Spiriti e folletti tra Castro e Porto Miggiano

Tratto di costa salentina visto dalla Zinzulusa (ph Antonio Cretì)

di Giorgio Cretì

Nunzio, quello della cernia di quattordici chili, che con un colpo fortunato aveva risolto il problema alimentare dell’inverno per tutta la sua famiglia, ormai aveva quindici anni e andava in mare già da tanto tempo. Secondo la filosofia del padre, però, che un mestiere non bisognava impararlo in casa ma al di fuori della famiglia, andava a pescare quasi sempre con altra gente. Di solito con suo zio Antonio che la sera, quando era bel tempo, calava le sue reti sempre oltre la punta Mucorone, anche se non andava mai oltre la caletta di Porto Miggiano.

Un giorno lo zio lo chiamò per portarlo all’oparizzi(1) vicino alla grotta Romanelli, appena dopo la Zinzulusa. Era la stagione in cui le boghe si avvicinavano in branchi alla riva, erano facili da prendere ed erano richeste dalla gente che le faceva anche a sarsa(2)  per farle durare il più a lungo possibile. Quel pomeriggio Nunzio aveva vogato con il suo solito vigore giovanile per tutto il tragitto d’andata, poi era rimasto ancora ai remi mentre lo zio calava le reti e dava al nipote i comandi necessari per la buona riuscita dellle operazioni. “Sia”(3), diceva il vecchio Ntoni quando c’era bisogno stare in surplace e “voga”, invece, quando c’era da andare avanti più spediti. Era ormai l’imbrunire e, dato fondo alla mazzara(4), zio e nipote si prepararono ad aspettare l’alba.

“Andiamo a dormire adessso, aveva detto lo zio”. Così si erano distesi su fondo della barca, si era avvolti in qualche in una vecchiaa zinzuliera(5) e si erano addormentati quasi subito.

Torre di Porto Miggiano (ph Antonio Cretì)

Quando spuntava l’alba da dietro la torre di Porto Miggiano, Nunzio si era  svegliato da sé, come d’abitudine, e con sua grande sorpresa si era accorto che non stavano ancorati davanti alla scogliera di Romanelli. “Oh perlamiseria”, aveva detto allo zio con cui aveva grande confidenza, “che qui non siamo a Romanelli, dove abbiamo calato le reti, qui siamo alla Mpisa”. La Mpisa era un altro scoglio più in là.

“Zi Ntoni, eh perlamiseria, abbiamo calato a Romanelli e ora la barca è ancorata alla Mpisa!”

“Zitto figlio mio”, aveva detto lo zio.

“Che cosa è successo, zi Ntoni?”.

“Stanotte è venuto un moniceddhu(5) che mi premeva sullo stomaco”, lo zio aveva risposto.

“Come, perlamadonna zi Ntoni, e viene da te e da me no!”.

Nunzio in cuor suo pensò che forse, chi poteva saperlo, il vecchio zio, poveruomo, durante la digestione aveva sognato Il moniceddhu.  Così aveva spostato la barca da dove l’avevano lasciata la sera e se n’era andato lì verso la Mpisa, ch’era un altro scoglio più vicino a Santacesarea.

Sapeva che c’erano i creduloni che vedevano i morti, che vedevano gli spiriti, che credevano ai folletti… Ma lui, spirito libero, non aveva mai visto ne folletti, ne spiriti e nemmeno padreterni, come lui proclamava quando si facevano certi discorsi da persone adulte.

Con la luce del mattino avevano salpato la loro rete ed erano tornati al porticciolo con una cinquantina di chili di boghe da vendere e siccome era mattina di festa avevano alato la barca fin sopra al monumento ai caduti che stava lì di fronte alle grotte. Nunzio poi aveva raccontato l’accaduto, senza però destare troppa curiosità perché la gente a certi fenomeni credeva.

