La “spinèddha”, ma che c…ardo è?

di Armando Polito

una spinèddha a metà gennaio

tre esemplari di spineddhe a metà febbraio

A differenza delle altre erbe salentine commestibili di cui mi sono precedentemente occupato, questa volta seguirò l’ordine inverso, partendo da una ricetta e raccomandando al lettore, desideroso di provare, di utilizzare la pianta prima che si formi la spina, cioé quando appare come nella prima foto.

Dopo averle mondate come le cicorie (taglio eventuale dell’estremità  basale,  eliminazione delle foglie eventualmente appassite) ed averle lavate accuratamente, si sbollentano. In una padella si mette olio quanto basta, qualche spicchio d’aglio e, se si vuole, del peperoncino. Quando l’aglio è appena rosolato si aggiungono le spineddhe sbollentate e si porta a termine la cottura a fuoco lento.

Soddisfatta, si fa per dire, la pancia, tenterò di fare lo stesso con la testa, anche se il compito sarà estremamente complicato. Comincio, intanto dalle cose semplici dicendo che spinèddha è, come ognun sa, diminutivo di spina. La

Il Mangialibri/ Se …

di Michele Stursi

Sorseggio il mio tè fumante seduto su una poltrona, con le gambe accavallate, e penso. Chiara è nello studio e riceve un paziente. Mi hanno dimesso stamani e sono ancora molto stanco e provato. Nonostante ciò riesco a trovare la forza di pensare.

Mi guardo intorno come se cercassi qualcosa, un appiglio per potermi inerpicare tra i ricordi e giungere così alla mia infanzia. Tutto è diverso: il lettone di mamma e papà sormontato da un’enorme effigie del Buon Pastore che custodisce le sue pecorelle è stato sostituito da un divano di pelle nera; sulla parete di fronte a me una donna anziana, sullo sfondo di “Alienata monomane del gioco” di Théodore Gericault, fissa un punto vuoto, forse guarda proprio me. Mancano anche il mio lettino e quello di Chiara; manca il lavabo in terracotta bianco, venato da piccoli fiorellini rosa e gialli, mancano i freschi e profumati asciugamani in lino che in realtà non usavamo mai per non rovinarli, e ci sfregavamo rumorosamente il viso con vecchi panni di spugna.

Niente, non è rimasto niente.

Manca il vaso da notte che papà sistemava sempre accanto al lettone prima di andare a dormire, manca il vecchio comò con i suoi enormi cassettoni, che facevano anche da culla. Sono imprigionato in questo presente che si frantuma giorno dopo giorno nell’urto contro l’inevitabile futuro: la morte. E intanto giaccio in un angolino nella mia prigione e osservo, impotente, quest’abominevole scenario.

Penso.

Se si riuscisse a vivere anche solo la forza del pensiero, chissà quanti anni avrei ora.

Ho passato la mia vita a leggere, a meditare, e solo adesso mi rendo conto quanto sia inutile il lavoro meccanico della mente se poi non si trova il

Una mostra per descrivere il culto di S. Irene a Lecce

Sant’Irene Lupiensium patronae: il culto al femminile

a cura di Danilo Ammassari

Le vicende della vita di S. Irene, secondo le fonti scritte, risultano essere un intreccio di vari racconti e tradizioni tra Oriente e Occidente.

La prima attestazione è il Menologio di Basilio II, databile al X sec. d.C., in cui è narrata la Passio della Santa senza alcuna indicazione dei luoghi e dei tempi della sua vita terrena.

Le voci della Bibliotheca Sanctorum riportano versioni discordanti sulla figura di S. Irene, in particolare una di questa si riferisce alle tre sorelle Agape, Chione e Irene, sante martiri di Tessalonica, le cui vicende sarebbero ambientate sotto Diocleziano nel 304 d.C.

Una seconda voce, che riprende il Menologio, si riferisce, genericamente, ad una S. Irene venerata a Lecce figlia di un signorotto di nome Licinio, che preoccupato per la sua bellezza la rinchiuse, all’età di sei anni, in una torre insieme a tredici ancelle. Convertitasi al Cristianesimo ricevette il battesimo da S. Timoteo, discepolo di S. Paolo e ripudiò gli idoli pagani donati dal padre. Questi, infuriato, la fece legare ad un cavallo imbizzarrito per darle la morte; ma mentre ella si salvò, il padre morì in seguito ad un morso alla mano ricevuto dal cavallo. Irene ottenne la sua resurrezione, cosa che indusse i genitori, nonché tremila pagani, alla conversione.

Dopo varie vicissitudini, avendo rifiutato l’apostasia, la Santa venne suppliziata e subì il martirio mediante la decapitazione.

Le linee fondamentali della vita della Santa sono ripercorse successivamente all’interno del Breviarium Liciense (1527?), nella Historia della Vita,

Io e la Realtà

di Pino de Luca
Inverno breve e per nulla intenso in questo pezzettino di Italia che si pavoneggia tra l’Adriatico e lo Ionio. I fiori sui mandorli e, soprattutto, il giallo delle mimose ne annunciano la coda.
Pessimo anno il 2012 d.c., anno dell’eclisse totale della culla della democrazia e di quella parziale, ma sensibile, della culla del diritto.
Le chiavi interpretative della realtà si moltiplicano, si scindono, si fondono e s’aggrovigliano spingendo nella solitudine tutti e ciascuno, istigando a ritagliarsi un pezzo di realtà a raggio più o meno ampio nel quale ognuno si sente qualcuno, assegnandosi un recinto nel quale ci si sente Re e si dimentica d’esser cinto.
Il tempo dei “cinque minuti di notorietà” è trascorso, velocissimo. Ora è il tempo dell’essere nel “cloud” di propria pertinenza, princeps inter nullius molto spesso, avatar di se stessi che competono con altri avatar in una gara virtuale nella quale si gareggia avendo anche qualche probabilità di vincere. Ovviamente nulla.
Ma è comunque qualcosa rispetto ad un mondo reale nel quale se si nasce nella casa giusta si vince sempre altrimenti hai già perduto.
E le città diventano strati di moltitudini di soli, piramidi di caste introiettate nell’anima, saldate nel DNA dei suoi componenti.
Le caste si combattono, ferocemente, si combatte nella propria casta ma solo per cambiar casta non per portare le caste a deflagrare.
Le ideologie dei secoli scorsi son state private delle idealità e piegate alla brama del potere e alla sua perpetuazione. Speranze e delusioni si sono alternate, narrazioni di luminoso avvenire si son dimostrate pura propaganda.
Nel frattempo la pervasione della informazione deformata ha compresso intelligenze, mortificato cultura e arte di pensare, premiando nella scala sociale un bel culo o la tartaruga rivoltata rispetto alla capacità di contribuire al progresso sociale.
E le tecnologie incombono, crescono a dismisura inventando nuove competenze e nuovi analfabeti, rimodellando le gerarchie in ciascun cloud ma giammai conducendo alle tempeste che ne fanno scaricare il potenziale inondando la terra per un nuovo diluvio universale.
Tutto cambia, velocemente, ricordandoci che la realtà non esiste se non per un attimo e ogni attimo è una realtà differente, e ci raccontano, in tutte le salse, che bisogna essere pronti, più rapidi, più flessibili se si vuole essere al passo con i tempi. E a questa filosofia tutti si accodano, il desiderio di ciascuno è “essere all’altezza della situazione”, pronti, rapidi, flessibili, straordinari perché nella gara molti partecipano e uno vince.
E quando il cloud delude si cambia cloud.
Cambia cloud il vittorioso desideroso di competere ancora, cambia cloud il perdente, coperto dall’onta incancellabile della sconfitta. Un nuovo avatar attende che, in questa vita, basta cambiar nome per ricominciare dall’inizio.
Fra me e questa realtà non corre buon sangue, ogni giorno c’è un conflitto di competenza, c’è necessità di contrattare. Dove è scritto che son io a dover esser pronto, rapido, flessibile? Qualche volta, cara la mia presunta realtà, non tocca a te esser a mia misura? So bene che alla realtà non mi posso sottrarre ma, finché vivo, nemmeno la realtà potrà sottrarsi a me.

Spiriti e folletti tra Castro e Porto Miggiano

Tratto di costa salentina visto dalla Zinzulusa (ph Antonio Cretì)

di Giorgio Cretì

Nunzio, quello della cernia di quattordici chili, che con un colpo fortunato aveva risolto il problema alimentare dell’inverno per tutta la sua famiglia, ormai aveva quindici anni e andava in mare già da tanto tempo. Secondo la filosofia del padre, però, che un mestiere non bisognava impararlo in casa ma al di fuori della famiglia, andava a pescare quasi sempre con altra gente. Di solito con suo zio Antonio che la sera, quando era bel tempo, calava le sue reti sempre oltre la punta Mucorone, anche se non andava mai oltre la caletta di Porto Miggiano.

Un giorno lo zio lo chiamò per portarlo all’oparizzi(1) vicino alla grotta Romanelli, appena dopo la Zinzulusa. Era la stagione in cui le boghe si avvicinavano in branchi alla riva, erano facili da prendere ed erano richeste dalla gente che le faceva anche a sarsa(2)  per farle durare il più a lungo possibile. Quel pomeriggio Nunzio aveva vogato con il suo solito vigore giovanile per tutto il tragitto d’andata, poi era rimasto ancora ai remi mentre lo zio calava le reti e dava al nipote i comandi necessari per la buona riuscita

In-: un prefisso privativo, ma per chi?

Bozzetto di una delle scene de Il malato immaginario di Moliere

di Armando Polito

Non so se sia pubblicità con intenti deterrenti ma non passa giorno che le cronache non registrino lo smascheramento da parte della Guardia di Finanza di un invalido totale immortalato mentre, cieco, guida la propria automobile o, addirittura, un taxi, oppure di un tetraplegico che passeggia con passo assolutamente normale. Non si tratta solo della interpretazione ambigua di due fenomeni grammaticali per cui invalido (inteso come status burocratico e da assumere solo per il tempo strettamente necessario…) nasce per prostesi (fenomeno che di  regola ha una funzionalità eufemistica…) di in– privativo a valido, e valido (come status reale) da invalido con una aferesi (che si prolunga per un tempo molto più esteso del precedente…) dello stesso prefisso privativo. L’amara considerazione è che quel suffisso privativo finisce così per penalizzare (oltre al contribuente) solo le persone bisognose di quell’aiuto che  troppo disinvoltamente è passato  nella disponibilità di un truffatore.

Se è vero che quel cieco di cui sopra avrà pure sostenuto una visita medica per il rinnovo della patente, è vero pure che può aver ingannato il medico che lo visitava facendogli leggere l’apposita tabella. Perché, allora, non stabilire per legge l’obbligo di un controllo incrociato che con gli attuali sistemi informatici, tra loro coordinati…, richiederebbe solo un click? Come può vedere se percepisce un’indennità come cieco? La privacy? Non c’è privacy che tenga quando , momenti difficili a parte, c’è il rischio, solo il rischio, di una truffa.

Un altro disegno di scena de Il malato immaginario di Moliere

E poi: per il cieco e il tetraplegico non esistono strumenti adeguati per accertare l’esistenza di una lesione, cerebrale o no, quando oggi si riesce a leggere nel cervello anche l’intensità di un orgasmo (ma qui la privacy può anche essere tenuta in conto…)  ? Perché non stabilire, per legge, controlli di questo tipo?

E, dopo essermi scatenato contro il meccanismo che consente ancora situazioni del genere (attenzione, non ho nemmeno accennato al fenomeno corruzione che pure esisterà…), mi sento quasi in colpa per aver infierito su quella forma più abietta di intelligenza (?) che si chiama furbizia. Rimedierò subito suggerendo a chi adesso starà tremando sapendosi in difetto di fare immediatamente un viaggio a Lourdes e di conservare accuratamente tutte le ricevute che lo comprovano: se beccato potrà sempre dire di essere stato miracolato e di essersi dimenticato (anche perché a quei soldi ormai era psicologicamente legato…) di  comunicare all’ente erogante la sua mutata condizione. Potrà così risparmiare al suo avvocato contorcimenti di pensiero per giustificarlo davanti al giudice (se mai ci arriverà…) e sarà obbligato a restituire ciò che ha truffaldinamente percepito solo fino alla data dell’avvenuto miracolo. L’ultima raccomandazione è quella di istruire bene almeno un testimone per comprovare il suo stato prima e dopo Lourdes; non dovrebbe essergli difficile con tutti i soldi che ha fottuto e con il reddito, naturalmente non dichiarato, che, di solito (vergogna nella vergogna!), simili individui spesso si ritrovano.

Fatti e misfatti dello spiritello domestico salentino

Lu munaceddhu tispittusu. Fatti e misfatti dello spiritello domestico salentino

 

di Emilio Rubino

Uno dei personaggi più curiosi ed originali che la storia del nostro folklore pare abbia cessato di tramandarci è il munaceddhu (in altri luoghi – come vedremo – diversamente nominato). Questa vuol’essere un’antologia dei mille e mille episodi di cui il munaceddhu è stato protagonista; essa intende raccogliere in un unico blocco alcuni aspetti, in parte da me già pubblicati una ventina d’anni fa su «La Voce di Nardò», con l’aggiunta di altri esilaranti episodi e nuove considerazioni. Questo revival è pertanto la riedizione ampliata ed abbellita per la novità di episodi accaduti, ad opera di confratelli del munaceddhu, oltre i confini nazionali.

Sul munaceddhu non vi sono dei trattati – come è stato riscontrato – se non solo una deliziosa e breve raccolta fatta da Carlo Levi nel suo pregevole Cristo si è fermato ad Eboli; Eboli, un oscuro paesetto di questo profondo sud, nel quale la vita ed il progresso si son fermati alle porte cittadine così come nostro Signore Gesù  Cristo.

L’elenco che son riuscito a comporre supera di poco la trentina di nomi di “confratelli” (così mi vien da dire) del munaceddhu, compresi i nostrani e gli stranieri: in buona parte, tutti agivano in maniera scherzosa e tutt’al più dispettosa, mentre solo una piccola parte aveva caratteri improntati ad una immotivata cattiveria.

Altro che Otelma…

di Armando Polito

Sono, se ancora qualcuno non l’avesse capito, un coacervo di contraddizioni, uno in cui convivono, a tratti anche contemporaneamente, la fantasia a volte troppo fervida ed entusiasta del sognatore e lo scetticismo disincantato e forse troppo spesso troppo amaro di chi crede ciecamente nella ragione pur con i suoi limiti. Non c’è da meravigliarsi, perciò, se di fronte al paranormale e alle sue molteplici manifestazioni da un lato mi lascio attrarre dal fascino del mistero, dall’altro perdo ogni controllo, anche verbale, appena appena mi sfiori il sospetto che certe più o meno millantate capacità hanno il solo scopo di ingannare il prossimo. La storia dell’umanità è piena di maghi, indovini e simili, su cui anche le religioni hanno costruito la loro fortuna, basata essenzialmente, mi si dimostri che non è così, sulla paura della morte. Il Cristianesimo stesso non ne è indenne, avendo riciclato, per esempio, la figura pagana della Sibilla, anzi delle Sibille che, possedute dal dio, predicevano eventi futuri in versi (ah, il potere suggestivo della poesia rispetto alla prosa!) sovente oscuri o quanto meno (qui sta uno dei trucchi…) suscettibili di diverse interpretazioni. Non voglio tediare il lettore con abbondanza di citazioni; chi ha interesse a vedere come, nella fattispecie, alle pagane Sibille sia stata attribuita la profezia della venuta di Cristo sulla terra basterà ricordare le parole di Lattanzio (Divinae institutiones, IV, 61 e VII, 182) e di Agostino (De civitate Dei, XVIII, 233) e, per quanto riguarda l’assimilazione a livello iconografico, la presenza singola (o combinata con quella dei Profeti) delle Sibille nella decorazione pittorica di molte nostre chiese4.

