Libri/ Napoli, fine di un regno antico

Alcuni passi dell’ultimo lavoro di Enzo Parabita: NAPOLI, FINE DI UN REGNO ANTICO. LA CRONACA, L’ECONOMIA, LA POLITICA, LA SOCIETÀ ED IL COSTUME NEGLI ULTIMI ANNI PRIMA DEL CROLLO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE (Edizioni Youcaprint).

Ricerche storiche, cronistoria e commenti sugli ultimi anni del regno dei Borbone a Napoli, ricostruiti sulla base delle “Memorie di Raffaele DE CESARE – La fine di un Regno (Napoli e Sicilia) e Ferdinando II”

Ferdinando IV

La rivoluzione siciliana avvenuta nel 1848 era stata una delle tante rivolte popolari poi denominate “la primavera dei popoli”. La rivoluzione siciliana di quell’anno rivestì per l’Isola e per il Regno di Napoli un significato molto più ampio per varie ragioni. Era cominciata ai primi di gennaio 1848 e fu quindi la prima in assoluto dei moti rivoluzionari europei di quell’anno. Sarà di esempio e modello per le altre rivolte che poi scoppiarono in tutta Italia ed in Europa. Da aggiungere che questa rivolta seguiva le tante altre che si erano succedute nel lontano e nel recente passato sull’Isola. Infatti solo nel secolo XIX furono almeno quattro le rivolte degne di nota, specie contro il regno dei Borbone.

La rivolta del 1848 fu l’ultima, ma fu quella che lasciò i maggiori effetti in Sicilia, riuscendo a sconfiggere l’esercito borbonico ed a cacciare i Borbone dall’isola. In particolare la rivoluzione diede vita ad uno Stato indipendente liberal-democratico con un parlamento rappresentativo che poi sopravvisse 16 mesi, dandosi anche una carta costituzionale decisamente progressista. Quest’ultima rivoluzione siciliana produsse anche effetti di catalizzatore per la caduta finale del regno dei Borbone, avviando un processo che porterà all’unificazione al regno d’Italia nel 1860/1861. Dopo il terremoto dell’epoca napoleonica e la soppressione dei principi e dei diritti fissati con la rivoluzione francese, nel 1815 il Congresso di Vienna, indetto dalle nazioni vincitrici per restaurare l’assetto politico dell’Europa e ridefinire i confini geografici delle nazioni, aveva decretato, tra l’altro, la riunificazione dei regni di Napoli e di Sicilia, separati sin dal medioevo.

La denominazione “Regno delle Due Sicilie” aveva origini antiche e fu ereditata dagli eventi storici legati alla rivolta detta dei “Vespri Siciliani” del 1282.

Il Congresso di Vienna impose di riunire terre separate da una antica rivoluzione e poi sviluppate in un proprio percorso storico-sociale. Il Congresso, cancellando gli effetti della vecchia rivoluzione medioevale,sembrò volesse dare anche un chiaro messaggio: nulla di buono potrà nascere da una rivolta ed i cui avvelenati frutti potranno sempre essere annullati. Venne così imposto il regno unitario delle Due Sicilie sotto la restaurazione della dinastia dei Borbone rimesso sul trono di Napoli.

Tale nuovo regno comprendeva gli antichi domini normanni e quelli svevi della Sicilia.

C’è inoltre da evidenziare che i semi della rivoluzione del 1848 erano in effetti molto più antichi ed erano stati gettati in Sicilia già prima del Congresso di Vienna, ovvero nell’anno 1812. Durante il tumultuoso periodo di Napoleone Bonaparte, la Corte ed i componenti della famiglia reale dei Borbone erano stati costretti a lasciare Napoli ed a rifugiarsi a Palermo, rincorsi dalle truppe francesi dopo la conquista di tutto il Regno di Napoli. La famiglia reale e tutta la corte, traghettata nell’isola delle navi inglesi, furono alloggiati a Palermo, dove rimasero sotto la protezione della marina militare britannica, che rimase molto tempo al largo di Palermo in funzione antifrancese ed a protezione dei Borbone. In tale situazione di incertezza politica, l’aristocrazia siciliana fu molto abile a sfruttare la vicinanza del Re e forzare l’impaurito Borbone a promulgare una nuova costituzione, basata sul modello rappresentativo francese. Fu ratificato un parlamento dell’isola ed una struttura di governo per la Sicilia.

