Scàncaru e figli, reali o presunti

di Armando Polito

Lo scàncaru è in dialetto neretino quello che in italiano è detto ganghero, cioè l’elemento di una cerniera (delle imposte di usci e altri infissi), fissato al telaio o murato nello stipite, il quale porta il perno o spina che va a infilarsi nell’occhio della bandella fissata al battente Il modello più primitivo era costituto in pratica da due chiodi terminanti ad anello (prima foto).

Gànghero è una di quelle voci per le quali le etimologie proposte sono le più disparate e, dopo  il Muratori (XVIII secolo) per il quale la voce trae origine dal tedesco Angel e il Salvini (XVIII secolo) per il quale è formata sulla stessa base di canchero, l’etimo che oggi gode più credito è il primo proposto, cioè quello di Gilles Ménage (XVII secolo), secondo il quale la voce è dal greco kànchalos, attestato da  Esichio di Alessandria (V secolo d. C.) in Glòssai (glossario contenente più di 50000 lemmi): kànchalos: krikos o epì tais thýrais. Sikelòi (Kànchalos: anello sulle porte. Siciliani).

La voce, dunque, sarebbe di uso siciliano, ma la definizione esichiana richiede che mi soffermi sulla sua prima parola. Krikos in epoca classica indica l’anello al centro del gioco per l’attacco al carro, l’anello di una chiave o di una catena, anello o occhiello di vela o tenda, anello come monile, braccialetto, l’anello usato per il gioco chiamato krikelasìa1, da krikos,  che in questo caso significa cerchio, + elàuno=sospingere.

Per quanto fin qui detto e tenuto conto della definizione e dell’etimologia all’inizio date di ganghero, delle due l’una: o i Siciliani montavano all’inverso i due componenti della cerniera chiamando kànchalos la bandella (cioè la parte di cardine che si infila nel gangheri, da cui la locuzione metaforica uscire fuori dai gangheri) oppure, molto più probabilmente, Esichio con krikos vuol significare il raccordo (in un certo senso anulare…) che si forma al centro quando la bandella è inserita nel ganghero o i due cerchi reciprocamente infilati l’uno nell’altro nel modello più primitivo.

Se le cose stanno così, nulla vieta di pensare che pure scàncaru derivi dalla voce greca con semplice aggiunta di una s– intensiva.

E scancarisciàre (divaricare le gambe in modo eccessivo) denunzia solo una somiglianza fonetica con scàncaru, al di là delle suggestioni semantiche che senza difficoltà consentirebbero di collegare tra loro la posizione delle gambe divaricate e dei cardini quando i battenti sono  aperti?

Intanto faccio notare il suffisso –isciàre, corrispondente all’italiano –eggiàre  (dal latino –idiàre, connesso col greco –ìzo). Come conteggiare   deriva da contare, posteggiare da postare etc. etc. e nel dialetto neretino ddurmiscìre da ddurmìre, così scancarisciàre supporrebbe un originario scancaràre2.

Nel dialetto neretino scancaràre non esiste ma è attestato nel dialetto napoletano (in cui, per converso manca scàncaru).  In Gabriele Fasano3, La Gioresalemme libberata (canto XI, ottava 37, vv. 5-8) in Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, Porcelli, Napoli, 1786, tomo XIV, pag. 14, si legge: E già l’ariete a le mmura a la mpressa/accosta gruosse trave a ssarva mano,/de fierro mponta, comm’a ccaparrune,/pe nne scancarà pporte e bastiune.

È evidente come nel testo appena citato scancarà (infinito presente) ha il significato di scardinare e formalmente corrisponde all’italiano sgangherare.

Il suo uso nel dialetto napoletano è confermato dal lemma (registrato senza l’apocope tipica dell’infinito presente napoletano: vasà=baciare, parlà=parlare, etc. etc.) scancarare o scancareiare del Vocabolario delle parole del diaaletto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano, con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, Porcelli, Napoli, 1789, tomo I, pag. 88, dove è riportata la seguente definizione: isgangherar, rovinare, levar da sesto.

Corrispondente, infine, al napoletano scancarà  è il siciliano scancaràri per il quale in Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico italiano e latino, Reale stamperia, Palermo, 1790, tomo IV, pag. 366,  leggo questa definizione: cavar de’ gangheri, scommettere, sgangherare, emovere cardinibus (togliere dai cardini). Da cancaru colla s iniziale che fa forza della ex de’ Latini. Sancarari (evidente errore per scancarari) la pinna, vale sconciar la temperatura (rovinare l’affilatura della penna d’oca), depravare calamum (rovinare la penna). Scancarari la pinna in senso figurato v. Pinna. Scancararisi, figuratamente vale levarsi di sesto, slogarsi, luxare (procurarsi una lussazione), si scancarau li cosci, o mi scancaravi tuttu.