Come per due mesi la Rai ci ha tormentato ricordandoci le scadenze (una con una piccola penale…) del pagamento del suo canone, c’è da aspettarsi che a partire dalla fine dell’estate il tormentone avrà come protagonista la profezia maia che pone la fine del mondo (anche qui le interpretazioni si sprecano…) al 21 dicembre di quest’anno.

Nell’attesa anche io nel mio piccolo mi dò da fare sottoponendo alla riflessione del lettore la profezia contenuta nei versi 341-342 dei Libri sibillini5:


O Italia tre volte infelice, resterai completamente deserta, priva di lacrime6,

suolo funesto da distruggere in una florida terra!

Dico solo che per fare le cose come si deve questa Sibilla avrebbe dovuto farci la cortesia di predire anche la data in cui sarebbe avvenuta questa catastrofe.  Nella sua storia il nostro paese di catastrofi ne ha viste tante e probabilmente questa da lei annunciata, a differenza di quella dei Maia, non era la definitiva…

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1 Esse autem summi Dei Filium, qui sit potestate maxima praeditus, non tantum congruentes in unum voces Prophetarum, sed etiam Trismegisti praedicatio, et Sibyllarum vaticinia demonstrant… Sibylla Erythraea in carminis sui principio, quod a summo Deo exorsa est, filium Dei Ducem et Imperatorem omnium his versibus praedicat ( Che poi sia figlio del sommo Dio, che è dotato del massimo potere, lo dimostrano non solo le voci concordi dei Profeti ma anche la predicazione di Trimegisto e le profezie delle Sibille… la Sibilla Eritrea al principio della sua profezia poiché cominciò dal sommo Dio annunzia il figlio di Dio guida e signore di tutti con queste parole…).

2 Sibyllae quoque non aliter fore ostendunt, quam ut Dei Filius a summo patre mittatut, qui et iustos liberet de manubus impiorum, et iniustos cum tyrannis saevientibus deleat…(Pure le Sibille mostrano che null’altro accadrà se non che il Figlio di Dio sia mandato dal sommo padre a liberare i giusti dalle mani degli empi e a sterminare gli ingiusti insieme con i tiranni che incrudeliscono…).

3 Haec sane Erythraea Sibylla quaedam de Christo manifesta conscripsit…(Certamente questa Sibilla Eritrea lasciò per iscritto certe profezie su Cristo…).

4 Basta ricordare, tra le più famose, la serie che decora il pavimento del Duomo di Siena, a Roma quelle, del Pinturicchio, dell’Appartamento Borgia in Vaticano e della Chiesa di S. Maria del Popolo, nonché quelle dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina.

5 Cito da Chresmòi SibyllakòiOracula Sibillina, a cura di C. Alexandre, Firmin Didot fratres, Paris,  1841, v. I, pag. 212.

6 Traduco così àklaustos, composto da a– privativo + klaustòs=degno di pianto, da klàio=piangere; debbo aggiungere, a commento poco confortante, che priva di lacrime è da intendersi in senso attivo (che non ha neppure lacrime per piangere) o passivo (non compianta da nessuno), conformemente ai due significati con cui la voce è usata dagli autori greci (per esempio, Sofocle nell’Antigone al v. 847 in senso passivo e nell’Elettra al v. 912 in senso attivo). A rincarare la dose va detto che in un codice compare, invece di d‹apos (per ‹pedos),  d‹akos=bestia che morde, mostro, da dakno=mordere.

Il Salento, culla di braccianti, di emigranti e di… alte personalità della Chiesa

di Rocco Boccadamo

Oltre che per il mare tratteggiato da sfumature di colore azzurro – verde – blu, le costiere mozzafiato, i suggestivi panorami e tramonti, le doviziose e splendide bellezze artistiche, il clima mite e leggero durante tutto l’anno, il senso di calda e spontanea ospitalità che vi sgorga, il Salento è storicamente e comunemente noto come area di eccellenza per ciò che riguarda la produzione di olio d’oliva, vino e tabacco.

Ammantando di risvolti umani tali caratterizzazioni merceologiche, viene a coniarsi anche l’appellativo di culla di braccianti e di emigranti: braccianti, nell’accezione più ampia, vale a dire comprendendovi i lavoratori degli stabilimenti vinicoli e i frantoiani; emigranti, intendendosi far riferimento sia ai nutriti flussi direttisi, nel corso di decenni, verso le regioni del Nord Italia, sia alla manodopera che si è spostata all’estero, specialmente in Svizzera, Francia, Germania e Belgio.

E però, il Salento è pure patria di uomini di cultura, poeti, scrittori, artisti, uomini politici, statisti, nonché di numerosi personaggi assurti a posizioni di spicco nelle gerarchie ecclesiastiche.

Desidererei soffermarmi proprio sulle figure dei conterranei che, scelta ed intrapresa la strada della vocazione religiosa, sono riusciti ad emergere e, grazie alle loro qualità e al loro impegno, ad affermarsi ad altissimo livello.

L’obiettivo delle mie osservazioni converge, in particolare, su un circoscritto ambito della provincia di Lecce, a me familiare, esattamente sui comuni, tra loro confinanti, di Tricase, Andrano e Spongano, rientranti nel sud Salento, verso il Capo di S.Maria di Leuca.

Attualmente, come si sa, il vivere quotidiano risulta letteralmente intessuto, in ogni campo, di sondaggi e di statistiche: pur tuttavia, forse, ai più, non sono noti e possono, anzi, addirittura apparire desueti e irrilevanti, i dati e le notizie che sono andato a focalizzare e, attraverso i presenti appunti, passo ad esporre.

La cittadina di Tricase ha dato i natali a ben tre esponenti di rilievo della Chiesa cattolica: il cardinale Giovanni Panico, impegnato in vita – per decenni – nella carriera diplomatica, cui va riconosciuto l’alto merito della promozione e della realizzazione, appunto nella “sua” Tricase, di un grande ed attrezzato ospedale; quindi, Mons. Carmelo Cassati, arcivescovo emerito di Trani – Barletta – Bisceglie e Mons. Luigi Martella (nativo della frazione di Depressa), attuale vescovo di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi.

Sono, invece, originari di Andrano, gli arcivescovi Mons. Luigi Rocco Accogli (da poco scomparso), già Nunzio Apostolico con accrediti in vari Stati e Mons. Bruno Musarò, rappresentante della Santa Sede a Cuba, dove, prossimamente, avrà il privilegio di accogliere Papa Ratzinger in visita ufficiale.

E’, infine, di Spongano, Benigno Luigi Papa, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, arcivescovo emerito di Taranto ed ex Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Perciò, un piccolo fazzoletto di territorio ha generato, addirittura, un Principe della Chiesa e ben cinque alti prelati. Al che, mi sorge spontaneo di parafrasare ed adattare alla straordinaria specificità della circostanza, i versi con cui il profeta Michea, oltre duemila anni fa, accostò la realtà del villaggio di Betlemme, il più piccolo dei capoluoghi della Giudea, al più eccezionale evento della cristianità, cioè la venuta al mondo del figlio di Dio.

Quanto sopra, senza dire che, dalla cittadina di Tricase, si raggiunge, in un attimo, il centro di Alessano, dove è nato un altro prestigioso esponente della Chiesa, spentosi meno di vent’anni addietro e già fatto oggetto di profonda venerazione, Mons. Antonio Bello – per la gente, Don Tonino – preposto, in vita, anche lui alla Chiesa locale di Molfetta e, inoltre, Presidente del Movimento Pax Christi.

E’ sufficiente compiere una fugace visita presso la sua tomba, nel raccolto cimitero di Alessano, per sentirsi impregnati di un’atmosfera di profondo misticismo e di autentica spiritualità.

Mi piace concludere queste spigolature con la notazione che, all’eccezionale anzidetta “nidiata”, fanno corona, con ulteriore lustro per il Grande Salento, altri insigni Pastori della Chiesa originari di Lecce e dintorni: il cardinale Salvatore De Giorgi – Arcivescovo emerito di Palermo, il cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Mons. Donato Negro – Arcivescovo di Otranto, Mons. Angelo Massafra – Arcivescovo di Scutari (Albania), Mons. Luigi Pezzuto – Arcivescovo, Nunzio Apostolico in S. Salvador, Belize e Antille, Mons. Marcello Semeraro – Vescovo di Albano Laziale, Mons. Domenico Caliandro – Vescovo di Nardò-Gallipoli.

ornamenti esteriori che spettano ad un cardinale

Libri/ Fascismo, antifascismo e chiesa cattolica nel Salento

di Paolo Vincenti

 “Manganello, manganello che rischiari ogni cervello sarai tu sempre il suggello che punisce la viltà”. Con questo canto delle squadre fasciste, si apre questo libro di Salvatore CoppolaBona mixta malis. Fascismo, antifascismo e chiesa cattolica nel Salento, per la collana “Cultura e Storia”, della Società di Storia Patria per la Puglia – sez. di Lecce, da Giorgiani Editore, ultimo lavoro (realizzato con la collaborazione di Emanuela Specchia) di uno studioso di lungo corso, esperto di storia patria, che ritorna ad occuparsi di argomenti locali dopo una lunga parentesi di studi di carattere internazionale. L’autore, infatti,  già docente di Filosofia e Storia nel Liceo Capece di Maglie, ha vissuto  per alcuni anni a Madrid, dove ha insegnato Storia e Filosofia nel Liceo Statale Italiano e in quella terra ha continuato il suo lavoro di ricercatore, occupandosi dei rapporti diplomatici fra Spagna e Italia nel Novecento.  In particolare, ha pubblicato nel 2007, “Entre la

Civiltà degli ulivi, civiltà del profumo

di Gianfranco Todisco

Anch’io ‘spigolo’ ogni tanto. Mentre scrivo  sono più o meno il 790000° dall’inizio di questa storia e provo, dopo aver sempre solo  letto,  a dirvi  qualcosa che mi si è  incastrata un po’ di traverso nella mente mentre cercavo di comprendere  quello che sta succedendo al nostro territorio e ai nostri ulivi.

Ci ha messo del suo anche  l’articolo sulla Spicanarda-Lavanda   e così, come se la misura fosse colma, proverò a spiegare cosa ha unito le due cose nei miei pensieri, cosa unisce queste  a noi e, credo,  non   al nostro passato, ma al nostro futuro e in maniera molto profonda.

Tramite il racconto di una scoperta che non ha raggiunto i molti che sono estranei agli  ambienti della Storia della distillazione  e delle tecnologie del profumo, proverò  ad aggiungere altri elementi a quel ragionamento  dell’anima che ci suggerisce  come il nostro paesaggio e l’ulivo in particolare, partecipi molto concretamente  tutti i popoli del mediterraneo e come   la flora unisca ed abbia unito la nostra terra fra due mari, ad un più vasto orizzonte comune, nel tempo e nello spazio.

Cominciamo dal fatto che, pur non  pratico del simbolismo religioso ma comprendendo come   spesso nel racconto religioso Storia e metastoria si compenetrino, mi piace pensare che quel biblico ramo del nostro ulivo  oltre ad essere  il segno  concreto  della ritrovata unità col Dio,  fosse   anche un simbolo,   un invito a mettere assieme (sym-, “insieme” – βολή bol“lancio” )  ciò che unisce i popoli  accettando diremmo oggi laicamente     differenze che non si cancellano  e limitando le divisioni che ci contrappongono.

Alterare sconsideratamente il paesaggio significa ,in queste premesse, alterare in qualche modo  anche la percezione del nostro passato, del nostro cammino e di quegli elementi del territorio che viaggiando nei Paesi bagnati dal comune mare ci danno l’idea che non possiamo essere così lontani dalla nostra casa, di non essere  poi tanto distanti, lontani e diversi dagli altri popoli del Mediterraneo. Oh sì, anche il  paesaggio può aiutare a pensare alla  pace.

Ancora pazienza se da buon meridionale per tornare agli ulivi vi sembrerà che la prenda alla larga. Comincio da molto lontano  solo  geograficamente  perché la storia che devo raccontarvi   parte da  Cipro, da un luogo chiamato Pyrgos.

Lì opera da oltre un decennio (1998)  una missione archeologica del CNR italiano prestigiosamente  diretta dalla dr.ssa Maria Rosaria Belgiorno.

Maria Rosaria Belgiorno in una foto recentissima con uno dei manufatti di Pyrgos. Archeologist, Maria Rosaria Belgiorno, examines pottery at the archeological site in Pyrgos, Cyprus.

L’attribuzione da Lei fatta ad un fabbro del Bronzo medio del corredo funebre di  una Tomba aperta nel ’93, portò  ai sondaggi  in zona nel 1996 e 1997 che

Dal Salento nel Rwanda

Dal Salento nel Rwanda

 l’esperienza straordinaria di uomini e donne dell’estremo Salento

“Le prime missioni con Mons. Miglietta, l’esperienza del  genocidio ed infine Amahoro”

 

Bimbi nel centro polivalente a Bicumbi

di Giacomo Cazzato

“A che serve avere le mani pulite se le si tiene in tasca?”[1] Don Lorenzo Milani nelle sue analisi lucide e al tempo stesso passionali, era efficace nel richiamare tutti ad un impegno vero biasimando quanti additavano le ingiustizie senza però mettersi in campo e costruire nel proprio piccolo un mondo che rispondesse maggiormente a verità e a giustizia[2]. E sarebbe bello se tanti di quei borghesi illuminati, quelli con le mani in tasca, quelli dai toni degni di un predicatore luterano in piena lotta protestante (sarebbe bello anche se avessero una tale cultura), conoscessero in un clima di sana dialettica le tante belle realtà di un cristianesimo sano, sensibile ai segni dei tempi[3], che anche qui in terra salentina ha lasciato piccole ma importantissime testimonianze.

Una di queste viene proprie dall’estremo sud, ed i protagonisti sono tanti, donne e uomini, giovani e adulti. Un esercito alternativo, che non pesa sulle tasche dei cittadini, che non usa le armi e promuove la dignità umana con

Libri/ Nel segno della stella a sedici punte

“La storia siamo noi” recita una nota canzone di De Gregori. Questo il principio guida della Dr.ssa Angela Beccarisi, da anni impegnata nella riscoperta del territorio, nel tentativo di ridimensionare la sottovalutata importanza delle sue infinite ricchezze culturali. In quest’ottica si comprende il rilievo del primo lavoro, fresco di stampa, Nel segno della stella a sedici punte. Sotto la sua scia, scopriremo le intriganti vicende della famiglia del

Tutto, ma proprio tutto, sui cardi spontanei del Salento

 

di Massimo Vaglio

Sovente ci è capitato di indicare quello salentino come uno dei popoli che maggiormente ha saputo utilizzare a fini alimentari anche le  risorse più neglette, spesso spontaneamente offerte da habitat  naturali non particolarmente lussureggianti e generosi.

Uno dei casi più emblematici è rappresentato dall’utilizzo delle scoraggianti e ispide piante di cardo selvatico, dalle quali la tradizione gastronomica locale ha saputo trarre piatti organoletticamente squisiti, nonché dalle ottime proprietà nutrizionali e virtù salutistiche.

