Quella sera di quattordici anni fa

Albert Anker, Scolaro

di Armando Polito

Approfitto dell’ospitalità del sito per proporre il testo che scrissi per la V ginnasiale dell’anno scolastico 1997/98 in occasione della tradizionale cena di fine anno, anzi, nella fattispecie, ciclo; lo faccio per abbandonarmi alla nostalgia del ricordo di una professione che ho avuto la fortuna di esercitare con piacere, nella speranza che qualcuno di quegli allievi, rileggendolo, non rinnovi un periodo da incubo della sua vita ma un momento, comunque, da non rimuovere. Può sembrare, per chi mi conosce, superfluo ma mi saranno particolarmente graditi i commenti negativi, anche dei colleghi qui nominati, che, insieme con i ragazzi, saluto affettuosamente.

 

Quella sera che andammo in pizzeria,

all’improvviso un senso di tristezza

il cuore ci inondò di nostalgia,

e tutti facevamo tenerezza.

Sicuri e disinvolti certamente

curavam di parere con fermezza,

ma un unico pensiero nella mente

in ogni allievo e in ogni professore,

sicchè ognuno sembrava un deficiente

ai tuoi occhi, profano spettatore.

Scemo e fesso proprio un sacco

sei se pensi che il languore

già dall’idea nasceva del distacco

in quella dolceamara serata

e non piuttosto dal cocente smacco

di una gran pizza che, ordinata,

dopo un’ora o presso a poco,

ancora non veniva presentata.

Pensammo: si giocava a quale gioco?

E la pizza al tavolo arrivava:

mozzarella e pelati rosso fuoco;

però ancora in noi ristagnava

quella tristezza, fastidiosa lima.

Lo spettatore intanto sogghignava

(l’estraneo, il profano, quel di prima)

e col suo muso puzzolente e sfatto

(fa schifo, ma mi serve per la rima),

sentenziava poscia quatto quatto:

“Amico mio, i tuoi grandi affanni

i figli son legittimi del fatto

che dopo due lunghi e brevi anni

vissuti con loro sempre insieme,

sembra che senza scampo ti condanni,

mentre tutto divora, rode e preme

(e tu non riesci a metterla da canto),

la maledetta idea (ognun la teme)

che non li avrai più accanto,

che un’altra grossa fetta hai consumato

di questo irripetibile incanto”.

Gli ribattei con fare un po’ seccato:

“La tua è una fissa proprio strana!

Ma chi ti ha mai mandato,

con quella testa marcia e vana,

a cianciare seduto sulla panca?

Fra poco perderò la tramontana!           

Solo la mano, caro mio, è stanca,

per un fastidioso inconveniente

(che con la pizza quasi mai manca):

m’han dato un coltello non tagliente;

da qui le mie da te presunte bizze,

reazione del tutto coerente,

di fronte a queste belle e calde pizze

che non riesco a tagliare, sorte ria!”.

E per lenire le violente stizze

(che tremenda figura, mamma mia!),

subito cominciai a far la corte

alla collega vicina, la Mastria[1].

Lei mi guardò con le pupille storte

mi sentii un verme ed un minchione;

ma venne in mio soccorso un uomo forte.

Il suo nome?: Mimino Falangone.

Con gesto sofisticato e lieve

il mio preistorico amicone

del vino mi mescè, Mimino il Breve[2].

Che nettare stupendo, che vinello!

Ognuno per intender berlo deve.

Con volce alta ed un piccolo saltello,

fu a quel punto, orrore!, che Peppino

(senza merito detto Nigri il Bello[3]),

strizzando a nord e a sud l’occhiolino,

languido fece un brindisi sontuoso,

mentre io, misero e tapino,

nero incazzato e permaloso,

vigliacco mi sentivo e manomesso.

Nell’animo un rancore disgustoso,

già pensavo tra me e me stesso:

“Esemplari farò le mie vendette;

e che sono io, scemo e fesso?

Nigri mio, ora ti faccio a fette!”

Volpe e leone insiem mi son sentito

quando Nigri parola mi cedette;

ma un groppo nella gola: un sol ruggito

di articolare disperato tento,

fuori solo poche frasi, e di rito.

Incalzante,  purtroppo, più del vento,

dirompente prurito fastidioso,

dannato rompiscatole ti sento,

fatale spettatore misterioso,

assordante gridare nell’orecchio

col tuo fare tetro e untuoso:

“Dimmi, schifoso e orribil vecchio,

dimmi,  pure, casto, onesto e pio:

al fondo sei giunto del tuo secchio,

gran tratto percorresti del pendio;

non ti valser Virgilio e Cicerone,

Seneca, non ti valse, bello mio!:

un pappamolle resti e un tenerone

e spacciarti vuoi per bullo;

da’ la stura al tuo magone,

sottobraccio va’ a Catullo!”