Castro, porto vecchio (ph Antonio Cretì)

Ed un’altra volta qualche anno dopo, durante il mese di febbraio, erano le due di notte e doveva andare a Santacesarea. Quando fu giunto al­l’inizio della discesa, al buio quasi nero, si trovò un’ombra bianca davanti a sé che camminava rasente al muro. Siccome da qualche mese era morto un suo mezzo parente: “Perlamadonna”, pensò, “qui, proprio davanti a me!”. Lui, però, che non temeva né tuoni né lampi, le si era avvicinato: “Ouh”, le aveva detto.

E che “ouh”! Quello non gli aveva dato retta.

“Chi diavolo sei”, gli aveva urlato. Ma quello non aveva risposto e aveva subito cambiato strada.

Un accidente pensò Nunzio e proseguì. Ma appena nell’altra via, allora c’erano solo viottoli, quella cosa bianca era ancora davanti a lui.

“E qui?”, si chiese, “l’ho appena lasciato di là e ora me lo tro­vo ancora qui?”.

“Uei, se sei morto”, gli disse, “un accidente che non ti ha fatto morire cent’anni fa”, perché sembrava che a bestemmiare i morti scomparissero. E come poteva scomparire, se quello era vivo! Allungò le mani su uno dei due muri a secco che delimitavano il sentiero e abbrancò due grosse pietre. “Sanguedeldiavolo”, disse, “adesso è notte e non ci vede nes­suno, neanche un cane”.

“Fermo, fermo”, implorò una voce conosciuta, “sono io”.

“Che ti fulmini la madonna”, Nunzio disse posando lentamente le pietre al loro posto, “come, ti parlo, cerco di farmi riconoscere e tu non rispondi? Ah, ecco perché, in paese parli di morti, dici di vedere spiriti… per fare spaventare la gente, in modo che non giri di notte. Ma io non ho paura”, disse.

Porto Badisco (ph Giorgio Cretì)

Allora, però, di notte poteva veramente succedere di incontrare gente camuffata da fantasma e Nunzio ebbe un altro incontro dello stesso tipo, quando una notte incontrò Concetta Corciulo, pace all’anima sua, con qualcosa di bianco sulla testa, quando era ancora viva. Allora lui lavorava… faceva il mediatore, nel senso che, specialmente l’inverno, contrattava il pesce sulle barche e poi inviava un telegramma per avvertire che venisse­ro a prenderlo. In una di quelle notti scendeva come al solito al porto perché trattava con la lampara dei Tarantini. Giun­to lì dove, c’era un ponticello ed una edicola della Madonna Addolorata ora scomparsa… Quando si era avvviato giù per il viotttolo, ancora mezzo assonnato  si trovò davanti una figura vestita di bianco che camminava rasente al muro, come se cercasse di nascondersi. Per quanto coraggioso, nel vedere un’ombra bianca strisciare di not­te, forse perché non era ancora del tutto sveglio, ebbe un sussulto di paura  e tornò indietro.

Grotta Zinzulusa (ph Giorgio Cretì)

Lì vicino c’era un frantoio aperto. Facendo finta di niente, si affacciò dentro e salutò quelli della ciurma. Poi si era rivolto ad uno, suo amico, e gli aveva detto: “Rosario, mi fai il favore di accompagnarmi fin sotto, fino ai barconi?”, che erano ad un cento passi più avanti. Rosario, per la verità, era uscito subito, forse anche per prendere una boccata d’aria fresca, e lo aveva accompagnato. Erano passati dalla stessa strada dove Nunzio era passato prima ma ora non c’era nessun movimento sospetto. Nunzio, pe­rò, non disse che prima aveva visto qualcosa, così e così, non racccontò nulla per non sentirsi dire: “Come, tu che non temi e non tremi, adesso hai avuto paura di una cosa bianca che hai visto!”. Tutto era finito lì.  Poi Rosario aveva approfittato per farsi dare un po’ di spicaluri(5) da portare a casa ed era tornato al frantoio.