Quelli che vengono comunemente indicati come cardi selvatici sono invero delle robuste piante tutte appartenenti alla grande famiglia botanica delle Asteraceae, spesso di forme e specie distinte, ma tutte accomunate dalla vistosa presenza di spine più o meno terrifiche.

La più imponente e vistosa di queste specie è il cardo selvatico (Cynara cardunculus L.) conosciuto in gergo salentino come cardone. Questo robusto antenato del carciofo e dei cardi coltivati, ha come habitat preferito i margini delle strade, i luoghi maceriosi, ma è frequente anche negli incolti e nelle radure erbose. Questo nobile ortaggio spontaneo a diffusione pressoché circummediterranea, si presenta con un aspetto a dir poco terrifico, spinoso, com’è in ogni sua parte.

Dalla sua base perenne, dopo la stasi estiva, spunta  annualmente una grande rosetta fogliare, le cui singole foglie dalla colorazione verde o più frequentemente cenerina, sono lunghe anche un metro con bordi ondulati e frastagliati forniti di spine gialle, lunghe sino a quattro centimetri. In primavera, la pianta emette dei germogli alti anche oltre i due metri, al vertice dei quali compaiono dei capolini, grandi fino a quattro-cinque centimetri di diametro, racchiusi in un’armatura di squame, tutte munite di una robusta spina lunga fino a cinque centimetri, squame che in seguito si schiudono mettendo in mostra i fiori di una sorprendente bella colorazione azzurro-violacea.

Il cardo selvatico conosciuto e apprezzato già dagli antichi romani ha conservato nei secoli la sua importanza come ortaggio eclettico capace di soddisfare anche i palati più esigenti.

Di questa pianta si usano le carnose nervature principali delle foglie, che mondate della lamina ispida costituiscono un piatto per veri buongustai (cardoni gratinati); i più pazienti potranno sfruttare anche i capolini ricavandone i fondi o girelli, veri e propri carciofini selvatici, la cui bontà li ripagherà dell’intrepida operazione. Anche gli steli teneri scorticati possono essere gustati sia crudi che fritti in pastella oppure essere utilizzati in gustose frittate.

Un altro cardo meritevole è il cardo mariano (Silybum marianum L.) noto nel Salento semplicemente come cardu riestu. Non sarà difficile riconoscere quest’ottimo e robusto cardo, basterà osservare le foglie che oltre ad avere il margine spinoso (come tutti i cardi), presentano sulle lamine delle venature e maculature biancastre. Nella primavera-estate, non tarderanno a fare bella mostra di sé, i robusti fusti fioriferi alti anche più di due metri, recanti in cima dei grossi capolini di circa dieci centimetri di diametro, circondati da robuste brattee protettive terminanti con una grossa spina gialla ricurva all’indietro, lunga sino a tre centimetri. Allo schiudere del capolino, compariranno i fiori, di una bella colorazione rosso-violacea.

Come vogliono le leggi della botanica, dai fiori si formano i frutti che in questo caso sono dei piccoli acheni (semi) di cinque millimetri, di color nero lucido, con macchie grigie e pappo lungo uno-due centimetri.

I margini delle strade, le macerie, i ruderi costituiscono tradizionalmente il suo habitat d’elezione, ma è nei campi di spandimento delle sentine, ovvero delle acque di vegetazione ricchissime di fosforo derivanti dalla lavorazione delle olive, che questa pianta  raggiunge dimensioni davvero strabilianti.

Di questa pianta, la tradizione locale utilizza le nervature mediane delle foglie e gli steli teneri, ma possono essere utilizzate anche le infiorescenze e persino le carnose radici in preparazioni che  spaziano dalle insalate, agli sformati e alle zuppe. Per alcuni principi in essa contenuti, è usata anche come pianta medicinale in particolare per la silimarina, di cui sono particolarmente ricchi gli acheni che trovano impiego nel trattamento di alcune patologie del fegato.

La specie di cardo che però trova tradizionalmente più impiego nella cucina salentina, è il cardo scolino (Scolymus hispanicus L.), localmente noto come cardunceddhu.

Più piccola fra le specie fin qui descritte, raggiunge l’altezza di circa 80 cm, e presenta  foglie fortemente ispide e molto frastagliate. Il fusto, è fortemente ramificato e anch’esso irto di spine. Le infiorescenze, che sbocciano nella tarda primavera, si presentano di un bel colore giallo oro, hanno una discreta proprietà tintoria, e possono essere anche adoperate come succedaneo dello zafferano.

È una pianta tipica dei pascoli magri, delle steppe e delle radure salentine dove, dagli antichi fittoni, con le prime acque di fine estate spuntano prorompenti nella loro vigoria gli irsuti cespi. È quindi in questi luoghi che il cardo scolino può essere raccolto, quando è ancora allo stadio di rosetta di foglie basali, operazione che conviene effettuare con una piccola zappa anziché con il coltello per ovviare al problema delle spine.

Chi è esperto procederà già durante la raccolta ad una prima nettatura, afferrando le foglie ad una ad una dalla base e tirando in modo da estirpare le lamine fogliari liberando così la spessa nervatura mediana. Una volta a casa, si procederà alla rifinitura  spezzando le nervature più dure in modo da poter eliminare i filamenti più tenaci.

Possono essere consumati lessati da soli o mischiati ad altre verdure selvatiche, ma la preparazione tradizionale salentina più apprezzata è quella dei “cardunceddhri racanati” o a “stanatu”.

 

Minescia di carduni cu lu cranurisu

Minestra di cardi selvatici e riso

Come abbiamo accennato parlando della pianta, quella della nettatura del cardone selvatico è un’operazione che esige un minimo di esperienza, una buona dose di coraggio, ma sopratutto deve essere sostenuta da una buona passione per la cucina e per i cibi naturali.

Le parti di pianta utilizzabili per questa ricetta sono le nervature mediane delle foglie più tenere, ma sopratutto i capolini ben nettati e tagliati in quattro spicchi e i gambi che li sorreggono accuratamente decorticati e fatti a tocchetti. Durante tale operazione le parti già nettate andranno riposte in un recipiente contenente acqua acidulata con succo di limone per evitare che vadano incontro ad ossidazione annerendosi. Quindi si metteranno in una pentola con abbondante acqua, sale, olio extra vergine d’oliva, due spicchi d’aglio e prezzemolo tritato, si faranno cuocere sino a che le parti di cardo saranno quasi cotte e a questo punto si unirà il riso per minestre in quantità tale che alla cottura del riso risulti ancora abbastanza fluida. Si dovrà servire ben calda cosparsa di  buon formaggio vaccino grattugiato.

Burracciu

erva ti pacciu

Cardone

erva ti mbriacone

 

Minestra di cardi selvatici in brodo

Nettate i cardi selvatici, quindi portate ad ebollizione una pentola contenente abbondante brodo di carne, unitevi i cardi ridotti a tocchetti, e fate cuocere per circa un’ora e mezza. Con una schiumarola togliete i tocchetti di cardo e teneteli da parte. Versate nel brodo quattro-cinque uova intere, mescolate velocemente con una frusta e rimettete i tocchetti di cardo facendo riprendere l’ebollizione. A questo punto, aggiustate di sale, controllate la cottura dei cardi e appena questi risulteranno ben cotti aggiungete del formaggio vaccino grattugiato e servite ben caldo.

Ci vuliti viviri gustusu

ovu di tunnu e carduni spinusu

(proverbio siciliano)

 

Cardunnceddhi a stanatu

Per la preparazione dei “cardunceddhi” il problema principale, se non si è esperti, consiste nella loro “spinatura”, ma a questo problema si può ovviare ordinandoli ad un raccoglitore professione, figura che seppure in via d’estinzione è ancora  presente in quasi tutti i paesi del Salento, e che a richiesta, ve li fornirà già spinati. In questo caso, esonerati dall’ingrato compito, sarà sufficiente nettarli del moncone di radice eventualmente presente e spezzare le cimette (nervature mediane delle foglie) più dure eliminando i filamenti più tenaci e lavarli accuratamente. Lessateli quindi in acqua salata. Quando saranno cotti al dente, versate in un tegame un velo d’olio di frantoio, unitevi i cardunceddhri e fateli insaporire rigirandoli a fuoco medio per qualche minuto, quindi copriteli e lasciateli stufare a fuoco dolce fino alla completa cottura. A questo punto, unite delle uova battute con pepe nero, pecorino dolce grattugiato e un pizzico di sale, fate rapprendere e servite subito. Potrete pure passarli in forno a fare la crosta ed in questo caso basterà cospargere la superficie con dell’altro composto a base di uova e con del pan grattato misto a formaggio pecorino dolce grattugiato.

Libri/ Pietro Sisto, I giorni della festa. Miti e riti pugliesi tra memoria e realtà

Pietro Sisto, I giorni della festa. Miti e riti pugliesi tra memoria e realtà

Collana: Il paese di Cuccagna

2012, pp. 208, € 27.00
ISBN: 978-88-6194-128-1

Il libro

La collana “Il paese di cuccagna” si arricchisce di un volume scritto da un italianista dell’Università di Bari che si occupa anche di storia del libro e dell’editoria e di tematiche antropologiche: dall’intreccio di interessi apparentemente così diversi nasce un libro che da un lato si segnala per il rigore della ricerca e le ragioni dell’approfondimento, dall’altro per la chiarezza della forma, l’eleganza dell’impaginazione e la bellezza dell’apparato iconografico. L’autore, in realtà, si sofferma sul significato e sul ruolo ricoperto nella società tradizionale e in quella odierna dalle feste, esaminate non solo come veri e propri beni culturali immateriali da conoscere e tutelare, ma anche come interessanti testimonianze della complessa, contraddittoria transizione dal mondo pagano a quello cristiano e cattolico: i riti odierni, insomma, ricordano i miti di un passato remoto e i giorni magici di un calendario che scandiva l’avvicendarsi delle stagioni e il ritmo misterioso della natura. Un viaggio nel tempo, insomma, ma tutt’altro che nostalgico

Te le “Cennareddhe” … a Pasca, a Gallipoli

di Paolo Vincenti

Te le “Cennareddhe” … a Pasca (riti, tradizioni e suggestioni della Quaresima gallipolina), è il titolo del volume, edito dal Santuario Maria Ss. del Canneto,con il patrocinio del Comune di Gallipoli,  a cura di  Luigi Tricarico, con la collaborazione di Cosimo Spinola. Il libro offre uno spaccato delle tradizioni popolari gallipoline, con riferimento al periodo pasquale. Luigi Tricarico, o Mba Pì, come è conosciuto da tutti a Gallipoli  (con il suo soprannome  si presenta anche sulla copertina del libro) , è un infermiere

Ritorno a Marittima sul treno dei ricordi

 di Rocco Boccadamo

Mi sono diplomato, con una sfilza di otto e di nove, nel luglio del lontano 1960.

Ricordo che era appena passato a miglior vita un vecchio marittimese, maestro Vitale Bianchi, già falegname di mestiere e, soprattutto, per molti decenni, sacrestano della locale parrocchia, in tale funzione sempre presente ad ogni evento, lieto e non, che si verificava in seno alla comunità paesana.

Una figura, insomma, ben conosciuta e quasi familiare.

Poco tempo dopo, grazie a quel pezzo di carta e con la mente colma di tanta e convinta voglia di nuovo, ho detto ciao a Marittima e alla mia Ariacorte per incamminarmi verso il mondo del lavoro.

Non sono rimaste disattese, per fortuna, le aspettative postemi in tema di traguardi e di carriera, anche se nessuno mi ha fatto regali e ho, anzi, dovuto impegnarmi, come si suole dire, anima e corpo.

Mi è invero capitato di calarmi in un impiego, a diretto contatto e a confronto con la gente, che mi ha preso e coinvolto sin dall’esordio.

In più riprese ho cambiato sede di lavoro, in giro per l’Italia, dalla Puglia alla Toscana, dalla Campania alla Sicilia e alla Liguria, dalla Lombardia al Lazio; e questo peregrinare – pur con le connesse scomodità logistiche, di insediamento, adattamento ed ambientamento – si è tradotto in un significativo supporto di arricchimento delle mie conoscenze ed esperienze, non solo a livello professionale, ma anche e soprattutto dal punto di vista culturale  e umano.

Devo riconoscere che ho avuto la buona ventura di essere assecondato – particolare non trascurabile – dalla famiglia, prima di tutto da mia moglie, quindi pure dai nostri tre ragazzi. A loro, perciò, un grosso “Grazie”.

Trascorsi circa quaranta anni di servizio attivo da girovago, ho dovuto domandarmi e scegliere dove andare a vivere da pensionato.

Il passaggio rivestiva molta importanza ed ha pertanto richiesto una lunga riflessione.

Alla fine, ha prevalso, devo dire nettamente, l’opzione del ritorno alle origini, per cui mi sono ritrovato di nuovo abitante di Marittima, per l’esattezza abitante in part-time durante il periodo invernale, allorquando mi divido fra il paesello natio, appunto, e la vicina Lecce.

All’inizio, sinceramente, ho talvolta avvertito un senso di disorientamento, mi sono posto degli interrogativi. Ma, adesso, sono, con convinzione, lieto e soddisfatto di essere ritornato.

Certo, l’arco di tempo della mia assenza, sebbene non lunghissimo, ha coinciso con un’epoca in cui sono maturati e si sono sviluppati tumultuosi e radicali cambiamenti, sicché ora molti scenari risultano profondamente mutati. Anche a Marittima, di conseguenza, appaiono diffuse le tracce del nuovo: sui muri, nelle vie, sui volti e negli abiti della gente, nella stessa aria che si respira.

Da sottolineare che i miei primi diciannove anni trascorsi qui erano stati caratterizzati e impregnati da un’elevata dose di “partecipazione” e di coinvolgimento, tanto che dopo, pur vivendo lontano e nonostante lo snodarsi del tempo, mi sono costantemente sentito  “pieno” di quel periodo.

Adesso, oramai ragazzo di ieri, mi rendo meglio conto che in quella fase, intorno a me, non esistevano steccati o fossati rispetto agli altri, più giovani, più grandi o più vecchi che fossero. Ai miei occhi, la comunità marittimese era un tutt’uno e basta.

Di riflesso, nella realtà, mi succede ancora di sperimentare la profonda conoscenza delle persone acquisita allora, una vera e propria somatizzazione, sin dai caratteri e dalle sagome del loro fisico.

Ad esempio, sono in grado di riconoscere agevolmente un compaesano, basta che lo osservi di spalle, senza alcun bisogno di scrutare i dettagli del volto.

Eppure, di tempo ne è passato!

Lo accennavo prima, anche qui, purtroppo, si scorgono, inevitabilmente, immagini comuni ad altri posti, si ha l’impressione di vedere in giro più autovetture e scooter che abitanti, sono ben presenti le mode in voga, i discorsi che si ascoltano risultano spesso imbevuti del tipico, moderno consumismo, delle usanze e delle tendenze che prevalgono.

Ma, ciononostante, per me, al massimo livello della scala dei valori, rimangono pur sempre le persone, non importa se ricche o povere, colte o poco istruite, eleganti o modeste e approssimative nell’abbigliamento.

Non essendo un critico di professione, bensì soltanto uno spettatore e non ritenendomi, comunque, all’altezza per poterlo fare, mi astengo volutamente dall’esprimere giudizi o dall’additare negatività circa i cambiamenti intervenuti in maniera specifica nello spaccato della nostra piccola comunità.

Tanto, la situazione attuale è perfettamente alla portata e nella consapevolezza di tutti.

