Un ventenne di settant’anni

“Un ventenne di settant’anni” di Dino Salati

di Paolo Rausa

“Cambiare si può e si deve… per avere consapevolezza di se stessi, per determinare gli eventi e non per subirli”. Sta in questo sottotitolo del libro di Dino Salati il senso di un’opera compilata da un “giovane” scrittore, nato nel 1940 a Gioi (Sa) nel Cilento. Il luogo è meraviglioso dal punto di vista ambientale e paesaggistico, il “mitico” Cilento, dove trovò l’estremo riposo Palinuro il nocchiero di Enea, ora protetto dall’istituzione del Parco nazionale, e importante dal punto di vista culturale, perché qui nei pressi a Elea (Velia), colonia dei Focesi sul golfo di Posidonia, si sviluppò nel V secolo a.C. la scuola filosofica di Parmenide, indagatore dell’essere, inteso come fondamento del vero e unico oggetto della conoscenza, ingenerato, e immutabile ed eterno. La vita di Dino Salati ha conosciuto poi varie esperienze nel nord Italia, a contatto quindi con un’altra realtà, un’altra filosofia di vita, meno contemplativa e più legata all’idea del “fare”, del produrre, dell’affermarsi. Per quanto sembrino lontane, queste due concezioni hanno in/formato l’originale filosofia dell’autore, tutta tesa a definire le modalità di approccio alla vita, che è già vincente perché come egli afferma – “l’uomo è concepito nell’atto d’amore da un solo spermatozoo fecondato su 300 milioni” -, con un atteggiamento sempre “positivo” e mirante al “cambiamento”, per conseguire il “successo”.

Questi elementi stanno al centro della lunga conversazione di Dino Salati con un interlocutore immaginario. “Non è l’età che fa invecchiare, la giovinezza è nel cuore!”: è uno degli assunti più importanti che troviamo disseminati in questo suo lavoro, che potremmo definire un manuale per raggiungere quella che i filosofi epicurei chiamavano l’”autàrkeia”, l’autosufficienza e la liberta del saggio, e il poeta latino Orazio la “metriòtes”, il principio della virtù come giusto mezzo, come equidistanza dagli estremi.

Ma il nostro più prossimo riferimento solo le “Epistulae ad Lucilium” di Seneca, delle riflessioni sulla continua introspezione dell’uomo, delle sue debolezze, delle sue lotte, ora vittoriose, ora soggette a sconfitta, da cui vuol risorgere. Non che manchino nello scritto di Dino Salati i riferimenti dotti, le citazioni di personaggi famosi nei vari campi dell’azione e del pensiero, il richiamo alle parabole evangeliche e ai detti popolari, come per es. “Il mattino ha l’oro in bocca!”, sull’ora più indicata per esercitare la mente, ecc. Allora “cambiare si può e si deve”: questa è la chiave per realizzare le proprie aspirazioni, imparando a giocare alla vita. Non bisogna esitare, né farsi influenzare dal conformismo e dai condizionamenti, bisogna allenare la mente, abbandonarsi alle emozioni, abbattere il muro di contenimento e sforzarsi di far vivere i sogni. Il nostro approccio alla vita, ai rapporti interpersonali deve essere sempre positivo e sostenuto dall’affetto, dai sentimenti e dall’amore, inteso come libertà di dare e di prendere.

“Non facciamo tacere il fanciullo che c’è in  noi!” sostiene Dino Salati,  riecheggiando proprio la poetica del “Fanciullino” cara al poeta Giovanni Pascoli. “L’uomo soffre la mancanza delle cose che desidera!” egli ci rivela, giungendo attraverso le sue riflessioni ad una verità che aveva già suggerito Diotima a Socrate e poi da lui rivelata ai commensali  nel Simposio nella definizione di “Amore” come essere povero e bisognoso. Ecco allora che i nostri comportamenti liberati dalle remore possono aspirare e tendere al successo, inteso come conseguimento dell’impegno per realizzare un progetto valido.

Da qui l’appello finale a sostenere i giovani “per la affermazione e la realizzazione delle loro idee creative e innovative”, dando loro fiducia. Un viaggio quindi nella vita dell’uomo moderno, afflitto da innumerevoli mali, perché si giovi dei consigli di un giovane di settant’anni e liberi le risorse positive innate, alla ricerca dell’equilibrio interiore teso al raggiungimento del benessere e della felicità.

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