Ricordi dall’Ariacorte: ‘a Valeria ‘e l’Ancilu

di Rocco Boccadamo

Si mantengono permanentemente verdi, taluni ricordi, anche lontani, succede anzi maggiormente proprio per i lontani, quelli relativi alla prima età, giacché, allora, la memoria recava molto spazio e, perciò, le vicende e i volti vi si sono allocati saldamente e permangono vivi e presenti anche a distanza.

In questi appunti, si rievoca un quartiere del paesello, il mio quartiere, l’Ariacorte, uno dei più antichi e caratteristici angoli del piccolo borgo.

Lì, sono nato e ho vissuto sino a 19 anni.

In fondo, l’Ariacorte, con le sue brevi stradine, i suoi incroci, i suoi angoli, è stata, per la mia persona, una seconda culla, una “naca” secondo il gergo paesano, che, prodigiosamente, abbassava le fiancate man mano che crescevo, aprendomi alla vista orizzonti viepiù ampi.

Mi era cara, l’Ariacorte, mi è stata cara dai primi passi, sino a quando non ho lasciato il paese. Ma, l’amo tuttora, rivedo le sue vestigia, anche se cambiate dal punto di vista degli abitanti, e rivedo me stesso, dei tempi sereni e leggeri che si vivevano con piacere, ancorché si disponesse di poco, un tutt’uno di comunità, di sparuto insieme, dai vecchi ai giovanissimi, ai neonati, ci si conosceva indistintamente, ognuno sapeva, degli altri, confidenze, piaceri e dispiaceri, notizie buone e meno buone.

A distanza di molti decenni dalle mie prime esperienze, dell’Ariacorte, mi sovvengono fra le altre, in maniera particolare, due figure, alle quali mi è venuto spontaneo, in quest’occasione, di dedicare il titolo delle note, una coppia di coniugi, Valeria e Angelo.

Mi ricordo dei suddetti, marito e moglie, che ancora versavano in età media, sui quaranta o cinquanta, mentre io sgambettavo con il mio brio, la mia intraprendenza, il non stare fermo un attimo, girare ovunque, infilarsi normalmente anche nelle case dei vicini, il che non era difficile, per il semplice motivo che le porte erano lasciate aperte, vigendo l’abitudine di considerarsi, nel gruppo di strade del rione, semplicemente una famiglia allargata.

Valeria e Angelo, figure unite e affiatate, non avevano avuto la gioia di vedere la loro casa allietata e confortata da prole, vivevano soli: però, penso di poter dire, pur con i limiti dei ricordi di bambino e di ragazzo, che, tutto sommato, si facevano buona compagnia, intensamente, a vicenda.

Marittima

Valeria aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare  tante cose.

Grazie alla sua abilità, alla sua iniziativa e al suo impegno, era riuscita a emergere in seno alla comunità, arrivando, dopo aver fatto la normale trafila da operaia per lunghi anni, al ruolo di maestra, di “mescia”, del magazzino, ossia a dire di una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello.

Un compito di responsabilità e, soprattutto, di capacità di coordinare, di ascoltare, le 60 o 70 operaie paesane, amiche e magari parenti, che lavoravano in quell’opificio: era lei a guidarle, ne controllava il lavoro, le seguiva, però senza supponenza, davvero una buona “mescia” di magazzino, Valeria.

Questo faceva a tempo pieno per 3 – 4 mesi all’anno, praticamente da novembre a marzo, nei restanti periodi, solitamente, accompagnava il marito Angelo in campagna, aiutandolo a coltivare le loro piccole proprietà o a raccogliere qualche frutto, ma soprattutto ella, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano.

Sicché, nel locale a piano terra della sua abitazione, aveva sistemato un antico, semplice ma efficace telaio in legno, di legno duro, di quello buono che dura a lungo, “ strumento” che, talvolta, passava di generazione in generazione, magari a quello stesso telaio avevano lavorato la mamma e la nonna di Valeria.

A un certo punto era pervenuto a lei, ponendosi non come comune mezzo di lavoro, bensì a guisa d’attrezzatura prodigiosa, attraverso la quale ella tirava fuori la sua capacità di artigiana, o meglio, d’artista tessitrice.

Sì, anche su questo fronte, era una maestra, Valeria, non una semplice tessitrice.

Di comuni operatrici, n’esistevano in ogni famiglia, era abitudine che ciascun nucleo, appunto, avesse in casa un telaio, mediante il quale, con ore e ore di paziente lavoro, si predisponevano i tessuti da utilizzare per il confezionamento dei corredi delle figlie femmine.

Valeria aveva imparato e fatto esperienza già in casa dei suoi genitori prima di sposarsi, successivamente s’era messa a lavorare, a tessere, per conto delle altre famiglie, la sua attività non era un lavoro incentrato sui tessuti che poi sarebbero stati utilizzati per il grosso, l’ordinario del corredo, bensì un lavoro fine, si dedicava a realizzare eleganti coperte, o copriletti, o tovaglie di pregio, talora in materie prime particolarmente delicate, come  lino o seta,  articoli davvero di  altissima qualità che oggi, basta osservare in una vetrina dei negozi di lusso capi magari neppure  realizzati manualmente o artigianalmente, segnerebbero prezzi di vendita considerevoli.

Durante i pomeriggi e/o le giornate intere nel locale terraneo di fronte al telaio, Valeria vedeva passare innumerevoli famiglie, generazioni di ragazze e giovani che si rivolgevano a lei per l’approntamento di manufatti di particolare pregio, gli ultimi, i migliori, che avrebbero fatto fare bella figura ai fini del “giudizio” dei compaesani, parenti e familiari sulla qualità del corredo.

Già, corredo. Una parola che, al paese, era pronunciata quasi mai, allora si parlava di “dota”, con la a finale, a volersi riferire a tutti i capi di biancheria o di arredamento per la casa degli sposi, della camera da letto o dei tavoli da pranzo, che avrebbero composto il corredo che la donna portava, giustappunto, in dote.

L’arte della tessitura praticata da Valeria era ineguagliabile, ella era, forse, l’unica o la più brava del paese, per cui aveva sempre una clientela in coda e, talvolta, a chi si presentava, doveva dire “ guarda che avrai da aspettare un bel po’ di tempo”, ma non v’era chi non fosse paziente ad attendere il proprio turno, tanto era ambìto il poter dire “io ho quattro, cinque elementi del mio corredo realizzati da Valeria”.

Da parte sua, il marito Angelo passava prevalentemente il suo tempo in campagna, faceva il contadino in via permanente, da giovane s’era saltuariamente spostato fuori del paese, per attendere al lavoro nei frantoi oleari o della vendemmia e della vinificazione dei grappoli, soprattutto nel Brindisino.

Due persone fatte l’una per l’altra, sconosciuta una parola a tono elevato, o una discussione, vuoi fra loro e tanto meno nei rapporti con i compaesani.

Molto devote, non mancavano mai alle novene, alle funzioni dei periodi prossimi alle grandi festività, per l’appunto, religiose.

Sia Angelo, sia Valeria, erano benvoluti da chicchessia, anche da noi ragazzini, che, nonostante le nostre intemperanze, ci “sforzavamo”, in fondo, di sopperire, nei loro confronti, alla mancanza diretta di prole.

Sovente, abitando ad appena venti – trenta metri di distanza, mi recavo e trascorrevo ore nel locale di Valeria. In qualche occasione, l’aiutavo nei lavori preparatori a quella che sarebbe stata la sua opera di tessitura, piccole fasi, ognuna con la sua importanza nel processo d’insieme.

Dei filati, realizzati mediante la paziente filatura, in casa, con il fuso, della relativa materia prima di produzione familiare, o acquistati sottoforma di balle dal commerciante ambulante Pasqualino Distante, che girava fra i paesi con il suo calesse e la trombetta d’ottone per richiamare e attirare i clienti, una delle prime cose che si faceva era di trasformarli in matasse, in grandi matasse, attraverso un arnese o attrezzo chiamato “macinula”.

A seguire, da dette matasse, con una lunga asta metallica detta “cusifierru” – recante in alto una circonferenza e in basso una punta sottile – che si faceva ruotare su una base in legno massiccio d’ulivo, durissimo, con una o due piccole incavature, base detta misula, infilando, attraverso la punta sottile, coni di canna già appositamente predisposti, denominati canneddri e canneddre, con la rotazione a forza di mani e di braccia del cusifierru poggiato sulla misula e partendo dal capo della matassa, si realizzavano innumerevoli, centinaia o migliaia di cilindretti di filato avvolto.

A tale lavoro di incannulatura, s’aggiungeva quindi un altro stadio denominato di orditura, nel senso che si formavano lunghissimi segmenti di filato, successivamente raccolti a guisa di salsicce: dopo di che, partiva il lavoro al telaio di Valeria. La quale, attraverso determinate sezioni dell’attrezzatura chiamate” lizzi”, ordinava detti filati continui a seconda del tipo di tessuto e del capo da realizzare.

La tessitura vera e propria consisteva nell’intercalare, a questi segmenti tesi lungo le varie parti del telaio e assicurati, nella loro consistenza iniziale d’avvio processo, a una sorta d’asse cilindrico posto all’estremità posteriore del telaio stesso, altri filati. A tal fine, si faceva andare avanti e indietro, da destra a sinistra o viceversa, una piccola barchetta di legno detta spoletta, all’interno della quale si sistemavano i ricordati canneddri o canneddre, azionando contemporaneamente una pedaliera per ottenere i giusti movimenti per l’intreccio, ricavando così il panno di tessuto vero e proprio o finale.

Questo, il lavoro di massima di una tessitrice,

Nel caso di Valeria, merita di sottolinearlo, intervenivano, però, tecniche ben più fini, che presupponevano, ovviamente, tempi maggiori e mutevoli a seconda della complessità, delle dimensioni e del pregio del capo realizzando, con lavoro di forbicine, di piccole cuciture, di sistemazione di fili, di disegni di trame sul tessuto, un processo che, al termine, dava luogo a vere e proprie opere d’arte.

Valeria e Angelo, due personaggi dell’Ariacorte che, pur non essendo gli unici, rammento con maggior piacere e intensità di sentimento.

Non avendo figli, la loro casa, compreso il locale occupato dal telaio, è pervenuta a diversi eredi nipoti, i quali, come spesso accade in situazioni di beni indivisi, non l’hanno utilizzata direttamente, sicché, a distanza d’anni, l’immobile ha finito con l’essere venduto a terzi, è arrivata gente di fuori, turisti che ormai rappresentano una componente indicativa della popolazione del paesello.

E’ vero, i nuovi proprietari sono presenti solo nei tre mesi estivi, salvo qualche breve puntata nel resto dell’anno, nondimeno, quando capita di scoprire quell’uscio socchiuso o si nota qualcuno che entra o esce, anche se sono mutate le facce, le fogge e il modo di muoversi, sembra di vedere gli abitanti di un rosario di stagioni fa, ovvero Valeria e Angelo.

A proposito di pindìnguli, zarangùli e scisciarìculi…

di Armando Polito

Le riflessioni che seguono vogliono essere solo un’integrazione al post del 29 u. s.  a firma di Michele Stursi. Avrei potuto condensarle in un commento, ma la loro estensione avrebbe invaso troppo spazio, rischiando di superare quella dello stesso post originale, con la conseguenza di una minore visibilità che avrebbe forse leso, qualcuno direbbe maliziosamente, la mia reale o presunta voglia di essere il prezzemolo di ogni minestra, ma, ed è questa la cosa per me più importante (tanto a farmi male ci penso da solo…), non avrebbe certamente propiziato un contraddittorio ed ulteriori, voglio sperare, contributi.

Ce suntu ‘sti Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi?”: alla domanda, cui nel post (cor)rispondono riferimenti formali e contenutistici, tutto sommato, generici, tento di soddisfare in modo più articolato, partendo dalla recensione che del libro è stata fatta nel post a firma di Mauro Marino, leggibile all’indirizzo :

http://salentopoesia.blogspot.com/2011/12/la-poesia-del-meno-che-niente-di-uccio.html

Cito la parte che darà l’avvio al mio tentativo: 

“Pindingulu” vale per il Rohlfs (ad vocem) frangia, pendaglio, ossia ciò che è inutile, a cui non si assegna alcuna funzione essenziale, ornamento di cui si potrebbe fare a meno (…). Nell’accezione in cui viene comunemente usato il termine ha valore negativo, come accessorio di poco conto, orpello inutile, ecc. Giannini lo usa, oltre che nel titolo, una sola volta, in un testo del 1983 dal titolo «L’arvuru di Natale», dove i “pindinguli” stanno ad indicare degli addobbi che si appendono all’albero di Natale. Sul termine “zaranguli” il Rohlfs non mi è d’aiuto e neppure il Garrisi (Dizionario Leccese-Italiano): entrambi non riportano la voce; ma a Galatina è conosciuta la voce “zarangu”, usata nell’espressione “Nu n’aggiu ssaggiatu mancu zarangu”, che vale “Non ho mangiato neanche niente”. “Zarangu” è un “niente”, e “zaranguli”, il suo diminutivo, è un meno che niente (Piero Vinsper docet). Il titolo “Pindinguli” e “Zaranguli” nell’insieme varrebbe “pendagli e cose da nulla”, una sorta di dittologia con cui il poeta ha voluto designare la materia dei suoi versi.

Il secondo titolo, “Scisciariculi”, significa propriamente fiori di camomilla (si veda anche qui il Rohlfs, ad vocem), una pianta molto comune nelle nostre campagne, che vale poco a causa della sua facile reperibilità e abbondanza. In senso traslato, il termine è usato per indicare oggetti tanto comuni da non avere alcun valore (vedi la frase dialettale: “Ce bbindi, scisciariculi?”, “Cosa vendi, merce senza valore?”)Pure questo termine non compare nelle poesie, se non nel titolo di uno dei due fascicoli. Credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un “corpus” di composizioni di poco conto e senza valore”.

 

Su pindìnguli non ho nulla da aggiungere se non che esso è dal latino medioevale (Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Niort, Favre, 1883,  tomo VI, pag. 256) pendìculum, dalla radice del classico pèndere (da cui il salentino pindìre) con tecnica di formazione ampiamente collaudata (come in artus>artìculus); da notare l’epentesi, immediatamente prima del suffisso, della –n– della radice, forse anche per incrocio con peduncolo.  Il lettore tenga presente il dato dell’unica ricorrenza.

Zarangùli: in Mariano Velázquez de la Cadena, A pronouncing dictionary of the Spanish and English languages, D. Appleton & Co., New York , 1853, pag. 667, consultabile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=KCsaAQAAMAAJ&pg=PA635&dq=zarangu&hl=it&sa=X&ei=gCMkT__IM4ehOtG9uMsI&ved=0CDcQ6AEwAQ#v=onepage&q=zarangu&f=false )

è riportato il lemma spagnolo zarangùllo=mistura di peperoni, pomodori, etc.; in Esteban de Terreros y Pando, Diccionario castellano, En la Imprenta de la viuda de Ibarra, Hijos y Compañia, 1788, t. III, pag. 848, consultabile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=d9PFH8lGGooC&pg=PA848&dq=zarangollo&hl=it&sa=X&ei=TygkT4_IEY6VOpf0ub8I&ved=0CE0Q6AEwBQ#v=onepage&q=zarangollo&f=false

è riportata la variante zarangollo. Credo che zarangùli sia una creazione dell’autore, con  scempiamento, rispetto alla voce spagnola, di –l– per far sì che il vocabolo sembri avere un suffisso diminutivo, come in pindìnguli. Faccio osservare come la definizione della voce spagnola ben si adatti  al verbo (assaggiare) della frase citata, in cui compare zaràngu, e come zarangùlli non ricorre in nessuna delle poesie.

Scisciarìculi: lo stesso Rohlfs poco prima di questa voce riporta il verbo scisciàre=stracciare (da un latino *scidiàre, dal greco schizo); credo che la nostra voce sia ancora una volta un diminutivo creato, questa volta di sana pianta, dalla radice di questo verbo (secondo me i fiori di camomilla sono da escludere). Nemmeno scisciarìculi compare nel testo delle poesie.

Tre termini, insomma, con lo stesso suffisso allusivamente diminutivo, disposti in un climax discendente legato al loro uso effettivo nella lingua (non a caso solo il primo, pindìnguli, compare una sola volta nelle poesie, gli altri nemmeno una). Così il titolo diventa emblematico di una poesia che vuole essere dichiaratamente “diminutiva” e in cui la stessa creatività linguistica manifestata nel titolo (zarangùli e a scisciarìculi) finisce per coincidere con l’inesistenza, ultimo sviluppo dell’effimero (pindìnguli), il tutto ben in linea con l’intento “di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un corpus di composizioni di poco conto e senza valore”; e a tal proposito mi vengono in mente le nugae1 di Catullo, i Rerum vulgaria fragmenta2 di Petrarca e, in tempi a noi più vicini,  le buone cose di pessimo gusto3 di Gozzano.

Chiudo con un rimpianto, quello di non potere avere conferma di quanto ho appena detto dalla viva voce dell’autore, e con una confessione ad effetto, apparentemente indegna: non ho letto neppure una delle poesie, peccato che resta veniale in attesa che lo faccia, anche perché qui la mia indagine era limitata solo all’aspetto filologico del titolo. E non è detto che il fortunato ritrovamento di qualche appunto dello stesso autore non getti nuova luce su quanto ancora, a tal proposito, continua a restare in ombra.

_____

1 Cose da nulla: così il poeta latino definì i suoi carmi.

2 Frammenti di cose scritte in volgare: così definì il suo Canzoniere il Petrarca, che considerava, invece, il poema in latino Africa come il suo capolavoro.

3 L’amica di nonna Speranza, I, 2.

Italiani di Crimea, una tragedia attuale

“Italiani di Crimea, una tragedia attuale”: la cerimonia nel 70° della deportazione

di Paolo Rausa

Si è svolta sabato scorso, 21 gennaio 2012, nella Sala Affreschi di Palazzo Isimbardi, sede della Provincia di Milano, la cerimonia in commemorazione della deportazione degli Italiani di Crimea, subìta il 29 gennaio 1942: “Italiani di Crimea, una tragedia attuale”.