Appena il Congresso di Vienna ebbe restaurato l’antico ordine monarchico europeo, Ferdinando IV Re di Napoli e III del Regno di Sicilia, reinsediato alla corte di Napoli come Sovrano del Regno delle due Sicilie, si affrettò ad abolire la costituzione siciliana concessa forzatamente tre anni prima, pur se garantita da un solenne giuramento pubblico sui vangeli. Questo atto, con cui il Re si rimangiava la parola data, determinò un aumento considerevole della diffidenza e dell’avversione dei siciliani verso la corte napoletana ed in particolare verso la dinastia dei Borbone. La sfiducia verso il Re spergiuro divenne totale e la disaffezione verso un regno considerato distante e totalmente avulso dalla realtà siciliana portarono, già prima del 1848, a ripetute sommosse, moti e rivolte, estese spesso alle altre provincie, specie in Calabria. Anche nelle terre di Puglia sopravviveva una radicata avversione al dominio napoletano, con rivolte sanguinose che si ripetevano sin dal medioevo. Avversione radicata in particolare nella nobiltà e nei ceti più colti della società civile, specie nelle province salentine, che mai avevano accettato passivamente le vessazioni e le imposizioni di una corte corrotta ed un Re distante.

Si ricordano nei secoli 1200, 1300, 1400 le ripetute e lunghe ribellioni e vane guerre dei conti di Lecce e di Nardò contro i regnanti napoletani. Ribellioni sempre soffocate nel sangue. Le rivolte nelle terre pugliesi si ripetevano da secoli con moti e sommosse, sempre scatenate delle tasse su prodotti agricoli, in particolare del grano e degli olii e per le cicliche vessazioni dei notabili napoletani inviati dalla lontana Corte di Napoli. Caratteristica fu la tassa sulla calce del XV secolo, che portò alla creazione dei trulli.

La disaffezione ed avversione verso tale Stato era totale e portò quindi ai moti ed alla rivoluzione del 1848 e poi lo sfaldamento di tutto il regno nel 1860 (Capitolo I. Il prologo della caduta. La Rivoluzione siciliana).

 

Alle otto della mattina del 27, da Lecce partirono i tre principi, con una parte del seguito.

Alle nove, Re Ferdinando e Maria Teresa, ascoltata la messa all’Intendenza, ammisero al baciamano le autorità, riunite nella sala del palazzo. La cerimonia riuscì piuttosto fredda. Il Re non rivolse parola a nessuno e si temette che fosse rimasto poco soddisfatto delle accoglienze, ma non si sentiva bene e aveva solo fretta di partire. Ringraziò il dottor Leone e gli fece dire dal colonnello Severino,che si riservava di manifestargli la propria soddisfazione, appena giunto a Napoli.

Leone restò a Lecce e Ramaglia, con l’assistente Capozzi, accompagnò il Re, che scese lentamente lo scalone, appoggiandosi al braccio del generale Daspuro, a cui disse triste: Ricevitò, so ruinat..sent’a capa comm’a nu trommone.

Circa alle 10, i Reali lasciarono Lecce, fra gli applausi della folla che li accompagnò sin fuori le mura. I cocchi reali furono poi seguiti, per alcune miglia, dalle carrozze della nobiltà leccese. La via da Lecce a Bari fu un cammino trionfale. Campi, Trepuzzi, Squinzano, San Pier Vernotico, Campi Salentina e i paesi vicini avevano innalzati i soliti archi di trionfo con iscrizioni più o meno gonfie. Accanto ad ogni arco si trovavano le rappresentanze municipali e le guardie urbane con bandiere. Dimostrazioni più clamorose aveva preparate Brindisi. I brindisini erano tutti fuori dell’abitato, con il sindaco Pietro  Consiglio, col sottointendente Mastroserio, che, zoppo per cronica infermità, aveva fama di zelantissimo ed era temuto persino dal Sozi Carafa.