Mi piace, invece, tentare di offrire un “contributo” di tacito e sereno confronto costruttivo, attraverso qualche riflessione, testimonianza o ricordo.

Come in uno speciale lungometraggio cinematografico di cui non ci si stanca mai di rivedere le sequenze, nella mia mente, e non solo lì, si succedono con incredibile freschezza molte scene della vita marittimese di circa sei decenni addietro.

Qui, provo a metterne a fuoco talune, che maggiormente si sono incarnate nella memoria.

Regnava una totale e assoluta familiarità, si conosceva tutto di tutti, i vecchi avevano presenti i nomi finanche dei neonati e, analogamente, anche i bambini conoscevano quelli degli anziani.

Indimenticabili i semplici giochi delle serate estive nelle viuzze dei vari rioni, sotto una casuale lampadina dell’illuminazione pubblica, se e quando esistente, altrimenti al buio rischiarato appena dal luccichio delle stelle e dalla luna: si partecipava in numerosi, serenamente e gioiosamente, a prescindere dall’età.

Quotidianamente, anche col tempo inclemente, i giovani, gli adulti e gli anziani, di sera, erano soliti “uscire in piazza”, con lo scopo prevalente, se non esclusivo, di incontrarsi, far crocicchi, parlarsi e, così, tener sempre aggiornate le reciproche conoscenze.

Magari, ci stava anche qualche passata dalla bottega di mescita del vino, ma, ripeto, essenzialmente si discorreva, del più e del meno, come nell’agorà delle civiltà antiche.

Le ricorrenze delle feste, almeno delle principali, rinfocolavano vie più gli stimoli ai contatti, alla socializzazione, alle passeggiate, in coppie o in gruppi. In quelle circostanze, si registrava anche il fenomeno dei numerosi compaesani – residenti altrove – che mai mancavano all’appuntamento di un rientro, seppure di breve durata; si materializzavano, in tal modo, più ampi e festosi spunti per incontrarsi.

Quando qualcuno versava in cattive condizioni di salute, non passava giorno senza che i compaesani, a frotte, di solito al rientro dalle fatiche nei campi, passassero a rendergli visita, per informarsi sul decorso della malattia, per condividerne le sofferenze mediante due parole o un sorriso.

In occasione, poi, della dipartita di un paesano, si registrava un unanime senso di autentico dolore, la partecipazione e la vicinanza alla famiglia coinvolgevano la totalità della popolazione; la chiesa, sovente, non bastava a contenere i partecipanti all’ultimo saluto allo scomparso, il corteo che si snodava verso il camposanto era quasi sempre interminabile, eppure – malgrado tanta folla – aleggiava un clima di assoluto raccoglimento, non volava una mosca. Con spontanea partecipazione e dignità, si tributava, così, un corale abbraccio finale a chi se ne era andato.

Nei ragazzi e negli adolescenti, era radicata l’abitudine, alla domenica, di assistere alla “prima” messa al Convento; si saltava giù dal letto verso le cinque e mezzo, in certe stagioni ancora notte, si compiva il tragitto a piedi sotto l’incanto di cieli tersi e stellati. La funzione, per le otto, era già terminata e, così, si aveva a disposizione l’intera mattinata, per giochi e divertimenti nel boschetto sulla via dell’Arenosa.

D’estate, i giovani, se non c’era altro da fare, si attardavano in piazza o nelle strade principali del paese per tutta la notte, sino alle prime ore del mattino, discorrendo e scherzando, ma senza schiamazzi, per non arrecare disturbo agli altri, in un clima di autentica amicizia e di schietto cameratismo.

Succedeva, non di rado, che la loro permanenza così prolungata si incrociasse con le prime sortite da casa degli adulti, i quali, ancora scuro, si avviavano verso i campi. Ed era molto bello scambiarsi, insieme, quel buongiorno avente un sapore assolutamente speciale.

Saltuariamente, di solito nella tarda serata del sabato, si spostavano in gruppi verso le marine per pescare i granchi, qualche scorfano o, magari, i polpi, sorprendendoli sugli scogli bassi e nelle buche a ridosso del bagnasciuga erboso sotto il fascio di luce di rudimentali lampade ad acetilene. In qualche punto, i gruppi si incontravano e facevano il confronto dei rispettivi bottini che, intanto, strusciavano scivolando lungo le pareti interne delle caratteristiche anfore di rame o zinco (capase).

Gli usci delle case restavano in genere aperti, il rispetto della proprietà altrui era sacro, le notizie di qualche furtarello costituivano un evento davvero eccezionale.

All’intensità dei rapporti civili interpersonali, si abbinava una diffusa partecipazione alla vita religiosa della comunità; la chiesa, le messe e le funzioni erano assai frequentate, senza differenze fra le diverse fasce anagrafiche.

Ogni marittimese sentiva un tantino suo, con umiltà ma con attaccamento, quanto doveva svolgersi in seno alla parrocchia: liturgie, cerimonie, manifestazioni eccetera. Siffatto coinvolgimento materiale, diretto e continuo, era avvertito, pesato e considerato da parte del Parroco, il quale lo rispettava e ne faceva tesoro.

Queste, le immagini che con più frequenza si proiettano a distanza dentro di me, con riferimento al mio paese e alla sua gente.

Ma le origini, e nella fattispecie il ritorno alle origini, non possono, ovviamente, prescindere dall’ambiente naturale – in primis il cielo e il mare – circostante.

Attualmente, specie trovandosi a dimorare nelle grandi città, si avverte molto forte il rimpianto dei cieli azzurri di una volta, degli astri luccicanti e vicini, della luna che “sembrava ti parlasse”, del mare che, nelle giornate burrascose, pareva volerti rimproverare con il fragore sordo e cupo delle onde, mentre, negli altri momenti, con il suo sciacquio leggero, ti raggiungeva dolcemente alla stregua  di una tenera carezza.

Sotto questo aspetto, qui, al contrario, non è cambiato pressoché nulla, e ciò con grande appagamento per il mio animo che, di sicuro, non nutre rimpianti per l’atmosfera poco naturale delle varie località di precedente residenza.

Concludendo questi appunti, confesso che mi rallegro dal profondo del cuore osservando le generazioni giovanissime, che si presentano come l’essenza più bella e autentica di questa società del ventunesimo secolo; soffermandomi a guardare fugacemente i loro volti freschi, dagli occhi vivi e intelligenti, mi viene spontaneo di dire “ buona fortuna per voi stesse, creature che andate sbocciando, come pure per il vostro mondo del futuro!”.

Egualmente mi rallegro, nell’osservare, o meglio ammirare, le persone anziane o vecchie, spesso di ottanta, novanta e ancora più anni, in buona salute, autonome, in certi casi addirittura più vitali e serene di come mi apparivano, all’epoca sotto il peso delle fatiche e delle preoccupazioni, quando ero ragazzo.

E trovo, che tali ultime immagini stabiliscano un magnifico collegamento, un bel segno di continuità fra le realtà di ieri, il presente e il tempo a venire.

Si potrebbe con facilità obiettare che, in fondo, si tratta di discorsi, rappresentazioni e storie di un tempo passato, che i ricordi sono ricollegabili più che altro all’avanzare dell’età anziana.

Da parte mia, vorrei però osservare che quando si fa riferimento alle proprie origini e alle proprie radici, il che vuol dire alla propria anima, è bene non cancellare tutto, ma, al contrario, custodire gelosamente i punti fermi e importanti, giustappunto, del passato, con l’accortezza, beninteso, di  adattarli ai mutamenti che man mano intervengono.

Riconoscersi nei valori veri delle proprie origini è già e comunque un passo avanti.

La pietra leccese a Bucarest

 

di Gianluca Fedele

Nardò, per le potenzialità che possiede, necessita di una serie di trampolini di lancio. Alcuni neretini in diverse occasioni si sono dimostrati sia trampolini che brillanti tuffatori del variegato oceano delle arti e della cultura. Nella rubrica “Neretini da combattimento” del giornale online “Porta di Mare” si legge spesso di concittadini abili e coraggiosi visitatori del mondo, uomini e donne di buona volontà che, armati di coraggio e perseveranza, coscienti delle loro capacità, si spingono in cerca di una fortuna fuori dai confini del territorio natio. A noi che restiamo, ci compiace sentire in un’intervista la frase: “vengo da Nardò, nella Provincia di Lecce”. Noi che restiamo ammiriamo quegli impavidi che ci rimettono del loro per poter avere notorietà e darne altrettanta alla nostra Nardò. Li ammiriamo perché rappresentano lo strumento che fa parlare di noi dovunque, il mezzo utile per avere il nostro appagante tornaconto se a domanda un conoscente risponde:

Gli ordini religiosi nella vita di Benedetto XIII

di Giuseppe Massari

Pierfrancesco Orsini, nobile di nascita, il 2 febbraio 1650, e morto il 21 dello stesso mese dell’anno 1730, da papa ( quest’anno la data e il giorno della morte coincidono come allora),decise di abbandonare gli agi familiari, le prerogative legate al suo ruolo dinastico e scelse la vita religiosa, la vita claustrale, vestendo “le bianche lane” dei domenicani, col nome di frà Vincenzo Maria.

In questa famiglia monastica eccelse, nonostante i divieti, le ritrosie della madre che non aveva creduto alla sua vocazione, ma si convinse solo dopo che ebbe ricevuta la conferma dal papa Clemente X, il quale mise alla prova il giovane novizio e ne uscì edificato, così come raccontano i biografi e gli storici del tempo. Quindi, il domenicano Orsini legò indissolubilmente il suo nome, la

Ruffano/ MAGMA. Le mani dell’arte

di Paolo Vincenti

Nel bel centro storico di Ruffano, a pochi passi dalla barocca chiesa matrice “B.M.Vergine”, Pamela Maglie ci riceve nel suo laboratorio creativo ricavato in una antica costruzione sapientemente restaurata a adattata anche, per il piano superiore, ad abitazione.  Nella calma pigra e sonnolente di Piazzetta Giangreco, il cuore dell’antica Ruffano, locus amoenus, scrigno di memorie per generazioni e generazioni di ruffanesi che ivi sono nate e cresciute, prima che l’ampliamento urbanistico del paese e le mutate esigenze abitative causassero un esodo che ha di fatto spopolato questo vecchio quartiere, il laboratorio di Pamela Maglie sembra quasi un’oasi nel deserto, un’ancora di salvezza nel vuoto che almeno apparentemente il centro storico di Ruffano può trasmettere a chi vi si addentri.

In effetti, nel cuore antico del paese, ad uno sguardo meno distratto, ci si accorge che ci sono tante bellezze, che sono potenzialità inespresse, che attendono solo di essere riscoperte e valorizzate.

Pamela Maglie, versatile e dinamica artista salentina, laureatasi all’Accademia di Belle Arti di Lecce, ha  lavorato in laboratori di restauro cartaceo a Milano.  E’ promotrice di eventi d’arte e partecipa e organizza mostre d’arte personali e collettive. A Ruffano, ha realizzato diverse mostre presso il Museo della Civiltà Contadina di Torrepaduli e performaces artistiche, soprattutto di manipolazione della carta, nell’ambito di manifestazioni culturali organizzate dalla locale Pro Loco,  di cui Pamela Maglie è attiva esponente.

Oltre al restauro di opere d’arte, la Maglie è una originale pittrice e tiene diversi corsi di pittura rivolti a minori e anche a soggetti svantaggiati. L’arteterapia è, infatti, ormai inserita all’interno dei programmi psico-educativi al fine di promuovere la salute, favorire la guarigione o, in senso più ampio, migliorare la qualità della vita dell’utente disabile. Fra le diverse attività della Maglie, una delle sue passioni è la cartapesta e in particolare Pamela si è specializzata nella creazione di gioielli in cartapesta, come dire un modo di alleggerire e rendere avvicinabili a tutti (e a tutte le tasche)  questi preziosi monili che siamo abituati a guardare ammirati dietro a lussuose vetrine del centro dove essi, inavvicinabili ai più, fanno bella mostra di sé.

Insieme alla collega e amica Francesca Mazzotta, ha creato un marchio che è Magma. Questo progetto nasce dalla comune passione per la lavorazione della carta, un materiale che le due artiste definiscono affascinante per la continua ricerca e sperimentazione che su di esso si possono fare. Sul loro sito, le artiste presentano la nuova collezione autunno-inverno 2011 di Magma con una citazione da Eraclito, il filosofo greco del divenire, e cioè: “Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lógos”. “Bios”  hanno chiamato la nuova collezione di gioielli di cartapesta, una parola greca che letta  “biòs” significa “arco” , ma letta “bìos” significa “vita”. Tutto ciò ci incuriosisce e ci invita a scoprire queste preziose e delicate realizzazioni, frutto del lavoro di due giovani donne che hanno passione e fantasia da vendere, che potrebbero essere fra i tanti talenti salentini (fedelmente all’assioma, oggi di moda, “Salento-talento”) da esportazione, ma che invece  rimangono devote alla nostra terra natale perché qui, in questo Salento riarso dal sole, vogliono raggiungere la propria realizzazione. Certo, i percorsi per arrivare ad un risultato sono più lunghi e tortuosi, si fa sempre più fatica, come è noto, a queste latitudini, per imporre sul mercato una progetto innovativo e per trovare il successo sperato. Ma voglia di fare, estro e puntigliosità, non difettano a chi si esprime con l’arte: e le due artiste sanno non essere, la propria, scelta di vita facile, ma non per questo demordono, anzi ogni nuova tappa del proprio cammino artistico e umano è stimolo per andare avanti e ogni piccola gratificazione, motivazione per fare meglio.

Sul sito del progetto Magma si legge: “ MAGMA, oltre che essere un acronimo dei due cognomi (Maglie, Mazzotta), evidenzia la lettera G di gioiello, vero protagonista del loro lavoro. Nel suo significato la stessa parola ricorda il processo tecnico della focheggiatura, tipico della cartapesta leccese, la quale necessita di ferri arroventati per la modellazione. La carta, piegata, intrecciata, cucita, riciclata assume forme insospettabili, generando dei gioielli la cui preziosità non è più affidata a metalli e gemme, ma ad un  progetto di sostenibilità, ecologia e valorizzazione del territorio. Le creazioni sono pezzi unici in un mix di materiali, forme e colori.”

E ancora: “Bìos è studiata attorno alla forma circolare e a un concetto di linearità, un semplice filo che chiude uno spazio vuoto incornicia e valorizza dettagli della natura. Un guscio di una lumachina, una foglia d’alloro per un gioiello odoroso, un peperoncino piccante, un fico d’india, quasi a voler sottolineare il valore autoctono della biodiversità.”

Come pittrice, pur essendo quella che si definirebbe un’artista in progress, nel senso che tanti e diversi potranno essere ancora gli approdi della sua pittura, Pamela Maglie ha tuttavia ben chiare le idee e la ricerca che ella compie denota un attaccamento forte, viscerale, alla propria terra d’origine che esercita su di lei un richiamo materno, ancestrale;  solo che le modalità scelte di volta in volta per riappropriarsi di queste sue radici non sono quelle consuete del Salento immaginifico di certa pittura sognante o simbolista, né del Salento pietroso e contadino di certa pittura verista, né ancora del Salento depresso e violentato di certa pittura militante e di denuncia.

Il Salento di Pamela Maglie è quello della sua natura, che si fa filo di cipolla, coccinella, guscio di lumachina, noce, fil di ferro e spago, fico d’india, chicco di caffè, ecc. ecc., come si può vedere dai suoi quadri.