Sono oramai trascorsi 70 anni da quel tragico 29 gennaio del 1942, quando per volere di Stalin oltre duemila italiani da tempo residenti in Crimea furono arrestati e deportati in Kazakhstan. Erano i figli e i nipoti degli emigrati, soprattutto dalla Puglia, che in due ondate, negli anni ’30 e ’70 dell’Ottocento, si erano trasferiti in Crimea, ormai ben integrati nella società locale. Al termine di un viaggio della durata di due mesi per le vie di mare e di terra nei vagoni piombati, durante il quale morì la metà dei prigionieri, i deportati sopravvissuti furono rinchiusi nei campi di lavoro e abbandonati a se stessi.

Pochissimi sopravvissero agli stenti e solo alcuni fortunati poterono ritornare in Crimea durante il regime di Krushev. Nel frattempo tutte le loro proprietà, compresa la terra acquistata nel cimitero, erano state confiscate. A distanza di 70 anni da quei fatti, le Autorità Ucraine non hanno ancora riconosciuto la deportazione della comunità italiana, né sul piano storico né su quello giuridico, a differenza di quanto avvenuto per  le altre comunità nazionali coinvolte (tartara, tedesca, greca, armena, bulgara).

Mentre le Istituzioni Italiane non sono finora riuscite a far riconoscere lo status di comunità deportata e a concedere, per quanto di loro competenza, la cittadinanza ai sopravvissuti e ai discendenti dei deportati, una comunità oramai ridotta a 300 componenti. Questi argomenti storici e soprattutto le implicazioni sociali che si riflettono negativamente sulla comunità italiana supersite sono stati al centro degli interventi del Presidente dell’Associazione Regionale Pugliesi di Milano, Dino Abbascià, a cui sono seguite le riflessioni amare, ma risolute nell’esprimere solidarietà e impegno a favore della

Libri/ Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi di Uccio Giannini

di Michele Stursi

Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi è il titolo della raccolta di poesie postuma di Uccio Giannini, edita da Edit Santoro, curata dal professor Gianluca Virgilio e fortemente voluta da famigliari e amici dell’autore, scomparso il 4 dicembre del 2010 all’età di ottantadue anni. Un profano della lingua dialettale leccese caduta in disuso, come il sottoscritto, si chiederebbe: ce suntu ‘sti Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi?

A tal proposito viene fortunatamente in nostro aiuto la nota introduttiva di Virgilio: credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie – afferma il curatore della raccolta – emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dismesso, come un corpus di composizioni di poco conto e senza valore.

Di sicuro, a un qualunque sprovveduto che la sera del 28 dicembre si fosse trovato a passare dal museo “Cavoti”, affacciandosi sull’uscio della sala, gremita per l’occasione, dove abitualmente si tengono quest’anno le lezioni dell’Università Popolare “A. Vallone”, a un qualunque sprovveduto, dicevamo, non sarebbe mai passato per la testa che si stesse lì presentando una raccolta di poesie. Difatti, è difficile rimanere seduti, composti e seri, ascoltando le poesie di Giannini, per niente facile ascoltare in silenzio, senza commentare sul momento con il vicino i versi del poeta, costruiti con arguzia, con cura e dimestichezza. In un crescendo armonico di attese e mistero, come un tamburo che batte nel petto, i più sfociano in un’interminabile risata, altri lasciano un amaro in bocca impossibile da ignorare, che si mimetizza in un

Un grande salentino orgoglioso delle sue radici: Francesco Giacomo Pignatelli

Un grande salentino orgoglioso delle sue radici:

Francesco Giacomo Pignatelli
canonista – teologo – erudito del secolo XVII

 

di Rosario Quaranta

L’insigne canonista Francesco Giacomo Pignatelli nacque a Grottaglie il 2 aprile 1625 da Vincenzo e da Donata D’Alessandro e fu battezzato 1’8 seguente da D. Orazio Greco essendo padrino il marchese di Monteiasi Carlo Ungaro. Appresi i primi rudimenti letterari nel paese e nel seminario di Taranto, venne aggregato al Capitolo della Collegiata grottagliese l’11 giugno 1639. Si portò poi a Roma per seguire gli studi filosofici e teologici, rivelando particolare inclinazione per la poesia e per il diritto. Fu ascritto all’Accademia dei Fanta­stici dando anche saggi di attività poetica e si addottorò in utroque jure meravigliando fortemente i professori della Minerva per la sua dottrina.
Creato parroco per le specchiate virtù e per le sterminate cognizioni, fu onorato in seguito con la dignità di camerlengo del clero romano. Per ben otto volte gli fu proposto il vescovado che rifiutò per modestia e per dedicarsi agli studi giuridici. La nona volta accettò il vescovado di Gravina (1685), ma, accusato ingiustamente, non poté essere consacrato, né prendere possesso della diocesi. Venne poi nominato parroco della chiesa romana di S. Maria in

Vittoria Coppola vince a “Il libro dell’anno lo scegli tu”

di Stefano Donno

Il romanzo di Vittoria Coppola, “Gli occhi di mia figlia” (Editore Lupo) ha vinto il concorso sondaggio del Tg1, “Il libro dell’anno lo scegli tu” classificandosi al primo posto con un distacco di oltre quattro punti percentuali.

Le votazioni si sono svolte con un sondaggio sulla pagina del sito rai dedicato al programma di approfondimento Billy: il vizio di leggere, in onda come di consueto ogni domenica. Ha vinto una giovane scrittrice di ventisei anni, sostenuta da decine di migliaia di voti e da un passaparola nella rete e fuori, che ha unito i blog, le piccole librerie, le scuole, gli insegnanti, gli studenti, e le associazioni della categoria, come l’Associazione Pugliese degli Editori e i Presidi del Libro.

Una vera e propria vittoria del saper far rete in modo sociale e veicolando letteratura e emozioni in presa diretta, sia sulla rete di internet che fuori, nella rete dei lettori, dei librai e di tutto ciò che ruota attorno all’editoria.
“Gli occhi di mia figlia” (Lupo Editore) ha gareggiato dall’8 gennaio, fino alla mezzanotte del 25 gennaio, e vista la rimonta, prima di Michela Marzano (Mondadori), poi Pietrangelo Buttafuoco (Bompiani), secondo i dati a disposizione è stato proprio il passaparola messo in atto dall’editore fin dal primo giorno a far vincere il romanzo di Vittoria Coppola, che ha concorso con libri di grande valore.

La felicità dell’editore Cosimo Lupo si spiega con le parole postate il giorno dopo su facebook “Siamo felici perchè, a volte, ci si sveglia pensando davvero che qualcosa può succedere grazie a tutti quelli che credono non solo in noi,

Santa Maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945

di Paolo Pisacane

Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, non è un grosso centro: d’inverno vi sono soltanto poche famiglie, ma d’estate è un rinomato luogo di villeggiatura.

Nauna al tempo dei Messapi; Portus Nauna per i Romani; abbazia di Sancta Maria de Balneo per i Basiliani, i Benedettini ed i Cavalieri Teutonici. E’ rinata nella seconda metà del 1800.

La spiaggia, anche se piccola, è ben riparata dai venti, specialmente dalla tramontana, mentre caldo è il clima dall’inizio della primavera ad autunno inoltrato. Non a caso i Romani circa duemila anni fa l’avevano scelta per costruirci le loro terme.

automezzi fermi nella piazza di Santa Maria al Bagno all’epoca dei fatti narrati

Il mare, di una trasparenza particolare, visto dalla collinetta denominata Croce, è di una bellezza quasi irreale con tutti i suoi colori che, a seconda del tempo o dei fondali, abbracciano tutte le sfumature dell’azzurro dal più scuro al più chiaro, per non parlare, poi, del colore purpureo che acquista, quando il sole è basso all’orizzonte.

Non è però solo la parte del mare visibile dall’esterno che è così meravigliosamente bello da guardare, ma, per chi ha la fortuna di poterne esplorare i fondali, resta abbagliato dai fantastici colori e dalle moltissime specie di pesci dalle forme più varie e più cromatiche. In questo scorcio meraviglioso la vita scorreva molto tranquilla, soprattutto a partire dagli inizi del ‘900… poi una notte, subito dopo le festività natalizie del 1943, arrivarono i profughi slavi e, dalla mattina dopo, tutto cambiò.

veduta d’epoca di Santa Maria

Tale territorio era stato scelto per ospitare un campo di accoglienza, in quanto vi erano molte abitazioni di villeggiatura e, quindi, non indispensabili per il domicilio dei proprietari. Moltissimi Slavi furono portati nella notte non solo a Santa Maria al Bagno, ma anche a Santa Caterina e alle Cenate, altre due amene località nel territorio di Nardò, mentre si andava definendo l’iter delle requisizioni delle abitazioni.

Scendevano dai camion ed occupavano le abitazioni, molte volte sfondando le porte e trovandovi, in qualche occasione, gli stessi proprietari. Il rumore dei camion, che andavano e venivano, e il vociare della gente non fecero dormire nessuno quella notte rimasta indelebile nella mente di chi la visse.

gruppi di Ebrei all’ospedale alle Cenate

La vita per la gente di Santa Maria al Bagno cambiò subito: si stava meno in giro e i ragazzi non giocavano più in strada. Per la verità, non tutti erano ostili e alcuni di loro, specialmente chi conosceva un po’ di italiano, cercavano di socializzare con i residenti.

Di solito mangiavano cibi in scatola, che venivano loro dati dall’UNRRA, ma qualche volta mangiavano alla mensa che era stata ubicata nella villa Leuzzi, in piazza, dove dagli addetti alle cucine, quasi tutti di Santa Maria al Bagno, venivano preparati i pasti.

gruppo di ebrei in gita a Gallipoli

Poi, pian piano, dopo qualche mese incominciarono ad andare via; ne rimasero solo poche centinaia, quasi tutti Ebrei. Con loro rimasero tutti i soldati. Dopo pochi giorni, riprese il via vai di camion e automezzi vari, che trasportavano profughi, questa volta tutti ebrei. Il campo era aperto, cioè non aveva alcuna delimitazione e si estendeva da Santa Maria al Bagno a Santa Caterina e da queste, nell’entroterra, fino alle Cenate lungo l’asse della strada tarantina.

Era stato organizzato bene, ed i profughi, appena arrivati, venivano presi in consegna dai soldati inglesi, comandati da mister Herman, che era l’assistente di mister J.Bond comandante del Campo. Messi in fila, erano accompagnati da Paolino Pisacane, abitante del luogo, nominato “mayor” dal comando alleato, alle case messe loro a disposizione.

I nuovi arrivati sembravano molto diversi dai precedenti: nella maggior parte erano molto taciturni e tristi e spesso pensierosi e soli camminavano con gli occhi bassi. E non si riusciva ad immaginare il perché. Lo si sarebbe scoperto solo successivamente attraverso i loro racconti. Altra cosa che meraviglia molto era lo scarso numero di bambini e la quasi totale mancanza di vecchi e di famiglie complete. A Santa Maria al Bagno, ormai, c’era tanta gente come in estate.

C’erano molti soldati inglesi e americani, ma anche di altre nazionalità. Tutto funzionava come in una città e molti artigiani, anche dei paesi vicini, specialmente da Nardò, lavoravano nel Campo, come meccanici, falegnami, elettricisti, sarte, calzolai e muratori.

Ai profughi non mancava certo da mangiare. Gli inglesi, deputati alla gestione del campo, tramite gli aiuti americani, non facevano mancare loro la carne in scatola, il pane bianco, il cioccolato, il  formaggio, il latte in polvere, e tutte le altre cose che la gente del luogo, qualche mese prima, poteva solo sognare. Anche i residenti beneficiarono di tanto bene di Dio, che veniva barattato con arance e limoni, di cui gli ebrei andavano alla ricerca.

Già alla fine del 1944, passato il periodo di diffidenza verso i nuovi venuti, tutti si erano resi conto che gli ebrei erano brave persone, tanto che dalla diffidenza si passò all’amicizia, specialmente tra i giovani, vincendo anche la difficoltà delle diverse lingue.

Continuamente sopraggiungevano profughi in un frequente avvicendarsi in base alle scelte di trasferimenti che gli stessi decidevano, in gran parte soddisfatte.

Nel Campo tutto scorreva tranquillo, quando, il 14 dicembre del 1944, si verificò un fatto grave. Qualche notte prima erano state rubate da un deposito dell’UNRRA alcune centinaia di coperte. Il responsabile del magazzino addossò la colpa agli abitanti di Santa Maria al Bagno per cui si pervenne alla decisione di far abbandonare il Campo a tutti gli italiani, compresi i residenti.

Questi ultimi fra sconforto e sgomento cominciarono a protestare finchè non intervennero il sindaco Roberto Vallone e il vescovo Gennaro Fenizia presso il comandante affinché non si desse attuazione alla determinazione.

Intanto era stato predisposto l’elenco delle famiglie che dovevano sloggiare dal Campo: erano 146 per un totale di 733 persone. Era un brutto Natale quello che stava per arrivare!

I capifamiglia si incontrarono di nascosto e decisero di non accettare l’ordine di abbandonare le proprie abitazioni. Infatti scesero in piazza e davanti alla sede del comando alleato protestarono. Il comandante, anche dopo aver sentito le ragioni dei dimostranti, non mutò la sua decisione, anzi fece schierare i soldati con le armi puntate. Ci furono pure degli spari in aria per disperdere la gente. Tuttavia la protesta non cessò.

Finalmente il 29 dicembre, quando ormai si disperava di trovare una soluzione, dopo un incontro tenutosi in Santa Maria al Bagno tra il comandantela Sub-Section N° 1 dell’A.C. Lt. Col. Oldfield, il capitano Fox ed il prefetto, sentito anche il vescovo che intanto aveva informato della situazionela Santa Sede, si comunicò al sindaco di Nardò che le famiglie stabilmente residenti potevano restare. Le altre, che occupavano le case solo per non farle requisire, dovevano andar via, anche perché continuamente giungevano profughi, soprattutto a partire dalla primavera del1945 a seguito della liberazione dai campi di sterminio e, in genere, della fine della guerra. Sul piano umano fu importante non allontanare i residenti, non solo perché non si impose loro la rinunzia alla propria abitazione, ma soprattutto perché questi poterono offrire concretamente solidarietà, tolleranza e collaborazione, facendo scoprire agli ebrei, da anni perseguitati e resi al disotto degli animali da braccare e uccidere, il senso della vita, il rispetto della dignità, la serenità della tolleranza e il gusto della libertà.

I nuovi venuti erano tutti Ebrei di nazionalità polacca, in prevalenza, ma anche greca, albanese, austriaca, macedone, rumena, russa, tedesca, slava e ungherese. Questi avevano anche un proprio corpo di polizia, composto da una quindicina di persone e comandato da un certo Elia, un ebreo di origine greca, molto bravo ed in ottimi rapporti con i residenti.

Nel Campo, la cui punta massima di ospiti fu di oltre 4 mila unità, vi era quanto necessario per   ricordare ai profughi la propria religione e le proprie tradizioni, tra cui la sinagoga, allocata in un locale dell’attuale piazza Nardò, la mensa,  il centro di preghiera per bambini e orfani, il kibbutz “Elia” nella vecchia masseria in località Mondonuovo e, infine, il municipio nella villa Personè (ora villa De Benedittis).

Erano assicurati tutti i complessi servizi necessari alla vita di una comunità  di tali dimensioni, tra i quali l’ospedale e il servizio postale. I ragazzi più piccoli frequentavano la scuola in Santa Maria al Bagno, mentre i più grandi il ginnasio e il liceo a Nardò.

I ragazzi italiani familiarizzavano sempre più con i ragazzi e le ragazze ebree. Erano sempre presenti in tutte le feste, specialmente quando si ballava o c’era la possibilità di assaggiare i saporitissimi ed abbondanti dolci che venivano preparati.

La loro cucina, molto diversa da quella dei locali, incuriosiva non poco quest’ultimi che si meravigliavamo nel veder preparare le polpette con la polpa di pesce cotta nel brodo zuccherato, sempre di pesce; oppure bagnare il pane nel latte preparato con il latte in polvere per essere passato nella farina e, dopo averlo zuccherato, essere usato per colazione con il thè. I dolci erano la loro specialità! Ne facevano di tutti i tipi, forme e sapori.

Durante la loro permanenza si celebrarono, e non solo all’interno della loro comunità, circa 400 matrimoni, uno dei quali tra una ragazza del luogo Giulia My e Zivi Miller, autore dei tre murales, che era scampato, con una fuga rocambolesca durante un trasferimento, dal campo di  concentramento dove aveva perduto la moglie e il figlio.

Nelle ville delle Cenate alloggiarono gli ufficiali inglesi, delegati a gestire il Campo. Nella villa “Ave Mare”, sulla strada per Santa Caterina aveva sede l’alloggio e la mensa delle Crocerossine, e a Villa Tafuri, nelle vicinanze del parco di Portoselvaggio, il club Ufficiali della RAF. In questa villa venivano spesso organizzate feste da ballo, dove si poteva anche mangiare e bere a volontà.

Anche i giovani italiani frequentavano le feste con le loro amiche ed amici ebrei. Non mancarono gli spazi per il divertimento: campo di calcio presso l’Aspide (tra Santa Maria al Bagno e Santa Caterina), spettacoli e feste da ballo presso il circolo delle “Due Marine” a S. Maria al Bagno.

Durante una festa presso Villa Tafuri giovani ebrei dimostrarono tutta la loro amicizia ai coetanei italiani. I soldati inglesi, forse ingelositi perché le ragazze preferivano stare con i giovani italiani, decisero di mandarli via, ma dovettero recedere subito dalla loro decisione non appena si accorsero che anche le ragazze e i ragazzi ebrei in segno di solidarietà stavano  abbandonando la festa.

