Il delfino e la mezzaluna (quarta parte)

di Armando Polito

Per dovere di completezza va ricordato anche uno sfruttamento “laico” del delfino che compare in molte marche tipografiche dei secoli XVI-XVII, che qui distinguo in due gruppi a seconda della loro composizione riportandone solo alcuni esemplari:

1)  La Fortuna: una donna in mare è sorretta da un delfino e tiene con le mani una vela gonfiata dal vento.

2) Delfino avvinghiato ad un’ancora.

Il primo, destinato anche a restare il più famoso, ad adottare questa marca, conservata poi tal quale dal figlio Paolo, fu Aldo Manuzio.

Il lettore ricorderà che nella nota 10 della terza parte avevo lasciato in sospeso la questione dell’accostamento fatto dal Piccinelli tra il delfino e l’ancora. È giunto il momento di dire come effettivamente stanno le cose. Tutto nasce dall’incontro tra Aldo Manuzio (1449-1515) ed Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) il quale nei suoi Adagia pubblicati da Aldo nel 1508,  dopo aver riportato la testimonianza di Gellio relativa ad Augusto da me citata nella stessa nota 10,  trae una prima conclusione: Che il medesimo detto (lo spèude bradèos che Gellio ci ha tramandato esser caro ad Augusto) sia piaciuto a Tito Vespasiano si deduce facilmente dalle sue antichissime monete, una delle quali d’argento mi mostrò Aldo Manuzio uomo benemerito di ogni antichità, moneta di fattura antica e chiaramente romana, che diceva essergli stata mandata in dono da Pietro Bembo, patrizio veneto, giovane non solo erudito tra i primi ma anche diligentissimo investigatore di antichità letterarie. La moneta era fatta così: da una parte presenta il volto di Tito Vespasiano con un’iscrizione, dall’altra un’ancora la cui parte centrale o timone è abbracciata da un delfino avviluppatovi intorno. Che poi questo simbolo null’altro voglia significare che il detto spèude bradèos di Augusto ne offrono indizio le testimonianze dei geroglifici24.

Dopo essersi dilungato sul valore simbolico dei geroglifici ed aver ricordato certe rappresentazioni egizie di serpenti avviluppati e con la coda in bocca da interpretare come il trascorrere ciclico del tempo, Erasmo così continua: In primo luogo il cerchio, poi l’ancora la cui parte centrale il delfino abbraccia col suo corpo avviluppato; il cerchio poiché non è delimitato da nessun confine, allude all’eternità del tempo; l’ancora, poiché tiene ferma, lega a sé e blocca la nave, indica la lentezza. Il delfino, del quale nessun animale è più veloce o più pericoloso per l’impeto, esprime l’idea della velocità. Tutto questo, se sapete cogliere le connessioni, darà origine  ad un motto di questo tipo: aèi spèude bradèos, cioé semper festina lente (affrettati sempre lentamente)25.

Poi, dopo aver sciolto l’apparente contraddittorietà dell’ossimoro, così conclude:  E così questo motto spèude bradèos appare partito fin dagli stessi misteri dell’antica filosofia, per cui fu avocato a sé da due dei più lodati imperatori, cosicché all’uno funse da proverbio, all’altro da stemma. Ora ha trovato in Aldo Manuzio il suo terzo erede26.

In tutto ciò, secondo me, l’unica cosa certa è l’esistenza della moneta di Tito Vespasiano (79-81 d. C.) di cui parla Erasmo.

Con il delfino e l’ancora nel verso, a quanto ne so, furono coniati  un aureo (in basso)

e diversi denarii e molto probabilmente, con un pizzico di fortuna,  tra quelli di seguito riportati uno corrisponderà proprio a quello mostrato ad Erasmo.

Tutto il resto mi pare un’abile operazione di marketing ante litteram per il lancio della marca editoriale Aldo Manuzio, perché il dato iniziale (Gellio) non fa una piega, è forzato, invece, il trasferimento di quel dato a Tito Vespasiano  e perciò, quanto meno, molto discutibili  tutte le ipotesi interpretative connesse da quello derivate.

