La febbre di Pasqua (Il Venerdì della Madonna)

di Salvatore Magno

Nella piccola cittadina, arroccata su un’isola e cinta dalle antiche mura medievali, la Settimana Santa, con tutti i suoi riti religiosi e le tradizioni popolari rappresenta il principale avvenimento dell’anno.

Tutto inizia sette venerdì prima e, di settimana in settimana, un’agitazione sottile, quasi impalpabile come una febbre, si impadronisce di tutti, senza distinzione di sesso, età o ceto sociale per esplodere il venerdì che precede la Domenica delle Palme lasciando che i suoi sintomi facciano effetto per tutta la Settimana Santa fino a spegnersi silenziosamente nel Lunedì dell’Angelo, affogata nell’unico rito pagano legato alla Pasqua: la gita fuori porta.

Una tradizione affondata nella notte dei tempi, vuole che in quel venerdì, la settecentesca statua raffigurante la Madonna Addolorata, che per tutto l’anno è conservata nell’oratorio dedicato alla Vergine del Carmelo, venga portata nella casa di una delle famiglie patrizie fondatrici della confraternita, lì viene vestita con preziosi abiti, addobbata di con ex-voto e, infine, adornata con capelli donati dalle devote, per poi tornare nella Sua chiesa. Alle dodici in punto in solenne processione la statua viene portata in cattedrale, dove alla presenza della cittadinanza, del vescovo e di tutte le più alte autorità si svolge lo storico concerto in Suo onore.

Far parte dell’orchestra o del coro è motivo di vanto ed orgoglio per tutti, dall’ultimo dei coristi al tenore solista, dal più umile musicista su su fino al direttore; perciò orchestrali e cantanti vengono scelti attraverso una dura e selettiva serie di prove.

La processione e il concerto sono vissuti dalla città come il ritorno, una volta l’anno, di uno dei suoi tanti figli emigrati lontano in cerca di miglior fortuna, come se essi siano, per ognuno degli abitanti, un componente della propria famiglia che può riabbracciare solo quel giorno e solo per poche ore.

Per questi motivi quello non è un venerdì qualsiasi, ma il “Venerdì della Madonna”.

Corrado non era mai mancato a quell’appuntamento; dalla prima volta, quando ancora in fasce vi aveva assistito in braccio alla madre, a quando era entrato nel coro come voce bianca, fino a 5 anni prima, quando, con indosso sacco, mozzetta e cappuccio della confraternita del Carmelo, aveva partecipato alla processione e al concerto dal posto d’onore che gli competeva come prima voce del coro.

ph Antonio Duma

Rimasto orfano poco più che bambino, aveva dovuto imparare a cavarsela da solo. Il mestiere di falegname lo aveva appreso da un vecchio vicino di casa, quello di uomo dalla vita. Innamorato della sua Lucia fin da ragazzino, a vent’anni l’aveva sposata. La loro vita era trascorsa serena sia pur tra mille difficoltà e tre figli da crescere in quella terra così ricca d’amore ma allo stesso tempo avara di prospettive. Così si era dovuto rassegnare a vedere i suoi figli partire ad uno ad uno verso il nord in cerca di un futuro migliore. “Come volete che si stia a mille chilometri da qui” rispondeva con amarezza a chiunque chiedesse loro notizie.

Quando la vecchiaia aveva iniziato ad affacciarsi alla sua porta, i figli, preoccupati per la sua salute e per quella della madre, avevano cercato invano di convincerlo a trasferirsi da loro incontrando sempre la sua cortese ma decisa opposizione. Poi, con l’aumentare degli acciacchi si accorse di non poter più accudire la moglie e sé stesso e si convinse, perciò, a cedere alla sempre più pressante richiesta dei figli.

Per questo, cinque anni prima, armato di una vecchia valigia di cartone, che rievocava in lui le immagini di parenti ed amici costretti ad emigrare, salì su quel treno che lo portò quel paesino circondato da monti così diversi dal suo mare, immerso in quella nebbia così diversa dal sole cui era abituato.

Del suo paese gli mancava tutto, dalle passeggiate lungo le antiche mura sferzate dalla tramontana alle ombre proiettate dai lampioni della strada sulla spiaggia, dal rumore della risacca che si infrange sugli scogli alle grida dei gabbiani. Gli mancava il perenne movimento delle onde così in contrasto con quelle montagne sempre ferme e sempre uguali, gli mancava il sole del mattino così diverso da quella bruma che accompagnava il grigiore delle albe di quel piccolo borgo di vallata.

Ma quello che gli mancava di più era “Il Venerdì della Madonna”.

Non aveva dimenticato nessuna delle tradizioni della sua terra, nessuno dei riti della Settimana Santa che per tanti anni avevano cadenzato la sua vita.

La moglie e i figli capivano perfettamente il suo stato d’animo e in quei giorni sopportavano benevolmente le sue bizze e le sue smanie.

Non si trattava dei capricci di un vecchio. Per vincere la febbre Corrado si era inventato tutta una serie di piccoli gesti che compiva contemporaneamente a quello che nello stesso istante, accadeva nella sua città, accompagnando con i suoi quelli che erano i riti della sua terra.