Gli Ebrei si trovavano bene, ma sapevano anche che un giorno sarebbero andati via: chi in America, chi sarebbe rimasto in Europa e forse in Italia, chi in Australia e chi ancora in Sud America. La meta preferita era però la loro “Terra Promessa”, dove era nato ed era vissuto per millenni il loro popolo. Sapevano, però, che questo non era facile per l’ostruzionismo degli inglesi, filoarabi, sui cui territori avevano il  protettorato.

Contro la posizione inglese, in campo internazionale, era molto attiva la società segreta Betar (B: Brit, patto + Trumpeldor, eroe ebreo), nazionalista, cui aderivano molti giovani, così come alcuni presenti nel Campo.

Pertanto non mancarono aspetti politici né giovani che poi sarebbero stati personaggi importanti per lo stato d’Israele, come Dov Shilanski, deputato al Parlamento d’Israele (Knesset) dal 1977 al 1996, di cui fu Presidente dal 1988 al 1992.

Stando ai ricordi dei residenti del posto, ma per adesso non ancora supportati da alcun documento, furono presenti anche personaggi di rilievo per il futuro Stato d’Israele, come David Ben Gurion,  all’epoca P r e s i d e n t e del l ‘Organizzazione ebraica mondiale e nel 1948 guida politica per la proclamazione dello stato d’Israele, di cui sarà il primo presidente, e Golda Meir, che sarà per molti anni Primo Ministro ed importante punto di riferimento per il suo paese.

Testimonianza dell’attività politica è rappresentata da tre murales, realizzati in altrettanti muri in una casetta, al tempo adibita a deposito. Nel 1947 il campo fu chiuso. Molti ebrei lasciarono con dispiacere i loro amici italiani. Si scambiarono gli indirizzi e si promisero a vicenda che si sarebbero tenuti sempre in contatto.

Successe per un po’ di anni, ma poi i contatti finirono anche se nel cuore rimase sempre il ricordo del tempo passato assieme.

E poi erano e sono lì i murales, anche se anch’essi, lentamente si stanno consumando.

Il murales centrale racconta la storia degli Ebrei, liberati dai campi di concentramento, raffigurati nel disegno dal filo spinato al centro dell’Europa, fino all’arrivo a Santa Maria al Bagno, nel Sud dell’Italia, dove l’identico teorema lunghissimo di persone riprende gioiosamente il cammino versola Terra Promessa, raffigurata dalla stella di David e dalle palme del deserto (le scritte: diaspora, sx, e Terra d’Israele, dx).

Il murales di sinistra evidenzia la religiosità del popolo ebraico, raffigurando il candelabro a sette braccia, posato su un altare con due soldati ebrei ai lati (le scritte: In guardia, sotto, e, ai lati della stella, Tel-Hai, dove fu ucciso il patriota Trumpeldor.

Il murales di destra presenta una madre con due bambini, che, al di qua di un posto di blocco, chiede ad un soldato inglese di poter entrare in Gerusalemme, ma invano: gli Inglesi osteggiavano la costituzione dello Stato di Israele (le scritte: Aprite le porte, tra la donna e il soldato, e Tel-Hai sulle bandiere).

I murales ebrei di Santa Maria al Bagno. Per non dimenticare!

di Gianni Ferraris

Prendendo la litoranea da Gallipoli verso nord si passa per alcune frazioni sulla marina. Sono paesini prevalentemente di seconde case. In estate è un pullulare di turisti, di lingue, di culture diverse. Negli altri mesi invece la calma è immensa. Poche persone, il mare che accompagna con il suo sottofondo di rumori più o meno cupi, pescatori in lontananza. Sono luoghi in cui è bello sedersi e guardare il tempo scorrere con i pensieri che lo accompagnano. Posti battuti dal maestrale che porta freddo, a tratti la roccia è stata tagliata per far passare la strada. Si transita fra due muri nella “montagna spaccata” come la chiamano qui.

Ebrei a Santa Maria al Bagno (coll. privata Paolo Pisacane)

E subito dopo il mare riappare. E la storia è passata da qui come da ogni luogo e sono racconti ora, quasi fiabe. Gli abitanti locali li danno per scontati, ma per me che ascolto per la prima volta sono evocativi di come la solidarietà sia ovvia, non derogabile, in queste terre. Lo straniero, il diverso, è accolto e spesso protetto, soprattutto se ha gli occhi colmi di terrore. Non importa da dove venga, né importa il colore della pelle o politico, prima si accoglie, poi magari si discute. Santa Maria al Bagno ti viene incontro con le sue Quattro Colonne. Sono i resti di una grande torre di avvistamento, come le altre voluta da Carlo V, danneggiata forse da un sisma che ne ha demolito il centro, lasciando in piedi solo i quattro angoli. È una frazione di Nardò, in questo piccolo luogo sostò a lungo un pezzo di storia.  

Era da poco passato il Natale del 1943 quando il piccolo sobborgo fu scelto dalle autorità inglesi come campo profughi. Arrivarono i primi camion carichi di persone, erano slavi. Furono requisite le case, furono alloggiati gli sfollati. Ma la diffidenza fra i profughi e quelli che solo pochi mesi prima erano considerati nemici era forte. La difficile convivenza durò pochi mesi. Gli slavi lasciarono il luogo. E spesso lasciarono un ricordo non buono. Non sempre trattarono con cura le cose e le abitazioni che vennero loro affidate. Andarono in altri luoghi i profughi, ma rimasero i soldati inglesi. E poco

Libri/ Sulle tracce di IT 113942

IL DOVERE DELLA MEMORIA

di Paolo Vincenti 

Sulle tracce di IT 113942, per non dimenticare l’orrore della guerra, di ogni guerra che, in ogni tempo ed in ogni luogo, devasta le coscienze, spegne la speranza, sottrae giovani vite  all’amore dei propri cari e della propria terra, nega loro  il futuro, cancella ogni  più elementare diritto e spazza via tutto quanto, lasciando solo il vuoto della morte.

Sulle tracce di IT 113942, di Luigi Cataldo, è un piccolo volume edito dal Laboratorio di Aldo D’Antico (2007), in cui l’autore, che dedica il libro alla cara memoria di Rocco Cataldi, ripercorre l’avventura umana e dolorosissima di un suo parente, il parabitano Cesario Cataldo, zio di Luigi, morto giovanissimo durante la seconda guerra mondiale.

L’orrore dei lager nazisti, ancora una volta, ci scuote dalla nostra quotidiana indolenza  e ci costringe a pensare alle aberrazioni cui la belva umana può arrivare. Questa bestia furiosa, dagli occhi di fuoco e dalla bocca schiumante, provoca terrore, miseria, disordini, violenza, si arrotola nell’ odio, prima di bruciare, in uno spasmo infernale, nel fuoco della sua stessa rabbia.

Quello di Luigi Cataldo è un cammino di dolore, alla ricerca dello zio scomparso, che egli ha conosciuto soltanto attraverso i racconti della nonna, che continuava a maledire la guerra che le aveva portato via un figlio così giovane, e del padre, fratello di Cesario, che in gioventù aveva potuto conoscere ed amare il proprio congiunto, prima che questo fosse portato via dal cruento conflitto bellico.

Attraverso le sue  faticose ricerche, l’autore del libro è riuscito infine a ricostruire la storia di Cesario, fatto prigioniero dai tedeschi e internato, dopo il suo rifiuto di diventare collaborazionista, nei campi di concentramento, prima a Bolzano, in via Resia, e poi in Germania, a Mauthausen e a Ebensee, dove, sottoposto ai lavori forzati, il nostro eroe

Libri/ Gertrude e Samuel Goetz, sopravvissuti alla Shoah

di Paolo Vincenti

Una drammatica testimonianza di vita vissuta. In due toccanti memoriali,  In segno di gratitudine e Senza Volto , i coniugi Gertrude e Samuel  Goetz ricostruiscono la propria straordinaria esperienza di sopravvissuti alla Shoah. I Goetz, reduci da una delle pagine più dolorose e terrificanti della storia del Novecento, sono stati protagonisti di una serata,  organizzata lo scorso anno dall’Associazione  “Emergenze sud-Presidio del libro di Parabita”, in collaborazione con la Pro Loco di Ruffano e l’Associazione “Soap” di Ruffano, presso il Teatro di Via Paisiello a Ruffano.

Samuel e Gertrude Goetz,  intellettuali  ebrei di origine polacca e austriaca, che oggi vivono negli Stati Uniti, hanno intrecciato il proprio destino con quello  della guerra e della segregazione razziale  e la fuga dall’abominio e dalla repressione di un  regime spietato e violento li ha portati  in Italia dove, durante gli anni della seconda guerra mondiale, si rifugiarono  per scampare alla persecuzione nazista.

Fu proprio il campo rifugiati di Santa Maria al Bagno, Nardò, ad accoglierli.  Qui, i due perseguitati si conobbero e qui nacque il loro amore, prima di essere  separati dalle vicende belliche e ritrovarsi poi nuovamente in America dove si trovano tuttora,  a Los Angeles, California, alla soglia degli ottant’anni, dopo una vita lunga  e intensa ma piena di soddisfazioni. Samuel e Gertrude Goetz sono tornati in Italia per un ciclo di conferenze organizzate

Trivellazioni. L'audizione al Senato di Maria Rita D'Orsogna

stefano crety
ph Stefano Crety

di Maria Rita D’Orsogna

Sono tornata a casa, e non ho fatto a tempo a partire e ad arrivare che già’ si parlava di liberalizzazioni delle trivelle, di ritiro annunciato – ma forse che c’e’ il barbatrucco – oltre che della manifestazione di Sabato 21 Gennaio a Monopoli, di altri scoppi di petrolio ENI, del petrolio al largo della Costa Concordia, dell’oleodotto Keystone per ora bocciato da Obama, e del diniego del pozzo della Audax al largo di Pantelleria.

Avrei tante cose da raccontare, tante impressioni, incontri: dibattere con un nuovo ENI-man a Muro Leccese – sweet revenge – incontrare le mamme di Viggiano, ricevere i premi a Pescara e a Palermo, ma non c’e’ tempo per tutto. Occorrerebbe un post per ciascuna di queste cose.

 

L’audizione al Senato: e’ andata bene.

Inizia tutto puntuale alle 2 del pomeriggio – ero un po’ preoccupata ed avevo speso moltissimo tempo prima per condensare tutto nei pochi minuti che avevo, perche’ volevo essere rispettosa del tempo altrui. Ma poi, una volta iniziato, la paura e’ passata ed e’ andata come sempre.

Con me c’era il mio amico Hermes Pittelli, giornalista e scrittore di Roma, che sono sicura sapra’ fare un resoconto piu’ obiettivo e distaccato.

Ai senatori in aula gli ho fatto vedere le mappe di tutte le regioni in dettaglio – Venezia, l’Abruzzo, la Sicilia, le isole Tremiti, il Salento, la Basilicata – ed ho evitato di parlare di royalties per non passare il messaggio che aumentando un po gli spiccioli che ci danno, si puo’ fare tutto.

Il mio discorso e’ durato circa 25 minuti ed e’ stato piu’ o meno una versione ridotta di quello che dico sempre. Alla fine ho detto loro che secondo me – ma anche secondo il buonsenso! – sarebbe opportuno sveltire l’istituzione dell’area marina protetta a Pantelleria e del Parco della Costa Teatina per l’Abruzzo, per dare cuscinetti in piu’, ma che meglio sarebbe interdire tutti i mari nazionali alle trivelle.

E poi gli ho detto che siccome l’Italia è il paese più ricco e più avanzato di quelli che si affacciano sull’Adriatico sarebbe opportuno che fosse il nostro paese a farsi promotore di una azione congiunta per chiudere Adriatico, e per

Ci si dispera per Porto Miggiano!

Porto Miggiano ieri...

 

uno dei più bei posti del Salento, sempre ieri...

Senza sosta gli appelli lanciati dai salentini e non sparsi nel mondo per salvare uno dei più caratteristici posti del Salento, Porto Miggiano, una località costiera di Santa Cesarea Terme (Lecce), stravolta dalla mano dell’uomo proprio in questi mesi.

Migliaia di firme (4500), appelli di vip e star, manifestazioni in loco, sit-in, non sono bastati per bloccare lo scempio denunciato in questi giorni da eloquenti foto che si commentano da sole e che vi riproponiamo senza alcun commento…

Porto Miggiano oggi...
...oggi!

 

Solidali con l’ammirevole e instancabile impegno del Comitato Tutela per Porto Miggiano, con essi anche noi gridiamo che

questo non è il Salento che vogliamo!

Quando l’artista (o quasi…) ce l’hai in casa e non te ne accorgi…

di Armando Polito

Nemo propheta acceptus est in patria sua (Nessun profeta è accettato nella sua patria1) è la frase, divenuta poi proverbiale nella forma ridotta Nemo propheta in patria, attribuita da Luca (IV, 24) a Cristo risentito per la fredda accoglienza da parte dei suoi conterranei a Nazareth e citata poi abitualmente per stigmatizzare il fatto che difficilmente il merito ha il giusto riconoscimento nella propria terra. Di solito, per giustificare questo atteggiamento, si mette in campo una sorta di compensazione dovuta al fatto che solo chi ci ha visti nascere e crescere conosce anche le nostre debolezze ed i nostri limiti. Demolire questa opinione è facilissimo perché, se fosse fondata, dovremmo, per esempio,  considerare idioti, incompetenti e miopi, se non ciechi,  quegli stati e quelle istituzioni che hanno propiziato, e continuano a farlo oggi più che mai, la fuga dei nostri cervelli. È pur vero, però, che, senza scomodare grandi doti come il talento e la genialità, l’uomo ha in sé il vizio innato di non apprezzare, forse per abitudine, quello che ha. Così, anch’io, in un improvviso sussulto di ravvedimento, potrei adattare la frase evangelica e dire Nulla fatidica in domo sua (Nessuna è profetessa in casa sua) permettendomi, non sembri blasfemo, di riconoscere esplicitamente anche a tutte le donne quel valore che motivi storici e culturali hanno obnubilato, pure all’ombra di religioni diverse da quella prima cristiana e poi cattolica. E il lettore mi perdonerà se in un ulteriore sussulto di egoistico compiacimento darò un connotato privato alla mia riflessione, riferendo quel detto a mia moglie. Le cose nella vita nascono per caso, come questo post che sicuramente non avrei scritto se non avessi letto su questo sito (e su quale altro sennò?)  il recente, bellissimo Fische, fiscareddhe, sporte e spurteddhe di Tommaso Coletta, in cui il ricordo della madre Chicchina e della sua bravura nell’arte del giunco è pudicamente dissimulato in una narrazione di vita paesana di altri tempi. Io non sono altrettanto bravo nel farlo con Annarita, se non riesco a rinunziare, addirittura alla famigerata premessa, dicendo che mia moglie non conosce il greco, il latino forse nemmeno l’italiano (ma io, li conosco veramente?), è ragioniera ma non ostenta sicurezza nemmeno nel calcolare il 10% di 100 (eppure è lei che da sempre ha portato avanti, con esiti brillanti, il bilancio familiare…), non ha la battuta fulminante che anche i miei detrattori mi riconoscono (eppure, ad un comune vecchio amico che non aveva da tempo mie notizie disse che mi trovavo agli arresti domiciliari, riferendosi al fatto che io non mi muovo da casa se non per necessità, mentre lei, se potesse, intraprenderebbe un nuovo viaggio prima ancora di aver concluso il precedente…), lei è in grado di improvvisare un pranzo o una cena più che dignitosi per venti persone in meno di un’ora (io so solo “preparare” in due minuti, anche perché altrimenti diventa sodo, un uovo alla coque, sicché se fossi stato costretto dalla vita a cucinarmi da solo a quest’ora molto probabilmente sarei morto da un bel pezzo di colesterolemia…), lei, etc. etc. (io, etc. etc.)…

Fra i tanti suoi etc. etc., per tornare in argomento, va annoverata una eccezionale abilità manuale grazie alla quale è in grado di dar vita a straordinari ricami non solo col filo (però, io nel mio piccolo so fare il punto erba…) ma anche, e ci siamo, con la rafia. Lascio parlare le foto che ritraggono solo parte della sua “produzione”,  permettendomi di mettere in risalto, toccare per credere,  la straordinaria rigidità dei suoi lavori per i quali utilizza, ripeto, solo la paglia, senza altra anima che non sia la sua…

È per me motivo di orgoglio (ormai ho perso ogni pudore…) che sia sta lei a confezionare recentemente le bomboniere, una diversa dall’altra… (nella foto solo due esemplari), per le nozze di nostra figlia Elisabetta.

Voglio sperare che chi l’ha ricevuta abbia compreso il suo valore immenso rispetto ad un anonimo, freddo, per me ridicolo, per quanto trendy (come dicono quelli che sanno parlare…), thun ; lo scrivo volutamente con l’iniziale minuscola perché, per antonomasia, è diventato ormai un nome comune; come, per intenderci, mutatis mutandis (che, per chi non conosce il latino, non significa cambiate le mutande ma fatto il dovuto confronto), è successo tanti secoli fa, per esempio, a Cicerone e a Mecenate.

I complimenti mi fanno piacere ma mi procurano disagio perché li interpreto come uno stimolo a fare di più e meglio e sono pure poco avvezzo a farli, soprattutto con i miei familiari, sicché non deve suscitare meraviglia il fatto che, pur avendo avuto, credo, con i miei allievi una pazienza enorme e di fronte ai loro errori, perché imparassi io stesso, mi sono costantemente chiesto da dove quegli errori potevano essere nati, le rare volte (e ti credo…) in cui le mie figlie mi chiedevano il parere sulla loro traduzione, per altri forse perfetta, per me passabile, di un brano di latino o di greco, l’espressione più gentile e confortante era: “Neppure un deficiente avrebbe tradotto come hai fatto tu”.

