormai non hanno più eco, ecco la voce di un bambino: ascoltiamola.

E’ quella di Kamal, bambino nepalese, solo al mondo, che narra la sua odissea scagliando parole dure come pietre, accuse a una civiltà infame, un’umanità disumana che usa i corpi per realizzare immondi profitti tra medici, intermediari, documenti falsi. Nato bene, nella casta potente dei Newari, devoto a Buddha, si ritrova a vagare come un animale ferito ai margini di Kathmandu, a lottare per avere il suo posto al mondo, riconquistare l’onore del censo perduto, un fantasma senza volto come se ne vedevano nei lager, i guilag, i laogai, bambino senza più innocenza in “un’India adultera dagli occhi di fanghiglia” col dito puntato verso di noi.

“Nefrhotel” (mi hanno venduto un rene), di Giuseppe Cristaldi, Promomusic, Corvino Meda Editore, Bologna 2011, pp. 200, € 12, è un romanzo curioso, spiazzante, insospettato. Il quarto (dopo “Storia di un metronomo capovolto”, 2007, Libellula; “Un rumore di gabbiani – Storia dei martiri del petrolchimico”, 2008, Besa; “Belli di papillon verso il sacrificio”, Edizioni Controluce, Besa 2010) del giovane scrittore pugliese.

E’ il lungo soliloquio di Kamal col suo aguzzino: il medico che gli ha chirurgicamente asportato il rene che finirà sul mercato di un Occidente che monetizza tutto, dove ormai i Lumi sono spenti, tra spraed, governi in affanno e banche che tengono in ostaggio i popoli, impotenza, suicidi, follia.

Che in India ci sia un mercato di organi è risaputo, abbiamo fatto l’assuefazione: non scandalizza nessuno, non ne parla nessuno. Lo scandalo, paradossalmente, non è qui, ma nell’aver rubato l’infanzia alle generazioni a cui per sopravvivere (a Kamal servono molte rupie per aprire un negozietto), un mondo dove tutto è mercificato non dà altre opzioni che il dolore, la rapina, la piaga in continua suppurazione.

Il romanzo procede su più livelli, che si intrecciano di continuo per poi separarsi, come fiumiciattoli che corrono verso il mare. Quello che colpisce è il furore politico scagliato contro lo status quo e i suoi orrori quotidiani, che una civiltà retta dal liberismo selvaggio ha ormai elevato ad archetipi. Notevole il piano lirico del narrare in cui la sensualità di un mantra (“Om mani padme hum…”), anzi, due (“Dottò”) inasprisce le parole di un bambino a cui è negata ogni pietas, che pure tutte le religioni invocano, per essere spinto sotto i ferri dei macellai: allegoria tremenda. L’accusa è di non aver saputo costruire un mondo diverso, di non aver avuto una, visione alternativa al reale, credere che questo sia il migliore dei mondi possibili: abbiamo coltivato il vuoto dove poi il serpente ha deposto le uova fatali. Ridotti a vegetali senza più utopie, sogni, a vivere in un mondo pieno di cicatrici dove “il silenzio è di moda” e capita di non dormire per sfinimento. Kamal siamo tutti noi, umiliati e offesi, vilipesi, saccheggiati nell’immaginario, omologati a modelli estranei e devastanti.

Del romanzo colpisce, cattura la scrittura viscerale, rapsodica, rabbiosa, che a un primo sguardo sembrerebbe sperimentale, e che invece è la modulazione scelta dallo scrittore per osservare il tutto e il particolare in una continua osmosi del senso che fluisce senza requie in un’affabulazione magnetica. Ma anche la padronanza della storia, che sconfina nella metafisica di un’universalità lacerata e purulenta, naufragata sotto il peso delle sue stesse bestemmie e orrori, delle continue abiure e dalla ridefinizione continua di valori relativizzati.

Pubblicare non vuol dire essere scrittori, oggi che il consumismo ha penetrato e corrotto l’etimo interno della scrittura piegata al marketing, all’apparire, alle scuole, al best-seller sintonizzato col gusto di lettori dalla percezione arida e formattata. La Babeleci avvolge e ci confonde, per cui trovare una propria via non è facile. Oggi anche Steinbeck o Caldwell resterebbero inediti. Benchè giovane, più mediterraneo che europeo, Cristaldi è un franco narratore che ha trovato una sua password assolutamente originale, una sorta di Sacro Graal che si regge su una melodia carsica che attraversa una koinè di parole magmatiche e ispide, portatrici di una semantica nuova, escatologica, di significati rimodulati. E’ anche qui la forza di un romanzo commovente, immaginifico, che suggerisce di cercare l’innocenza perduta per salvare il bambino in noi e richiudere una ferita che sanguina senza requie mentre altri tiranni affilano il bisturi, dottò. Om mani padme hum…   

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