Quel venerdì mattina il suono della sveglia irruppe impetuoso nel silenzio della casa. Corrado era sveglio da parecchio tempo ma non si era ancora alzato per evitare di dare fastidio alla nuora ed ai nipoti. Perciò accolse il suono della sveglia come una liberazione. Si alzò velocemente ed iniziò a prepararsi. Non poteva indossare la veste tradizionale della sua confraternita – il sacco, la mozzetta e il cappuccio neri – anche se ogni volta che li vedeva lì, tristemente appesi nell’armadio un impeto di pianto lo prendeva alla gola ed ogni volta diventava sempre più difficile ricacciarlo indietro. Sapeva che non poteva uscire con quella veste senza diventare oggetto di scherno per gli abitanti di quel luogo, non avrebbero capito; non potevano capire.. Così, aveva sostituito l’abito storico, con quello che una volta era stato il “vestito buono” e che ormai usava solo in quella ricorrenza. Quel vestito vecchio e logoro, la camicia bianca dal colletto consumato che gli stringeva il collo e la cravatta raggrinzita erano diventati “la sua veste” e guai al solo accennargli di sostituirne un solo bottone.

Girovagò per la casa tutta la mattina, incapace di stare fermo nella febbrile attesa che arrivasse l’ora giusta.

Alle 12 in punto uscì di casa. Nello stesso istante, a 1000 chilometri di distanza, la statua della Vergine varcò la soglia della chiesa. La processione iniziò il tragitto tra le strette e tortuose vie dell’antica cittadina, rese ancora più anguste dalla folla che ne attendeva il passaggio.

Corrado si incamminò verso il piccolo giardino comunale. Nessuno fece caso a quel vecchio alto e magro, dal naso aquilino e dallo sguardo da furetto che con passo lento ma sicuro proseguiva verso la sua meta (del resto lì lo conoscevano in pochi e quei pochi, quando lo incontravano per strada, sembrava facessero a gara nel far finta di non sapere chi fosse).

Alle 12 e un quarto la statua della Vergine raggiunse il bastione posto di fronte alla banchina del porto. Dall’alto delle antiche mura medievali venne impartita la benedizione ai pescatori salutata dal suono assordante delle sirene dei pescherecci. Corrado si fermò, tolse il cappello e attese che la processione ripartisse.

Alle 12 e mezzo la processione giunse in cattedrale e la statua della Madonna venne collocata sull’altare maggiore da dove poteva essere vista da tutti.

Nello stesso istante Corrado attraversò il cancello d’ingresso del giardino pubblico accanto al quale una vecchietta vendeva semi per gli uccellini; ne acquistò un sacchetto e andò a sedersi su una panchina poco distante. Un vecchio dalla faccia rugosa si piantò davanti a lui guardandolo con astio, poi, non ottenendo l’attenzione di Corrado sempre più assorto nei suoi ricordi, si allontanò biascicando qualcosa di incomprensibile nel dialetto locale.

Corrado lasciò scorrere il suo sguardo lungo il profilo lontano dei monti che circondavano la vallata fino a fermarlo su una vetta in direzione sud, verso la sua città, verso il suo cuore. Prese dal taschino il suo vecchio orologio e guardò l’ora: l’una.

Nello stesso istante il direttore d’orchestra alzò le braccia verso il cielo richiamando l’attenzione di tutti.

Corrado aprì il sacchetto dei semi.

Il direttore abbassò di colpo le braccia e la mano di Corrado, come animata da volontà propria, prese una manciata di semi e la lanciò verso gli uccellini che intanto si erano avvicinati speranzosi.

La grancassa con il suo cupo rombo annunciò l’inizio del concerto.

Un’altra manciata di semi.

Gli ottoni diffusero la loro voce contro la volta dell’antica cattedrale.

Un’altra manciata di semi.

La musica fu addolcita dall’ingresso degli archi.

Un’altra manciata di semi.

Le note in alcuni momenti sembravano inseguirsi l’un l’altra freneticamente, in altri restavano come sospese nell’aria in attesa che quelle successive arrivassero a sospingerle ancora più in alto. Corrado le seguiva come se le sentisse dentro di sé, con gli occhi chiusi, muovendo ritmicamente la testa e mormorando il motivo musicale.

Il coro attaccò lo Stabat Mater.

Corrado iniziò a ripercorrerne a memoria il testo, parola per parola.

Un’altra manciata di semi.

La possente voce da tenore del solista riempì l’aria echeggiando tra le colonne e gli antichi quadri sacri.

Un’altra manciata di semi.

Andò avanti così fino alla fine, quando assieme all’ultima nota, Corrado lanciò agli ormai sazi uccellini l’ultima manciata di semi del suo sacchetto. Attese ancora qualche istante prima di alzarsi. Lentamente, così come era arrivato, si allontanò mentre il vecchio dalla faccia rugosa che era rimasto in attesa poco distante riprese possesso velocemente di quella che considerava la “sua” panchina.

Mentre tornava a casa, Corrado pensò che in fondo la sua vita non era cambiata granché, era cambiato solo il posto in cui viveva. Ad 80 anni suonati non gli rimaneva che un solo desiderio: partecipare ancora una volta al “Venerdì della Madonna”.

“Forse l’anno prossimo” – pensò mentre rientrava in casa accolto dal festoso vociare dei suoi nipotini.

NDA: La benedizione del mare e degli uomini di mare in realtà avviene la sera poco prima che la processione chiuda il suo tragitto per le vie della città. Lo “spostamento” alle 12 circa è stato fatto per necessità narrative.

Un commento a La febbre di Pasqua (Il Venerdì della Madonna)

  1. Splendida ricostruzione del mondo interiore di un uomo.
    Salvatore Magno trasmette alla sua penna la saggezza dei silenzi e degli spazi, dei pungoli all’anima del lettore e della vivisezione emozionale all’anima del protagonista, Corrado. Il risultato è uno stupefacente ritratto di una vita in pochi righi, incorniciato da notizie preziose su antiche tradizioni e significati religiosi. Virtù di pochi la tua, Salvatore.
    L’uomo rimane ancorato ai suoi ricordi, gli unici a dargli pace quando il mare è in tempesta, gli unici ad accoglierlo a riva quando il viaggio è finito.

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