Il delfino e la mezzaluna (seconda parte)

di Armando Polito

Oggi il delfino è conosciuto per la straordinaria intelligenza che biologi ed etologi gli attribuiscono, oltre che per la sua dedizione (ma è la conferma di un pensiero antico) nei confronti dell’uomo (e qui, secondo me,  sarebbe opportuno che il delizioso cetaceo diventasse anche un po’ furbo, ma questo è un modo di ragionare tipicamente umano…).

Chi non conosce la favola di Arione e il delfino? La cito dalla fonte diretta che ce l’ha tramandata: Erodoto (V secolo a. C.). Lo storico greco nel secondo capitolo del primo libro delle Storie così scrive: Periandro, figlio di Cipselo, fu colui che comunicò a Trasibulo la risposta dell’oracolo e fu re di Corinto. Qui si narra, e gli abitanti di Lesbo lo confermano, che fu testimone di un grandissimo prodigio: l’arrivo a Tenaro di Arione Metimneo seduto su un delfino. Arione era un citaredo tra i migliori del suo tempo e per primo aveva inventato, denominato ed esposto in corinto il ditirambo1. Si narra che costui, dopo essere rimasto a lungo presso Periandro, fu preso dalla voglia di navigare alla volta dell’Italia e della Sicilia. Soddisfatto il suo desiderio e dopo aver guadagnato molto denaro volle ritornare a Corinto. Dovendo partire da Taranto poiché si fidava solo di quelli di Corinto noleggiò un equipaggio tutto costituito da marinai corinzi. Questi, però, quando furono in alto mare, tramarono di impadronirsi del suo denaro scaraventandolo fuori dalla nave. Arione se ne accorse e, pur di avre salva la vita, offrì loro tutto quello che aveva. I marinai per tutta risposta gli consigliarono di suicidarsi lì se voleva essere sepolto in terra o di saltare subito in mare. Arione chiese di soddisfare l’ultimo desiderio: cantare, vestito di ogni suo ornamento, sul ponte della nave; fatto ciò, si sarebbe suicidato. I marinai, desiderosi di ascoltare un simile campione di canto, passarono dappa poppa al centro della nave. Arione, pomposamente abbigliato, prese la cetra e, stando sul ponte della nave, modulò quel canto che si chiama ortio2 e terminato il canto si buttò in mare con tutti i suoi ornamenti. I marinai proseguirono la navigazione verso Corinto, mentre Arione venne preso sul dorso da un delfino e trasportato a Tenaro. Qui una volta a terra se ne andò con le stesse vesti a Corinto dove, appena giunto, raccontò quanto gli era successo. Ma Periandro non gli credette; perciò fece sorvegliare da uomini di sua fiducia l’ordine che gli aveva dato di non uscire e convocò i marinai ai quali chiese se avevano notizia di Arione. Risposero che sano e salvo se ne andava in giro per l’Italia e che l’avevano lasciato in perfetta salute a Taranto. A quel punto comparve Arione con lo stesso abito che indossava quando si era gettato in mare e i marinai dovettero confessare il loro tentativo di impossessarsi dei suoi averi eliminandolo. Questo fatto lo raccontano a Corinto e a Lesbo, a Tenaro vi è una statua di bronzo non grande che rappresenta un uomo su un delfino.

