La donna e la penna

di Maria Grazia Presicce

Gerard ter Borch, Donna che scrive (1655), Maurithsuis, L’Aia

E’ risaputo che fin dai tempi antichi la scrittura è stata prerogativa essenzialmente maschile. A ben pensarci, a qualsiasi  donna dovrebbe provocare uno strano effetto leggere testi scritti da uomini che interpretano ed esprimono sulla carta sentimenti e sensazioni essenzialmente femminili  che non   gli appartengono minimamente anche se magistralmente esposti. Si ha  l’impressione che la donna sia stata  defraudata, spiata negli anfratti più remoti dell’anima senza saperlo, senza darne il permesso.

Infondono, comunque, profonda tristezza tanti silenzi e angosce represse che avrebbero potuto trovare sfogo e conforto su un pezzo di carta e che non l’hanno fatto perché impotenti e, mentre per loro sarebbe stata una consolazione, noi ora avremmo avuto una testimonianza sentita e vissuta e non testimonianza testimone e al maschile    testimoniata.

Non sono adirata con l’uomo che si è assunto la responsabilità di colmare con la penna questi silenzi al femminile.

Possibile, mi ero chiesta, che mai a nessuna donna, nei tempi antichi, sia venuta voglia di prendere in mano una penna al posto dell’ago e dell’uncinetto e anche di nascosto provare a riempire un foglio bianco di emozioni e sensazioni?

Solitudine, noia, rinunzia,sospiri, silenzi e doveri raccontati al cuscino e mai riportati su un foglio. Dovere di figlia di moglie di madre e silenzi.

Silente l’ago che ricamava, nemmeno la stoffa che bucava si lamentava e sul lenzuolo silente, in silenzio ricamava il silenzio della solitudine muta della donna di allora.

Nemmeno le suore nella silenziosità del chiostro osavano usare la penna e l’inchiostro.

I monaci si, loro potevano e dovevano, le monache no.

Oggetto, la penna, carico di significati; simbolo fallico per eccellenza, eccellente simbolo per una società maschilista.

Come poteva la misera donna osare prendere tra le mani un simile oggetto?

Spudorata la penna, spudorata la donna che l’avesse malauguratamente usata! Eh sì, altri tempi, colmi  sicuramente di tante storie non scritte, ma vissute e sofferte!

Queste riflessioni mi hanno indotta a cercare scritti di donne anonime del sud e a soffermarmi su alcune di loro più intraprendenti, che si sono spinte a spedire le loro poesie al redattore di un periodico per vederle poi pubblicate. Chissà l’emozione di quelle donne! Mi piace immaginare che anche se non sono più fra noi, riescano a percepire il nostro mondo e vedendo ancora una volta pubblicate le loro poesie possano ancora gioirne!

La due poesie che seguono apparvero entrambe sul periodico leccese La democrazia, la prima nel n. 4, anno VI del 20 gennaio 1905.

L’autrice è Enrica Capozzi, così presentata in testa al trafiletto che contiene il suo componimento: un’artista  vera nell’anima, che oltre ad essere un’eccellente musicista è anche una vaga poetessa. Queste strofe racchiudono una dolcezza ed un affetto ineffabili, specialmente le due ultime che sono d’un impeto lirico stupendo.

Quando mesto volge a me,

Il  suo sguardo tutto amor,

Nova speme, nova fe’

Sento scendermi nel cor.

 

Sento l’anima sua bella

Aleggiar su l’alma mia…,

E una musica novella

Una vaga poesia

 

Si diffonde nel mio seno…

Guardo lui, poi guardo il sole,

i bei campi, il bel sereno,

Oh, quai sogni, quante fole

 

Van danzando ne la mente!

Qua’ desiri sovrumani

Quando in l’aere vagamente

Scorron dolci sensi arcani

 

In soavissimi ruscelli

In melliflui eterei mari…

E non so quai strani augelli

Quai vetusti e pii giullari

 

Van cantando inni d’amore,

che trasognan l’alma mia,

che sublimano il mio core

in angelica poesia…!

 

Oh, che provo! Oh, qual dolcezza!

Che ineffabili desiri…

Quai susurri, quale ebrezza

Di dolcissimi sospiri!

 

Tale io provo immenso affetto,

Tal soave commozione,

Quai sentia – io credo – in petto

la Fanciulla di Faone.

 

O, che val ch’in altro regno

Io men vivo di Colei?

Che non ho suo alto ingegno,

Che son parvi i spirti miei?

 

Quando splende Diana pallida

E i bei campi e i cori molce,

volo, volo ne la squallida

aria argentea tutta dolce;

 

come un’aquila furiosa

volo, volo in su commossa

ride l’anima desiosa,

freme l’aria fremon le ossa…!

L’altra poesia, pubblicata nel n. 20 del 20 aprile 1904, anno V, è di Emma Bersocchi-Borghi.

Emma Bersocchi-Borghi è una gentile anima d’artista, che il vento della fortuna ha trascinato e confuso nell’anonima collettività di un coro da operette.

Dall’ingegno facile e pronto, dalla sensibilità squisita e quasi morbosa, ella trova il modo di esplicare nelle più varie forme dell’arte tutta la piena del suo sentimento. Forse manca di una coltura adeguata alle naturali disposizioni, ma ella di ciò non ne ha colpa, perché troppo rapide e violente sono state le vicende della giovanissima esistenza. E scrive anche dei libri. Io ho qui sul tavolo un romanzo ed un volume di versi, che conservano tutto il triste profumo dello sconforto. Ne dò un piccolo saggio in questa ballata d’Autunno.

Su pei clivi

Fra gli ulivi

Passa torbido il grecale,

Ed in tetro

Fosco metro

Un lamento all’aria sale.

 

Un lamento

Va col vento

Per i rami disseccati,

Sono i fiori

Son gli amori

Intristiti e sparpagliati.

 

Son le storie

Le memorie

De la morta primavera,

Le speranze

Le esultanze,

che travolge la bufera.

 

Ella in cielo

Guarda il volo

Delle nubi burrascose,

Emigrare verso il mare

Rondinelle frettolose.

 

E sfuggire

Disvanire

Vede il sogno della vita

Nella brezza

Che carezza

La sua fronte impallidita.

3 Commenti a La donna e la penna

  1. mi permetto di dissentire parzialmente: non è vero che la donna non ha scritto nel passato. anzi, fra le arti la scrittura è stata senza dubbio quella più frequentata dal nostro sesso, anche se troppo spesso relegata a scrittura di genere e, di conseguenza, ritenuta minore. il motivo principale però è dato dal fatto che le donne non erano ammesse all’istruzione al pari dei coetanei maschi e di conseguenza tanto più difficile era trovare non chi avesse il coraggio di prendere la penna in mano, ma che ne avesse la capacità.

  2. Superando i marosi del nuovo sito “Fondazione di terra d’Otranto”, sono approdata sull’isolotto “La donna e la penna” che mi ha subito interessata con la provocazione lanciata dall’autrice.
    Molto ci sarebbe da dire…che dico…da scrivere su questo argomento , ma io trovai illuminante “Una stanza tutta per sé”, un piccolo libro di Virginia Woolf, che lessi e rilessi due anni fa e regalai in più copie, sperando in un confronto e approfondimento che non ebbero seguito. Piccolissimo e prezioso, fa un’analisi puntuale e documentata della scrittura al femminile. E’ necessario che io lo ritrovi, facendomi spazio sotto una montagna di libri scritti da uomini.

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