Una volta tanto, nella vita, forse ho fatto violenza a me stesso, ma, per terminare, così come avevo iniziato, con una citazione evangelica, chi è senza peccato scagli la prima pietra

______

1 È questa la traduzione corrente, che considera nemo come attributo di propheta; ma nemo in latino può essere, oltre che aggettivo, anche pronome e potrebbe, secondo me,  fungere qui da soggetto, questa volta isolato, mentre propheta potrebbe assumere un valore di suo complemento predicativo  e la frase, nella nuova traduzione nessuno è accettato come profeta nella sua patria, avrebbe addirittura, a mio avviso,  una maggiore pregnanza di significato. Non guasterebbe, poi, pensare pure al valore etimologico, per così dire laico, della parola. Se, infatti profeta è colui che parla per ispirazione di una divinità preannunziando spesso in suo nome il futuro, la voce è dal latino tardo prophèta, a sua volta dal greco profètes=indovino, interprete, annunciatore, composto da pro=avanti e femì=dire; perciò è legittimo vedere proprio in quel pro la funzione di battistrada e precursore che il talento, nell’arte come in ogni altra umana espressione, ha da sempre avuto con la sua dote primaria: l’originalità.

Torre Guaceto è seriamente in pericolo!

Una bellissima vista aerea de parco marino di Torre Guaceto. Carovigno (Br) (da www.ilmeteo.it)

a cura di Luigi D’Elia 

Siamo un gruppo di cittadini preoccupati dal progetto di gettare le acque reflue depurate nell’area marina protetta di Torre Guaceto, che rappresenta per la nostra provincia, già così disastrata da tante emergenze ambientali, l’unico elemento di natura incontaminata, che attrae ogni anno decine di migliaia di turisti.

 

L’area Marina Protetta di Torre Guaceto è seriamente minacciata dall’attivazione dell’Impianto di Depurazione Consortile del Comune di Carovigno, che scaricherà le acque reflue depurate all’interno del Canale Reale, un canale già seriamente compromesso e che sfocia nella Zona A (quella più importante dal punto di vista ambientale) dell’Area Marina Protetta.

Il bacino idrografico del Canale Reale è soggetto a forti pressioni antropiche dovute allo sfruttamento agricolo dei suoli che esso attraversa e dall’immissione nelle sue acque degli scarichi prodotti da aziende diconfezionamento alimentare, in particolare oleifici. Non è escluso che il Canale possa raccogliere scarichi occasionali effettuati da soggetti diversi e comunque non autorizzati.

La foce del canale Reale dista 900 metri dall’habitat prioritario Praterie di Posidonia presente nel SIC Torre Guaceto Macchia san Giovanni. L’Acquedotto Pubblico Pugliese intende realizzare lo scarico dei reflui depurati, provenienti dall’ Impianto di depurazione consortile di Carovigno, nel Canale Reale; l’AQP hachiesto autorizzazione in data 18 febbraio 2011 alla Provincia di Brindisi.

Tale progetto mette però fortemente a rischio l’Area Marina Protetta di Torre Guaceto, che rappresenta un tesoro di biodiversità per il mare pugliese e mediterraneo: in caso di prolungato malfunzionamento dell’impianto non

Libri/ Tre santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento

di Ennio Bonea

 

Ho avuto sotto gli occhi per molto tempo il bel libro della Verdesca Zain, perché una lettura veloce non mi è stata possibile chiarisco il perché. E’ un testo di demologia che illustra tradizioni, leggende, costumi, formulari per comportamenti e rituali, proverbi su cui poggia la filosofia degli incolti contadini, culti magico-religiosi, modi di dire che accompagnano comportamenti o atteggiamenti in particolari situazioni, con uso del dialetto.

La studiosa lo ha scrupolosamente riportato, il dialetto intendo, nella varietà salentino-copertinese, di seguito tradotto in lingua. La mia dimestichezza col dialetto è empirica non essendo cresciuto nel Salento, ma di grande mio gradimento e perciò ho sostato sulle citazioni dialettali densamente presenti, non tanto per l’intendimento, quanto per darmi chiarimenti e per rilevare differenze o varianti col dialetto leccese-salentino da me maggiormente praticato. La cosa ha rallentato la lettura, ma mi ha fatto gustare di più un libro che all’interesse vivo per l’argomento, a volte completamente sconosciuto e incredibilmente nuovo, ha connesso il pregio della narratività, con uno stile agile, piacevole, con qualche vezzo di pregio accademico ma non stucchevole.

Senza piaggeria, ho provato il piacere di lettura, a diversa intensità di

Una cena piuttosto movimentata, ovvero lu springitùru e la urràscina

di Armando Polito

Molti dei miei incontri con le parole e il conseguente desiderio, in parte frutto di interesse più o meno professionale,  di approfondire la loro pregnanza semantica e non solo sono dovuti al caso, e gli esiti più o meno soddisfacenti hanno la stessa valenza del segno, positivo o negativo, che certe persone ti lasciano: un arricchimento, comunque sia, della conoscenza e della coscienza.

L’altra sera, nel corso di una cena tra amici in casa mia, il mio sguardo si è posato casualmente su un vassoio di verdure crude assortite (crudités, per chi sa parlare…), nello specifico, cicorie, finocchi e gambi di sedano che mia moglie aveva disposto con una semplicità e naturale armonia compositiva da far invidia al più sofisticato chef (non è quanto si vede nella foto di testa che rappresenta la mia faticosa composizione di qualche ora fa). È stato per me impossibile non ricordare a quel punto a mio cognato, che era seduto di fianco a me, un incidente professionale occorsogli  qualche settimana prima.

Dovete sapere che Giuseppe, così si chiama, è col fratello titolare e gestore di un ristorante e che, appunto qualche settimana prima, era stato benevolmente rimproverato da un cliente neretino perché, a suo dire, sul tavolo mancava lu springitùru.  A quel punto Giuseppe, che, da sempre neretino, non aveva mai sentito quella parola, ha chiesto al cliente delucidazioni sul suo significato beccandosi un secondo, sempre benevolo, rimprovero, questa volta non per la presunta dimenticanza ma per l’emergente presunta ignoranza. Riporto le battute così come,  più o meno fedelmente, si sono susseguite, peraltro in dialetto:

-Comu, no ssai cce ggh’è lu springituru?– (Come, non sai cos’è lo springituru?)

È lla prima fiata ca lu sentu; allora cce gghè?– (È la prima volta che lo sento. Allora, che è?)

Lu springituru ggh’è la verdura ca ti mangi cruta– (Lo springituru è la verdura da mangiare cruda)

Va bbene, mo ti la portu (Va bene, ora te la porto)

È vero che il cliente ha sempre ragione (anche se il piatto da lui richiesto non compare nel menù fisso che di colpo diventa, sempre per il cliente, fesso, ma quel menu, essendo diventato fesso, finisce, in omaggio al noto proverbio, per avere ragione…), ma è vero pure che bisogna fare i conti con (il cognato del) l’oste; e il sottoscritto è piuttosto curioso e tenace nel chiarire le cose.

Da un’indagine sul campo subito seguita al racconto di quanto gli era accaduto fattomi dall’interessato ho potuto appurare che la voce in questione a Nardò non esiste1 e, dopo aver esteso l’indagine al di fuori del nostro territorio fino a Bari, sono giunto alla conclusione che si tratta di un’importazione con adattamento del significato (vedi nota 1) che non è certamente da buttar via (la derivazione da springìre=spingere con aggiunta di un suffisso indicante strumento è pertinente e congrua, dal momento che il piatto in questione ha proprio il compito di fungere da intermezzo tra una portata e l’altra).

La conclusione è stata confermata dalla successiva ricerca in rete, che mi ha segnalato una sola occorrenza presente, guarda caso,  proprio nella pagina di presentazione di un ristorante di Nardò di cui non faccio ovviamente il nome, anche perché sarebbe pubblicità a danno di mio cognato, del quale, nessuno può negarlo, ho fornito solo il nome di battesimo. D’altra parte, neppure Giuseppe in tal senso è innocente, col suo trombino, nome, sulla cui valenza allusiva non  mi soffermo…, adattato e adottato su suggerimento estemporaneo di un mio cugino, Ignazio, per un formaggio, da Giuseppe prodotto,  protagonista qualche anno fa di una trasmissione televisiva locale. Più di un vecchietto, tra gli altri insospettabili,  si presentò nei giorni successivi da Giuseppe per comprarlo; uno, addirittura,  con l’espressione che nell’apparente ipercorrettismo2 forse tradiva la doppia speranza di poter sostituire il Viagra con qualcosa di naturale che avesse anche una funzione preventiva: –Sta bbegnu cu mmi tai nnu picchi ti trombòsi– (Sto venendo perché tu mi dia un po’ di trombosi). Aggiungo e finisco: ho ancora il dubbio che il verbo iniziale della frase, nonostante la successiva proposizione finale, non si riferisse alla strada fatta ma ad un effetto anticipato dovuto alla sola vista di quel formaggio…

Siamo in presenza, insomma, di un uso personale perfettamente decodificabile, forse, solo dal fruitore e, al massimo, dai suoi familiari o conoscenti più stretti. Insomma, springitùru, secondo me e ancor più secondo mio cognato…, non è destinato ad avere successo (trombino sì?…)

Tornando alla cena: il riferimento sintetico all’episodio e il relativo vocabolo hanno fulmineamente propiziato l’intervento di un altro amico commensale, Mimino, il quale, ribadendo di ignorare l’esistenza di springitùru, ricordava però di aver sentito sua madre, originaria di Galatina, usare con lo stesso significato urràscina.

A quel punto mio cognato che, oltre che ristoratore e casaro è anche allevatore, si è sentito in dovere di correggere l’amico con decisione: -Ma cce sta ddici! L’urrascina ggh’è l’uèrgiu erde ca si tae alli animali– (Ma che stai dicendo! L’urrascina è l’orzo verde che si dà agli animali).

Per cercare di riportare un po’ di calma, ma anche per non fare la figura del fesso della compagnia, a quel punto sono intervenuto dicendo (probabilmente il vino ancora ritardava a far sentire i suoi effetti…) che poi le due posizioni non erano inconciliabili e che legata alla civiltà contadina era la interscambiabilità terminologica (ricordo di aver detto proprio così…il vino cominciava a farsi sentire) tra il mondo animale e quello umano, per cui l’orzo verde dell’animale era diventata la verdura dell’uomo; qualche decina di secondi dopo poi il vino cominciò a manifestare i suoi devastanti effetti quando, con quell’aria sofferente, quasi da artista, che uno assume al culmine dell’espressione delle sue poco potenti potenzialità professionali, dissi che tutto era confermato anche sul piano etimologico, essendo chiaro e trasparente come l’acqua cristallina della nostra Palude del Capitano che urràscina era dal latino hòrde(um)=orzo+il suffisso –àscina corrispondente all’italiano –àggine [con idea di negatività, come in somaro>somaraggine/purpu (polpo)>purpàscina (polpo molto grosso e, perciò, meno tenero)].

Il tapino, però, non si era accorto che se nella Palude reale si era paparisciàtu (=aveva sguazzato come un papero) quand’era verde tante e tante volte senza inconvenienti, ora stava annegando in quella metaforica della sua similitudine perché, se il suffisso era ineccepibile, nella prima parte bisognava spiegarsi il passaggio –ea->-a-. Ma, come s’è detto, il vino era buono, dell’attività  di mio cognato, con tutto il rispetto, ho già parlato, l’amico che aveva messo in campo la voce è, con tutto il rispetto, un ex insegnante di educazione fisica; insomma solo io, con scarso rispetto ex insegnante di lettere, ero l’unico attrezzato, almeno in teoria, a chiarire qualcosa. Intanto era passato un po’ di tempo e alla mia presunta illuminazione e ad una tiepida ammirazione da parte dei commensali nei miei confronti subentrarono, era ormai passata mezzanotte, le tenebre reali.

La notte porta consiglio e ciò che non avevo fatto la sera precedente lo feci la mattina successiva, che si aprì con l’ingloriosa (per me) consultazione del vocabolario del Rohlfs, da cui emerse quanto riporto:

urràscina (Aradeo e Galatone), farragine, ferrana, pastura mista di biade diverse [cfr. il calabrese vurràina, furràina e ferràina, dal latino farragine o ferragine, sotto l’influsso dello spagnolo forraje=foraggio]; v. vurràscina”.

vurràscina (Presicce), verràscene (Ceglie Messapico, Ostuni, Massafra e Martina Franca), ferrana (orzo, avena) per foraggio [cfr. il calabrese vurràina e furràina, dal latino farragine o ferragine, con influsso dello spagnolo forraje=foraggio] v. urràscina”.

Esemplare trattamento dei lemmi, se non ci fosse, ripetuta, l’inspiegabile svista dal latino farragine per dal latino farragine(m), che significa miscuglio di biade per il bestiame e, in senso estensivo, mistura e dispregiativo bagattella; esso, poi, è da far=grano, farro + un suffisso da cui l’-àggine/-àscina di cui si è detto sopra. Trascurabile il fatto che la variante ferràina3 compare solo nella prima parte, mentre faccio notare come l’influsso dello spagnolo forraje abbia determinato il passaggio –a– (farragine)>-u– (urràscina).

Ho messo al corrente di tutto i commensali di quella fatidica cena, senza uscirmene con la ridicola osservazione che, o orzo o farro, in fondo sempre di un vegetale si tratta, ma mi sono ripromesso, dalla prossima, di bere di meno (per la serie quando si attribuisce troppo comodamente all’alcol una sbandata che molto probabilmente si sarebbe verificata pure in sua assenza…).

Basterà a non rimediare altre brutte figure?

______

1 Uno spingitùru (da spingìri=spingere) è registrato dal vocabolario del Rohlfs a Taranto, a Grottaglie e a Mesagne, col significato di companatico. Nelle intenzioni del cliente, però, le verdure non dovevano accompagnare il pane ma farne le veci perché dovevano agevolare, col classico gesto della zuppetta, la degustazione dello squacquerone. Proprio la presenza di una –r– in più in springitùru è la spia che esso è il personale adattamento neretino di un termine importato.

2 Erronea correzione nella grafia o nella pronuncia di una forma linguistica, che consiste nel sostituire volutamente, o anche inconsapevolmente, a una forma esatta (nel nostro caso trombino) una scorretta (o di diverso significato: nel nostro caso trombosi) con la convinzione che la prima sia errata. L’equivoco è propiziato, oltre che dall’ignoranza, da una  somiglianza fonetica, anche parziale,  tra la parola sostituente e quella sostituita.

3 Il Rohlfs la dice voce calabrese, ma essa compare addirittura in testi scientifici, e non come nome locale; per esempio, più volte in Francesco Liberati Romano, La perfettione del cavallo, Michele Hercole, Roma, 1669 e in Gioanni Batista Trutta (napolitano, com’è specificato nel frontespizio), Novello giardino della prattica, ed esperienza, Paolo Severino Boezio, Napoli, 1785.

La felicità del testimone di Elisabetta Liguori.

di Livio Romano

Seguo con grandissima attenzione il lavoro narrativo di Elisabetta Liguori da più di dieci anni. Il fatto che siamo amici non mi esime dall’irrefrenabile impulso di scrivere qualcosa tutte le volte che finisco di leggere un suo nuovo romanzo. Ché poi, si sa, l’amicizia è come un filo. A volte tesissimo, ad annodare, tenere insieme le anime rispettive. Altre volte molle, se non sfilacciato dalle inevitabili delusioni che da che mondo è mondo caratterizzano i rapporti umani –eppure sai che, nonostante quei buchi neri, il tuo amico è là, pronto tu a recuperarlo, pronto lui ad accoglierti di nuovo. Mi dilungo su queste annotazioni poiché i romanzi di Elisabetta Liguori di questo precipuamente parlano: del complicatissimo viluppo dei flussi emotivi che scorre fra gli uomini. È un’assoluta maestra, Elisabetta, per dire, nel mettere in scena le dinamiche della coppia, in particolare di quella coppia la quale vive “sotto lo stesso giogo” (etimologia del “coniugio”). E trovo tutt’oggi insuperato un suo romanzo inedito il quale, son sicuro, prima o poi vedrà la luce e avrà la fortuna che merita. Questo La felicità del testimone, ed. Manni 2012 rappresenta un punto di arrivo sfavillante nel percorso di scrittura dell’autrice. Tutta la narrativa che mi arriva in manoscritto, nonché pressoché tutti i libri degli autori salentini i quali non siano arrivati a pubblicazioni di respiro nazionale (e se vi sono arrivati è attraverso minuscoli editori senza forza industriale, senza capacità di promozione): è sovente materiale dilettantesco, o di un pretenzioso da sfiorare la comicità involontaria, oppure contraddistinto da questo fastidiosissimo lirismo da quattro soldi che fa dire a Rossano Astremo, a ragione: “Il Salento, più che di narrativa, è un luogo di poesia”. Voglio dire che Elisabetta Liguori è una scrittrice vera. Una scrittrice nata. Un’abilissima narratrice. Dotata di consapevolezza letteraria e linguistica altrove introvabili. La sua prosa è controllata, mai debordante, esatta come un laser, curata, raffinatissima. Soprattutto: risente di solide e ingenti letture che contribuiscono negli anni ad affinare la sua già personalissima e potente voce narrativa (lo scrivo anche per contrasto a certi libretti dentro i quali il prosare è faticoso, volendo sembrare artefatto e ricercato finisce per diventare artificioso e, soprattutto, gira e gira su se stesso senza mostrare un bel nulla lì dove è notorio che narrare è solo una questione di show, don’t tell, come disse Mark Twain). Non voglio entrare nella trama di questo nuovo noir (che, a me che nulla so del genere, sembra un altro dei deliziosi non-noir, o noir inutili della Liguori), né voglio parlare dei personaggi. Concetta e Angelo meriterebbero ben altro spazio, tanto son dipinti con maestria superba, e servendosi di pochi essenziali tratti: rare istantanee della loro esistenza che dicono tutto del loro modo di essere e agitarsi nel mondo. Non voglio tirar fuori neppure la testimone-bambina intorno alla quale ruota l’intera vicenda. Ho fatto lo sbaglio di leggere qualche recensione. Gli interpreti son d’accordo nel mettere al centro del romanzo il tema dell’infanzia e della sua fragilità. A me no. A me della Felicità del testimone ha colpito soprattutto la leggerezza, il tocco lievissimo, composto, sorvegliatissimo che l’autrice imprime alla penna quando batte il ritmo, quando uno ad uno fa entrare in scena i protagonisti della storia e li presenta al pubblico con le loro goffaggini, le loro grandezze, i loro tic. Il ritmo. Scheletro portante di una narrazione. In questo romanzo il passo è pressoché perfetto. Neppure un colpo di grancassa è suonato un secondo prima o dopo. E, attenzione, questa lievità espressiva non è mai funzionale alla creazione della suspense, come ci si aspetterebbe da un vero noir. Tutto al contrario, la Liguori tiene il ritmo, briga con personaggi ed eventi, ambienti e sentimenti esclusivamente per far musica, sublime musica narrativa. In parte rinunciando al gusto barocco per la profusione di similitudini e a uno stile a spirale che ha sempre caratterizzato la sua scrittura, questa volta l’autrice ha davanti a sé una grande torta da guarnire. Le spirali di panna che abbozza sul pan di spagna son roselline garbate. Spiraliche, sì. Ma poi la Liguori con la siringa da pasticcera tira su le colonnine di spuma fino a sistemare sopra al suo dolce una circonferenza di meringhe a spire. Ma non solo. Guarnisce pure, le sue torrette. Con spruzzi di humour e prese di distanza dalla materia altrimenti incandescente e, a dirla tutta, insostenibile. Non voglio dire che questo non sia un romanzo di sentimenti, di rappresentazione delle emozioni, a volte anche estreme, che passano da un essere umano a un altro (“Quando ci si ama, ci si parla e basta”, annota l’io narrante, per esempio, a proposito di Concetta e la bambina). E però questo viluppo di emotive apprensioni è abbozzato ma subito dopo immerso dentro a una azione (il correre, il bere un bicchiere con l’amica del cuore Agnese) oppure trascolorato in una sineddoche argutissima che confonde le acque, sposta il fuoco dell’attenzione su qualcosa di sensibilmente avvertibile (“il camoscio”, per esempio, diventa a un certo punto il misterioso picchiatore, e già chiamarlo così vuol dire levargli aura tragica, smettere di prendere sul serio sia lui che l’intera vicenda). Insomma dissento dall’altro mio amico caro Antonio Errico, nonché da Enzo Mansueto. Nessuna pietas. Solo la straordinaria prosa di una scrittrice nata che utilizza gli avvenimenti della realtà per fare monumentali vezzose torte di panna e meringhe, a loro volta parodia dei mausolei di marzapane che si trovano nelle vetrine dei pasticceri di paese.