Plinio (I secolo d. C.) nella Naturalis historia (IX, 8): Delphinus non homini tantum amicum animal, verum et musicae arti, mulcetur symphoniae cantu, et praecipue hydrauli sono. Hominem non expavescit ut alienum, obviam navigiis venit, adludit exultans, certat etiam et quam vis plena praeterit vela. Divo Augusto princioe, Lucrinum lacum invectus, pauperis cuiusdam puerum, ex Baiano Puteolos in ludum literarium itantem, quum eridiano immorans appellatum eum Simonis nomine saepius fragmentis panis, quem ob id ferebat, adlexisset, miro amore dilexit. Pigeret referre, ni res Maecenatis et Fabiani et Flavii Alfi multorumque esset literis mandata. Quocumque diei tempore inclamatus a puero, quamvis occultus atque abditus, ex imo advolabat pastusque a manu praebebat ascensuro dorsum pinnae aculeos velut vagina condens; receptumque Puteolos per magnum aequor in ludum ferebat, simili modo revehens pluribus annis; donec morbo extincto puero, subinde ad consuetum locum ventitans, tristis et moerenti similis, ipse quoque, quod nemo dubitaret, desiderio exspiravit (Il delfino  non solo è un animale amico dell’uomo ma anche dell’arte della musica, è rallegrato dall’armonia del canto e soprattutto dal suono dell’organo ad acqua. Non teme l’uomo come estraneo, va incontro alle imbarcazioni, gioca e scherza, gareggia pure e le oltrepassa anche quando navigano a vele spiegate. Al tempo di Augusto imperatore un delfino, entrato nel lago di Lucrino, si affezionò straordinariamente al figlio di un pover uomo il quale andava ogni giorno a scuola da Baia a Pozzuoli, dopo che il ragazzino, fermandosi nel pomeriggio molto spesso lo allettava dopo averlo chiamato col nome di Simone con pezzetti di pane che aveva portato con sé apposta. Mi vergognerei a raccontarlo se il fatto non fosse stato tramandato per iscritto da Mecenate, Fabiano, Flavio Alfio e molti altri. In qualsiasi momento del giorno quand’era chiamato dal fanciullo, anche se appartato e nascosto, balzava dall’acqua e dopo aver preso il pane dalla sua mano gli offriva il dorso perché vi salisse, ritraendo la spina del dorso come se la mettesse in una guaina. E lo portava a scuola a Pozzuoli attraversando un lungo tratto di mare e allo stesso modo lo riportava indietro, per molti anni; finché, morto per una malattia il fanciullo, venendo sempre al posto abituale triste e simile ad uno che soffre, pure lui, nessuno ne dubiterebbe, morì di dolore).

Mi chiedo se lo spot del “delfino curioso” che per tanto tempo ha imperversato in tv sia stato ispirato, almeno in parte,  dalla storia pliniana. Sono convinto che non è così, ma mi serviva un attimo per asciugarmi la lacrimuccia…

Subito dopo Plinio riporta un altro ricordo ancora più triste del primo perché, questa volta,  coinvolge la malvagità dell’uomo : Alius intra hos annos in Africo litore Hipponis Diarrhyti, simili modo ex hominum manu vescens, praebensque se tractandum, et adludens natantibus impositosque portans, unguento perunctus a Flaviano proconsule Africae et sopitus, ut apparuit, odoris novitate fluctuatusque similis exanimi, caruit hominum conversatione, ut iniuris fugatus, per aliquit menses; mox reversus in eodem miraculo fuit . Iniuriae potestatum in hospitales ad visendum venientium, Hipponenses in necem eius compulerunt (Un altro in questi anni sul lido Africano di Ippone Diarrito, che si nutriva allo stesso modo dalla mano dell’uomo, si lasciava toccare scherzando con quelli che nuotavano e portandoli a cavalcioni sul suo dorso. Poi unto da Flaviano proconsole d’Africa con un profumo e stordito da quel fatto per lui inconsueto, come si vide, sbattuto dalle onde quasi morto si sottrasse per alcuni mesi alla frequentazione degli uomini come se si fosse allontanato per un’offesa subita. Successivamente tornato ricominciò a dare spettacolo. Però le offese arrecate dai funzionari che venivano per vederlo a chi li ospitava spinsero gli Ipponesi ad eliminarlo).

Il naturalista latino fa seguire altre storie consimili che per brevità non riporto, ma due altri riscontri sul rapporto antico tra l’uomo e il delfino coinvolgono, addirittura, la fondazione di Taranto con problemi identificativi del personaggio che su alcune monete compare sul dorso di un delfino (l’ordine cronologico con cui le emissioni sono riportate consente al lettore di rendersi agevolmente conto dell’evoluzione della rappresentazione del soggetto).

