Antonio Casetti e il Cittadino leccese (terza ed ultima parte)

di Maria Grazia Presicce e Armando Polito

A stretto giro di posta, anzi di giornale, Antonio Casetti conclude con un colpo di scena  il suo poetico scambio epistolare con la fantomatica Nina: Nina non esiste; o, meglio, la lettera precedente a firma di Nina K. è un falso confezionato da intellettuali a lui ostili, che pensano, addirittura, di far così colpo su questa portatrice di parrucca che è riuscita a scatenare una battaglia ideologica, una polemica filosofica e letteraria tra passato e presente;  e che a noi piace immaginare con un sorriso beffardo reso più intrigante da una ciocca, naturalmente posticcia, che le nasconde in parte il viso…

APPENDICE

AI CAPELLI POSTICCI

A NINA

A voi, Nina, mio indomito

desiderio e mio spasimo,

è nota l’intenzione

della pagina innocua

che ha fatto tanto scandalo,

e ha commossa1 la pubblica opinione.

Quel mio bozzetto storico

ha tale un battibuglio

donnesco provocato2,

che ha solo il rassomiglia3

in un club democratico,

ch’oda vociferar colpi di stato.

Ma la parte più comica

sta qui, che fin gli scheletri

sopra alla sessantina,

leggicchiando il mio foglio,

hanno ostentato un brivido

e hanno creduto d’essere la Nina!

E poi nelle mie fisime,

schiccherate alla semplice,

proprio come dio vuole,

sai che han dato materia

a non so qual filosofo

da discorrer dell’arte e delle scuole.

O teste vuote, inabili

a gonfiar fantasimi4

a lume di lucerna,

voi che il mondo poetico

aggiudicate ai circoli,

alle piazze, ai teatri e alla taverna,

alle officine fervide

d’opre, ed in altri termini

al prosaico reale5,

v’aggavigni6 il carnefice

teste matte e colpevoli

d’aver fatta la barba all’ideale.

Io già fiutai l’apocrifo7

nella risposta ad hominem8,

studiosamente grave,

nella qual, sotto l’abito

d’un discepolo d’Heine9,

fa capolino il buon padre Soave10.

E me ne accorsi all’enfasi,

e un certo far rettorico,

e al logicar sottile,

e fra me dissi, subito:

La Nina? Ha tanto spirito

la NIna mia! Questo non è suo stile!

Che colpa abbiam se il secolo

variò suoi gusti? Inutile

per lo meno è il far lite.

Addio larvate silfidi11!

Silhouettes impalpabili!

Addio bellezze esanimi e sbollite!

Per voi l’Italia d’incliti

belati è ricca, o Laure12,

ma niun più vi da retta…

Quelle per cui si palpita

oggi hanno vita ed anima,

e muoiono d’amor come Violetta13.

Chi sa? Forse l’artefice

è un di quei acchiappanuvole,

che tentano la via

delle grazie femminee

coi mezzi letterarii…

Ma già non monta14 l’indagar chi sia.

O febbre, o desiderio

mio15, se ti piace, negami

uno sguardo, un saluto;

ma, perdio!, fa di smettere

codesto capellizio16

che puzza d’ospedale o d’atauto17.

E qui, Nina, finiamola

e tronchiam la polemica

mentre già s’interpone,

e s’atterza18 a discutere

con noi questa pettegola,

che s’addimanda19 pubblica opinione.

Lecce 12-10-68

Chi ci ha fin qui seguito ricorderà che in testa alla poesia della prima parte c’era l’avviso che di seguito riproduciamo per la terza volta.

Sempre nella prima parte abbiamo accennato alla soppressione dell’articolo nel nome della testata e al suo cambiato indirizzo editoriale. Il lupo, perde perde il pelo ma non il vizio, fortunatamente pure per noi…altrimenti come ci saremmo potuti districare nel groviglio di leggi, circolari, bandi e simili di cui immaginiamo sia fisiologicamente grondante un Giornale ufficiale per gli atti amministrativi e giudiziari della Provincia?

________

1 Turbato.

2 Rissa. Battibuglio (forse per incrocio tra battibecco e subbuglio) oggi è voce obsoleta.

3 Qualcosa che gli somiglia. Il somiglia è nesso sostantivato, costrutto non molto frequente nell’italiano corrente che per lo più prevede un raddoppiamento della parte verbale: il corri corri, il mangia mangia, etc.)

