A Sava, dove il Primitivo è primitivo

di Pino de Luca

Ultimi sprazzi d’un giro vorticoso ed entusiasmante che mi ha permesso di attraversare, enologicamente e musicalmente, tutte e tre le province del Grande Salento. E di raccontarle spero piacevolmente.

L’asfalto, come ogni venerdi, si svolge sotto le ruote della mia fida automobilina mentre Belcore canta: “Per me l’amore e il vino/ due numi ognor saranno./ Compensan d’ogni affanno/ la donna ed il bicchier.”

E sulla destra compare l’ingresso della Vinicola Savese dei F.lli Pichierri. Entro accolto da una pergola d’antica fattura sulla sinistra, da un po’ di disordine e dal volto di Francesco al quale non posso celar intenzione e identità. Il mio tentativo d’esser incognito cliente evapora subitaneo.

Disordine da trasloco è in corso. Una nuova cantina, più grande, moderna ed efficiente. Una telefonata e ho il privilegio di visitare il nuovo stabile.

Moderna la costruzione ma l’aria che si respira è antica.

Sono a Sava, città tarantina oltre il Muro Tenente, nella quale il Primitivo è primitivo. Alberelli, terre forti, possenti e vino grasso, dalla presenza alcolica prorompente ma di rado percepibile tanto è immersa in un substrato di profumi e sapori davvero eccezionali.

I fratelli Pichierri sono al lavoro, lo testimoniano i visi ma soprattutto le mani.

Più che mani sono monumenti, testimonianze plastiche da preservare, in esse son racchiusi secoli di cultura del lavoro e della vigna, mani forti, dure e generose. Ultimi testimoni, irriducibili, del primitivo primitivo.

Vittorio è personaggio autentico, colto come può esserlo un ragazzo che ha superato la sessantina, conosce il mondo e sa scegliere i collaboratori secondo parametri obsoleti dicono i libri, insostituibili dice la vita. Francesco è un giovane che si occupa del marketing, Vittorio lo ha scelto perché ha visto che nel cofano della macchina porta la zappa. Straordinario!!!

Ascoltando Vittorio il tempo sublima, visitata la nuova cantina si tornati alla vecchia, popolata d’antiche cisterne, botti e “capasoni” che celano tesori inimmaginabili.

Il vino qui è “merum”, ne ho assaggiato uno strabiliante. Un primitivo dolce naturale di 21 gradi (18+3) che davvero racchiude il concetto di “vino da comodino.” Riesco a schiodarmi, acquisto il vino che desideravo: la Tradizione del Nonno.

Emblema della produzione più antica, si presenta rosso cupo e di unghia luminosa. Il naso è una festa di profumi di uva matura, di prugna, more, ed evidenti note balsamiche. In bocca è pieno, armonico, potente e pervasivo, di una incredibile lunghezza eppure di una straordinaria bevibilità, sedici gradi di morbidezza. Bello, buono e anche denso di conoscenza ad un prezzo che fa sorridere. Un vino del quale non parlare, basta ascoltare le tante cose che ti racconta.

“Dell’elisir mirabile/ bevuto ho in abbondanza,/ e mi promette il medico/ cortese ogni beltà./ In me maggior del solito/ rinata è la speranza,/ l’effetto di quel farmaco/ già già sentir si fa./

La Tradizione del Nonno è il liquor di Dulcamara, che tutto guarisce e tutto lenisce. Lo sa bene Nemorino, vittima e fortunato fruitore de L’Elisir d’Amore, melodramma giocoso di Gaetano Donizetti.

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