Pergamene e codici restaurati dell’Archivio Capitolare di Grottaglie

 Presentazione delle pergamene e dei codici restaurati dell’Archivio Capitolare di Grottaglie

Domenica 22 gennaio 2012, h. 19.00

Chiesa Matrice di Grottaglie

 di Rosario Quaranta

Archivio Capitolare di Grottaglie. 1440. Bolla di concessione di indulgenza del cardinale Ugone di Cipro. La pergamena più antica

Da qualche settimana è stato immesso in rete l’importante fondo pergamenaceo dell’Archivio Capitolare di Grottaglie sulla pagina web “Pergamene di Puglia on line” del sito della Soprintendenza Archivistica per la Puglia. Un’iniziativa che conclude il riordinamento, il restauro e la digitalizzazione di un notevole “corpus” documentario che riguarda direttamente la storia religiosa (ma anche civile) della Città della Ceramica e che interessa anche la vita e la cultura del territorio circostante.

Archivio Capitolare di Grottaglie. Particolare di un codice restaurato, un “Antifonario” del secolo XVI

      Studiosi, amanti della storia e semplici curiosi hanno, quindi, la possibilità di accedere direttamente, con immagini ad alta definizione, a questo vero e proprio tesoro conservato nell’archivio capitolare di Grottaglie e giunto fortunatamente fino ai giorni nostri.

Si tratta di ben 126 pergamene (14 bolle, 6 grazie concesse al Capitolo, 104

Libri/ Fughe. Architettura e Musica

copertina_fughe

Serata di presentazione del volume

“Fughe. Architettura e Musica”

a cura di Beatrice Malorgio & Elsa Martinelli, ed. Grifo

Sabato 21 gennaio, alle ore 19.30, 

presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce

Al volume hanno collaborato con propri saggi specialistici studiosi ed esperti nei settori della musica, dell’architettura, della fisica acustica, della letteratura, della danza, della storia dell’arte, quali Patrizia

La spicanarda: erba scamosa? (La lavanda: erba sporcacciona?)

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.leserre.it/enciclopedia 467/Lamiaceae/lavanda/Lavandula%20angustifolia.html

nomi scientifici: Lavandula angustifolia Mill.; Lavandula officinalis Chaix; Lavandula spica L. var. angustifolia Auct.

famiglia: Lamiaceae

nomi italiani: lavanda, spigonardo, spiganardospicanardospicanardi; spiga di San Giovanni

nome dialettale salentino: spicanarda

 

Etimologie:

Lavandula è diminutivo di lavanda, di cui si parlerà dopo; Angustifolia significa dalle foglie strette; officinalis significa medicinale; spica significa spiga.

Lamiaceae è forma aggettivale da lamium=lamio.

Lavanda è dal latino lavanda, gerundivo femminile singolare di lavare e alla lettera, come avviene per tutti i gerundivi che hanno in sé l’idea del dover essere fatto, significa che dev’essere lavata. Analoghi relitti di gerundivi sono in italiano agenda, da àgere; alla lettera: cose che devono essere fatte; legenda o leggenda (iscrizione in filatelia, in numismatica, didascalia in genere; la seconda anche nel senso di racconto fantastico), da lègere: alla lettera: cose che devono essere lette; merenda, da merèri, alla lettera: cosa che deve essere meritata), etc….

Dopo questa premessa riesce difficile immaginare perché quest’erba ebbe quel nome, a meno che non si fosse  trattato di una specie che per il suo utilizzo richiedeva, essendo sporca di terra o di altro, un accurato lavaggio. Così non è, perciò la risposta alla domanda contenuta nel titolo è no e già vedo la delusione di chi nello sporcacciona, traduzione di scamòsa,  aveva colto un significato morale ben più pesante di quello fisico…

Per motivarlo debbo fare presente che col passare del tempo l’originario gerundivo latino vide scemare l’idea del dovere ed addirittura ribaltarsi la sua

La pianta che divenne bicchiere della Madonna

NOMI DI ESSENZE VEGETALI TRA SACRO E PROFANO (4)

Lu bicchièri ti la Matònna

  

di Armando Polito

Nomi italiani: bicchiere della Madonna, convolvolo, vilucchio

nome scientifico: Convolvulus althaeoides L.1

nome della famiglia: Convolvulaceae

Il nome dialettale e il primo di quelli italiani sono, cosa inconsueta soprattutto per il primo, di formazione relativamente recente, dovendo la loro nascita anagraficamente documentata alla creatività poetica (o rielaborativa?) dei fratelli Grimm (XIX° secolo). Nella fiaba 207, infatti, la Madonna, stanca ed assetata promette ad un carrettiere, il cui carro che trasporta vino si è impantanato, di trarlo fuori dalla spiacevole situazione a patto che le offra un bicchiere di vino. Il carrettiere le fa notare che manca un bicchiere, ma la Madonna coglie un fiore del convolvolo, che somiglia ad un calice, e lo porge all’uomo perché glielo riempia. Così la Vergine si

Tuglie, i luoghi

di Elio Ria

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Luoghi cari, vissuti, ricordati…

La stazione,  luogo di partenze e arrivi, con il sole a stendersi sui binari e fra le case cubiche bianche. Locomotive lente, littorine verdi per un rumore di modernità.

La biblioteca, minuta, silenziosa.

Furneddhu, il passato che resiste alla stravaganza e imperiosità del presente.

Palazzo Venturi, memoria della nobiltà.

La Chiesa matrice: c’è sempre una chiesa che identifica un paese.

Alberi di Pino, l’iimobilità del ricordo di una collina.

Piazza Garibaldi, centralità di un’appartenenza.

Montegrappa, la collina verde e rocciosa dove i massi e i pini concludono sogni.

Tuglie, un paese, un luogo umile, senza superbia,  espressione di un sud sincero e amaro e dolce.

Un volume sullo stato del cinema nel Salento

a cura di Stefano Donno e Luciano Pagano

L’indagine sul campo condotta da Mattia De Pascali, laureato in cinema, televisione e produzione multimediale al DAMS di Roma Tre, è volta a verificare lo stato dell’industria cinematografica nel Salento, anzi più precisamente a capire se quest’industria esiste oppure no, a partire da una domanda semplice: cosa ne è di chi vuol far cinema nel Salento? Quella di

Nardò. Nello scrigno di Sant’Antonio Abate

di Massimo Negro

Era da tempo che meditavo di andarci, ma non c’era mai stata occasione e non ne conoscevo l’ubicazione. Mi era capitato di leggere qualcosa a riguardo, gironzolando tra i miei libri di storia ed arte sulla nostra terra, ma soprattutto ero rimasto affascinato dalla foto di un affresco di un maestoso santo-cavaliere.

Devo dire grazie all’amico Nestore, che informandomi che da li a pochi giorni in quel luogo si sarebbe tenuta la tradizionale focara di S. Antonio Abate, se alla fine mi sono messo in macchina, ci sono arrivato e ho avuto modo di visitare uno dei più bei patrimoni storico-artistici purtroppo non valorizzati del nostro Salento.

La chiesa-cripta di S. Antonio Abate nelle campagne di Nardò, detta anche S. Antonio “di fuori”, per distinguerla dal convento di S. Antonio presente all’interno della città.

Ci si arriva agevolmente se si conosce l’ubicazione visto che, come nelle nostre “migliori” tradizioni, non vi sono indicazioni. Dopo aver lasciato la strada che da Nardò conduce verso la zona industriale e la statale per Lecce si percorre un breve tratto di strada campestre, sino ad incrociare sulla sinistra l’antica masseria Castelli-Arene con la sua bella e turrita torre colombaia.

Dopo qualche decina di metri, accanto ad una casa di campagna si intravede su un pianoro una croce ben piantata in terra.

Nessun altro segno della presenza della cripta. Solo avvicinandosi al luogo, ad un certo punto compare un ampio scavo. E’ l’ingresso della cripta, nelle antiche fonti denominata ‘Santus Antonius de la Gructa’.

La chiesa è scavata nel blocco tufaceo e si accede senza alcun impedimento. Gli antichi monaci hanno infatti scavato dei gradoni che portano verso l’ingresso della cripta, quasi a formare una sorta di vestibolo a cielo aperto che scende per oltre due metri al di sotto del piano della campagna.

Entrare nella cripta è come entrare in grande scrigno che nasconde un tesoro di cui si ignora l’esistenza. Si rimane estasiati dalla bellezza del ciclo pittorico presente su tutte le pareti della cripta. Il tempo e l’incuria hanno posato la loro pesante mano ma la sensazione di incredulità dinanzi a quello che è possibile ammirare, anche ai nostri giorni, è reale e intensa.
Soprattutto è forte il contrasto tra la bellezza della cripta e la brulla campagna che la circonda.
Nei pressi sorge ora una casa, ma immaginiamo come potesse essere lo stato dei luoghi secoli addietro. Silenzio e solo silenzio attorno. E la mano di un monaco che creava il capolavoro.

Il pavimento è regolare ed è in terra battuta. La cripta ha un impianto rettangolare senza alcuna significativa irregolarità nello scavo. Anche il soffitto è tendenzialmente piano, anche se basso.

L’asse liturgico del sito è orientato in direzione Est-Ovest, con altare addossato alla parete orientale. Un gradino-sedile, in parte interrato, corre ai lati dell’altare, lungo la parete a sud e parte di quella opposta. L’ingresso è invece orientato a Nord.

All’interno, muovendosi da sinistra è possibile ammirare l’Annunciazione e ai suoi lati due Santi. Il primo, si ritiene San Francesco, il secondo Sant’Antonio Abate.

La parete successiva è suddivisa in tre riquadri, due laterali e uno centrale posto sopra l’altare. Nel primo riquadro, la Vergine in trono con Bambino. L’affresco centrale è la Crocifissione, anche se ormai poco visibile. Il terzo riquadro è occupato dalla figura di un Cristo benedicente alla greca. Soffermatevi sulla bellezza del viso e dei lineamenti che l’autore ha dato alla figura.

La parete successiva, quella più lunga che si para dinanzi entrando nella cripta, è suddivisa in cinque riquadri. San Pietro, un trittico di Santi anonimi, un Arcangelo e, nuovamente un Santo anonimo. Purtroppo lo stato degli affreschi non consente di risalire all’identità dei Santi a cui gli affreschi sono dedicati. Nell’ultimo riquadro della parete è presente l’affresco di San Nicola.

Nella parete successiva il bellissimo affresco dedicato a due figure di santi a cavallo, San Giorgio e San Demetrio.

Nell’ultima parete, a ridosso dell’ingresso, si trova la figura di San Giovanni Battista.

Il ciclo pittorico si può far risalire tra il XIII inizio e il XIV secolo. Alcuni elementi degli affreschi si ritiene siano stati aggiunti successivamente, quali ad esempio i motivi floreali. Considerando che le iscrizioni visibili sugli affreschi sono in latino, è lecito pensare che tale luogo fosse legata alla liturgia di rito latina e non greco.

E’ molto probabilmente l’unica cripta del medio-basso Salento in cui sono completamente assenti iscrizioni in lingua greca. Ai benedettini, a cui fu donato nel 1080 l’antico monastero greco di santa Maria di Neretum, si deve molto probabilmente la costruzione della cripta come segno, ancora ai tempi embrionale, di questo progressivo passaggio dalla liturgia greca alla liturgia latina. Infatti, nella zona sono diversi i siti che si possono far risalire alla tradizione greco–basiliana. Tra questi San Giovanni di Collemeto, S. Elia e la stessa prima citata Santa Maria de Neretum e diversi altri siti di preghiera.

L’abbandono, l’incuria e il vandalismo hanno già causato nel corso dei secoli molti danni. Il rischio di perdere questo splendido gioiello artistico, testimonianza del nostro passato e della nostra storia, rappresenta purtroppo una concreta realtà e un futuro, ahimè, imminente se le amministrazioni competenti e la proprietà del sito non provvederanno in tempi  brevi alla sua salvaguardia e valorizzazione.
__________
Per una visita virtuale al sito e ai suoi affreschi, nel video sono state montate le foto effettuate durante le mie visite alla cripta.

http://www.youtube.com/watch?v=DqJq5MDd1KY

http://massimonegro.wordpress.com/2011/12/05/nardo-nello-scrigno-di-santantonio-abate/

L’antichissimo rito del falò a Novoli, il più alto del Mediterraneo

Il rogo dei tralci di vite (sarmente) per la Fòcara di Novoli del Salento leccese

di Antonio Bruno

da http://www.industriadelturismo.com/falo-novoli-lecce/

«La Fòcara di Sant’Antonio», che si svolge ogni anno a Novoli del Salento leccese  dal 16 al 18 gennaio, registra dalle 80 alle 100mila presenze. In particolare nella tre giorni novolese del 2008 il flusso stimato delle presenze è stato di 80mila, nel 2009 di 100mila e nel 2010 di 95mila. Il dato del 2010 è stato più alto perché la festa si è svolta nel weekend, la stessa cosa quindi prevedibile che accadrà quest’anno. Per non farci mancare nulla, Domenica 16 gennaio 2010, in piazza Tipo Schipa, dopo l’accensione della Focara, ci sarà il gruppo musicale milanese di «Elio e le Storie Tese».  Il Sindaco di Novoli Vetrugno ha dichiarato: «Il gran falò che illumina la notte novolese è il segno d’identità di un popolo e di un territorio. Il percorso religioso da cui siamo partiti si è trasformato in un percorso turistico d’eccellenza particolarmente pregiato perché destagionalizzato e legato alla qualità del territorio e dei suoi prodotti. Il pellegrino, devoto al Santo, diventa il turista dell’enogastronomia e della cultura popolare». Ma è così che stanno davvero le cose?

gli ultimi ritocchi per la focara di Novoli del 2012 (ph Mino Presicce)

Oscar Kokoschka a Gallipoli

di Lucio Causo

Oscar Kokoschka nasce a Pochlarn, sul Danubio, il 1° marzo 1886. Dal grande musicista Mahler, con la di cui moglie Alma aveva avuto una relazione,  prenderà l’espressionismo dei suoi eccellenti spartiti che si staccano decisamente dalle vecchie relazioni tonali per divenire, più tardi, il motivo  innovatore della dodecafonia.

Nei primi anni del ‘900 Adolf Loos procura dei lavori a Kokoschka, che disegna e dipinge ritratti a Berlino facendosi notare dai collaboratori della rivista Der Sturm che lo accolgono nel gruppo redazionale.

   Nel 1910 espone alcuni quadri nella capitale tedesca insieme al gruppo di Blaue Reiter (Cavaliere Azzurro). Le sue immagini sono diafane e nascondono tormenti misteriosi che dissolvono il barocco viennese per inserirsi nelle nuove formule dell’espressionismo.

Nel 1919 viene chiamato ad insegnare nell’Accademia di Dresda, ove rimane fino al 1924. Nel periodo fra le due guerre ha già cominciato i suoi viaggi durante i quali dipinge soprattutto paesaggi. Dedica buona parte della sua attività anche alle incisioni.

