L’era del virtuale, non della virtù

L’umiltà vince sulla superbia, da un codice medievale

di Armando Polito

Ho avuto più di una volta l’occasione di sostenere, e spero di averlo dimostrato, che le parole spesso tralignano, non necessariamente nei loro derivati, proprio come succede negli umani, per cui non si può parlare di nobiltà (quella autentica, non basata sui titoli che volentieri lascio a chi si accontenta di questa miseria…) acquisita per tutta la vita  e ancor meno ereditaria, restando coinvolte in un processo di evoluzione semantica in cui il significante rimane tal quale mentre il significato finisce per rappresentare addirittura il contrario. Le gradazioni di questo processo sono praticamente infinite e legate alla nostra storia, di cui l’uso della lingua è parte integrante e forse primaria. In senso lato si parla di uso metaforico del linguaggio e va subito detto che in sua assenza non esisterebbe neppure la poesia, quella autentica, che è probabilmente l’espressione più alta delle nostre sinapsi neuronali. Da questo punto di vista i collegamenti ipertestuali che, sia pure limitatamente alla ricorrenza di una o più voci, qualsiasi programma di ricerca è in grado, in modo più o meno sofisticato, di fornire rappresentano, almeno fino ad ora, per fortuna,  solo un’imitazione fulminea ma primitiva e  rozza del nostro potenziale cerebrale, per cui qualsiasi computer rimane ancora un cretino, per quanto velocissimo.

Si tratta, comunque, di uno strumento prezioso, ormai insostituibile,  e qualsiasi professionista o il semplice curioso se ne facessero a meno resterebbero tagliati fuori, pure per la rapidità temporale oggi richiesta, da qualsiasi processo produttivo, concreto o astratto, vittime di una nuova forma di analfabetismo. Io stesso per scrivere queste righe non sto certo usando una mitica olivetti 32 e non le invierò al sito utilizzando il normale (per quanto ancora?) servizio postale e la redazione per decidere se pubblicarle o no non entrerà mai in contatto con un pezzo di carta…

Prima ancora che la nostra specie fosse in grado di comprendere la complessa realtà che la circondava e che, guidata solo dalla buona fede, si mettesse volta per volta d’accordo sulla sua interpretazione, è apparsa (anzi, questa l’abbiamo fatta apparire tutta noi) un’altra realtà, quella virtuale.

La voce virtuale è dal latino medioevale virtuàle(m)=potenziale, accusativo di virtuàlis, forma aggettivale del classico virtus [dal suo accusativo virtùte(m) il nostro virtù], e questo da vir=uomo. Qualsiasi vocabolario di latino per virtus registra, a scalare, questi significati: carattere, capacità, bravura, eccellenza, valore, coraggio, perfezione morale. Proprio quest’ultimo significato consente di comprendere come gli antichi dessero ai precedenti, senza equivoci, una valenza positiva. Infatti, di per sé il carattere può essere buono o pessimo (ma ancora oggi quando si dice uomo di carattere non credo che ci si riferisca ad un opportunista e cambiabandiera), la capacità, la bravura, l’eccellenza, il valore e lo stesso coraggio non sono certo doti positive se applicate solo al proprio tornaconto. Non a caso virtus è da vir, compendiandone l’essenza più nobile.

Tuttavia i processi degradanti di cui parlavo all’inizio e che sembrano esclusivo frutto della nostra epoca spesso hanno un’origine antica. Già in epoca medioevale, infatti, virtus, pur conservando il significato di virtù (al plurale quello di miracoli ma anche di diritti, privilegi), non solo in molte glosse ma anche in parecchi testi, per dir così, ufficiali, assume quello di pura forza fisica o di violenza. Due soli esempi:  Se qualcuno commette con violenza adulterio con una ragazza di buona famiglia…1; Se in verità il ladro abbia sottratto questo con violenza da una chiesa…2

Si direbbe che il ricordo della parentela etimologica tra vir=uomo, vis=forza, violenza e virus=veleno a tratti riaffiori coinvolgendo l’innocente virtus.

Dei suoi derivati il classico virtuòsus ha conservato la connotazione morale positiva che continua nell’italiano virtuoso, e lo stesso può dirsi per il citato medioevale virtuàlis  che si riferisce solo alla facoltà astratta, alla potenzialità, indipendentemente dal suo incarnarsi concreto e tanto meno da una valutazione di carattere morale.

Per quanto ancora il nostro virtù resterà immune dal significato negativo già assunto, come s’è visto, nel passato ? Non sono in grado di prevederlo (comunque, non sono ottimista…),  posso solo affermare che virtuale già comincia a manifestare, secondo me, preoccupanti segnali di spostamento dal significato neutro con cui è nato, se si tiene nel dovuto conto il rischio che esso ci faccia perdere il senso e la voglia di conoscere la realtà, schiavi di un’epoca dilaniata dalla contraddizione (apparente solo se non si considera la logica che la sottende: quella del profitto a tutti i costi) tra l’immagine (per giunta sostitutiva, dunque, in un certo senso, astratta) e una morale basata sul materiale e sul concreto o sul mezzo per ottenerli (fortuna che non tutte le coscienze si possono comprare…): il denaro.

E questo rischio si può correre anche quando le intenzioni, magari, sono in assoluta buona fede3 e la realtà virtuale non viene sfruttata per realizzare un videogico,  per la ricostruzione tridimensionale e interattiva di un tempio andato perduto, per simulare un volo o un intervento  chirurgico o gli effetti di un terremoto su un edificio costruito con certi criteri  o le presunte fasi di un omicidio,  per realizzare un dvd che consenta a tutti la fruizione indiretta di un bene quando quella diretta, ammesso che fosse possibile, ne comporterebbe prima il deterioramento e poi la scomparsa (per esempio, le pitture della Grotta dei cervi), ma nell’allestimento, addirittura, di un museo.  Mi chiedo, a tal proposito (purtroppo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare) se l’impatto educativo del MAV (Museo Archeologico Virtuale) di Ercolano sia pari a quello, indiscutibile, della sua spettacolarità o, senza mettere in campo campanilismi che scientificamente non hanno senso (e poi, io sono nato a Manduria e vivo a Nardò…), non sarebbe stato meglio spendere quanto si è speso (e non si tratta certo di spiccioli, tenendo conto anche della costosa manutenzione richiesta da attrezzature ipertecnologiche4) per mettere in sicurezza almeno le parti più traballanti di Pompei?

Avevo appena finito di pensarlo quando Nerino mi ha riferito di una strana telefonata…

*Ti hanno appena telefonato dal MAV di Ercolano.

 

** Ma v..!!!… e la voce non era virtuale…

_________

1 Si quis cum ingenua puella per virtutem moechatus fuerit…(Lex Salica, tit. 14, § 15).

2 Si vero per virtutem hoc raptor de Ecclesia abstulerit…(Lex Alamannorum, tit. 5,  2).

3 Contrariamente a quanto succede per alcune amicizie virtuali nate in rete e conclusesi sul tavolo di un obitorio.

4 http://www.radiocrc.com/blog/economia/mav-ercolano-i-lavoratori-lanciano-lsos-20065

Un commento a L’era del virtuale, non della virtù

  1. Sempre puntuali e precise le ricerche del nostro autore e non manca mai quel pizzico di ironia che non guasta

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