C’è pure da osservare che nella monetazione romana il delfino, l’ancora, il tridente di Nettuno appaiono da soli o associati come elementi, per lo più,  di una rappresentazione celebrativa di una vittoria navale o di una semplice competenza nello stesso settore, collocata di regola nel verso, anche se alcuni di loro in qualche caso sono presenti nel dritto. Le immagini che seguono, disposte in ordine cronologico per meglio seguire l’evoluzione del fenomeno,  vogliono provare quanto appena asserito:

1) 

asse (209-208 a. C.). Nel dritto testa laureata di Giano, nel rovescio prua di nave con ancora e legenda ROMA. Qui l’ancora appare come un semplice accessorio della nave.

2)

denario di Sesto Giulio Cesare (129 a. C.). Nel dritto testa di Roma a destra, con elmo attico alato; a sinistra verso il basso  un’ancora a destra verso il basso il simbolo dei sedici assi.  Nel rovescio Venere, su biga in movimento verso destra, tiene le redini con la sinistra e una frusta con la destra mentre alle sue spalle Cupido  la incorona; legenda: SEX  IULI  CAISAR  ROMA.

3) 

denario di Varrone e Pompeo Magno (49 a. C.) per il quale vedi la moneta successiva. Nel dritto testa di Iuppiter terminalis con legenda VARRO PRO Q. Nel verso uno scettro tra un delfino e un’aquila, con legenda MAGN PRO COS.

4)

denario (44-43 a. C.) di Nasidio, generale navale di Pompeo Magno la cui testa, il tridente ed il delfino compaiono nel dritto con leggenda NEPTUNI. Nel verso quattro triremi disposte in combattimento, con leggenda Q.NASIDIUS.  La legenda precedente sottintende filius sicché l’intero nesso significa figlio di Nettuno.Se ai nostri tempi c’è ancora chi è disposto a sborsare somme ingenti per esibire titolo nobiliare o, ancor meglio, un diploma o una laurea, perché meravigliarsi se nell’antica Roma c’era chi pretendeva di avere addirittura origine divina? Ecco cosa scrive, però Plinio più di un secolo dopo (Naturalis historia, IX, 55) su questo personaggio:  Siculo bello, ambulante in litore Augusto, piscis e mari ad pedes eius exsiliit; quo argumento vetes respondere, Neptunum patrem adoptante tum sibi Sexto Pompeio (tanta erat navalis rei gloria), sub pedibus Caesaris futuros qui maria tempore illo tenerent (Durante la guerra di Sicilia, mentre Augusto passeggiava sulla spiaggia un pesce saltò dal mare ai suoi piedi; in base all’accaduto gli indovini dichiararono che, poiché Sesto Pompeo si era adottato come padre Nettuno, tanta era la gloria della vittoria navale, sarebbero finiti ai piedi di Cesare  coloro che in quel tempo dominavano i mari).

5)

quinario di Marco Giunio Bruto (43-42 a. C.). Nel dritto testa della Libertà con legenda LEIBERTAS. Nel rovescio ancora e punta di prua di nave in posizione incrociata.

6)

denario di Pompeo Magno (42-40 a. C.). Nel dritto testa di Nettuno con un tridente in spalla e legenda MAG PIVS IMP ITER. Nel rovescio trofeo navale con corazza, elmo con tridente, prua di nave a sinistra, aplustre a destra. Sotto due mostri marini (Scilla e Cariddi) e un’ancora come sostegno; legenda: PRAEF CLAS ET [ORAE  MAR IT EX S C].

7)

asse (data incerta ma comunque posteriore al 31 a. C.) di M. Agrippa la cui testa appare nel dritto con la corona navalis o rostrata, onorificenza concessagli da Augusto per la vittoria ad Azio (31 a. C.) contro la flotta di Antonio; legenda: M. AGRIPPA L. F. COS. III. Nel rovescio Nettuno si volge a destra reggendo il tridente con la sinistra e tenendo nella destra un piccolo delfino; legenda: S C.

Dagli esempi addotti si direbbe che il delfino, l’ancora e il tridente esprimano significati politico-religiosi più che morali.

Ed è un caso che tutti e tre (il delfino avvinto al tridente), compaiano in un galerus  (sorta di piccolo scudo per il quale è stata avanzata anche l’ipotesi di una funzione votiva) rinvenuto il 10 gennaio 1767 a Pompei nella Scuola dei gladiatori (divenuta nel mondo, con il recente crollo, il simbolo della seconda rovina della città…) e custodito nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli?