Situazione proprio brutta,

tal che ormai mi sento un grullo;

mi dico:”Ora ce la metto tutta!”

Faccio appello alla mia forza,

ma son giunto ormai alla frutta,

sono giunto, anzi, alla scorza.

Per fortuna, lì mi viene in mente,

ma la pena frattanto non si smorza:

nei bracci ho forza non indifferente[4];

”Ma” mi dico ”tu ti cacci, e non lo sai,

se ricorri alla violenza, incosciente,

in tremendi, fottuti e brutti guai;

or, ti prego, non fare una scemenza,

o pentirtene di certo tu dovrai.

Daresti a tutti prova di demenza,

sarebbe esatto esatto, proprio proprio

come se, usando con gli altri clemenza,

ti facessi da solo un bell’esproprio,

se, più stupido e  debole di un pollo,

per far fronte a un tiro improprio,

ti facessi, maldestro,  un autogollo[5]

e per giunta la tua impaperata

attestassi su una carta da bollo”.

Per ispirazione poco ispirata

trovai allora una scusa banale,

dicendo che l’aria condizionata

che spirava fresca in quel locale

aveva dato un calo spaventoso

all’eccelsa mia corda vocale,

per via del tempo che era sciroccoso.         

Fu servito ad un tratto il sorbetto:

e la mano con moto lamentoso

affondava in quel bianco confetto,

col cucchiaino in un sordo tonfo.

E il petulante amico, con dispetto,

col suo osceno e disgustoso ronfo:

“Caro mio”  incalzava “ m’hai da sentire,”

e si apprestava a celebrare il trionfo,

“stupido ed inutile è mentire;

pensa a quel che resta del futuro:

rassegnati, e balle più non dire!”.

 

Altre balle non dissi. Allo scuro

uscimmo, ch’era era già inoltrata notte;

e noi, tutti insieme  sul muro[6],                

povere, dolenti anime rotte

da un senso invadente di vuoto,

da domande stupidamente dotte,

dalla paura rimossa del voto,

da ogni ansia vile e meschina.

Vi vedo come in una vecchia foto…

già saggia, Calabrese Franceschina,

sorridi volta verso il lato destro

di tutti noi sei stata la “nonnina”;

Filoni Giovanni, del ping pong maestro,

un giorno ebbi l’ardire e ti sfidai:

mi riducesti peggio di un canestro,

spero che a nessuno lo dirai;

spicca netto nel gruppo un celestino:

è degli occhi di Giuranna, e tu lo sai,    

ragazza che corteggi il bel Biagino,

altero e fiero in sella alla sua moto;

Giuri Paolo Pietro, cervello fino,

non c’è stato  giorno in cui il Devoto[7]

devotamente non ti sia portato,

con l’intenzion di migliorare il voto:

l’espediente, lo ammetto, ha funzionato,

lo giuro e lo spergiuro qui su Giuri

che otto certamente ha meritato,

otto, vivaddio, anzi otti sicuri;

l’Africa, signori, a noi è vicina,

stasera i nostri visi sono scuri,

ma la più scura è Greco Guendalina:

occhi, pelle e capelli tutti neri

italiana non par, ma marocchina;     

con l’aria un po’ sorniona Anton Manieri,

attento, giudizioso e non banale:

lo dico io, che non sono nato ieri,

anche questo ragazzo come vale!;

solitamente nei pranzi la frutta

prepara iridescente il gran finale

e ora ce la devo metter tutta,

con la voglia che ho stanca ed amara,

col cuore a pezzi e l’anima distrutta,

a dire dei tre Mele: Mariachiara,

la signorina, Paolo e poi Roberto;

è cosa veramente bella e rara

avere allievi in un sol colpo, certo,

siffatti graziosi gemelletti:

con loro il gioco è sempre aperto,        

difficile è distinguere i maschietti

e rischi senza inganno e senza dolo

di dire quando meno te lo aspetti

in mezzo ai fischi  Paèrto e Robòlo;

a Montenegro siamo giunti: fiaccu [8]

(uso il dialetto), taciturno e solo,

poi na giacca si mese cu lu spaccu

e Beppe scherzava a non finire;

mo, la capu ha cacciatu ti lu saccu;

la Paoletta! Peluso, intendo dire:

ogni battuta originale o a nolo

le fa correre il rischio di morire;

lo sguardo spicca ansioso il volo,

cerca per distrazion un  parer vario,

subito s’imbatte, ahimè, in Polo

ch’è di parer (e ti pareva!) contrario:

sembra che non ti dia per nulla retta,

che vada dritta per il suo binario

la nostra brava arpista Elisabetta;

come puoi a un artista comandare?:

ti manderà all’inferno in tutta fretta;

