Il poeta con la chitarra

di Paolo Vincenti

Fresco di ristampa, Il sesto ed altri racconti. Psychotropic noir,  di Stefano Delacroix, edito da Lupo (2012), con Prefazione di Michelangelo Zizzi. Il libro, già pubblicato a fine 2008, esce oggi con l’aggiunta di un racconto e viene presentato con rinnovato entusiasmo dal suo autore.

Si tratta di una serie di racconti i cui due punti focali, elementi chiave, sono l’amore ed il tempo. Fil rouge della narrazione è la suspance che l’autore con abilità sa creare e mantenere dalla prima all’ultima pagina dei suoi testi, seguendo in questo senso i dettami di ogni buon giallo che si rispetti. Ma i testi di Delacroix  appartengono più propriamente al genere noir, che è una derivazione del giallo classico ottocentesco, ma che vi differisce perché, a differenza di quello, che ha quasi sempre un finale consolatorio con la soluzione del  mistero, questo può avere dei contorni molto più labili e sfumati ed un finale che non riscatta la trama svolta ma in cui anzi, a volte, non si dà nessuna soluzione. Ed inoltre, il protagonista di un noir è spesso, non l’eroe del giallo classico, ma un antieroe, come è certamente l’io narrante del libro di Delacroix. A ciò si aggiunga che, quelle de “Il Sesto”,  sono storie di un noir psicologico, definito, fin dal titolo, psicotropico (con un neologismo derivato da “psicotropo”, che si dice di farmaco che agisce sui processi psicologici),  per la preponderanza di atmosfere claustrofobiche e per il maggior spazio lasciato al narratore per divagazioni e introspezioni, sottese di una vena amara quanto ridente e sarcastica, sfottente a volte.

Un’altra definizione che si potrebbe dare alle storie narrate è quella di fantasy, in quanto il libro paga un debito evidente al genere fantastico con una preponderanza dell’elemento irrazionale e surreale. Un fantastico mentale, in cui il soprannaturale si realizza solo nella mente del protagonista dei brani, o meglio pare che solo lui lo percepisca, mentre gli altri che lo circondano, amici, cari e parenti, non se ne accorgono.

Personaggio eclettico, Stefano Delacroix, scrittore e cantautore salentino, che cavalca facilmente generi artistici diversi fra di loro ed in ognuno lascia il segno della sua presenza.  Non solo, come certi personaggi dei fumetti di supereroi  (più Peter Parker che Clark Kent) egli conduce una doppia vita: di giorno diligente impiegato in un istituto bancario del capoluogo ionico, di notte,  anima rock , in giro per librerie e locali vari a presentare i suoi libri o a suonare con la sua band da poco ricostituita. L’autore, che ha scelto come nome d’arte quello del famoso pittore romantico francese Eugene Delacroix,  conosce molto bene la letteratura contemporanea, soprattutto quella americana, nera, gotica, fantastica e pulp, e quella dell’ultima generazione di narratori salentini (i vari Desiati, Argentina, Di Monopoli, ecc.). Il linguaggio che usa è abbastanza diretto, sciolto, con inserti del parlato quotidiano e con una certa dose di turpiloquio bilanciata dai riferimenti alti delle sue storie, che pescano anche nel campo della legge di attrazione e della fisica quantistica.

La sua biografia dice: “nato a a Taranto nell’agosto ’66, da genitori leccesi, dopo la militanza tra le band giovanili, scoperto da Maurizio Montanari, approda alla corte di Mimmo Locasciulli, pubblicando tra il ’94 e il ’97 i primi due album da solista, “Ribelli” e “La legge non vale” (entrambi per Ed. Hobo e distribuzione Sony Music). Delacroix ha già esordito nella letteratura nel 2007, con due romanzi, “La memoria del mare” (ed. La Riflessione) e  “Peristalsi” (ed. Il Foglio).”.

Questo libro dunque è il terzo e, come dicevo sopra, quella di psychotropic noir data da Michelangelo Zizzi è una definizione davvero riuscita, tanto che tutti i recensori che si sono occupati del libro l’hanno condivisa e fatta propria. Ed anch’io credo che questo termine un po’ suggestivo si sposi bene con la materia così sfuggente (un po’ vischiosa) del libro di Delacroix, il quale immagina mondi e tempi perduti, nel diapason della sua narrazione fantastica. La sua fermentante creatività  lo porta ad inventare situazioni del tutto paradossali, bizzarre, poco organiche ad una trama convenzionale (ammesso che ci sia un canone nella scrittura, libera creazione fantastica).

«Gli otto racconti – ha scritto Domenico Fumarola – che compongono “Il Sesto”,  si fondano tutti su un dubbio percettivo, psicologico, che disperde le energie dei protagonisti, facendoli cadere nella follia che, in questo caso, diventa una distrazione della percezione. Nel noir psicotropo in cui sono immersi i protagonisti dei racconti di Delacroix vengono meno le due coordinate esistenziali fondamentali nelle quali l’essere umano si trova a vivere: lo spazio e il tempo.”

La sua è una scrittura moderna, fresca, accattivante, in alcuni tratti ridondante forse, un po’ barocca, ma anche liminare, “aurorale” se mi è consentito, cioè non tanto notturna, quanto primo mattutina. Una scrittura, cioè, di quando l’alba inizia ad imbiancare le cose, la terra e soprattutto la città, perché, secondo me, la scrittura di questi racconti rimanda ad un’alba meccanica, metropolitana, quella di asfalto e cemento della Taranto industriale nella quale l’autore è nato e cresciuto.  A questa suggestione mi riporta anche la visione del book trailer tratto dal libro ( prodotto da Emzi3, regia Massimo Cerbera),  in cui si vede lo stesso Delacroix, svegliarsi accanto alla sua compagna, mentre cerca di dare un senso all’impazzimento delle lancette dell’orologio e poi, con il suo abbigliamento dark, uscire fuori da casa e raggiungere una periferia un po’ degradata – sullo sfondo la grande città tentacolare-  dove sembra abbandonarsi al ricordo, al pensiero della sua vita.

Non può sfuggire il suo rapporto con il tempo: un rapporto tormentato, se è vero che questo fugge irreparabile (pensiamo al racconto “Il volgere del tempo”, a mio avviso il più bello e denso) ed il protagonista non lo riesce a fermare, perpetrando così il leggendario scontro titanico e l’eterna, atavica sconfitta del nano soccombente di fronte al gigante vittorioso. Non può altresì sfuggire la sua visione dell’amore, unico punto fermo, nel deragliamento del tempo impazzito, nel volgere delle mode e delle tendenze, nel naufragare di ogni certezza, nella perdita di ogni riferimento, nel dubbio in cui appunto incoglie l’autore.

Una scrittura, la sua, leggermente schizofrenica ma anche di ricerca, nel senso che il percorso intrapreso da Delacroix non è concluso ma lo porterà sicuramente ad ulteriori approdi ( è imminente la pubblicazione del suo quarto libro). Dunque se questo è l’incipit, per citare il titolo della collana di Lupo Editore, credo che lo svolgersi della carriera letteraria di Stefano Delacroix, lo scrittore con la chitarra,  voce fuori dal coro, possa essere di sicuro interesse per lui e per i suoi lettori. A maggior ragione, se “ l’unica cosa che possiamo chiedere a priori a un romanzo, senza esporci a un’accusa di arbitrarietà, è di essere interessante”, per citare Henry James ( ne “L’arte della fiction” ), credo che chi avrà fra le mani questo libro non rimarrà certamente deluso.

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