Non sapremo mai, comunque, se l’idea di sfruttare il delfino e l’ancora vespasianei con l’aggiunta del motto festìna lente balenò prima nella mente di Aldo oppure in quella di Erasmo.  Forse ci giunsero di comune accordo dopo una serie di incontri aziendali…e non è da escludersi che ci sia stato pure lo zampino del Bembo, che faceva parte, con Erasmo,  dell’Accademia Aldina fondata dal Manuzio nel 1494. Sulla questione c’è da dire, infine, che nella marca tipografica del Manuzio mai compare il motto in questione che fu solo citato da Aldo nella dedica della sua edizione del 1498 delle opere latine di Angelo Poliziano.

Certo è che il delfino e l’ancora (in alcuni casi con la presenza del motto) continuarono ad essere usati da tanti altri tipografi…

Il motto della marca di Ruffinelli (mediato dal Manuzio) fu adottato, forse in modo più appropriato, anche dall’editore Bartolomeo Sermartelli (attivo a Firenze dal 1571al 1630): infatti lì è una tartaruga che in mare sorregge con il guscio una vela spiegata al vento recante un giglio araldico  (in basso le marche del 1609-1625 e del 1571-1630):

Molto originale, perché esula dai due schemi e ripropone il mito di Arione, è la marca di Johannes Oporinus risalente al 1558:

E poteva mancare nel genere letterario degli emblemata cioè di quelle opere,  che tanto successo ebbero a partire dal XVI secolo, di carattere moraleggiante, sostanzialmente costituite da tavole il cui titolo in latino era un motto ed il cui testo in versi, pure essi latini, commentava l’immagine centrale? Un solo esempio per tutti, proprio quello che si riallaccia strettamente a quanto poco prima è stato riportato sul Manuzio. Dagli Emblemata di Jean-Jacques Boissard usciti nel 1584 riproduco e commento la tavola n. 56.

Il titolo Nec temere nec segniter (Nè troppo presto né troppo tardi) esprime lo stesso concetto del Festina lente. In basso due distici elegiaci:  Dum rem suscipies quamcumque gerendam/consilium hinc mulier suggeret, inde senex./Coepta morae impatiens festina, ait, impiger. At tu/lente, inquit, propera, tardus hic, illa levis (Mentre intraprenderai qualsiasi cosa da fare, una donna da una parte, un vecchio dall’altra ti suggeriranno un consiglio. Dice questi lento:  – Ma tu affrettati lentamente! -. Dice quella leggera: – Svelto, impaziente dell’indugio, affretta il lavoro cominciato! -).

(continua)

______

24 Iam vero dictum idem Tito Vespasiano placuisse, ex antiquissimis illius numismatis facile colligitur: quorum unum Aldus Manutius, vir de omni antiquitate praeclare meritus, spectandum exhibuit argenteum, veteris, planeque Romanae scalpturae, quod sibi dono missum  aiebat a Petro Bembo, patritio veneto, iuvene cum inter primos erudito, tum omnis literariae antiquitatis  diligentissimo pervestigatore. Numismatis character erat huiusmodi: altera ex parte faciem Titi Vespasiani cum inscriptione praefert, ex altera anchoram,cuius medium ceu temonem Delphin obvolutus complectitur. Id autem symboli nihil aliud sibi velle, quam illud Augusti Caesaris dictum spèude bradèos, indicio sunt  monimenta literarum hieroglyphicarum.

25 Primo loco circulus, deinde anchora, quam mediam delphinus obtorto corpore circumplectitur: circulus  quoniam nullum finitur termino, sempiternum innuit tempus; anchora, quoniam navim remoratur, et alligat, sistitque, tarditatem indicat. Delphinus, quod hoc nullum animal celerius, aut impetu perniciore, velocitatem exprimit; quae, si scite connectas, efficiente huiusmodi sententiam aèi speude bradèos, cioè semper festina lente.

26 Itaque dictum hoc spèude bradèos, ex ipsis usque priscae philosophiae mysteriis profectum apparet, unde adscitum est a duobus omnium laudatissimis imperatoribus, ita ut alteri adagionis esset locus, alteri insignium vice. Nunc vero in Aldum Manutium Romanum, ceu tertium heredem, devenit.

PER LE ALTRE PARTI:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/12/il-delfino-e-la-mezzaluna-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/14/il-delfino-e-la-mezzaluna-terza-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/27/il-delfino-e-la-mezzaluna-quinta-ed-ultima-parte/

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