……………………….

Non c’era biancheria sufficiente. Egli, che aveva sempre avuto un pauroso terrore per i morbi infettivi e specie per la tisi, si vedeva condannato a morire di un morbo, che a lui stesso faceva ribrezzo. Il male procedeva inesorabile e le sofferenze dell’infermo divenivano sempre più strazianti. Fino al 12 aprile, i medici non credettero necessario pubblicare alcun bollettino e più che i medici, non lo ritenne opportuno la Regina, per non allarmare il pubblico.

A Napoli ormai tutti conoscevano la gravità del caso e se ne parlava liberamente, non prestandosi fede alle pietose notizie ufficiose. Il primo Bollettino della salute di S. M. il Re N. S. apparve nel Giornale Ufficiale il 12 aprile, quando la gravità non si potè più nascondere perchè il Re in quella mattina volle ricevere il viatico. ….

Vedendo il corteo religioso, il Re si levò con grande sforzo e si mise a sedere sul letto. Chi lo vide rimase esterrefatto e sconvolto, era l’ombra di Re Ferdinando II. La cerimonia fu commovente. Erano presenti anche i fratelli del Re. L’infermo li fece avvicinare al letto ed a ciascuno rivolse speciali preghiere. Raccomandò al conte d’Aquila di curare l’armata e al conte di Trapani rivolse le stesse raccomandazioni per l’esercito. Solo al conte di Siracusa non disse nulla; abbracciò il fratello e lo tenne qualche minuto stretto al petto e continuava a baciarlo ripetutamente, piangendo senza ritegno. Dal principe di Satriano e dal generale Ischitella, tutti e due presenti, volle la promessa che avrebbero assistito e consigliata negli affari il nuovo Re. Era chiaro che non si faceva più illusioni, preparandosi alla morte con rassegnata dignità e fede religiosa. Il primo bollettino, redatto alle nove e mezzo di quel giorno, diceva: “La recrudescenza della malattia annunciata ieri, è molto aumentata nel corso del giorno e della notte, sino ad esser stato bisogno questa mattina di prescrivere la somministrazione del Santissimo Viatico„ Portava le firme di tutti e sei i medici e chirurgi curanti, in questo ordine: Rosati, Ramaglia, Trincherà, De Renzis, Leone, Capone. In segno di lutto, dal 12 aprile rimasero chiusi tutti i teatri. I bollettini continuarono a pubblicarsi, ogni giorno, sino al 27 aprile nella stessa forma nebulosa.

Anche nei giorni di maggiori sofferenze, che furono dal 26 aprile fino alla morte, con brevi interruzioni, il Re si interessava sempre degli affari di Stato, ma soprattutto e ansiosamente, chiedeva informazioni delle cose della guerra. Lo preoccupava la conferenza sfumata ed il Piemonte.

Napoleone III intanto faceva partire per l’Italia i tre primi corpi d’armata e si preparava a scendervi lui stesso, per prendere il comando di tutto l’esercito. Ferdinando II confidava nell’Austria, che credeva sarebbe stata aiutata da Russia e dalla Prussia. Sperava ancora nell’intangibilità dello Stato della Chiesa. Allarmante fu il bollettino del 13. La mattina del 16, i medici e i chirurgi, a scanso di responsabilità, al principe ereditario consegnarono una relazione scritta della malattia e di tutti i particolari…

L’infermo si riebbe ad un tratto, riaprì gli occhi e balbettò: Perchè piangete?. Io non vi dimenticherò e alla Regina: Pregherò per te, pei figli, pel paese, pel Papa, pei sudditi amici e nemici e pei peccatori. Poi perdette la parola, stese una mano sul crocifisso del confessore, l’altra alla Regina in segno d’addio, reclinò il capo sul lato destro e spirò. L’orologio segnava l’una e mezza dopo il mezzogiorno. Era domenica. La famiglia reale si ritirò subito negli appartamenti. Il cadavere fu lasciato nel letto, guardato dai marinai e da altri familiari, con l’assoluto divieto di farlo toccare (Capitolo XXXI. La salute del re peggiora).

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