4 Riportiamo questa citazione dal Vocabolario degli Accademici della Crusca, Alberti, Venezia, 1612, pag. 329:

“FANTASMA, e FANTASIMA. Nel primo modo è maschile, e usato, per lo più, da’ poeti, nel secondo femminile, da’ prosatori, vale segno di false immagini, e spaventevoli, che appariscono talora altrui nella fantasia. gr. fàntasma, lat. spectrum, visum. Dicono essere in questo differente da FANTASIA, che FANTASIA è immaginazione di quel ch’è, e FANTASMA di quel che non è. Petr. canz. 48, 9 Mai notturno fantasma D’error non fu sì pien, com’io per lei. Bocc. n. 61. 8 Egli è la fantasima, della quale io ho assunto a queste notti la maggior paura, ec. E n. 10. Fantasima, fantasima, che di notte vai, a coda ritta ci venisti, a coda ritta te n’andrai. Passau. 361. Chiamano alcuni questo sogno demonio, o vero incubo, dicendo, ch’è un animale a modo d’un satiro, o come un gatto mammone, che va la notte, e fa quella molestia alle genti, e chi lo chiama FANTASIMA. E FANTASMO, termine filosofico, vale immagine, o apparenza di cosa concepita dalla fantasia”.

A questo punto il lettore chiederà: “Ma c’era proprio bisogno di allungare la brodaglia con questa citazione?”. Se ha avuto la pazienza di leggerla tutta lo invitiamo solo a soffermarsi sull’ultima proposizione.

Ribatterà: “Ma Casetti dice fantasimi, plurale di fantasimo, non di fantasma”. Risposta: “L’epentesi di –i– è dovuta ad esigenze metriche; se non si fosse verificata saremmo stati in presenza dell’unico senario in una poesia composta tutta da endecasillabi e settenari. Tutto ciò non per essere sottili ma per riconoscere a Casetti l’abilità nell’usare una forma “tecnica” e allo stesso tempo piegarla a particolari esigenze (in questo caso metriche) senza uscire dalla sfera della sua pertinenza. Se un appunto possiamo muovergli è questo: dopo inabili sarebbe necessaria una virgola, altrimenti il senso è contraddittorio; ma facciamo presente che l’uso della punteggiatura in quel secolo era in più di un dettaglio diverso dal nostro (quando quest’ultimo è corretto…).

5 È il concetto già espresso nella poesia della seconda parte: … industria, agronomia,/statistica e commercio fan l’essenza/della vera poesia;/non più studiata negli Ariosti e i Danti,/ma sui libri e le cifre dei mercanti.

6 Abbranchi. Aggavignare, voce oggi obsoleta, alla lettera significa prendere per le ascelle ed è dall’altrettanto obsoleto  gavigna (=ascella), a sua volta da un  latino *cavìnea=cosa cava, dal classico cava.

7 Documento non autentico; in questo caso lettera non scritta da Nina, anche se da lei apparentemente firmata.

8 A me indirizzata; alla lettera: all’uomo.

9 Heinrich Heine (1797-1856), poeta tedesco di formazione illuminista, agli inizi del secolo XIX fu avviato dallo zio banchiere Salomon alla professione di commerciante, ma senza successo. Il Casetti non poteva scegliere esempio migliore per la difesa delle sue istanze idealistiche.

10 Francesco Soave (1743-1806), professore liceale e universitario, scrisse, fra l’altro, una Grammatica ragionata della lingua italiana (testo di riferimento nel passaggio tra i due secoli) e Prosodia ossia regole della versificazione italiana e latina.

11 Nella mitologia germanica ciascuno dei geni femminili che si credeva abitassero l’aria, i boschi e i campi; qui sta nel significato traslato di donna snella e aggraziata.

12 Casetti qui non risparmia più nemmeno il buon Petrarca e la sua Nina finisce per entrare in conflitto con la più famosa Laura che nel suo svilito plurale diventa per antonomasia il simbolo di un tipo di donna non più attuale.

13 È l’arcinoto personaggio del romanzo di Alessandro Dumas, uscito nel 1848, da cui Giuseppe Verdi trasse ispirazione per La traviata rappresentata la prima volta nel 1853.

14 Non ha nessuna importanza; questo non monta niente (Boccaccio, Decameron, Introduzione).

15 Riprende l’iniziale mio indomito/desiderio e mio spasimo.

16 Dal latino capillìtium=capigliatura; ma non possiamo fare a meno di far notare l’effetto dispregiativo, probabilmente inconscio, che il suono della parola evoca.

17 Vedi la nota 2 della prima parte.

18 Atterzare, voce obsoleta e letteraria, significa  ridurre di un terzo; raggiungere o superare la terza parte: Già eran quasi che atterzate l’ore/del tempo che onne stella n’è lucente (Dante). Qui Casetti si esibisce nell’invenzione finale attribuendo ad atterzare il significato di inserirsi come terzo.

19 Si chiama.  

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