“Al bagno, professore, posso andare?”;

la voce, ch’è un programma, già t’incanta,

anche se vuoi, è impossibile sbagliare:

è lei, Francesca, alias Checca, Quaranta!;

intanto le orecchie assorte avide

incanta una musica anni sessanta:

signore e signori,  di Davide

Rausa il tocco bello alla tastiera!;

Beppe Romano, in mosse rapide,

si può dire dalla mattina alla sera,

lasciasti il vescovile Seminario

e il volo spicchi in terra a noi straniera[9].

Sul banco si portò l’armamentario:

un cero, un fiammifero e un santino,

d’incenso ha soffuso il circondario;

l’autore?: Francesco Tarantino;

e poi vedo Stefano Valente,

ragazzo dallo sguardo birichino:

il suo riso è un hiiii travolgente,

più che un riso mi pare un nitrito,

ma dell’animo mesto e dolente

altra nota mancante allo spartito;

Federica Vernich  (e il conto quadra)

chiude questo ricordo mai appassito,

la salda formazione di una squadra

che anche se lo vuoi non te la scordi….  

    

Mi scosse in quella fredda notte ladra

dall’onda dirompente dei ricordi:

“Se non ti sbrighi non ti do il passaggio! “.

Bello, qualche volta, essere sordi!:

era Mimino, il mio amico saggio,

che, con la voce sonnolenta e stanca,

mi toglieva, crudele, quel miraggio;

ciascun di voi, ancor, tanto, mi manca!     


[1] Nel testo quella della corte è l’unico dettaglio inventato, anche per esigenza di rima; ci tengo a sottolinearlo perché non vorrei subire dal marito un attentato e da mia moglie l’estirpazione dei bulbi…oculari (anche se, in questo caso, con nove diottrie che mi mancano per  occhio, il danno sarebbe meno rilevante).

[2] Il riferimento è alla statura del mio collega (sì, io sono alto due metri…)

[3] Quel senza merito è frutto di invidia? Lo lascio giudicare a chi conosce la mia avvenenza…

[4] In quell’anno Panariello lanciò l’espressione tipica di uno dei suoi personaggi, espressione che più volte in classe ci fu occasione di citare ironicamente.

[5] Per esigenza di rima e non solo…

[6] Il muretto del lungomare di Santa Maria al Bagno, ovvero quando un dettaglio da nulla diventa un elemento sentimentale…

[7] Il vocabolario italiano Devoto-Oli

[8] Non nel senso di cattivo, ma nell’altro che la voce assume, cioè piuttosto indolente.

[9] Beppe si trasferì ad altro istituto poco tempo dopo l’inizio dell’anno.

4 Commenti a Quella sera di quattordici anni fa

  1. Passano gli anni, lei invecchia e come il buon vino la ritrovo sempre migliore. E’ sempre un piacere ritrovarla, risentirla, ricordarla. Mi scusi se le do del lei ma mi sento come Dante nei confronti di Virgilio o, se preferisce come Enea nei confronti della sua amata Patria.
    Sono un suo frutto, ormai maturo da ventisette anni.
    a proposito, quel famoso dizionario etimologico ha mai visto pubblica luce?
    Un forte abbraccio …. Piero.

  2. Caro Piero, ti perdono quell'”invecchia”, nonostante io sia consapevole, bene che mi vada, del suo valore eufemistico, ma lasciamo in pace, pur continuando a leggerlo, Virgilio (quello vero…) e soprattutto la Patria (sai, con i tempi che corrono ne ha proprio bisogno!). Ricambio l’abbraccio (Dio mio, prima di giungere a quella del Lete non starò passando all’altra sponda…?).

    • Ben me ne guardo dal pensarla dall’altro guado dell’Ade. Ma, rimembrando gli armonici lustri in cui la conobbi (non biblicamente) e sovvenendomi la memoria che si dona ai visitatori della medesima, memento quando il Dell’Anna proferì storica sentenza: ” Enea abbandonò la Troia”, guadagnandosi non il piacere della maiuscola appellata, ma il quarto del salario per l’articolo usatole.
      Noi siam cresciuti all’ombra della Quercia (lei) e …… “”Sassi in specie non ne tiro più””!
      Con immensa gratitudine. Suo, su questa sponda, Piero.

  3. Piero, non è che per pudore o per modestia hai omesso “Ma oggi sono una celebrità”? Un caro saluto. Armando

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