Sono formule nuove, quelle della Maglie, sorrette da una robusta formazione culturale, da acuto spirito di osservazione, da una forte curiosità e duttilità artistica e da una estrema capacità di sintesi, e manifestate con fermezza compositiva, varietà cromatica e vigoria espressiva. Ecco, certamente quello delle sue tele è un cromatismo non retorico, diverso ma alquanto poetico perché sa rendere, anche a chi non conosca questo lembo di terra, l’incanto dei suoi elementi e la magia delle piccole cose quotidiane, di quei dettagli che, a volte, più dei raffigurati palazzi e chiese o dei grandi paesaggi di campagna o di mare, sanno riassumere in sé l’anima vera del Salento. Senza asprezze e con originalità,la Magliedipinge con la nostalgia accorata di chi pur sa che ha ancora tanta strada da fare davanti a sé ma sente comunque il peso di quel bagaglio culturale ed esperienziale che si porta sempre appresso, dovunque le stagioni della vita e le occasioni dell’arte la porteranno.

Naturalmente, la rappresentazione del  Salento è filtrata dalla sua visione personale, perché, come dice Oscar Wilde “nessun grande artista vede mai le cose come realmente sono. Se lo facesse, cesserebbe di essere un artista”. E il viaggio nel laboratorio della Maglie  e nel centro storico di Ruffano termina così lasciandoci una speranza, come un mazzo di rose profumate di primavera, promessa di future sorprese, di vita e di arte che si intrecciano magicamente insieme ad un Salento avvenire.

in “Il Paese Nuovo”,  6 agosto 2011

La Cicceide Legitima, un libro proibito tra gli scaffali di una biblioteca monastica in Nardò

di Marcello Gaballo

Frontespizio della Cicceide
Frontespizio della Cicceide

In una delle tante escursioni fra le scaffalature della biblioteca comunale di Nardò attirò la mia attenzione un insolito titolo, La Cicceide Legitima, che non mi orientava in alcun modo verso un’epoca, tantomeno verso argomenti noti. Sconosciuto anche l’Autore, tanto che con la solita frase di manzoniana memoria mi chiedevo: Chi era costui?

Si trattava addirittura di una terza edizione, quindi di un libro di provato successo, che era stato scritto da un uomo del Seicento, Giovan Francesco Lazzarelli da Gubbio (5/4/1621-4/8/1693).
Di lui si conosce ben poco: fu un magistrato con funzioni di segretario di stato, quindi prevosto a Mirandola, presso Alessandro II Pico. Appartenne dunque all’alta borghesia, all’interno della quale il comporre era diletto frequente. Socio dell’Arcadia scrisse anche un Oratorio sul sepolcro di Cristo.

Perché mi interessavo di quel titolo? Confesso che ciò che destò la mia curiosità fu soprattutto una nota manoscritta, unica di tal genere fra le migliaia di volumi che i frati minori del convento neritino di S. Antonio da Padova avevano raccolto nei secoli.

Intanto il possesso, come si legge nell’annotazione superiore del frontespizio, rimanda al padre Giandomenico di Brindisi Dif (Definitore?). Applicato al Convento di Sua Patria. 1765. Di mano diversa l’altra annotazione: Dello studio del convento di Nardò.
Un terzo frate aveva invece scritto su tre righi, con grafia ben leggibile e ordinata: Lettor attempo, non aprire adesso. Poiché, se mai leggeste il Galateo, Il mostrar i Coglion non è permesso.

Stranamente non risultava nel piede della copertina la sottoscrizione tipografica.

Neanche il più distratto e pio lettore avrebbe ignorato l’ammonimento ed io, curioso e appassionato di antiche edizioni, non potevo esimermi dallo sfogliare quelle pagine ingiallite. Un chiaro invito già lo avevo ricevuto dall’insolito titolo, ma se ancora non ne avessi avuto il tempo e la voglia, ci avrebbe pensato il frate amanuense con quell’ammaliante invito, che equivaleva ad evidente raccomandazione a sfogliarlo e leggerne il contenuto.

La breve introduzione dell’amico curatore diceva che

questi suoi componimenti sono un mero sfogo di poetico capriccio affatto discordanti dalla pietà dell’animo suo… e questi sono più tosto scherzi di una penna, per trastullarsi, che sentimenti d’un cuore intento all’offesa d’altri, ti prego a credere ch’egli non mi avrebbe permesso mai la libertà di rimandarlo alle stampe, se non si fidasse dell’ingenuità del tuo cuore, che saprà trastullarsi coll’ingegno senza trascorrere colla volontà à denigrare né pur col pensiero la fama incorrotta del suo decantato protagonista…

chiaro segno che mi trovavo di fronte a piacevoli schermaglie e sottili considerazioni, quindi un qualche poemetto ironico-satirico, con la solita verve settecentesca che difficilmente può far almeno sorridere l’uomo del Duemila, avvezzo a ben altro e orami abituato ai continui turpiloqui che ogni mezzo di comunicazione quotidianamente gli propina.Lasciva est nobis pagina
leggo infine nella introduzione A CHI LEGGE.
Quindi, prima del Proemio, a pagina 5, trovo:
Della Cicceide. Parte prima. Le testicolate.
dove ancora l’amanuense ha annotato con la medesima sua grafia invogliante:
Divo Ciccio coglion primo Maximo.

Sfido chiunque a trascurare la lettura di un così allettante titolo e subito, ma ancora mostrandomi disinteressato nei confronti del personale di sala, divoravo la prima ottava:

A cantar di D. Ciccio un violento
Poetico furore oggi mi chiama,
E quindi al genial componimento
Promette Apollo eternità di fama:
La man però ne l’orditura, e trama
Di questo, ancorché nobile argomento,
D’arpa, o di cetra d’oro usar non ama
Le fila, o d’altro armonico istromento;

e poi subito la seguente:
Ma, d’una Piva sol fatta elezione,
(Come più confacevole, ed attiva
Per tal soggetto) a l’opera si pone;
E la cagion del così far deriva,
Perché sa la strettezza, e connessione,
La quale han tra di lor C….. e Piva
.

Ditemi se non dovevo proseguire… un libro del genere, di tutt’altro che fine umorismo, tra quelli di teologia, patristica, filosofia, del convento di Nardò! Ritenni utile mettermi comodo perché, ad intuito, valeva la pena soffermarsi su qualche altra sudata carta.

La mia curiosità era più che mai desta e, con malcelata indifferenza, facevo capire all’assistente di sala che forse era il caso di sederci entrambi per poter agevolmente scorrere quel volumetto in sedicesimo, di 228 pagine, con oltre quattrocento componimenti, in maggior parte sonetti, a carattere burlesco, con prosa leggera e alquanto fluida.
Prima di coinvolgervi nel mio divertimento riferirò alcune notizie che ho trovato a riguardo.

frontespizio di una delle edizioni della Cicceide

Il protagonista è un tale “Don Ciccio”, al secolo Bonaventura Arrighini da Lucca, nei confronti del quale si snoda una divertente parodia, sin dal momento del concepimento e finché non arriva in cielo.
L’Autore, suo collega, gli dedicò tanta irriverente attenzione, senza mai stancarsi di studiarlo e ammirarlo nella forma e nello stile, tanto da proporlo come esempio utile per parlare delle umane condizioni e dei tempi in cui egli visse.

“Don Ciccio”, auditore alla Rota di Genova, nel 1661 fu trasferito a Macerata, dove ebbe la sfortuna di entrare nelle “grazie” del poeta, che probabilmente dovette sopportarlo pazientemente per molti anni, pensando bene di rendergli il dovuto immortalandolo nella Cicceide di nostro interesse. Tanto stupido non doveva comunque essere neppure il protagonista, visto che a soli venticinque anni si era addottorato a Pisa, esercitando per molti anni presso la curia romana.

Forse le sue sembianze, il suo modo di fare, oppure un aspetto goffo e imbranato dovettero suscitare tanta curiosità nell’improvvisato poeta, che tralasciando il ritegno della carica probabilmente scrisse l’opera per proprio soddisfacimento o per stuzzicare l’intelligenza dei suoi amici. Difatti non era nelle sue intenzioni dare alle stampe la raccolta, che invece abusivamente e a sua insaputa fu stampata a Venezia.
La prima edizione, esaurita nel giro di un mese, è priva delle indicazioni tipografiche e riportava falsamente di essere stata stampata “in Cosmopoli”, come allora era in uso per la stampa di libri proibiti, pur di non incorrere nelle sanzioni della censura. In copertina figurava un poeta con corona di alloro e in abiti rinascimentali che mostra un cartiglio con il nome dell’opera; in basso, in una cornice, il falso luogo di stampa (in realtà Venezia). I componimenti sono 259, cui sono aggiunti dodici indovinelli, che non saranno più presenti nelle successive edizioni curate dall’Autore. Nelle altre il Lazzarelli provvide anche a sostituire le parole più volgari con i puntini di sospensione.
Prima ancora che uscisse la seconda, riconosciuta ed emendata dall’Autore e perciò detta “La Cicceide legittima”, chi aveva curato la prima ristampò il lavoro aggiungendovi altri quattro componimenti che costarono la messa all’indice dell’operetta.

Il divieto ne aumentò la fama e tutti gli ambienti culturali si preoccuparono di reperirne copia pur di trascorrere divertenti giornate con i sodali, tanto da essere inclusa nella produzione letteraria italiana tra Seicento e Settecento. Infatti la risonanza continuò e di conseguenza le edizioni, con ulteriore gaudio dell’irriverente ma capace Lazzarelli.

L’edizione conservata a Nardò è la terza, probabilmente stampata dal veneziano Giovan Giacomo Hertz intorno al 1750, e se non è da considerarsi una rarità bibliografica è certamente poco diffusa, introvabile nelle biblioteche pugliesi. Come abbia trovato rifugio tra i cimeli della nostra biblioteca minoritica non è dato di sapere, anche perché era un titolo censurato e perciò difficilmente reperibile.

frontespizio dell’edizione del 1885

Ma vediamo qualcuno dei primi componimenti, addirittura cominciando dal concepimento di don Ciccio (IV):
Ne la notte fatal che i Genitori
A formar di D. Ciccio erano intenti,
Dal Trono suo fra lucidi fulgori
Parlò Giove col Sole in questi accenti:
Tu ne’ due giorni prossimi seguenti
Sospendi al Ciel di Lucca i tuoi splendori,
E immobil fra gli opposti abitatori
Arresta il passo a tuoi Corsieri ardenti

Tre dì sotterra il lume tuo soppresso

Al concepirsi d’un, che deve anch’esso
De C… del Mondo essere l’Alcide.

e nel seguente (V):
A la Natura un dì venne in pensiere
Di praticar con la maggior finezza
Gli estremi sforzi del suo gran potere
Nel fare un uom di tutta compitezza.

Pria dunque n’ideò l’architettura,
Poi fatto di D. Ciccio l’embrione
Con una somma diligenza e cura,
Gli diede al fin la forma d’un C…

e disse—Ne la sferica figura
Più che ne l’altre sta la perfezione
.

E sempre la stessa bizzarra Natura per dargli una fantastica orditura (VI):

Sopra del Cul gli collocò la faccia,
E gli pose i Testicoli sul volto.

Una volta concepito bisognava provvedere alla struttura del corpo, che si marchiò con una bella “voglia”. Ma ecco come avvenne (VII):
Esposti a lusingar lo sguardo altrui
Vide un par di testicoli d’agnello
La Madre di D. Ciccio in un macello
Quand’era appunto gravida di lui:
Videli, e tosto i desideri sui
Persuasi da l’avido budello,
Con sal, pepe ammaccato, e limoncello
L’invogliaro a mangiarseli ambi dui:
Ma perché l’uno, e l’altro a lei fu tolto
Da un altro più sollecito ghiottone,
Alzò le mani, e sen percosse il volto.
Or questa con effetto è la cagione,
Che ‘l figlio poi, da l’utero disciolto,
Nacque con quella faccia, di C…

Nacque don Ciccio di sette mesi, i primi di maggio, perché così dispose il sommo Giove (IX):

Poiché fra tanti fior, c’ora congiunti
Sorgon dal suolo a inghirlandare il Maggio
Vò che ‘l fior de C… anch’egli spunti
.

e quando arrivò il giorno del Battesimo si cominciò da parte dei suoi parenti a discutere sul nome da darsi, senza facilmente giungere all’accordo (XIII)
S’ei con effetto avea da nominarsi
Per la migliore o Cuius, o C…
Ma il Parrocchian con voto decisivo
Pronunciò ch’egli era in grado eguale
L’un e l’altro vocabolo espressivo.
E la ragion, che ne portò fu tale:
Il vocabolo Cuius è genitivo
E il vocabol C… è genitale.

Per ribadire la sua condizione ci pensò il vescovo di Lucca nel giorno della Cresima (XIV):

Se già ti battezzò per un C…
La provida Comar, come ho già detto,
Eccoti adesso la confermazione.

La crescita del giovane non si rivela felice e i difetti risaltano sempre più, tanto che i conoscenti sono sconcertati per l’alterigia di don Ciccio, che addirittura non osa rispondere al saluto. Ecco pronta la risposta (XXIV):

La cagion più germana, e ‘l fin più certo:
Guardisi ogn’un di lor dentro i calzoni,
E vedrà, che lo star sempre coperto,
Come voi fate, è proprio de’ C…

e quando il malcapitato viene colpito da una fastidiosa congiuntivite che al pover D. Ciccio i lumi oscura per quasi due mesi sì che stiam con grandissima paura, che mai più non rivegga i rai del Cielo, ecco pronto il conforto (XLII):

Mentre ogn’un sa, che sogliono i C…
Senza già mai veder luce di Sole,
Viver sempre all’oscuro entro i calzoni.

Evidente che non si tratta solo di sottile ironia ma assai di più, tanto che i toni del sarcasmo arrivano quasi all’impossibile, le riserve vengono abbandonate (XLIII):

Cert’è D. Ciccio mio, che voi puzzate
A tutti della Curia in generale,
E che puzzate loro in guisa tale,
Che torce il naso og’un quando passate.
È ver, che sete d’una condizione
Da dare un odorifero ristoro
Al naso d’ogni sorte di persone.
Ma questo non fa punto al caso loro;
Ch’essi vi tengon ben per un C…
Ma non tutti i C… son di Castoro
.

Più divertente, senza mai cadere di tono, il LXX, dove l’Autore riflette come si voglia dimostrare l’affetto dei cari tenendo presso di sé un quadro o un ritratto:

Io ch’amante ti son, servo e amico,
porto il ritratto tuo sempre pendente
in una borsa sotto a l’umbilico
.

Terribile il LXXIII, a proposito di un regalo fattogli:
Ne’ giorni addietro un Padre Teatino,
C’ha con D. Ciccio qualche obligazione,
Gli fece d’una gabbia donazione,
Con dentro un delicato cardellino.
Or egli, a fin d’averlo a se vicino,
Perché ha del canto suo delettazione,
Sel tien sopra la testa pendolone
A un fil di ferro incontro al tavolino.
E forse il mise in quella positura,
(Come che veramente ha gran cervello)
Per l’ordine serbar de la Natura;
Ch’essa, quando de l’uom fece il modello,
Vediam, che con prudente architettura
Pose a star i C… sotto a l’uccello.