E a cancaru, messo in campo come etimo di scancaràri il Pasqualino correttamente registra un primo significato di strumento di ferro, che serve per congiugnere i coperchi delle casse, degli armadi, e simili arnesi, ed anche di cardine a sostener le imposte delle porte, ganghero , cardo. Cancaru fimmininu, v. masculinu (distinzione tra la bandella  e il ganghero propriamente detto); immediatamente dopo è riportato il secondo significato: tumore, o ulcere cagionato da collera nera: ha intorno le vene stesse a guisa delle gambe del granchio, e va rodendo, canchero, cancer, carcinoma. Per imprecazione come (cancaru chi ti mancia, chi ti vegna lu cancaru etc.) canchero, canciola. Altrettanto correttamente le due diverse etimologie: per il primo significato il greco kànchalos che, come ho  riportato all’inizio, secondo Esichio è di uso siciliano, e per il secondo il latino cancer.

Che la voce, infine, non sia solo meridionale lo attesterebbe G. Faggin che in Vocabolario della lingua friulana, Del Bianco, Udine, 1985, v. II, pag. 1175 al lemma scancarà dà questa definizione: scardinare, sgangherare, scassinare, scassare.

Basta e avanza per affermare che scancarisciàre è figlio di scàncaru.  L’appetito, si sa, vien mangiando e a questo punto mi viene in mente il verbo neretino ncarancàre, registrato dal Rohlfs oltre che per Nardò anche per Galatone, col significato di cavalcare. Quest’ultimo è ambiguo perché può significare tanto procedere che salire a cavallo, mentre la voce dialettale è usata solo nel senso di salirencarancàre sobbra lla canna ti la bicicletta; ncarancare sobbra li spaddhe (sistemarsi sulla canna della bicicletta; salire sulle spalle) e anche assolutamente: ‘ncaranca! (sali!).

Ma, qual è l’etimologia di ncarancare (per quanto dirò dopo mi pare più corretta la grafia ‘ncarancàre)?

Il Rohlfs nulla aggiunge a quanto ho già riportato e debbo perciò presumere che per lui la voce sarebbe deformazione dell’italiano cavalcare ed avrebbe la stessa etimologia. Bisognerebbe, però, dare ragione dei passaggi –v->-l– e –l->-n-; quanto a  n– iniziale, essa non pone alcun problema derivando dalla preposizione in che ha poi subito l’aferesi (per questo ho scritto prima che la grafia più corretta dovrebbe essere ‘ncarancàre)

Ipotizzo perciò che proprio il già visto napoletano scancarà, ancor meglio il siciliano scancaràri sia alla base di ‘ncarancare attraverso la trafila scancaràri>scarancàre (metatesi a distanza; la voce è usata nel neretino nel senso di scavalcare un ostacolo)>’ncarancare (sostituzione in testa di ex– con in-). Sul piano semantico scarancàre comporterebbe l’apertura di quella cerniera ideale rappresentata dalle gambe, ‘ncarancàre la sua  chiusura attorno a qualcosa (sia essa la canna di una bicicletta o il collo di una persona).

Se così è veramente andata, andrebbe riconosciuta al nostro scàncaru una prolificità insospettata.

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1 La voce è attestata da Oribasio (IV secolo d. C.), Collectiones medicae, VI, 26 (traduco dal testo originale dell’edizione curata da Bussemaker e Daremberg, Stamperia nazionale, Parigi, 1851, v. I, pagg. 521-522): Sull’esercizio del cerchio (krikelasìa), tratto dalle opere di Antillo e in particolare dal trattato Rimedi posti in atto. L’esercizio del cerchio può rilassare le parti del corpo tese e rendere flessibili quelle anchilosate, attraverso i movimenti che si fanno per evitare il cerchio e le variazioni di posizione del corpo; può rinforzare e rilassare i nervi indeboliti, produrre il calore e ristabilire una condizione indotta dall’effetto dell’umor nero. Bisogna che il diametro del cerchio sia minore della statura dell’uomo che lo usa, in modo che gli arrivi all’altezza del petto. Non si deve spingere il cerchio solo in linea retta, ma anche a zig-zag. Il bastone dev’essere di ferro ed avere il manico di legno. I piccoli anelli che si trovano all’interno del cerchio sono stati considerati da qualcuno come superflui, ma non è così, perché il suono che producono infondono distrazione e piacere nell’animo. All’inizio si spingerà il cerchio stando dritti ma quando il corpo è divenuto caldo e umido di sudore allora bisogna saltare e correre qua e là. Verso la fine si spingerà di nuovo il cerchio stando dritti per frenare l’ondeggiamento prodotto dall’esercizio. Il tempo adatto per l‘esercizio, come per gli altri impegnativi, è quello che precede il pranzo o il bagno.

2 Non tragga in inganno scancàre (spalancare le gambe) che avrebbe dato come intensivo scanchisciàre. Per quanto riguarda poi l’etimologia di scancàre, esclusa la possibilità di ex+anca (avrebbe dato ssancàre o, come in italiano, sciancàre, pure con problemi aggiuntivi di natura semantica), resterebbe da pensare alla stessa etimologia (ex+palanca) di spalancare con sincope di -la (*spancàre) e passaggio –p->-c– come in scantàre (spaventare) dall’antico italiano (ma sopravvive nel Salento come  variante di scantàre) spantàre, a sua volta dal latino *expaventàre.

3 1645-1689. La prima pubblicazione dell’opera citata avvenne pochi mesi prima della morte.

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