Nel 1934, dopo la condanna della sua opera, come arte degenerata, dal regime nazista, Kokoschka si trasferisce a Praga e vi rimane fino al 1938, anno in cui è costretto a rifugiarsi a Londra, città che diviene la sua dimora fino al 1953. Successivamente si trasferisce in Svizzera, ed è qui che si spegne nel 1980 all’età di 94 anni.

G. Carlo Argan sostiene che il problema di Kokoschka è quello del segno, inteso come trascrizione immediata di uno stato sensorio, affettivo, istintivo.

Nel 1984 alla Mostra Permanente di Milano sono stati esposti i fogli da lui disegnati ed acquerellati nel periodo dal 1906 al 1924, insieme ai cento fogli, provenienti dai musei italiani ed americani, di Gustav Klimt che ritrae le donne della nuova epoca e gli uomini con barba ad appena 16 anni.

La nuova oggettività tedesca, la moda-arte, l’erotismo grafico e il verismo decorativo di scuola viennese compaiono come cronaca del tempo e del costume in una stimolante, eccezionale esposizione, della quale Giorgio Mascherpa su Avvenire di gennaio del 1994 dà ampia notizia.

Kokoschka intervistato da Piero Girace per il Roma, nel gennaio del 1959, afferma che “l’arte moderna potrà essere superata dalla civiltà meccanica, mentre l’arte accademica ritarderà la sua distruzione poiché l’accademia è costituita da elementi disciplinari difficilmente costretti alla demolizione. L’arte non può staccarsi dalla tradizione, essa è come un essere vivente che ha i suoi genitori, i quali devono essere rispettati nella loro continuità di idee e di pensieri rinnovati”.

Kokoschka visita il Salento negli anni successivi al secondo dopo guerra e, da Gallipoli, riporta la visione fantastica del tramonto sulla perla dello Ionio, filtrata dall’istintismo di un grande drammaturgo.

Percorrere gli antichi passi pizzicati salentini…

La Via del Ragno

 
Itinerario tematico e culturale con visite guidate nel Salento

 

di Daniela Bacca

Immagine di una tarantata

Il Salento è tarantola che morde l’anima e il calcagno, pizzica il cuore e il tamburello, balla le danze dell’amore e del dolore. “Terra del Rimorso“, dove i riti del sacro e del profano avvolgono o rompono la rete del veleno iniettato da ragni, scorpioni e serpenti, inganni, delusioni e tradimenti. Voci, suoni, balli e culti richiamano miti arcaici, storie di ex voto e di guarigioni, divinità taumaturgiche e santi con serpenti in mano, racconti di duro lavoro agreste e di tormentati amori impossibili, pietre tarantolate ed affrescate, luoghi alchemici umani e religiosi, canti disperati, ritmi ed orchestrine popolari.

Luigi Stifani

Nasce il desiderio di percorrere gli antichi passi pizzicati salentini e di tessere un itinerario tematico, inedito e culturale, che cuce e segue il filo lungo e intorno le vie e i siti primitivi e autentici legati alla tradizione del tarantismo e delle tarantate, della pizzica e della musica locale, di San Paolo e delle Entità guaritrici. Protagoniste delle visite, in compagnia di una guida turistica, erede e custode del viaggio magico e del pellegrinaggio religioso, sono le testimonianze identitarie del patrimonio

salentino: borghi antichi, cappelle e chiese votive, cripte ipogee, dipinti e sculture, feste religiose, processioni e riti propiziatori, documentari audiovisivi, mostre e musei, concerti e manifestazioni artistiche e musicali, antichi diari di viaggio.

Particolare della tela settecentesca raffigurante San Paolo e il tarantolato dell’artista Saverio Lillo

Galatina custodisce nel suo prezioso ed aulico centro storico l’antica cappella di San Paolo, il Santo protettore di coloro che sono stati pizzicati da animali velenosi, dipinto in una straordinaria tela settecentesca con gli attributi del serpente, del ragno e dello scorpione. Qui, il 29 giugno, i malati di tarantismo giungevano, nel luogo sacro denominato anche “cappella delle tarantate” per implorare la grazia della guarigione, danzare sfrenatamente seguendo il ritmo dei suonatori di tamburello e bere l’acqua miracolosa del pozzo adiacente, oggi ubicato all’interno del Palazzo Tondi-Vignola. L’iconografia di San Paolo, ripresa dal suo episodio prodigioso a Malta, ma anche dalla simbologia di divinità pagane, è diffusa in altri centri urbani e rurali di Terra d’Otranto, che richiamano alla memoria storie antropologiche e mitologiche di grande fascino, come nella nota cittadella rinascimentale di Acaya. Nel villaggio di Soleto si trovano tantissime immagini scolpite e dipinti del Santo, come una statua in cartapesta collocata nella cappella a lui intitolata, affreschi votivi, ed una tela all’interno della chiesa matrice, ed il piccolo Comune di Seclì, nel cui stemma compare il serpente, celebra come Santo patrono proprio San Paolo, la cui effige è presente nella chiesa di Santa Maria delle Grazie. Nel basso Salento, ancora, si trovano due antichissimi siti di notevole importanza, legati al culto del tarantismo e del Santo dei serpenti: a Giurdignano sorge su uno sperone roccioso il menhir di San Paolo, sotto il quale vi è una grotta bizantina in cui è presente l’affresco raffigurante il Santo, la rete e la taranta, ed a Patù, nella chiesa di S. Maria di Vereto, è affrescato insieme al serpente, uno scorpione, e due serpenti a caduceo.

affresco raffigurante San Paolo, la rete e la taranta, all’interno della piccola cappella rurale ubicata sotto il menhir, dedicato al Santo, a Giurdignano

La Provincia di Lecce venera, tra l’altro, altri Santi con capacità taumaturgiche e guaritrici legati alla tradizione del tarantismo, come San Rocco e San Donato. Il primo viene festeggiato solennemente il 15 e 16 agosto, nella località di Torrepaduli; i fedeli si recano nella sua piccola Cappella Santuario per baciare il simulacro ligneo e nel piazzale, al ritmo dei tamburelli, si svolge la pizzica della “danza dei coltelli”. Il comune di Montesano Salentino venera San Donato, protettore e guaritore del “morbo sacro” caratterizzato, similmente al tarantismo, tra i diversi sintomi, dall’offuscamento della ragione ed attacchi di isteria. In questo piccolo centro del Sud Salento vi è la cappella intitolata al Santo, edificata alla fine del 1700 su una precedente costruzione religiosa sempre a lui dedicata, dove i fedeli si recavano per chiedere la grazia. Nei giorni della festa del 6 e 7 agosto, gli infermi di San Donato partecipavano alle processioni seguendo la statua in giro per il paese, inginocchiati o sdraiati per terra.

Testo, progettazione e realizzazione dell’itinerario e della visita guidata a cura di: Daniela Bacca (Guida turistica regionale di Puglia, esperta dell’identità salentina, progettista di percorsi ed eventi culturali)

Info e prenotazione per circuiti tematici e servizi guida: e-mail daniela.bacca@libero.it – tel. 340/4054179

Guardare tutto a filo di zolla

RIFLESSIONE DEL PROTAGONISTA DI UN ROMANZO-SAGGIO

GUARDARE TUTTO A FILO DI ZOLLA

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

(…) Ma a proposito di politica, di leggi e di poltrone, qual è la realtà agricola del Salento? Me lo chiedo con lo struggimento di un innamorato che sa la sua amata maritata male, e mi torna alla mente l’immagine di don Filippo mentre batte col dito sul tacco della scarpa e mi dice: “Il Salento è questo: la parte più bassa dello stivale, il tallone, costretto a un impatto perenne con la zolla. Per conoscerlo non basta guardarlo dall’alto: occorre posare la guancia fra l’erba e guardarlo a filo terra… solo così ne scopri la profondità delle rughe…”.
Questa considerazione l’ho sempre ritenuta il mezzo migliore e forse insostituibile per accedere a una ragionata valutazione del problema, ma ogniqualvolta la rivango mi dico ch’è un consiglio che meriterebbe una più ampia collocazione. Esulando dalle problematiche agricole e dai suggerimenti geografici di una regione, dovrebbe essere scelto a metro e rimedio universale di un male che tutto e tutti sta minando nella dissociazione di ogni valore, nello spacco profondo delle incomprensioni e delle solitudini.

Incomprensioni e solitudini che nascono appunto dalla non conoscenza che l’uomo ha dell’uomo, dal rifiuto a curvarsi sul cammino degli altri e viverne in fraternità le serpentine.
Guardare il tutto a filo di zolla può essere il mezzo più sicuro per non scoprirsi estranei al mondo, e anch’io, più volte, fiaccato da un rimorso di incomunicabilità, ho desiderato di ritrovarmi steso fra l’erba e trasformarmi in un granello di terra per meglio penetrare nei talloni di chi passa e testimonia la vita attraverso le orme.
Per un gioco di rimbalzo, ogni volta mi attardo a immaginare di quanta pienezza deve essere stata la sorpresa di Robinson Crusoe quando, sulla spiaggia della sua isola deserta, scoprì la presenza dell’uomo attraverso le impronte lasciate da piedi sconosciuti. Mi spingo a ricercare una concorrenza di significazioni fra i solchi delle mani e quelle dei piedi e mi dico che se, nei secoli, ci si è ostinati a ricercare rivelazioni nell’apertura del palmo, uguale indagine poteva benissimo essere incentrata sulla pianta del piede. Forse non una divinazione su ciò che ancora è da bruciare, ma una conferma su ciò che si è stati, forse anche sui fluidi carpiti alla terra nella pressione dell’impatto.
“Mostrami il piede che hai e ti dirò come hai camminato”. Una frase da battage che potrebbe lanciare l’idea di un nuovo studio sulle tendenze e le rispondenze dell’uomo, sulle sue possibilità e i suoi condizionamenti. Ma c’è da prevedere che in pochi se ne occuperebbero e la stessa frase finirebbe con l’essere assunta da qualche lavoratore di pelli, a sostegno consumistico di una scarpa più o meno comoda.
Il ricordo della scarpa mi annulla l’idea di un’analisi umana attraverso il piede e mi riempie lo sguardo di piante e dita deformate, costrette dalle mode che alle zeppe fanno succedere i tacchi a spillo, ai tagli quadrati le punte a triangolo.
Mi accorgo sempre più che lo studio dell’uomo porta inevitabilmente alla condanna della società, e la stessa realtà della vita s’imbastardisce, si adatta alle forme coatte dei modelli voluti o, a volte, semplicemente immaginati.
L’uomo spesso guarda alla realtà come a una dimensione sbagliata, poiché nella sua presunzione si convince che la verità sia nelle sue ipotesi e non tiene conto che, la stessa, non può nascere da una o da cento ipotesi, ma da migliaia e migliaia di vedute diverse, e tutte le distanzia e tutte le annulla. Ma nessuno rinuncia a dirsene possessore e, appena acquisisce una delle sue tante parvenze, s’illude di una conquista totale e si ostina a vedere l’esile filo che marginalmente lo tocca come un solido ponte, viadotto personale che gli consenta l’accesso alla città dei suoi desideri.
Tutto un mondo di cercate suggestioni, come quelle di Santuzzu, un ragazzino sbrindellato che passava il suo tempo a raccattare fogli di carta straccia con la quale, pazientemente, si costruiva dei cannocchiali. A lavoro compiuto, vi inseriva dei ritagli di stagnola, e impiegava ore a guardare con un occhio solo e a lanciare grida di meraviglia per ciò che riusciva a vedere.
“Guarda”, mi supplicava eccitato, “c’è un mare e un bastimento meraviglioso!”
Per farlo contento, accostavo l’occhio al foro della carta, ma altro non riuscivo a vedere che un mucchio di stagnola ritagliata.
“E’ stupendo!”, affermavo restituendo il cannocchiale, e sorridevo della sua illusione bambina.
Ora mi accorgo che non dissimile è l’illusione che governa gli adulti e li gioca sul filo delle emozioni.
Se una differenza c’è, sta nel vizio acquisito dell’ipocrisia che inevitabilmente s’innesta nelle parole, deteriorando la stessa semplicità delle reazioni, suscitando in chi ascolta, non il sorriso indulgente, ma la risata ironica che, pur se comprende, non perdona.
Quella risata che si beccò un certo sottosegretario, sceso nel Salento a inaugurare la sede rimodernata di un istituto di suore.
Al termine della cerimonia, lo accompagnarono in corteo nella piazza grande del paese, dove, coincidendo l’annuale ricorrenza dei festeggiamenti a S. Antonio Abate, era già pronto il tradizionale falò.
Fin dal primo mattino, le donne erano affluite in processione, ognuna recando la sua fascina di sarmenti, raccolti nel proprio vigneto o chiesti in elemosina: una massa enorme di legna che gli uomini avevano sistemato in forma cilindrica, ponendovi in cima un fantoccio da bruciare a simbolo della rinnegazione del male.
Mentre sette ragazzi spingevano nella catasta di legna carte incendiate, le donne facevano cerchio, invocando a gran voce un marito sano e forte per le loro figlie; un cerchio che si slargò al primo divampare alto delle fiamme, cedendo il posto a un gruppo di vecchie, ieratiche nei loro scialli neri. Quest’ultime si diedero a lanciare nelle fiamme grani di vecchi rosari e manciate di sale, quasi evocassero, in un rito magico, delle forze
sconosciute, delle potenze misteriose rimaste sino a quel momento in esilio, oltre il muro delle superficialità quotidiane.
Quando il falò, sfavillando, si accasciò su sé stesso, ci fu una corsa sfrenata all’accaparramento delle braci che, trasportate nelle case con antichi catini di rame, dovevano servire a cuocere sottili fette di maiale, l’animale immondo che, a simboleggiare le tentazioni, viene raffigurato ai piedi del Santo.
Questa coreografia, un po’ paganeggiante, quasi legata a perpetuazioni ancestrali, piacque al signor sottosegretario. E poiché in ognuno di noi, almeno in certi momenti, riaffiora un desiderio di costruzioni poetiche, come regressione verso uno stadio d’infanzia, come rifiuto di quel cinismo innestato dalle forme sibilline della vita, o come disperazione del già perduto, si arrese alle seduzioni ambigue dell’illusione, proiettandosi al di fuori del razionale. Tanto che, al ritorno, transitando sulla camionabile per Taranto, che si snoda attraverso i poderi della vecchia riforma di Arneo, si trovò ancora intriso di umori vergini, ancora disposto a parcheggiare in sentimenti idilliaci. Ciò lo portò a ritenere falò di devozione anche i fuochi che le prostitute, rifugiatesi nelle case abbandonate della riforma, accendevano ai margini della strada per segnalare la loro presenza.
Il suo discorso, che nell’indice di quelle fiamme celebrava un popolo progredito ma saldo nei sentimenti di fede, mise a disagio la professionale stratificazione intuitiva del vescovo che gli sedeva accanto – e al quale era bastato un solo sguardo per un quadro sinceratore -, ma arricchì gli altri accompagnatori di uno spunto inatteso per brillanti conversazioni.
Tramutato in barzelletta, l’episodio rimbalzò di bocca in bocca, suscitando la risata grassa anche di chi, sulle illusioni di una certa politica, non è più disposto a ridere.
Io, più che ridere, sorrido sempre delle illusioni, anche quando, pungendomi il sospetto di una origine ipocrita, vorrei gridarne il pericolo o la vergogna. Forse perché considero l’illusione un’ombra dalla quale l’uomo non può disgiungersi, una incapacità congenita a essere sempre presenti e reali fra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere.
Questa mia disponibilità a sorridere di tutte le illusioni, potrebbe essere, dopo il doloroso sfaldamento della mia vita, l’unico punto fermo rimastomi; ma forse è un’illusione essa stessa, e se l’accetto e in qualche modo me ne compiaccio, è perché, se non un senso di superiorità mi dona, almeno mi costringe a un pareggio.
Riconosco ch’è sempre così difficile scoprirsi uomo pareggiato agli altri uomini, accettarsi unificato, se non nei pregi, nei difetti che ognuno di noi si porta in giro con naturalezza, come il neo che si può coprire ma non cancellare, come il pelo che si può radere ma non eliminare.
Ognuno di noi è portato a sentirsi diverso, ma c’è sempre un’inconfessata superbia nell’amarezza di dichiararsi isole, poiché in ciò s’innesta un inconscio desiderio di superiorità, anche se la stessa, una volta inventata, ci disarma, ci umilia nella confusione di un’ellittica fatta di bene e di male.
Mi accorgo che la forgiatura di queste presunzioni porta, per contrasto, all’emersione delle proprie miserie; mi ripeto che, nell’essenza dell’uomo, vittoria e sconfitta s’incidono l’una nell’altra e che è un lavoro ingrato andare alla ricerca di un basamento di granito sul quale appollaiarsi e dal quale decidere una collocazione.
Il gioco delle autovalutazioni è pericoloso, ti porta a tuffi improvvisi in un tempo avulso dalle cronologie del reale, un tempo da fondale marino: tutto appare sospeso, ingigantito, e anche il guizzare dei pesci può essere ingannevole, convulso, come una danza disperata fra il nulla e l’infinito.
E’ proprio nella convergenza battagliera di questi due termini estremi che cerco di innestare il mio equilibrio, ma non per tentare la radiografia di una mia dimensione, ma per scavare la ragione delle cose, riuscire a penetrare nei perché delle reazioni, nel come
delle conclusioni.
Un discorso complicato che sgomitolo nelle notti di veglia quando, accovacciato di fronte a una tela ancora bianca, vago nella ricerca di una sintesi che mi aiuti ad accenderla di colori. Un discorso che non potrei convertire in parole, poiché quest’ultime le ritengo, oltre che mezzo povero, elemento imbastarditore del pensiero. Con quella loro compattezza infeltrita, mi riportano alla mente i pezzi di muschio che, per ordine del parroco, nell’approssimarsi del Natale, andavo a staccare dai tronchi degli ulivi e che, spruzzandoli d’acqua, disponevo a più strati in un cesto. Servivano a creare, nel presepe, l’illusione di un prato, sul quale sospendere l’illusione della scena.
Sì, le parole sono una pianta parassita sul tronco del pensiero, né le assolve il fatto che, a volte, lo vellutano, poiché appunto vellutandolo, lo camuffano, ne vietano la genuina trasmissione.
Forse per questo il silenzio risulta più pieno, più libero, più significante; e inclino a credere che, più che un lungo discorso, può essere più valido un breve sguardo. Me ne sono accorto tutte le volte che ho cercato di sintonizzarmi con il prossimo attraverso il dialogo e ne sono uscito deluso, forse per quella mia cronica incapacità a manovrare i selettori, a fermarli sulla frequenza giusta e nel momento opportuno. Colpa di un’inquietudine che mi blocca nel terrore di assistere alla pietrificazione dei verbi, alla loro trasformazione in roccia, quella roccia…

Stralcio del romanzo “I SASSI DEVIATORI”, 1978

Botrugno/ Invito alla lettura de “U Focalire”

Invito alla lettura de “U Focalire – Frammenti di lingua, di memoria e di identità popolare”

 

di Gianluca Palma

 

Lu vitti una, doi, tre sire e poi me disse

guarda ca ieu oiu fazzu amore cu tie.