E con la solita arguzia lo canzona anche quando indossa un nuovo vestito a la Polacca, una casacca foderata di pelle di crapetto, e quando osserva che tutti son tratti da si ridicolo oggetto, sentenzia (CV):
… le sue sono invenzioni
Ch’ei imparò da la natura istessa;
Ponendo l’anatomiche lezioni,
Che La Natura suol coprire anch’essa
Di tre varie pellicce i C…

(parzialmente modificato rispetto al testo già pubblicato su “Spicilegia Sallentina” n°5, agosto 2009)

20 febbraio. San Gregorio armeno l’Illuminatore, patrono di Nardò

Battesimo della nazione armena da parte di S. Gregorio, Apostolo degi Armeni – dipinto russo del 1892

di Marcello Gaballo

In molti si chiederanno perché oggi dedichiamo queste note a San Gregorio armeno, detto l’Illuminatore (in armeno: Գրիգոր Լուսաւորիչ traslato in Grigor Lusavorich; in greco Γρηγόριος Φωστήρ o Φωτιστής, Gregorios Phoster or Photistes) o Apostolo degli Armeni, nato  e morto in Armenia (257 ca. – 330 ca.), nazione che si convertì al cristianesimo nel 301.

Festeggiato dalla Chiesa cattolica e ortodossa il 30 settembre, il santo vescovo è protettore della città di Nardò, che però lo festeggia da quasi tre secoli il 20 febbraio.

La piazza di Nardò con la guglia dell’Immacolata e il Sedile

La tradizione vuole che la statua del santo, posta sulla sommità del Sedile cittadino, nella pubblica piazza, si sia miracolosamente spostata, quasi a rivolgersi verso l’epicentro del sisma che alle ore 16.30 del 20 febbraio 1743 aveva colpito Nardò e tutto il basso Ionio, con ingenti danni a persone e immobili[1]. 112 furono i morti e sarebbero stati molti di più, sempre secondo la tradizione, se non si fosse ottenuta l’intercessione del santo. Il sisma raggiunse il IX grado della Scala Mercalli e sembra che l’epicentro fosse localizzato nel canale di Otranto. Danni notevoli furono registrati anche a Francavilla Fontana, a Maruggio e ad Amaxichi, una località dell’isola di Lefkada (Isole Ioniche) in Grecia.

particolare del Sedile di Nardò con la statua centrale di S. Gregorio armeno e le due statue dei comprotettori

Volutamente tralasceremo le notizie biografiche del santo, ampiamente

Una statua di San Gregorio Armeno a ridosso della basilica vaticana

di Salvatore Calabrese

Di pochi giorni fa la mia piacevole scoperta a Roma,  nel cortilone nord della Basilica Vaticana, in una nicchia della parete esterna destra della chiesa, dove troneggia una  gigantesca statua marmorea, alla cui base c’è scritto: S. GREGORIUS  ARMENIAE   ILLUMINATOR.

Da neretino quale sono, evidentemente attratto dal santo protettore della mia città, insolitamente presente in quel luogo, ho cercato informazioni utili per conoscere meglio la scultura e sul periodo della sua collocazione.

Le fonti rimandano soprattutto ad un articolo di Marco Tosatti, pubblicato sulla STAMPA il 19 gennaio 2005, e a quello del RADIOGIORNALE della RADIO VATICANA, trasmesso alle ore 14 del 19 gennaio 2005.

Da entrambe attingo per essenziali notizie che condivido in questo spazio:

Una nuova ed enorme statua per celebrare uno dei più antichi evangelizzatori della Chiesa: San Gregorio l’Illuminatore, apostolo dell’Armenia. La scultura a lui dedicata è stata benedetta la mattina dl 19-01-2005 da Giovanni Paolo II , poco prima della tradizionale udienza generale di ogni mercoledì. La monumentale statua, alta oltre 5 metrie mezzo e pesante 18 tonnellate, è stata realizzata in due anni, è costata 250.000 Euro ed è opera dello scultore armeno-libanese, Kazan Khatchick che ha vinto un concorso internazionale

Anna Cinzia Villani, tra le voci femminili più rappresentative del Salento.

Anna Cinzia Villani è ad oggi tra le voci femminili più rappresentative del Salento. Cantante, musicista e ideatrice di progetti che si collocano nel complesso quadro di rinascita delle tradizioni del Sud Italia, mette in relazione  il respiro antico della sua terra con i linguaggi musicali  contemporanei, rivelando la possibilità di un’equilibrata sintesi tra tradizione e modernità.

L’ attività di cantante che svolge da quindici anni, è affiancata dalla continua ricerca e conoscenza di stili e modalità dei maestri cantori e danzatori e la conseguente divulgazione tramite i tanti laboratori di canto e danza sul territorio nazionale e non solo.

In particolare i suoi laboratori sul ballo della Pizzica pizzica, danza che negli ultimi anni ha subito svariate modifiche, sono molto richiesti.

Le numerose collaborazioni musicali ed esperienze teatrali l’hanno portata a partecipare a importanti eventi riguardanti la musica etnica e antica in Italia e nel mondo:

2000 -“Segni Barocchi Festival” di Foligno

2003 -“I concerti dal Quirinale”,  “Festival internazionale di musica antica di Bolzano”;

2004 -“I-ghana-Festival internazionale di Malta sul canto e l’improvvisazione vocale” , “Le parole della memoria- Premio Raffaele Protopapa per il teatro ;

2005 – “Ai confini del Sud-musica etnica e dintorni”, “Rassegna Lirica Torelliana” , “Metastasio opera lirica”nell’ Anfiteatro Romano di Susa, in cui i brani da lei cantati si alternavano a quelli dell’orchestra della RAI;

2006 -“Montalbane-Internationale Tage der mittelanlterlichen Musik”, “I concerti d’estate a Villa Guariglia”;

2007 -“Nafaweth-Soglie” Riad;

Edizioni 2006-2008 del “Premio Città di Loano

2008 -“Festival di musica popolare di Forlinpopoli” , 2008-2009-“Festival Internazionale delle culture a Varsavia”.

Si è esibita in varie edizioni del “Pisa Folk Festival” e de “La Notte della Taranta” (nel 2010 come voce solista ospite dell’orchestra diretta da Ludovico Einaudi), nel Teatro Bibiena di Mantova e nell’Olimpico di Vicenza, ha partecipato all’edizione 2003 del Carnevale di Venezia e all’edizione 2009 della Biennale. Ha tenuto laboratori di canto in varie edizioni di “Estadanza”, curato insieme a Franca Tarantino un intervento sulla danza della Pizzica pizzica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, nel convegno Terapeutica, Arti-terapie, preso parte a diversi documentari sul  Salento come “Sulla via di Damasco” e “La notte della taranta e dintorni” per RAI Tre; ha curato il docu-corso “Nu pizzicu de pizzica” nel quale ha integrato indicazioni didattiche sulla danza tradizionale e documenti sul ballo degli anziani danzatori salentini.  Il suo primo lavoro da solista “Ninnamorella”, è stato giudicato “uno tra i più significativi lavori discografici della scena popolare salentina degli ultimi anni capace di coniugare memoria con sensibilità contemporanea, tradizione con modernità”.

DISCOGRAFIA:

Carataranta” e “Canti e pizzichi d’amore” (Canzoniere Greecanico Salentino); “Tarantule, antidoti e follie” e  “Mila mila dodeka” (Ensemble Terra d’Otranto);

Ninnamorella” (Anna Cinzia Villani);

Memorie della terra” (Edizioni Squilibri);

Tradizionale” (Mascarimirì)

COLLABORAZIONI:

 Ensemble Terra d’Otranto e Brizio Montinaro (filologo, glottologo, studioso della lingua greca e grica, scrittore e attore teatrale), esperienze teatrali con Cooperativa Terramare Teatro, Specimen Teatro e col regista Francesco Micheli in “Le olimpiadi, ovvero Metastasio superstar”, progetto “Memorie della terra” che unisce racconto e canti sociali e di lotta nel quale si esibisce come cantante e voce recitante,  Nistanimera, formazione calabro-salentina, unica voce femminile dei Mascarimirì nel progetto “Tradizionale”, affianca spesso Malicanti che propongono suoni e canti dal Gargano al Salento.

Da poco ha avviato una stretta collaborazione col gruppo Terre Tumare  e Voci di Finis Terrae  formazione femminile che mette in risalto la bellezza del canto salentino a più voci ed Encardia  gruppo ateniese interessato alla cultura del Sud Italia.

Oggi è impegnata nella sua nuova esperienza musicale “Fimmana, mare e focu!” che a breve diverrà un lavoro discografico, tutto teso a raccontare la donna nella cultura popolare, con le sue sfaccettature, ricchezze e contraddizioni.

Percorso emozionale:

Anna Cinzia Villani ha conosciuto la musica tradizionale del Salento in un periodo di riscoperta e di fermento nei confronti delle tradizioni, in cui i più giovani si appassionavano a suoni che sembravano ormai sorpassati, dato che i cantori popolari avevano già da tempo effettuato un processo di rifiuto verso tutto ciò che ricordava loro la miseria e la fatica a cui erano costretti un tempo.

E’ proprio negli anni ’90 che si colloca la nascente attività della Villani, con gruppi storici come il  Canzoniere Grecanico Salentino e AramirèCompagnia di musica salentina, nei quali distingueva immediatamente per le caratteristiche della sua voce che i più attenti studiosi definivano e continuano a definire “antica” per il timbro e la capacità nei virtuosismi tipici della vocalità tradizionale.

Dopo i primi anni di attività concertistica nei festival più importanti ha iniziato un percorso a ritroso che ha profondamente segnato il suo modo di vivere la musica salentina, le ha permesso di allargare la conoscenza del repertorio e di affinare di gran lunga la tecnica vocale: ha incontrato cioè i cantori e le cantatrici “della porta accanto”, quelle persone che se stimolate nel modo giusto riescono a ricordare i vecchi canti, pieni di improvvisazioni, singhiozzi, spontaneità, ma soprattutto scarni e privi di arrangiamenti artefatti, quindi completamente diversi da ciò che si vede solitamente su un palco. La stessa cosa è accaduta per la danza, il ballo della Pizzica-pizzica, che negli anni più recenti ha subito una lettura notevolmente travisata rispetto alla semplicità di cui godeva durante le feste di famiglia.

Tutto questo ha condizionato le successive scelte musicali compiute da questa artista, che nei suoi spettacoli privilegia i brani della tradizione meno conosciuti e un rapporto diretto col pubblico, al quale ama raccontare le storie di vita che ci sono dietro a ogni melodia.

Proverbi salentini e un verbo neretino tra passato, presente e futuro: ulìre (volere)

di Armando Polito

* Vuoi che ti prepari qualcosa di particolare?

* Vorrei…vorrei…(Ulìa nel dialetto neretino è prima persona singolare dell’imperfetto indicativo di ulìre, usato pure, come in italiano, invece del condizionale; però, oltre che forma verbale, è anche sostantivo, corrispondente all’italiano oliva e questo equivoco dovuto all’omofonia spiega la seconda vignetta della brevissima striscia).

_________

* Come stai vedendo, ti ho accontentato…

Spero, promitto e iuro vogliono l’infinito futuro. A beneficio di coloro che non conoscono il latino e anche (mi si perdoni la realistica malizia…)  dei più giovani che lo stanno studiando: si tratta di un trucchetto in auge in passato per ricordare che in latino i tre verbi speràre (=sperare), promìttere (=promettere) e iuràre (=giurare) esigono che il verbo della dipendente dichiarativa sia espresso con l’infinito futuro. È intuitivo che a  questo tempo è strettamente connesso il concetto della promessa, mentre quelli della speranza e del giuramento possono riguardare anche il passato (spero/giuro di aver fatto bene) e in in tal caso la cantilena prima ricordata non vale, tant’è che il verbo della dipendente andrà espresso con l’infinito perfetto.

Per collegare il concetto del passato con quello del nostro verbo cosa c’è di meglio se non passare in rassegna i proverbi che lo contengono?

A ogni ccasa nci ole lu pàcciu (In ogni casa è necessario che ci sia un pazzo; dopo queste prime righe sarà facile al lettore capire chi in casa mia ricopre questo ruolo…).

A pprètiche e mmilùni/nci òlinu li stagiùni (Per prediche e meloni è necessaria la stagione; trascrizione, con riferimento alla sfera religiosa ed a quella agricola, pilastri della vita di un tempo,  del generico italiano Ogni cosa a suo tempo).

Arata e tairsàta/ole la terra,/amata e ggimintàta1/ole la tonna (È necessario che la terra sia arata una prima volta in un senso e una seconda in

Il carnevale a Foggia e la zeza di Peschici

di Teresa Maria Rauzino

Fino agli anni Sessanta sul Gargano si rappresentava un’antica “sceneggiata” i cui personaggi venivano interpretati sempre dagli stessi attori. Oggi la tradizione ritorna anche a Foggia

 

LA ZEZA- ZEZA (RITROVATA) DEL CARNEVALE DI PESCHICI

 

Durante il Ventennio fascista, precisamente nel 1931, in occasione della festa del Carnevale, venne  inviata a tutti i Podestà della Capitanata, da parte della Regia Questura di Foggia, una circolare che ribadiva l’assoluto divieto ai cittadini di “comparire mascherati in luoghi pubblici”; si potevano usare maschere soltanto nei teatri e in altri luoghi strettamente privati. Questa ordinanza, nel Gargano nord, non veniva rispettata. I Peschiciani, anche in tempi magri come quelli degli anni Trenta, festeggiavano il Carnevale con grande entusiasmo: gli uomini si travestivano da donna e le donne da uomo ed andavano girando per il paese, fermandosi in tutte le case dove c’erano allegre feste da ballo.

Sui fili, stesi da un lato all’altro degli stretti vicoli del borgo, venivano appesi numerosi pupazzi di paglia. Ogni quartiere preparava il suo “Carnevale”, si usava paglia, carta e abiti, i più malandati che ci fossero in circolazione; la mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, tutti i fantocci, vestiti di tutto punto, con in braccio l’immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche.

Fra le drammatizzazioni,  degna di nota era “l’operazione”, un vero e proprio intervento chirurgico cui veniva sottoposto Carnevale. Si preparava un fantoccio nella cui pancia si metteva di tutto, scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, ecc., lo si caricava su di un asino al cui seguito c’era un chirurgo, accompagnato da un corteo di gente mascherata da madre, moglie, figli e parenti di Carnevale. Il dottore tagliava la pancia del pupazzo e ne estraeva stracci, indumenti, verdure: solo alla fine estraeva il gigantesco maccherone che aveva provocato l’indigestione di Carnevale. Durante l’operazione, la gente che si ammassava intorno cantava lo stornello “Il piede del porco”. L’operazione veniva ripetuta in  diverse strade del paese, accompagnata da urla, frastuono e risate degli astanti. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e tutto il seguito si dirigevano verso il Castello, dove il fantoccio di Carnevale veniva gettato in mare dalla Rupe antistante. I Carnevali appesi nei vicoli, invece, venivano bruciati. Le alte fiamme illuminavano la notte, segnando l’avvento della Quaresima.

Durante il Carnevale, fino agli anni Sessanta, nella cittadina garganica si usava rappresentare anche la “Zeza Zeza” un vero pezzo di antico teatro

In lotta per il Salento: contro speculazione e "falso-green"

Bonificate il Salento !!!

di Oreste Caroppo 

Tra le più scandalose autorizzazioni concesse per impianti fotovoltaici, quella per un deserto di pannelli di 45 ettari, nella contrada Miggianello a Scorrano (LE), in un’area rimboschita con finanziamento europeo (misura 2080/92 CEE del 1992). Un unico mega impianto della ditta tedesca Schuco, finanziato sempre dalla Deutsch Bank, frazionato all’atto della richiesta delle autorizzazioni in sotto-impianti adiacenti per eludere la legge, come sentenziato dal TAR, Tribunale Amministrativo della Puglia-Bari, sezione distaccata di Lecce, per usufruire di procedure semplificate d’autorizzazione, come avvenuto, senza neppure la sottoposizione a VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) di quell’ opificio industriale fotovoltaico realizzato in piena area agricola per altro. Si trattava di una sentenza, del locale tribunale amministrativo regionale, a favore della associazione Italia Nostra onlus, poi inspiegabilmente e misteriosamente ribaltata per cavillosità nelle oscure stanze del Consiglio di Stato a Roma, cui la ditta era ricorsa in appello, con condanna dell’associazione portatrice di interessi diffusi, Italia Nostra, al pagamento addirittura delle spese legali, per diverse migliaia di euro.