510-500 a. C. circa; legenda: TARAS

490-480 a. C. circa; legenda TARAS  (qui il giovane sul delfino stringe con la sinistra un polpo; questo dettaglio rende più credibile che si tratti di Falanto, figlio di Nettuno, che di Arione).

480-470 a. C. circa; legenda: TARAS

465-455 a. C. circa; legenda: TARAS

430-425 a. C. circa; legenda: TARANTINON

400-390 a. C.; legenda TARAS (il giovane sul delfino impugna nella destra un oggetto in cui si potrebbe riconoscere un tridente, per cui potrebbe essere Falanto, figlio di Nettuno e lo stesso personaggio potrebbe essere, per la somiglianza notevolissima dei tratti somatici, anche quello a cavallo.

Pausania (II secolo d. C.) nella Descrizione della Grecia (X, 13, 10) così presenta un’offerta votiva, opera di Onata Egineta  e di Calinto, inviata dai Tarentini a Delfi3: Questi  (Opis, re degli Iapigi) è raffigurato morto in battaglia mentre su di lui che giace si ergono l’eroe Taras e Falanto originario di Sparta e non lontano da Falanto è raffigurato un delfino. Si dice infatti che prima di giungere in Italia Falanto aveva subito un naufragio nel mare Criseo4 e fosse stato portato in salvo a terra da un delfino.   

È l’unico autore che parli del salvataggio di Falanto ad opera di un delfino,  per cui sarebbe logico concludere che il personaggio raffigurato sulle monete è proprio Falanto e che la leggenda TARAS non si riferisce all’eroe ma al nome della città (Taranto).

Il contemporane Polluce, però, nell’Onomastikòn (IX, 84) riporta questo riferimento numismatico risalente ad Aristotele (IV secolo a. C.): E Aristotele tramanda che nella repubblica tarentina la moneta era chiamata nummo e chi vi era raffigurato Taranto (Tàranta, accusativo di Taras) figlio di Nettuno trasportato da un delfino.

A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che pure su alcune emissioni brindisine notevolmente posteriori a quelle tarantine prima citate compare un personaggio su un delfino.

215 a. C. circa: legenda: BRUN; il personaggio sul delfino ha nella destra la Vittoria e nella sinistra la cetra. Tenendo conto della testimonianza di Pausania non è infondato supporre che siamo in presenza della fusione dei due miti di Arione e di Falanto, personaggio, quest’ultimo, che a Brindisi potrebbe essere stato oggetto di culto se si tien conto di quanto scrive Strabone (I secolo a. C.-II secolo d. C.) (Geografia, VI, 3, 6): Più tardi la città (Brindisi), retta da un re, perse parecchio del suo territorio ad opera degli Spartani venuti con Falanto; nonostante questo i Brindisini lo accolsero quando venne cacciato da Taranto e quando morì lo onorarono di una splendida sepoltura. 

Si ha l’impressione, insomma, che l’originale mito di Arione sia stato progressivamente adattato a Falanto e a Taras, anche se la ricostruzione lineare di tutti i passaggi rimane problematica.

(continua)

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1  Genere di poesia lirica corale in onore di Dioniso.

2 In greco òrthion, neutro sostantivato dell’aggettivo òrthios/a/on= dal tono acuto. La conferma è in Gellio (II secolo d. C.) che nelle Noctes Atticae (I, 16) scrive: …carmen quod orthium dicitur voce sublatissima cantavit (…con voce altissima intonò quel canto che si chiama ortio).

3 Di questa offerta votiva sono stati rinvenuti a Delfi resti della base e frammenti dell’iscrizione arcaica

4 Di Crisa, città della Focide.

PER LE ALTRE PARTI:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/14/il-delfino-e-la-mezzaluna-terza-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/18/il-delfino-e-la-mezzaluna-quarta-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/27/il-delfino-e-la-mezzaluna-quinta-ed-ultima-parte/

 

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