Lampu moi no putimu dire amore

ca si no se pènsane ca n’imu curcati.

(U focalire, 2009, p. 52)

Sino alle generazioni dei nostri padri o dei nostri nonni, in assenza di cucine a gas e di impianti di riscaldamento, u focalire era cucina e calorifero, ma soprattutto luogo di ricomposizione del gruppo familiare e di ritrovo con il vicinato. Nel segno dell’indigenza e del risparmio, durante le lunghe e fredde sere d’inverno, esso riuniva insieme nonni e padri, figli e nipoti, e con loro i vicini di casa, spesso cumpari o nunni; si trasformava in scenario di una piccola comunità di affetti e in teatro dell’oralità, del raccontare e trasmettere fatti, favole e cunti.

Il libro “U Focalire – Frammenti di lingua, di memoria e di identità popolare” è stata realizzata dall’associazione Club ’79 di Botrugno (LE) presieduta dal prof. Luciano Vergari. La pubblicazione è stata curata dal prof. Vito Papa,

Sulle tracce della marìula

di Armando Polito

Rispondo alla gentile richiesta avanzata da Antonietta Cesari il 10 u. s. in margine ai commenti relativi a Curarsi con la cicoria selvatica di Antonio Brun, e lo faccio con un post dedicato, perché l’argomento, anche per i dubbi residui, merita un approfondimento che richiede molto di più dello spazio di norma concesso alla semplice risposta ad un commento.

Dal vocabolario del Rohlfs: marìula (Casarano, Novoli, Parabita, Specchia, Uggiano La Chiesa), marìvala (Alessano, Corsano), mariòla (Lizzano, Manduria, Maruggio; maròjele (Ceglie Messapico). Specie di cicoria selvatica, Hedypnois tubaeformis. [greco tà amaròulia=lattughe]. Vedi marògghie.

Marògghie (Mottola), maròjele (Ceglie Messapico), marùgghiele (citato per Martina Franca da una tesi di laurea manoscritta del 1940, con l’avvertimento che contiene parecchi errori), specie di cicoria selvatica, radicchio; [greco amaròulion=lattuga]; vedi marìula.

Io non so da dove il Rohlfs abbia tratto la voce greca (nel primo caso al plurale, nel secondo al singolare). So solo che in greco esiste maròulion=lattuga1 , voce che al maestro sicuramente non poteva sfuggire. È, perciò, con grande umiltà che per la voce in questione ipotizzo da parte sua  un tutt’altro che incomprensibile, ma non necessario, incrocio tra maròulion e amàru=amaro [nel Leccese a Salve, nel Tarantino ad Avetrana e nel Brindisino a Carovigno e a Mesagne; a Nardò è maru, ma la voce di cui mi occupo oggi (marìula) a quanto ne so non esiste, anche se il Rohlfs registra un suo quasi omofono mariùla=coccinella, che, però, non ho mai sentito].

Per quanto riguarda l’identificazione, stranamente, almeno per me, succede quanto già verificatosi per l’etimologia. Non esiste in botanica, per quante ricerche abbia potuto fare nel poco tempo a disposizione, una Hedypnois tubaeformis; però, proprio la seconda parte del nome scientifico (che alla lettera significa a forma di trombetta) mi ha consentito di ipotizzare che probabilmente la nostra pianta è la Hedypnois rhagadioloides (L.) F.W. Schmidt, in italiano radicchio tubuloso, radicchio pallottolino (nella foto2).

Ulteriori ricerche mi hanno fatto conoscere l’esistenza di una sua subspecie, la

Quella sigaretta a zio D.

Grotta Verde di Andrano

Quella sigaretta a zio D., involontario testimone di un’assenza scolastica ingiustificata

di Rocco Boccadamo

Zio D., oltre ad aver sposato una sorella di mia madre, era anche mio padrino di battesimo, per tale ragione gli ero affezionato, diciamo così, in modo particolare e pure lui aveva un occhio di riguardo per me.

Contadino dalle fasce, sin da piccolo si era speso totalmente nel lavoro, sia al paesello, sia e specialmente in prolungate campagne d’attività a Brindisi, presso una famiglia di proprietari  terrieri, in seno alla quale, man mano, era divenuto collaboratore di fiducia per svariate funzioni: assistenza ai vigneti, raccolta e trasformazione dell’uva, conservazione del vino, cura degli uliveti e molitura dei frutti.

Insomma, zio D., pur essendosi formata una famiglia e arrivato ad avere un discreto numero di figli, passava la maggior  parte dell’anno a Brindisi.

A prescindere dalla sede del suo lavoro di contadino, agricoltore, frantoiano, va sottolineata la grandissima mole di operosità a cui egli si sottoponeva, senza orari, oltre ogni logica misura, d’altro canto, in quei tempi, non esistevano i mezzi moderni che alleviano notevolmente le fatiche nei campi: in sintesi, si “ammazzava” di lavoro.

E non è che, in caso di qualche acciacco, da cui, purtroppo, iniziò a essere toccato già da giovane, si recasse dal medico o in farmacia, i malanni, così come venivano, dovevano passare, da soli, ma, conseguentemente, a lungo andare, il suo fisico finì col risentirne.

E, saltuariamente, incappava anche in pesanti debilitazioni, che lo costringevano a sottoporsi a serie terapie e cure.

Sotto questo regime di vita e di attività lavorativa, praticamente già prima dei 50 anni, le sue forze finirono con essere ridotte e, in un certo senso, zio D. arrivò a scontare l’eccessiva operosità tenuta da ragazzo e da giovane con il riposo impostogli.

Cessarono anche le trasferte a Brindisi, calarono le entrate per il bilancio famigliare, sebbene, nel frattempo, i figli fossero un po’ cresciuti e la moglie, quando c’era da svolgere qualche lavoro, non si tirasse indietro: per fortuna, forse, a zio D. fu riconosciuta una modesta pensione d’invalidità.

°   °   °

A poco più di 15 anni, presi a fare il filarino a una ragazza quasi mia coetanea, bella figliola di buona famiglia abitante in un paese vicino, R., e, pur d’incontrarmi con lei, nel pomeriggio, finiti i miei compiti scolastici, non esitavo a inforcare la bicicletta e mi recavo a casa sua, col pretesto di aiutarla nello studio.

Diventò una sorta di soccorso alla famiglia, il mio, giacché la madre di R., avendo capito che l’aspirante alla figlia era svelto e bravo, non esitava a chiedermi di dare una mano, per far capire le declinazioni del latino e le espressioni aritmetiche, anche alla sua secondogenita, frequentante le prime classi della media.

Ricordo, fra l’altro, che, in un’occasione, la premurosa genitrice giunse a dirmi: “Guarda, se fai entrare nella testa di M.R. il meccanismo di queste robe, io ti regalerò una penna stilografica, vedi è un’Aurora 88, non nuovissima, tuttavia perfettamente funzionante”.

Fu la prima volta, per me, di essere protagonista di una sorta di baratto, uno scambio in natura didattico culturale, ad ogni modo quell’aurora 88, che mai e poi mai avrei potuto procurarmi diversamente, divenne mia.

Ma io pensavo a R., ben più che di insegnare matematica e latino alla sorellina e, man mano che passava il tempo, crescevano pure le idee e l’iniziativa.

Nel 1958, proposi a R. di trascorrere mezza giornata insieme, da soli, clandestinamente, a Lecce, località dove lei si recava quotidianamente per frequentare la scuola superiore, mentre io studiavo a Maglie; di ritagliarci una mattinata lì, ovviamente marinando le lezioni, da parte mia, anziché scendere a Maglie dalla solita corriera che prendevamo entrambi, avrei proseguito sino a Lecce, oltretutto il controllore delle Sud Est, con gli anni divenuto amico, non mi avrebbe fatto pagare neppure la differenza di biglietto e poi, all’orario di sempre, ce ne saremmo ritornati alle rispettive case.

Concordammo, come giorno per l’avventura, il 2 di maggio, che, oltre ad essere successivo alla festa nazionale del lavoro, era l’indomani della festa del santo patrono nel paese di R., festa che, secondo copione, presupponeva di andare a letto tardissimo, dopo aver per di più dedicato poco tempo allo studio.

Così avvenne.

Arrivati nel capoluogo salentino verso le 7,45, c’era il problema di trascorrere l’intervallo sino all’orario d’ingresso a scuola, in un posto nascosto, riservato, in modo da non essere visti, da compagni o professori di R., sicché pensammo di infilarci per qualche tempo nel cortile di un vicino palazzo.

Quindi, via verso un cinematografo, il “Santalucia”, non molto distante, in cui si effettuavano programmazioni anche di mattino, giustappunto le matinée, è ancora vivo il ricordo, quel giorno si dava un film di grido americano del 1956 “L’uomo che sapeva troppo” con due famosi attori, James Stewart e Doris Day, la pellicola conteneva una pregevole colonna sonora, nel cui ambito era dato di ascoltare una stupenda canzone “Whatever will be, will be”, in italiano, “Che serà, serà” eseguita dalla personale voce dell’affascinante Doris Day.

Senza essere un appassionato di musica e di canzoni, quelle antichissime strofe, per giunta nel lessico anglosassone semisconosciuto e la musica della canzone mai mi sono uscite di mente.

A dir tutta la verità, R. e io, guardavamo sì le sequenze del film e ci gustavamo la canzone di Doris Day, però, nel buio o quasi della sala cinematografica, attendevamo anche a qualcosa d’altro, secondo le abitudini e nei limiti propri di quei tempi e in linea con il genere delle spinte affettive correnti fra ragazzi e giovani d’allora.

Recava il calendario, come anzi ricordato, l’anno 1958 e in estate, filarino con R. a parte e un po’ posto in ferie, avvenne un evento eccezionale, giusto in concomitanza con i campionati mondiali di calcio che segnarono l’esplosione della fama del grande e mitico Pelé.

Un altro mio zio, A., il quale prestava servizio in Polizia nel Friuli, reduce da un incidente di lavoro con la moto e posto in convalescenza, pensò di trascorrere il periodo di riposo e di riabilitazione al paesello; nell’occasione, volle portare con sé la fidanzata che, i genitori, non fecero però scendere al sud da sola, bensì in compagnia di una giovane cugina e di uno zio di quest’ultima.

Da parte mia, non persi tempo, trascurando completamente i mondiali di calcio, m’intruppai subito nella comitiva dei friulani, lo zio A. era il fratello piccolo di mia madre, si passava con me appena otto anni, gli ero legato, in un certo senso presi a fare tutto quello che facevano gli arrivati, fra cui trascorrere parte delle giornate in riva al mare, tenendo compagnia, per non farla “annoiare”, alla biondissima cugina, T., alla Marina di Andrano, nei pressi della caratteristica Grotta Verde, dove lo zio D. menzionato all’inizio aveva una casetta di villeggiatura e dove, in quel periodo, in assenza della moglie e dei figli trasferitisi temporaneamente in Basilicata per coltivarvi il tabacco, s’era spostato con i suoi acciacchi.

Ebbe a rivelarsi indubbiamente bella, quella vacanza, in tutto diversa dalle precedenti, io non lasciai un istante la giovane cugina, anche se la medesima mi aveva confidato di avere un ragazzo, dalle sue parti. Con zio D., nel ruolo di spettatore silenzioso di parole, contatti e diatribe fra il nipote e la giovane del nord est.

Finito il periodo, la comitiva, ovviamente, se ne partì dal paesello e io ripresi i contatti e i rapporti con R.

Iniziò il nuovo anno scolastico, s’avvicinò velocemente la primavera; bastò appena uno sguardo d’intesa affinché R. e io ci determinassimo a ripetere la giornata, la mattinata d’evasione in quel di Lecce.

Nella seconda edizione, però, niente cinematografo, bensì semplicemente una passeggiata verso le campagne che, all’epoca, erano a portata di mano rispetto all’abitato, alle scuole e al centro cittadino.

Così, trascorremmo una gradevole parentesi di due – tre ore di tranquillità fra prati fioriti, scogli e fazzoletti di terra verdeggianti, dopo di che ci dirigemmo verso la stazione delle autocorriere per il ritorno a casa.

R. salì per prima sul mezzo e mentre, a mia volta, mettevo piede sull’autobus, bastò un attimo perché scorgessi, in prima fila seduto immediatamente dietro il conducente, un volto familiare, notissimo, si trattava di zio D., il quale, pensai subito, verosimilmente si era recato a Lecce per una visita medica o un controllo specialistico.

Non impiegò un istante, neppure zio D., a notarmi e gli venne del tutto naturale dire: ” Nipote, e tu che fai qui, hai cambiato scuola, non dovevi essere a Maglie?”.

Da parte mia, ovviamente non gli diedi alcuna risposta, rimasi con il volto impietrito, perplesso e preoccupato di eventuali scoperte dell’altarino della “vacanza” dalle lezioni con R.

Anche il buon uomo capì subito di essere stato, diciamo così, indiscreto, tant’è che, in un baleno, venne ad aggiungere: ”Oh, nipote, guarda che io non ho visto nulla, naturalmente non ho visto nulla”. I tratti del mio viso si schiarirono e anche la mia mente ritornò leggera.

Lo zio, convintosi d’aver rimediato all’iniziale domanda inquisitoria e che, dentro di me, era superata ogni remora di pericolo, girandosi spontaneamente ancora una volta, ebbe a chiedermi: “Nipote, dammi una sigaretta adesso!”. Fu automatico che io sfilassi dal mezzo pacchetto di nazionali senza filtro un cilindretto bianco riempito di tabacco e glielo porgessi.

Forse, quello descritto, il dono inconsueto di una sigaretta, fra nipote e zio, da figlioccio a padrino, ha rappresentato l’ultimo gesto concreto, l’atto conclusivo della coesistenza fra due generazioni, un binomio d’intensi affetti familiari, due vite assolutamente diverse, basate su percorsi, interessi e itinerari dissimili, e tuttavia sempre complementari e vicendevolmente integrate.

Sono, questi, minuscoli particolari che mi fanno serbare dentro, vivi, ricordi lontani nel tempo, tracce che hanno segnato stagioni spensierate e parallelamente di crescita, fonti e presupposti per la maturazione verso l’età adulta, con le correlate peculiari esperienze, novità e voci.

Vaste, la nostra Pompei!

Ancora un’emergenza nel Salento. Questa volta parte dal gruppo operante su Facebook, gli “Indignados Poggiardesi”, che rendono nota la lottizzazione prossima all’ormai celebre Parco archeologico dei Guerrieri,  a Vaste, sulla strada che porta a Cocumola.

Gli 11mila metri quadrati in zona “Melliche” (sito ben noto a livello internazionale per gli importanti reperti di epoca messapica in esso sono stati rinvenuti) non lasciano tranquilli, nonostante le apparenti rassicurazioni del sindaco di Poggiardo, Giuseppe Colafati, che dichiara in una intervista: “l’amministrazione comunale da me rappresentata osserverà la massima vigilanza sul rispetto, da parte dei titolari della lottizzazione, dei rilievi e delle

Il sapore del tempo e un tempo senza sapore…..

Il Tg1 di ieri, 13 gennaio 2012, ha dichiarato:

Sicurezza alimentare. A Perugia sequestrate 120 tonnellate di legumi

I Carabinieri dei Nas del capoluogo umbro hanno sequestrato enormi quantità di legumi tra ceci lenticchie e fagioli con false denominazionmi di origine e potenzialmente pericolosi per la salute (http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-b52708b2-e4ea-499b-a20f-32752d4e7603.html?refresh_ce)

 Inevitabile il richiamo a quanto abbiamo già pubblicato l’estate scorsa su queste pagine e che volentieri ci piace rieditare:

 

 

di Marcello Gaballo e Armando Polito

 

I nessi tracciabilità dei flussi finanziari e filiera agroalimentare sono entrati nel vocabolario corrente a garantire rispettivamente l’equità fiscale e la qualità alimentare. Evitiamo di esprimere i nostri commenti sull’efficacia delle relative disposizioni e ci limitiamo a documentare, solo relativamente al secondo, un fenomeno ormai dilagante, grazie anche alla globalizzazione dai più intesa come un fenomeno contro cui nulla possono le specificità territoriali, come se i prodotti che ci invadono venissero da Marte… Che tutto questo, poi, sia figlio del profitto ad ogni costo (con pesanti tributi anche di carattere sanitario) tutti lo sanno ma nessuno muove un dito per invertire, finché si è in tempo, la rotta.

Quanta nostalgia e, soprattutto, inquietudine suscitano le immagini a corredo (riprese tutte in un unico punto vendita salentino) in chi, come noi, ha fatto in tempo a vedere la putichèddha (botteguccia) dove, fra l’altro, venivano venduti  sfusi i prodotti alimentari qui contemplati, allora di produzione locale e collocati nei loro bravi cassetti mentre nell’ultimo visitato, in attesa di servire il prossimo cliente, occhieggiava la sèssula, lo strumento simile a una ciabatta dai bordi rialzati e  con la punta aperta, con la quale si travasava parte del contenuto del cassetto nel sacchetto destinato al cliente! Sèssula ha la stessa etimologia dell’italiano secchia, è, cioè, dall’arabo satl=secchio per attingere, a sua volta dal latino sìtula(m)=secchio, brocca.