Anziché ricevere invece un’onorificenza dal Presidente della Repubblica, come avrebbe meritato, per aver denunciato gli scandali in corso in Puglia con la colpevole complicità dell’ente regionale e degli enti comunali e provinciali, e non solo.

Quotidiani oggi i sequestri proprio di mega impianti fotovoltaici ed eolici frazionati in sottoimpianti all’atto delle richiesta di autorizzazione per esulare

BIT Milano: Salento terra talento

di Giuseppe Massari

La Borsa internazionale del turismo, giunta alla sua 32 ^ edizione, in svolgimento a Milano da giovedì 16 febbraio per chiudere i battenti nella giornata di domani, ha mostrato il volto vero della Puglia. Una Puglia aperta, dinamica, vitale nella sua offerta turistica, nella promozione dei suoi prodotti.

In questa cornice e con queste premesse il Salento ha dominato, ha fatto la parte del leone. Un Salento che, stando alle dichiarazioni della vigilia rilasciate dall’assessore provinciale al turismo di Lecce, Francesco Pacella, si è presentato unito, riuscendo a fare di questa terra una sola identità storica, culturale, umana, economica, turistica e commerciale. E’ stata la prima volta, nel corso della cornice milanese, che l’antica terra d’Otranto, con Brindisi e Taranto, hanno parlato un solo linguaggio.

Questo è di buon auspicio per affrontare le sfide future, quelle anche minacciose che vogliono espropriare un territorio, che vogliono snaturare e sfruttare una terra che i nostri italici padri ci hanno consegnato. Una terra di

CASA MIA / CANZONE PER LA TERRA NATIA

Collemeto alla fine degli anni Ottanta. Foto tratta da Storia di Galatina di Michele Montinari, 1972

di Alfredo Romano

Una premessa. Era il 1984 quando mi capitò un giorno di ricevere per posta da Parigi un’audiocassetta dal mio amico Giuseppe Maniglio. Giuseppe, anch’egli nativo di Collemeto, di pochi anni più piccolo di me, era emigrato a Parigi nel 1963 con tutta la famiglia all’età di otto anni. Con lui mi incontravo nelle vacanze estive a Collemeto, avevamo in comune degli ideali e, soprattutto, la passione per la musica. Nel 1976 fummo invitati a cantare a una Festa dell’Unità a Collemeto: io cantavo con la chitarra, lui, che era un virtuoso della chitarra, creava figure musicali che arricchivano le mie interpretazioni. Si trattava ovviamente di canzoni popolari e di protesta che scandalizzavano una parte del pubblico cosiddetto benpensante. In coppia con Giuseppe suonava anche suo cognato Alain Aussage che creava altri virtuosismi col suo flauto traverso.

Tornando all’audiocassetta, c’era acclusa una lettera dove Giuseppe mi  spiegava di aver composto cinque motivi musicali e io dovevo metterci le

Libri/ Otto. L’abisso di Castel del Monte

di Paolo Vincenti

Il romanzo d’esordio di Alfredo De Giovanni, Otto. L’abisso di Castel del Monte (pp. 304, euro 19), edito da Bastogi, sta riscuotendo un buon successo ed è stato presentato, in questi ultimi mesi, in tutta la Puglia e oltre.  L’autore, nato a Barletta nel 1970, di professione fa il geologo dell’Acquedotto Pugliese e si occupa dello sviluppo del ciclo integrato dell’acqua, dunque, ha molto a che fare, per studi e formazione personale, con la materia trattata nel libro, ma coltiva la passione della musica (ha composto parole e musica di diversi brani di musica leggera), del teatro e della fotografia; diversi suoi racconti brevi e vari contributi sono stati pubblicati in libri fotografici e riviste del barese.

Come si evince dal sottotitolo, il romanzo è un thriller storico, che paga un certo tributo a Dan Brown (la copertina ci ricorda in effetti quella di Angeli e demoni).

Come é scritto nella presentazione del libro: “Tutto ha inizio la notte del 17 luglio 1994 quando Paolo Manfré, un giovane geologo dell’Università di Bari, con l’amico fraterno Mauro Petruzzelli, il geofisico americano Robert Trimble e l’archeologa salentina Alessandra Bianco, decidono di esplorare il sottosuolo di Castel del Monte, il maniero federiciano a pianta ottagonale

Gregorio Falconieri da Nardò (1885-1964), vescovo di Conversano

Mons. Gregorio Falconieri nel 1935 (stampa dell’epoca)

Mons. Gregorio Falconieri. L’altare e la poesia

di Lucio Causo

   Gregorio Falconieri nacque a Nardò il 20 febbraio del 1885. Dai cenni biografici di don Gregorio Gaballo si rileva che il giovane ecclesiastico, dopo aver frequentato le classi ginnasiali e liceali, nel 1905 fu ammesso alla prima tonsura dal vescovo Ricciardi nella Cattedrale di Nardò; divenne presbitero nel 1908 e poi fu nominato da mons. Giannattasio vice rettore del Seminario, ottenendo di frequentare l’Università di Padova per addottorarsi in lettere.

Monsignor Falconieri fu docente a Nardò, a Lecce, a Porto Mirteto, a Cava dei Tirreni. Rientrato a Nardò, divenne arciprete di Casarano nel 1927, successivamente fu richiamato a Nardò dal vescovo Muller e nel 1935, sotto il pontificato di Pio XI, divenne vescovo di Conversano.

Giunto nella Diocesi assegnatagli, oltre agli insegnamenti pastorali, si occupò della storia locale, rilevando con grande prestigio gli episodi relativi all’incoronazione di Maria SS. della Fonte, in occasione del primo centenario, nel 1947. Commentò l’Historiarum Cupersanensium di P.A. Tarsia e rievocò la figura del primo vescovo di Conversano, Simplicio, inviato dal pontefice Felice III a confutare in Africa l’eresia dei Patarini nel 489.

In occasione del quindicesimo centenario del concilio di Calcedonia , mons. Falconieri spiegò ai diletti figli e fratelli della sua diocesi molti particolari inerenti le controversie che caratterizzarono la vera dottrina del pontefice Leone I e la grande eresia di Eutiche, monaco greco di Costantinopoli. Egli seppe rammentare quanto era accaduto ai concili di Nicea e di Efeso e l’azione

Due libri sul Carnevale in Puglia

Vi segnaliamo due volumi a firma di illustri studiosi per arricchire anche questo Carnevale di “chiacchiere”, tradizioni e usanze.

L’ultima festa.
Storia e metamorfosi del Carnevale
in Puglia

Collana: Il paese di Cuccagna

2008, pp. 192 con ill. in b/n e a colori, € 16.00
ISBN: 978-88-6194-026-0

Il libro

E’ la prima “storia” del Carnevale in Puglia raccontata da un fine letterato, attento agli aspetti antropologici, alle profonde trasformazioni che, soprattutto nel secolo scorso, hanno accompagnato la festa negli angoli più diversi della regione, dalla più nota Putignano agli altri centri “minori”, ma non per questo meno importanti. Dell’ “ultima festa” vengono messi in luce non solo i riti più irriverenti, legati al divertimento, ai piaceri del corpo e alla gastronomia, ma anche l’aspetto sostanziale del rovesciamento del mondo e dello scontro tra società laica e gerarchie ecclesiastiche, che si opposero, spesso con scarsi risultati, allo spirito carnevalesco della società contadina. Il testo si articola in tre parti. Alla prima di carattere storico-antropologico, che ripercorre attraverso il calendario le tradizioni, i balli, i giochi e le maschere caratterizzanti, ne seguono altre due che raccolgono rispettivamente immagini in bianco/nero e a colori e una serie di documenti poco noti o inediti, tratti dalla tradizione “letteraria” così come da quella popolare.

Una nuova collana Il volume apre “Il paese di Cuccagna. Collana di Scritture e Tradizioni culturali”, diretta da Pietro Sisto, che intende proporre una serie di studi e testi di particolare interesse non solo per il Mezzogiorno d’Italia, ma anche per l’intera area del Mediterraneo. I volumi, affidati a docenti universitari, ricercatori e apprezzati studiosi, si occuperanno di temi e questioni di carattere storico-letterario, antropologico e scientifico soprattutto attraverso la riproposizione di testi poco conosciuti o inediti, accompagnati da ampie note introduttive ed esplicative nonché da ricchi apparati iconografici. Il logo e il titolo della collana, oltre a richiamare direttamente immagini, simboli e riti del primo volume, alludono da un lato

Libri/ Lecce Sbarocca

 

LECCE SBAROCCA

DI FRANCO UNGARO (Besa Editrice)

 

17 febbraio 2012 ore 19,00

Teatro Comunale di Nardò in Corso Vittorio Emanuele

 

Franco Ungaro, presenterà il suo libro Lecce Sbarocca (Besa editrice) il 17 febbraio alle ore 19,00 presso il Teatro Comunale di Nardò in Corso Vittorio Emanuele.

L’appuntamento è promosso da Comune di Nardò, Besa editrice e Presidi del

I baci del vento

I BACI DEL VENTO

di Sonia Colopi Fusaro

Ad ogni passo
stringe il tuo pugno
forte la mia mano
in abbandono pago.

Perde il cuore
il suo battito
nel cavalcare l’affanno
e il desiderio
già pronto al dono.

Negli occhi tuoi
il mio mare
e tra le sue onde,
il mio cammino
in corsa tra
i baci del vento.

 

Kalinifta: cantare l’amore in Griko

di Pier Paolo Tarsi

 

Quando mi è stato chiesto di scegliere dei versi per il giorno di San Valentino ho subito pensato a questo componimento classico di Vito Domenico Palumbo, accompagnato spesso con note celebri a tutti i salentini. In esso vi è, mi pare, l’amore nella sua massima espressione, l’amore che si vive in struggente silenzio, l’amore che non parla all’amata, se non apparentemente, parlando malinconicamente a se stesso, nell’oscurità notturna, mentre si avvia, mentre si allontana per non tornare più, come fa questa splendida lingua che va ormai perdendosi, il Griko salentino.

Ti en glicèa tusi nifta, ti en orria
c’evò e’ pplonno pensèonta s’esena
c’ettumpi’ sti ffenestrassu, agapimu,
tis kardi’ammu su nifto ti ppena.

Evo’ panta s’esena penseo,
jatì sena, fsichìmmu, gapò
ce pu pao, pu sirno, pu steo
sti kkardìa panta sena vastò.

C’esù mai de’ m’agàpise, òria-mu,
‘e ssu pònise mai puss’ emèna;
mai cìtt’oria chili-su ‘en ènifse
na mu pì loja agapi vloimèna!

T’asteràcia pu panu me vlepune
ce m’o fengo krifi’zzun nomèna
ce jelù ce mu lèune: ston ànemo
ta traùdia pelìs, ì chchamèna.

Kalinìfta! Se finno ce feo,
plàja esù ti ‘vò pirta prikò,
ma pu pao, pu sirno, pu steo
sti kkardìa panta sena vastò

I venditori di pezze a colore

di Rocco Boccadamo

Quando ero ragazzo, una sessantina di calendari fa, vedevo spesso girare per le strade del mio paese, poveri ambulanti, in groppa alla bicicletta oppure su rudimentali carretti, di solito stancamente trainati da un asinello, i quali solevano dare avviso del loro passaggio ai poveri residenti arringandoli con il grido «capiddri e pezze!».

Un richiamo effettuato semplicemente a viva voce, sembra ombra di strumenti di amplificazione.

Tali «operatori» commerciali proponevano alla gente di ritirare i ciuffetti di lunghi capelli frutto della auto pettinatura delle donne che, ricordo, venivano custoditi dietro qualche sassolino dei muretti a secco attigui alle abitazioni, oppure stoffette o parti non più utilizzate di tessuti o indumenti di lana (prodotti che, attraverso intermediari, erano poi conferiti a fabbricanti di parrucche o ai cenciaioli della zona di Prato), offrendo, in contropartita, qualcosa a scelta fra pettini, pettinini, aghi, spagnolette di cotone, fermacapelli.
Non c’è che dire, magri, anzi magrissimi affari, nella formula più antica e primordiale del baratto. Eppure, nel contesto di un’indigenza assai diffusa, sebbene non proprio nera, l’utenza non mancava.

Il giorno d’oggi, segnato da un nuovo secolo e insieme da un nuovo millennio, pur con schemi radicalmente mutati, v’è sempre chi acquista e chi vende.

Capita invero di osservare, grazie fra l’altro al veicolo della promozione pubblicitaria (certamente non lo stesso sgangherato carretto degli ambulanti rievocato prima) o a robe similari, soprattutto la grande proliferazione dei venditori. E, fra essi, dei «venditori di pezze». E, per essere ancora più precisi, dei «venditori di pezze a colore».

Tanto, da dover costantemente tenere gli occhi ben aperti.

Libri/ Humanitas et Civitas. Studi in memoria di Luigi Crudo

di Paolo Vincenti

Humanitas et Civitas. Studi in memoria di Luigi Crudo. Questo il titolo della preziosa pubblicazione, a cura di Giuseppe Caramuscio e Francesco De Paola, edita, per la Società di Storia Patria-Sezione di Lecce, nell’ambito della collana “Quaderni de l’Idomeneo”, diretta da Mario Spedicato, da Edipan Galatina, 2010.

Si tratta del più compiuto omaggio che la città di Taurisano e il mondo delle belle lettere salentine abbia potuto fare alla memoria di un intellettuale finissimo e gentleman, colto, brillante e umile, quale Luigi Crudo  (1939-2007), con l’affetto della famiglia, la moglie Maria Sabato e i figli Massimiliano e Carlo.

Una bellissima foto di Luigi Crudo, “Gigi” per tutti, Medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione, compare in apertura del libro, prima di

Effetti di una nevicata

di Alessio Palumbo

Bologna, 11 febbraio, ore 10:00

 

Bologna – Piazza VIII Agosto

Apro gli occhi, soddisfatto per le dieci ore di sonno ininterrotto appena trascorse. Stamattina non si lavora e me la posso prendere comoda. Mio fratello dorme ancora all’altro capo della stanza, meglio non far rumore. Accendo il cellulare, un messaggino di buongiorno alla mia ragazza e la giornata può iniziare.

Mi muovo con passo felpato, con il pensiero fisso di una bella tazza di caffè. Percorro il breve corridoio ed eccomi in cucina. Le finestre sono aperte, le avranno lasciate così i miei coinquilini per mandar via il fumo delle sigarette. C’è un freddo da paesi scandinavi, ma non è questo che mi infastidisce. Quel che mi rovina la giornata è che fuori…nevica. Ancora neve! basta non ne posso più. Sopporto il freddo, accetto di buon grado la pioggia, non mi lamento se c’è nebbia, ma la neve proprio no. È più forte di me, non la tollero.