Ma qualche notte dopo, dopo tre o quattro notti – allora chi contrattava con le barche doveva trovarsi sotto al porto al momento giusto, pena il rischio di restare senza pesci – Nunzio era lì in attesa e c’era lui un certo Chiarelli, poi An­gelo Ciriolo che era cognato di Pep­pino Aprile, Peppino Ciriolo detto Pizza e c’erano tanti altri jaticareddhi(7) che si davano da fare per sbarcare il lunario. Ad un certo punto, proprio il Chiarelli prese a raccontare: “Perlamadonna, l’altra notte, cinque o sei notti fa…, sentite che cosa mi è capitato. Sta­vo scendendo in grazia di Dio e quando sono arrivato al tale punto ho visto uno tutto vestito di bianco”.

Eh! Come sentì parlare l’amico, Nunzio ricordò subito il suo precedente incontro: “Questo c’è passato prima di me”, pensò e allungò le orecchie come una lepre.

“Eh, perlamadonna”, bestemmiava il Chiarelli, “quello camminava davanti e io di dietro, lentamente. Insomma, ad un certo punto è entra­to in quelle cantine disabitate e buie. Eh! Perlamadonna, adesso se sei vivo qui siamo in due, se sei morto prendila nel culo e vattene”.

Il Chiarelli era entrato e si era trovata davantila Concetta Corciulo.

Così Nunzio ebbe la conferma che quella, la Concetta, si copriva la testa di stracci bianchi e andava in giro spaventando la gente e rubando ciò che poteva. Ed ebbe anche la conferma che alcuni stupidi credevano agli spiriti.

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1) Oparizza. Rete da pesca fatta apposta per le boghe.

2) Sarsa. E’ una sorta di scapece preparato con boghe fritte e poi accomodate con pangrattato, aglio, foglie di menta e aceto. Si conserva per parecchi giorni.

3) Siare vuol dire remare contro prua, ossia in surplace.

4 La mazzara era la pietra che serviva da ancora.

5) Zinzuliera. Coperta rustica tessuta al telaio di casa con il recupero di vecchi stracci tagliati a strisce e usati per la trama. Per l’ordito si adoperava il cotone comune.

6) Gli spicaluri sono gli sgombri.

7) Jaticareddhi. Erano i piccoli mediatori tra le lampare ed i distributori locali del pescato.

3 Commenti a Spiriti e folletti tra Castro e Porto Miggiano

  1. Chi l’ha detto che uno spiritello non può far comodo? Si usava e si usa tutt’ora coltivare leggende e spargerne i semi al popolo per trarre potere dalla creduloneria dei semplici. Mentre i più capaci di mettere in moto il cervello, anche controcorrente, si dichiaravano indenni da ogni diavoleria amplificata dalla superstizione popolare, i più ingenui se ne lasciavano inevitabilmente irretire. Nunzio, data la sua età, è una figura mediana tra le due sponde: un adolescente che da anni si guadagna da vivere grazie all’intelligenza, l’orgoglio e la buona volontà, vuole farsi passare da adulto a tutti gli effetti e perciò privo delle debolezze un tempo imputabili solo a donne e a bambini, per non parlare poi di certi uomini. Ma il ragazzo non è ancora cosciente che la paura è parte integrante dell’animo umano e cade nell’inghippo grazie agli spettrali panni bianchi usati per copertura da Concetta Corciulo. Lungi dall’incarnare le sembianze te lu moniceddhu, la poveretta impersona invece la fame che non si arrende e che, non trovando di meglio, si riveste delle credenze popolari per sgraffignare qualcosa da mangiare senza pegno di pagamento. Come fare a mettere alla gogna la fantasia in un mondo in salita? E’ come tagliare le ali a gente costretta a vivere a carponi tra le olive da raccogliere, i campi da zappare e da seminare e le barche da riempire di pesce.
    Lode alle splendide foto di questo racconto che immortalano le bellezze della nostra costa attraverso un bianco e nero che le sublima di luce.
    Lode a Giorgio che le ha incastonate in una romantica storia che sa di semplicità, di parlato comune e di chiaro-scuri antichi.
    La buona fantasia crea poesia e libertà, la paura buona genera coraggio ed eroi.

  2. La foto in cui si ritrae il porto di “Badisco” in realtà e sbagliata perché esso è o suole chiamarsi “porto Vergine”

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