E oggi? Per quanto riguarda le località di produzione,  a Nardò, Galatone, Galatina (in passato i centri di eccellenza della produzione agroalimentare) sono subentrate generiche diciture come “MESSICO”, “CANADA”, “USA”, “LIBANO”, “EGITTO”, “MAROCCO”, “CILE”, “IRAN”, “CALIFORNIA”, “UCRAINA” e l’immancabile “CINA”.

È questa la tracciabilità o essa è un obbligo solo per i nostri prodotti?. C’è da riconoscere, però, che l’igiene, a differenza della vendita sfusa di un tempo, è garantita dalla confezione a prova di esplosione nucleare per le cui specifiche (nonché per quelle relative alla pezzatura del contenuto…) fior di burocrati hanno passato per il nostro bene notti insonni validamente coadiuvati da consulenti ed esperti vari, tutti profumatamente remunerati per la loro geniale attività. Se poi uno non si ammala di tifo come un tempo ma di cancro a causa delle radiazioni cui gli alimenti potrebbero essere stati sottoposti, cosa volete che sia?

Due improbabili, anzi impossibili coniugi: la fiàta e lu fiàtu (la fiata e il fiato)

di Armando Polito

*Traduzione dal miciese in neretino: Fiatu mia! Sta fiata Armandu s’è ‘mmurtalatu: sta scatuletta sta mmi lassa senza fiatu.

Traduzione dal neretino in italiano: Che bello! Questa volta Armando si è immortalato: questa scatoletta mi sta lasciando senza fiato.

 

 

Nc’era nna fiàta era in dialetto salentino il corrispondente italiano di c’era una volta, che probabilmente ha la sua brava traduzione letterale anche negli altri dialetti. Fiàta, però, è voce, per dir così, nobile, cioè letteraria e basti un solo esempio: Pria nel petto tre fiate mi diedi (Dante, Purgatorio, IX, 111). Essa deriva dal francese fiée che è da un latino *vicàta1, a sua volta dal classico vicis=vece, cambiamento, vicenda (non a caso vece, vice, vicenda e vicario sono tutti da vicis).

Che strana vicenda, è il caso di dire, quella di fiàta figlia di *vicàta (chi l’avrebbe detto!) e moglie mancata, come vedremo, di fiato/fiatu! Qualche sospetto iniziale, però doveva suscitarlo il fatto che, mentre lei (la fiàta) è voce astratta, il fiato/lu fiàtu è concreta, nonostante le parole siano capaci (come gli uomini che le hanno create…) dei più audaci ed inaspettati trasformismi. Qui, a dirimere ogni dubbio, parla chiaro il fatto che fiato è dal latino flatu(m), da flare=soffiare, da cui derivano pure da un lato afflato

Due pugliesi per il romanzo più bello dell’anno

Gianrico Carofiglio e Vittoria Coppola. Due pugliesi per il romanzo più bello dell’anno. Votazioni aperte fino al 25 gennaio 2012

Domenica 8 gennaio 2012, nella puntata di “Billy il vizio di leggere” (in coda al TG1 delle 13.30), è stato ufficialmente lanciato il concorso sondaggio “Il romanzo dell’anno lo voti tu”, che offre ai lettori (tramite un semplice meccanismo di voto diretto su facebook) la possibilità di votare la propria preferenza fino al 25 gennaio 2012, eleggendo il libro dell’anno 2011.

“Gli occhi di mia figlia” (Lupo Editore) di Vittoria Coppola è stato scelto dalla redazione di Billy per concorrere al titolo, insieme a altri undici titoli usciti nel 2011, nella rosa dei candidati dalla redazione tra gli altri, Dacia Maraini,

Lu pane e ccitu (l’acetosella gialla)

di Armando Polito

 

nome scientifico: Oxalis pes-caprae L.

famiglia: Oxalidaceae

nome italiano: acetosella gialla

nome dialettale neretino: pane e ccitu

Etimologie:

Òxalis è voce, come vedremo fra poco,  presente in Plinio (I secolo d. C.), ma ricalco del greco oxalìs attestato in Nicandro di Colofone (II secolo a. C.): Ora io dirò quali sono i rimedi contro la sua (della pastinaca marina) puntura: prendi una foglia di ancusa che è simile a quella di lattuga o la cinquefoglie o i grigi fiori del rovo o l’erba ursina o le acetoselle (oxalìdas nell’originale) o l’erba viperina dal lungo stelo…1. Oxalìs è a sua volta da oxos=aceto, connesso con l’aggettivo oxýs=acuto, aspro, pungente2.

Se l’oxalìs di Nicandro usato nel testo al plurale fa pensare ad una denominazione generica di più varietà, quello di Plinio per le caratteristiche fisiche indicate  sembra riferirsi più alla Rumex acetosella L. e all’erba di cui alla nota 1 che alla nostra, la quale è simile al trifoglio: E il lapato ha effetti simili (a quelli della malva). C’è anche il selvatico che alcuni chiamano ossalide, vicino a quello per sapore, con foglie acute, col colore di bietola bianca e con piccolissima radice: i nostri lo chiamano romice, altri lapato canterino, efficacissimo con la sugna contro la scrofolosi3. C’è pure un’altra specie chiamata ossilapato, più simile al coltivato, con foglie più acute e più rosse, nascente solo in luoghi paludosi. C’è chi parla pure dell’idrolapato nato nell’acqua. C’è anche l’Ippolapato, più grande del coltivato e più bianco e più folto. Il selvatico cura il morso dello scorpione e chi lo porta addosso non ne è punto. Il decotto in aceto della radice giova ai denti se usata come collutorio, se è bevuto è efficace contro l’itterizia. Il seme sana le malattie dello stomco che non trovano altro rimedio. Le radici dell’Ippolapato da sole curano le unghie ruvide. Il seme lavato con acqua piovana e bevuto nel vino nella dose di due dramme blocca la diarrea e con l’aggiunta di acacia nella misura di una lenticchia giova in caso di emottisi. Si ricavano efficacissime pastiglie dalle foglie e dalla radice con l’aggiunta di nitro e un po’ d’incenso, da sciogliere nell’aceto al momento dell’uso. Ma quello coltivato si applica ad empiastro sulla fronte contro la lacrimazione eccessiva. Con la radice curano l’impetigine e la lebbra; con quella cotta nel vino la scrofolosi, la parotite e i calcoli; con quella bevuta nel vino o applicata ad empiastro sulla milza, i celiaci, i sofferenti di diarrea e di tenesmo. Il brodo del lapato è alquanto efficace contro simili disturbi e favorisce il rutto, l’orinazione  e risolve gli offuscamenti della vista; allo stesso modo elimina il prurito applicato sui sedili dei bagni o prima spalmato senza olio. La radice anche masticata rafforza i denti. La stessa cotta col vino blocca la diarrea, le foglie invece sono efficaci contro la stitichezza. Per non tralasciare nulla va detto che Solone vi aggiunse il bulapalato differente solo per l’altezza della radice e per l’effetto che essa bevuta col vino fa in caso di dissenteria4.

Pes-caprae significa piede di capra, con riferimento alla forma delle foglie che ricordano lo zoccolo di una capra5.

Acetosella è diminutivo di acetosa, a sua volta da acetum=aceto, con riferimento al suo sapore; gialla è per il colore del fiore.

Oxalidaceae è forma aggettivale del precedente Òxalis.

Pane e ccitu6 (pane e aceto): mentre il secondo componente è in linea col significato di oxalis e di acetosella, pane probabilmente è sinonimo metonimico di cibo, con allusione al fatto che i ragazzi di un tempo non disdegnavano di masticarne le foglie, il che, grazie al loro gusto acidulo,  aveva7 anche un notevole effetto dissetante. Ma quel gesto potrebbe avere anche inconsapevoli connotati religiosi e altrettanto inconsapevoli legami con la cultura contadina. Nell’Antico Testamento, nel capitolo 2 del Libro di Rut, Booz invita la bella spigolatrice Rut con queste parole: “Vieni, mangia il pane e intingi il boccone nell’aceto”. Alla lettera un invito a rifocillarsi e a dissetarsi, ma nello stesso tempo una metafora per cui Booz è Dio,  Rut l’anima sofferente, il pane Cristo e l’aceto la sua Passione, secondo l’interpretazione teologica corrente. Solo una coincidenza? E a proposito di civiltà contadina, la nostra erba fungeva da igrometro per la sua caratteristica di ripiegare le foglie poco prima dell’arrivo della pioggia.

Un’ultima nota: l’erba tende ad essere infestante, ma l’effetto estetico non è da buttar via, come dimostra la foto con cui mi piace chiudere, scattata, insieme con quella di testa,  nel mio giardino pochi giorni fa.


________

1 Theriakà, vv. 837-840

2 In Dioscoride (I secolo d. C.), De materia medica, II, 140, è attestato un oxylàpathon, composto da oxýs e làpathon=romice, ma il tutto designa, come nel brano successivo del contemporaneo Plinio, una varietà di lapazio.

3 S‘identifichi o no l’erba pliniana con la nostra, va ricordato che con le foglie di quest’ultima mescolate, dopo la cottura, con sugna si preparavano ancora,  nella medicina popolare della prima metà del secolo scorso, cataplasmi contro la scrofolosi.

4 Naturalis historia, XX, 85-86: Nec lapathum dissimiles effectus habet. Est autem et silvestre, quod alii oxalidem appellant, sapore proximum, foliis acutis, colore betae candidae, radice minima: nostri rumicem, alii lapathum cantherinum, ad strumas cum axungia efficacissimum. Est et alterum genus fere, oxylapathon vocant, sativo idem similius, et acutiora habet folia ac rubriora, non nisi in palustribus nascens. Sunt qui hydrolapathon tradunt in aqua natum. Est et aliud hippolapathon, maius sativo, candidiusque, ac spissius. Silvestris scorpionum ictibus medentur, et ferire prohibent habentes. Radix aceto decocta, si colluatur succus, dentibus auxiliatur: si vero bibatur, morbo regio. Semen stomachi inextricabilia vitia sanat. Hippolapathi radices privatim ungues scabros detrahunt. Dysentericos semen duabus drachmis in vino potum liberat. Oxylapathi semen lotum in aqua coelesti, sanguinem reicientibus adiecta acacia lentis magnitudine prodest. Praestantissimos pastillos faciunt ex foliis et radice, addito nitro et thure exiguo. In usu aceto diluunt. Sed sativum in epiphoris oculorum illinunt frontibus. Radice lichenas et lepras curant. In vino vero decocta strumas, et parotidas, et calculos: pota vino et lienes illita, coeliacos aeque, et dysentericos, et tenesmos. Ad eademque omnia efficacius ius lapathi: et ructus facit, et urinam ciet, et caliginem oculorum discutit: item pruritum corporis, in solia balinearum additum, aut prius ipsum illitum sine oleo. Firmat et commanducata radix dentes. Eadem decocta cum vino, sistit alvum: folia solvunt. Adiecit Solon (ne quid omittamus) bulapathon, radicis tantum altitudine differens, et erga dysentericos effectu, potae ex vino.

5 Lo zoccolo della capra ha ispirato il nome scientifico di una specie assente dalle nostre parti: l’Aegopodium podagraria L. (della famiglia delle Apiaceae, in italiano Girardina silvestre); Aegopodium, infatti, è dal greco aix/aigòs=capra+poýs/podòs=piede).  

6 Al problema interpretativo della locuzione si aggiunge anche quello della grafia del terzo componente. Aceto in dialetto neretino è citu che, essendo per aferesi da aceto (non presenta, invece, aferesi la variante brindisina e tarantina acìtu) dovrebbe essere scritto ‘citu; l’aceto, perciò, dovrebbe essere, correttamente, lu ‘citu, ma, siccome in italiano è invalso un uso diverso (per esempio, da aguglia: guglia e non ‘guglia; da olezzo: lezzo e non ‘lezzo) va bene lu citu. Il problema è che quando citu è preceduto, come nella nostra locuzione, dalla congiunzione,  la c iniziale nella pronunzia subisce un raddoppiamento che credo di natura espressiva, indotto da un motivo di natura  psicologica o. se si vuole,  dall’evocazione inconscia dell’abbondanza connessa proprio con l’idea dell’aggiunta (mancante quando la voce è preceduta dall’articolo); se, infatti, il raddoppiamento di c fosse per compensazione dell’aferesi, esso si sarebbe dovuto verificare pure nel caso di lu citu che sarebbe stato lu ccitu e non lu ‘ccitu; a maggior ragione, perciò, pane e ccitu e non pane e ‘ccitu.

7 Ho usato l’imperfetto nonostante la pianta conservi a tutt’oggi (per domani non posso garantire…) questa sua caratteristica perché nessun ragazzo dei nostri tempi si adatterebbe, nemmeno se stesse morendo di sete,  a sottoporre le sue papille, nobilitate, e forse anche geneticamente modificate…, da Coca cola e simili, al gusto plebeo dell’acetosella.

Si deturperà uno dei paesaggi più belli e caratteristici del Salento, qual è quello del Capo di Leuca

APPELLO AI CITTADINI ED AGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI DEL SALENTO PER LA SALVAGUARDIA DEL PAESAGGIO DEL CAPO DI LEUCA

 

delibera del Consiglio di Facoltà dei Beni Culturali dell’Università del Salento, votata all’unanimità

 

         La notizia, appresa recentemente dalla stampa locale, della definitiva approvazione da parte dell’ANAS del progetto esecutivo della superstrada a scorrimento veloce a quattro corsie Maglie-Leuca, comprensivo del cosidetto “terzo tronco” di circa 18 Km che va da Montesano a S.M. di Leuca, suscita indignazione e stupore.

         Indignazione perché viene irrimediabilmente deturpato uno dei paesaggi più belli e caratteristici del Salento, qual è quello del Capo di Leuca, stupore per la miopia politica di tanti amministratori pubblici.

         La costruzione di questa superstrada costituirà un enorme dispendio finanziario ( i costi sono lievitati, in un decennio, da 152 a ben 288 milioni di euro, corrispondenti al maggior intervento pubblico mai realizzato nel Salento) e comporterà un’alterazione e devastazione irreversibile di una zona a forte attrattività turistica e di grande valenza storico-archeologica.

         Svincoli, complanari, terrapieni, trincee, viadotti, sotto e sovrapassi, accompagneranno questa strada sino al Capo di Leuca.

E’ prevista, inoltre, la costruzione di una sezione viaria larga 22 metri, quella di un viadotto, all’altezza della frazione di San Dana,  i cui piloni saranno alti 9,5  metri, una maxi rotatoria a raso di1,2 km per il raccordo con la SS. 274 (Gallipoli-Lecce), lo svellimento di ben 3.530 alberi di ulivo: tutto ciò in aggiunta alla vecchia strada, praticamente parallela alla nuova, per cui alla fine avremo a disposizione ben sei corsie per arrivare da Montesano a Leuca e tutto questo per risparmiare non più di cinque/dieci minuti di tempo.

         Risultano, altresì, risibili le assicurazioni dei progettisti e dell’ANAS in merito alle previste opere di mitigazione ambientale quali il ripristino dei muretti a secco, delle pagghiare, dei rustici rurali, la ripiantumazione degli alberi divelti, l’uso dei rivestimenti in pietra leccese etc.., dimenticando che  il territorio, il paesaggio e i suoi caratteristici manufatti, costituiscono un “unicum” non ricostruibile artificialmente come una qualsiasi Disneyland !

Tutto  ciò avviene quando a livello europeo il tema delle nuove strade si impone come occasione per progetti di paesaggio in cui gli appalti-concorso per la realizzazione di queste opere impongono, tra i requisiti migliorativi dell’opera, il progetto paesaggistico. In altri casi, l’uso da parte dei progettisti

Gli ulivi di Silvana Bissoli

 

di Paolo Vincenti

 

Non è certo la prima né sarà l’ultima, in questa terra di confine, ad essere catturata dalla bellezza del paesaggio del  nostro Salento e volerne fare poesia. Silvana Bissoli ha vissuto sulla propria pelle, al pari di tanti forestieri incantati da questa nostra terra iapigia – magna mater– messapica , greca,  salentina, quel dolce incantesimo simile a richiamo di sirena che esercitano i nostri millenari ulivi, il mare e il cielo,  e che si traduce in una specie di mal d’africa che in altre occasioni abbiamo definito “salentitudine”.

Non è la prima artista, Silvana Bissoli, ad essersi innamorata delle nostre strette carrarecce, dei muretti a secco e dell’architettura mediterranea della nostra terra di mezzo, delle torri colombaie e dei campanili svettanti , dei menhir, dei dolmen e  dei mascheroni apotropaici che occhieggiano da portali bugnati o da archi e mensole dei nostri palazzi nobiliari, fino ad esserne affatturata e, proprio come sortilegio di strega, a non volere più ritornare indietro. E quando proprio sia costretta a ritornare a casa, dove famiglia e lavoro la richiamano, a non vedere l’ora di potere tornare, qui al sud del sud,  poiché troppo forte, nelle brume emiliane, lo struggimento del nòstos, il “mal di Salento” che affascina e avvince e inchioda.

Ha preso ad oggetto delle proprie realizzazioni gli ulivi, le antiche sentinelle del nostro paesaggio, quegli alberi che più di tutti gli altri connotano le nostre campagne fino a diventare emblema, simbolo della nostra millenaria cultura. Quell’ulivo che la mitologia vuole sia stato inventato dalla Dea Athena come dono per il suo popolo, in una contesa con il Dio Nettuno, il quale invece donò il cavallo. Leggenda dice che l’ulivo venne ritenuto dono più utile dalla città di

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!