Fuori è tutto bianco, così bianco da far quasi male agli occhi. Sono dieci giorni che non vedo altro che neve. Ho camminato su strade lastricate di ghiaccio sconnesso e limitate da montagnole candide alte quanto persone. Dal tetto di casa mia spuntano stalattiti più lunghe di un metro e, due giorni fa, con abilità da funamboli, io e mio fratello siamo riusciti a buttar giù dei lastroni di ghiaccio da più di un quintale che pendevano minacciosi sulle nostre teste. Ma quando arrivano le belle giornate? Quelle mattinate di inizio primavera che…

Monto la caffettiera ed ecco che, una di quelle mattine torna alla mente.

Lido Conchiglie (ph Alessio Palumbo)

Non sono più a Bologna, a meno sette gradi e con un paesaggio da steppa siberiana di fronte a me, ma a Galatina, Liceo Scientifico Vallone, cielo limpido e temperatura primaverile, sui ventidue-ventitre gradi.

“Che c’avete da fare dopo scuola?” chiede Gabriele a me e Carlo

“Niente” rispondiamo in coro

“Andiamo a mangiare al mare?”

“Perché no. Sì, dai”

“Andiamo a Lido Conchiglie, da S. Ci siete mai stati?”

“Io lo conosco di fama” rispondo

“Io non ci sono mai stato” fa Carlo

“Vi ci porto io” sentenzia sicuro Gabriele, con l’aria dell’uomo vissuto

“Ma io non ho soldi addosso” obietta Carlo “andiamoci la prossima settimana”

“Ma quale prossima settimana” mi oppongo “Con una giornata del genere! E poi io lunedì parto per Foligno, ho le visite per il concorso in accademia”

“Anticipo io” risolve Gabriele

Partiamo con la mia uno, ma guida l’organizzatore della gitarella. Finestrini abbassati, fischi alle ragazze, battute urlate in corsa ai passanti e tante risate. La giornata è così luminosa, così solare che è un obbligo sentirsi bene. Provenendo da Sannicola, all’altezza di San Mauro, Gabriele svolta a sinistra, dimostrando di non conoscere per nulla la strada.

“Dobbiamo andare a destra, dove vai?” gli faccio

“Ah, mi sono confuso” farfuglia

“Dì la verità, ci sei mai stato da S.?

“No, ma me ne hanno parlato bene” ammette

“Sei il solito fanfarone” borbotta Carlo

Costeggiamo un mare talmente calmo da sembrar finto. Il sole gli brilla addosso che è una meraviglia.

Finalmente arriviamo a Lido Conchiglie. Entriamo da S., ordiniamo con piglio sicuro e, arrivate le portate, diamo il meglio di noi. Trenta ricci cadauno, una porzione di vongole per tre, sessanta cozze crude da dividere tra me e Carlo (Gabriele non si fida), spaghetti alla scoglio, cinque fritture miste e vino bianco a pioggia. Non è un pranzo, il termine tecnico è “mangiata”. Paghiamo e, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo stesi sugli scogli, a torso nudo e con la tipica voglia di parlare, di dire cavolate, di spararle grosse, propria di chi ancora il vino non lo regge perfettamente. Le parole fluiscono da sole e non devono essere delle più forbite, visto che una mamma porta via il proprio figliolo tappandogli le orecchie. Ma cosa ci vuoi fare? Non puoi non essere felice, guascone, stupidamente spiritoso a diciotto anni, con tanto vino e cibo in corpo, pochi pensieri per la testa e quel mare dipinto davanti.

Il gorgoglio del caffè mi scuote e mi ritrovo a Bologna, ore 10.15. Gabriele ora vive e lavora a Roma, Carlo ha raggiunto la ragazza per due mesi in America e io sono qui, impiegato a tempo indeterminato presso l’Università di Bologna, da dieci giorni alle prese con la neve.

SFERRACADDHU, un’erba tra scienza e leggenda

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/albums1.php?id=2294

nome scientifico: Hippocrepis  comosa L.

famiglia: Fabaceae

nome italiano: sferracavallo

nome dialettale: sferracàddhu

Hippocrepis è composto dalle voci greche ippos=cavallo e krepìs=scarpa; alla base del composto c’è lo stesso concetto di somiglianza di cui si parlerà dopo a proposito dell’etimologia della voce italiana. Krepìs è pure il nome di una pianta in Teofrasto (IV-III secolo a. C.): La crepide ha le foglie aderenti al gambo1.

Krepìs continua in latino nelle voci crepis [in Plinio (I secolo d. C.) è il nome di una pianta2, in Apuleio (II secolo d. C.) è variante di crèpida] e crèpida=sandalo; quest’ultimo ha dato vita al proverbio ne supra crèpidam, sutor=ognuno faccia il proprio mestiere: alla lettera: calzolaio, non (andare) oltre il sandalo!3.

Comosa (forma aggettivale da coma=chioma) significa fornita di chioma.

Fabaceae è forma aggettivale da faba=fava.

Sferracavallo è, con riferimento alla forma zigzagante del baccello, da sferra (in mascalcia ferro da cavallo rotto e consunto, da sferrare a sua volta composto da s– estrattiva e ferrare, da ferro) e cavallo.

Sferracàddhu è la trascrizione dialettale fedele della voce italiana: sferra è tal quale; da cavàllu>*callu (sincope)>caddhu (normalissimo passaggio –ll->-ddh-).

Già il fatto che dell’erba (sempre che l’identificazione sia corretta) negli autori antichi, come abbiamo visto, compare solo il nome potrebbe di per sé essere sufficiente ad attribuirle scarso pregio e a considerarla un foraggio come tanti altri, senza proprietà particolari, secondo l’affermazione, pur datata, di Francesco Gera: Lo sferracavallo vivace, hypocrepis (sic) comosa, è anch’esso una piccola leguminosa utile nei pascoli aridi, ove cresce non di rado spontaneamente. Non alza i suoi steli più di venti o venticinque centimetri, e questi sono lisci, solcati, diffusi, ed in cesto, guerniti di foglie late a foglioline ottuse, e di fiori gialli in testa, ai quali succedono dei baccelli guerniti di certi incavi, che imitano un ferro da cavallo; ma le bestie lanose ne sono avidissime, perché offre loro un pascolo delicato, benché poco abbondante.4

Si può dire, però, che ciò che la scienza le ha negato la leggenda le ha abbondantemente concesso. Lascio parlare, anche se all’inizio del discorso comparirà un uccello e non un’erba,  chi ce ne ha tramandato memoria, Giuseppe Pitrè: TORDO BOTTACCIO. Marvizzu, maluvizzu (Mineo), maravizzu (Modica, Scicli, Spaccaforno ecc.)- Turdus musicus.

La leggenda di questo volatile è molteplice e connessa con l’erba invisibile dello sferracavaddu, che converte in oro gli oggetti in essa bolliti, della quale il marvizzu compone il suo nido. Ma come trovarlo se invisibile? Scoperto l’albero ov’esso vola a cibare i figli, due montanari corrono all’assalto; uno si arrampica all’albero, l’altro con un bacile d’acqua sta sotto, perché l’immagine del nido nello specchio dell’acqua è visibile. Questo lo vede, l’altro no; ma guidato dal compagno tanto tasta e brancica finché lo tocca e afferra. Allora cessa la invisibilità e la loro fortuna è fatta. Né questo solo. Due etnei cercarono lo sferracavaddu, portando un sacco ove riporlo. Sorpresi dalla notte e dal freddo si addormentarono su gli alti culmini della montagna stivati nel sacco. Passa Ciringhedda, il diavolo, nel ritirarsi a casa càuda, e vistili esclama: -Ve’, ve’ un uomo con due teste coricato sopra lo sferracavaddu!-. L’udire, il sorgere, il mietere l’erba, empirne il sacco fu tutt’uno, e così arricchirono. Molte storielle consimili corrono per Mongibello, ch’io non registro. Narrano che le greggi, cibandosene, portano i denti patinati d’oro; lo assicurano mille a piena voce, io non l’ho visto. Il malvizzo è un uccello di passo, e il suo nido e l’erba generatrice dell’oro saranno reperibili quanto l’anello d’Angelica e l’ippogrifo di Atlante. È credenza del popolo che il tordo depositando le uova nel nido depositi anche tal pietra che lo renda invisibile. In una canzone popolare lo amante dice all’amata: Chi hai la petra di lu maluvizzu!/Trasisti ‘n pettu ed iu ‘un mi nn’addunai? (Mineo). Questo uccello si conosce subito al becco: A lu pizzu si canusci lu marvizzu. Merri e Malvizzi furono due famose fazioni messinesi.5     

Un collage in cui solo le parole non in corsivo sono mie: se la leggenda più bella, forse unica, che l’alchimia abbia lasciato in Sicilia, è quella dell’erba “sferracavallo”, che gli alchimisti chiamavano Lunaria minor6, non posso tuttavia, con riferimento ai denti patinati d’oro del brano precedente, non ricordare i denti d’oro delle capre dell’isola di Tavolare, dovuti ad un intonaco di fosfato calcico proveniente dal foraggio7.

Il dato dell’identificazione (o della confusione?) della sferracavallo con la lunaria (per giunta maior e non minor) risale a M. Pietro Andrea Mattioli, della cui opera8, dopo il frontespizio, riproduco la parte che ci interessa (pagg. 520-521).

L’alone leggendario che circonda la nostra erba ebbe pure ospitalità letteraria grazie a Vittorio Imbriani che in appendice alla novella Il figliolo del pecoraio9 riporta parte del testo di una cinquecentina, del quale cito la parte che ci interessa: Ultimo ne fecero certi, come da una insula lì vicina, venivano huomini mirabili, audacissimi e crudeli, quali Ferulari chiamano, perché da ferule maravigliosamente edificati sono, e poi temprati con suco de sferracavallo, imopedimento certo d’ogni pungente ferro, o che taglia, amacca e seca. E spesso spesso sollevano la insula, molestando predare: e che eran ritornati in Ferulara (perché così la insula se appella) a refrescar del magico suco la dura tempratura, e siccata li giorni passati dalli caldi raggi del potente sole; e in quel tempo aspettavano il rabbioso stuolo devere, refattosi, lì retornare. Noi, de tanta novitade fatti attoniti, suspensi alquanto, perché natando sulcavano le acque presti e leggieri, e non potean da alcun tormento per acuto o grave, che fosse, esser dannegiati, pensamo inusitato modo, da superare questi perversi, iniqui e scelerati. Demo buon animo dunque alli nuovi amici, promettendoli vittoria; e certificamo lor salute. Ascolta, amico mio, cosa mirabile e de che maniera. Fessemo una rete, larga de passi pur assai, e longhezza tanta, che la insula tutta circondava, de mistura ottima, che abrusia dentro l’acqua e conserva ogni liquore, de solfore, dico, salnitrio, bitumine, oglio de sasso, camphora, rasa, oglio de lino, e simigliante cose. Non tanto presto la rete fo distesa, che ecco per le onde, equalmente natando venia la mala gente, con impeto de ululi, e squassar nell’acqua con le bracce, testa, gambe e piedi. Spumava il mare, l’aere devenne nubilo, la terra tutta incominciò tremare. Spaventaronsi li nostri hospiti. Ma noi, sicurati dall’arte, demo segno de vittoria. Finalmente giunti al lito uniti e in fretta, tutti in poco d’hora se insaccaro nella rete…   

Ma, per finire,  se ai Ferulari non giovò il succo di sferracavallo, le capre ricordate dal Pitrè avrebbero suscitato addirittura un reale o presunto interesse reale…10

__________

1 Historia plantarum, VII, 8, 3

2 Naturalis historia, XXI, 59: Caule foliato est et crepis et lotus (Hanno il gambo fogliato la crepide e il loto); troppo poco per tentare di capire se Linneo diede il nome alla nostra erba, magari per una sorta di supposta parentela, nonostante l’aggiunta del cavallo,  con la crepide pliniana, che, peraltro, è ricalco da Teofrasto.

3 Ne supra crèpidam, sutor è tratto, con adattamento anche della punteggiatura, dall’aneddoto riportato da Plinio (Naturalis historia, XXXV, 85): Feruntque reprehensum a sutore, quod in crepidis una pauciores intus fecisset ansas, eodem postero die superbo emendatione pristinae admonitionis cavillante circa crus, indignatum prospexisse denuntiantem, ne supra crepidam sutor iudicaret, quod et ipsum in proverbium abiit (Dicono che [il pittore Apelle] rimproverato da un ciabattino poiché in un sandalo aveva fatto un occhiello in meno, dopo che nel giorno successivo lo stesso individuo ringalluzzito dalla precedente critica ebbe a ridire sulla gamba, esasperato guardò torvamente il critico dicendo che un ciabattino non aveva il diritto di giudicare oltre il sandalo, espressione che divenne proverbiale).

4 Nuovo dizionario di agricoltura, tomo XXII, Antonelli, Venezia, 1844,  pag. 571

5 Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, v. XVI (v. III della sezione Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano), Lauriel, Palermo, 1889, pagg. 386-387.

6  V. Giuffrida-Ruggieri, Appunti di etnografia comparata della Sicilia, in Rivista di antropologia, Istituto italiano di antropologia, Roma, 1901, pagg. 250-251.

7 Menzione di un Intervento di Giuseppe Gené in una seduta dell’VIII congresso italiano di zoologia, in Antologia italiana, giornale di scienze, lettere ed arti, anno II, tomo IV, pag. Pomba e C., Torino, 1848, pag. 310.

8 Discorsi ne’ sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale, Pezzana, Venezia, 1744, pag. 520.

9 Fa parte de La novellaja fiorentina: fiabe e novelline stenografate in Firenze, Vigo, Livorno, 1877, pag. 360, nota 6.

10 http://www.tavolara.it/re.htm

San Sabino patrono di Gravina? Verifica di un interrogativo infondato

A seguito dell’articolo di Giuseppe Massari su San Sabino patrono di Gravina, pubblicato su questo spazio web,  il maestro Peppino Di Nunno da Canosa ci ha inviato una precisazione che smentisce l’ipotesi e che ci sentiamo in dovere di pubblicare.

 

di Peppino Di Nunno

L’interrogativo posto prudentemente dalla Redazione sulla figura di San Sabino patrono di Gravina,  richiede, come tutte le conoscenze, una verifica alla luce di una ricerca storiografica e di fonti autorevoli da consultare.

Non c’è alcun intento di esprimere giudizi sull’autore dell’articolo che attesta il patronato di Gravina di San Sabino, ma nella verifica occorre apportare elementi e fonti consultate per la chiarezza delle conoscenze obiettive, per non ingenerare nei lettori e nei canosini credenze infondate.

Esprimo anzi apprezzamento per l’autore dell’articolo, Pasquale Ieva, per averci fatto scoprire l’esistenza nella Chiesa di Vaglio in Basilicata di un affresco di San Sabino, riconducibile al Vescovo canosino, cui tutti siamo affezionati e legati da devozione.

affresco di San Sabino nella chiesa di Vaglio in Basilicata

Già in precedenza ho dovuto chiarire l’infondatezza del San Sabino di Fermo e Spoleto, che da ricerche fonti storiografiche e da voci autorevoli del territorio, come il Direttore dell’Archivio della Curia e il Direttore della Biblioteca comunale, non coincide con il nostro San Sabino, essendo sostanzialmente un Martire, come attestano le fonti storiografiche di San Gregorio Magno.

Da questa mia ricerca e dalle ricerche storiche emergono soprattutto alcune linee metodologiche che non possono essere disattese nella formulazione di una tesi da parte nostra.

L’effigie non basta, l’iconografia non è sufficiente, come anche

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