Il finocchio selvatico e l’atroce sospetto di Maratona…

di Armando Polito

nome scientifico: Faeniculum vulgare M.

nome italiano: finocchio selvatico

nome dialettale neretino: finucchiu crièstu

famiglia: Apiaceae

La prima parte del nome scientifico  è la voce con cui i Romani  indicavano la nostra pianta (faenìculum, o foenìculum o fenìculum o fenùculum) ed è diminutivo di fenum (o faenum o foenum)=fieno; vulgare significa comune. La voce italiana è dalla variante fenìculum attraverso la normalissima trafila: fenùculu(m)>*fenùclu(m)>*finùclu(m)>*finòclu(m)>finocchio.  La voce neretina è anch’essa da fenìculum con conservazione quasi integrale del vocalismo originario; crièstu corrisponde all’italiano agreste ed ha la stessa etimologia: dal latino agrèste(m)=selvatico, da ager=campo. Apiàceae è forma aggettivale da àpium=sedano.

Chi pensa che per colpevolissima ignoranza calcistica abbia scritto nel titolo Maratona per Maradona passi ad altra lettura.

Chi pensa pure, tra i lettori più giovani,  che per errore abbia attribuito alla stessa voce l’iniziale maiuscola sappia, se nessuno ancora glielo ha detto, che la gara prende il nome dalla località in cui si svolse nel 490 a. C. una battaglia memorabile tra Greci e Persiani e, più precisamente, per metonimia, dal luogo (Maratona, appunto) da cui partì Fidippide o Filippide (le fonti ci hanno tramandato queste due varianti) per annunziare, una volta giunto sull’Acropoli, la vittoria sui Persiani; fatto questo, passi pure lui ad altra lettura.

A chi, infine, è conoscitore della storia antica (e tutti i frequentatori più assidui del sito lo sono più di me) mi permetto di dare lo stesso consiglio dato ai primi che mi hanno attribuito l’ignoranza sportiva, di passare, cioè, ad altra lettura: so che sarà dura perché la curiosità di prendere atto anche delle bestialità altrui è la molla che muove la conoscenza…ma io ho sentito, in un sussulto di umiltà, il dovere morale di farlo.

Con i tre lettori rimasti (avendoli avvertiti la mia coscienza è a posto…) inizio il viaggio. Intanto c’è da registrare una partenza “ritardata” perché sull’argomento mi ha preceduto pochi giorni fa l’amico Massimo Vaglio col suo Finocchio, finocchietto e caruselle, per cui non mi resta che tentare solo un’integrazione con il taglio che mi è più congeniale.

Ormai gli autori antichi si staranno rivoltando nella tomba (l’espressione, con tutto il rispetto, mi fa ridere pensando a che cosa è rimasto, per fortuna solo fisicamente parlando, di loro…) stanchi come sono di fungere da spalla (e che spalla!) ad un attore da quattro soldi (comunque, fra poco saranno una cifra…) come me. Nel loro intimo (altro che tomba!), però, saranno contenti (ah!, la debolezza umana che continua al di là dello spazio e del tempo…) di essere ricordati, sia pure da un disgraziato e indegno come il sottoscritto.

Seguirò un ordine cronologico, perciò cedo la parola ai Greci. Per indicare il finocchio essi usavano la parola màrathon (anche nella variante màrathron). Vedo già i lettori più attenti e memori del titolo drizzare le orecchie, ma non è ancora il momento di farlo, anche per evitare un improvviso abbassamento delle stesse, fenomeno  che, con coinvolgimento di un altro organo, costituisce il tragico epilogo di una delusione di carattere non culturale ma sessuale. Le dèfaillances vanno riservate sempre, quanto più è possibile, alla fine…

Ippocrate (V-IV secolo a. C.), De morbis mulierum (Le malattie delle donne) , I, 73: Se il latte non c’è (la puerpera) beva anche il succo del finocchio e quello estratto dalle sue radici.

Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.) ne I deipnosofisti (I saggi a banchetto), II, 56, c cita Ermippo di Smirne (storico, di cui nulla ci è pervenuto,  del III-II secolo a. C.): …Ermippo dice che alla fine memori del lieto evento di Maratona tutti mettono sempre il finocchio nelle olive in salamoia.

Questa pratica (in alternativa al rametto di pepe), ben nota a chi ancora, pur disponendo delle materie prime, non ha ceduto alle lusinghe delle conserve alimentari di origine industriale, sarebbe, dunque, antichissima, ma è necessario fare un chiarimento. In greco màrathon, come s’è detto, è il nome del finocchio; ma c’è pure Marathòn, anzi ce ne sono due: il primo corrisponde al Maratona ricordato all’inizio, il secondo ad una località della Spagna di cui parla Strabone (storico e geografo greco vissuto fra il I secolo a. C ed il I d. C.), Geographia, III, 4, 9: …e attraverso la pianura chiamata in lingua latina Maratona, che produce abbondantemente il finocchio.

Va detto che i due Maratona geografici presentano entrambi la o finale lunga (omega), mentre il màrathon (finocchio) la presenta breve (omicron); inoltre l’accento è sull’ultima sillaba nei primi, sulla prima nel secondo. Questi dettagli fonetici, però, non possono prevalere sulle testimonianze, in un certo senso concordi, di Ermippo e di Strabone (anche se temporalmente lontane dalla battaglia di Maratona e tra loro), anche perché la toponomastica, specialmente quella antica, è legata spesso al nome dell’essenza vegetale particolarmente abbondante in loco. Nulla impedisce, perciò di ritenere che la Maratona spagnola fu così chiamata dai Romani con nome greco, tal quale quello della più celebre Maratona greca, per l’abbondanza di finocchio, presumibilmente selvatico, che cresceva nell’una e nell’altra.

Nicandro di Colofone (II secolo a. C.), Theriakà (Antidoti contro gli animali velenosi), vv. 31-34:…quando (il serpente) ancora intorpidito dal letargo si spoglia della vecchia pelle a stento strisciando, quando in primavera uscendo dalla tana è quasi cieco, un’umida cima di finocchio lo rende veloce e di vista acuta.

Dioscoride Pedanio (I secolo d. C.), De materia medica (La medicina), III, 74: Quest’erba (il finocchio) quando viene mangiata aumenta la secrezione del latte e lo stesso potere ha il seme bevuto o assunto come tisana. Il decotto della chioma bevuto è utile nelle malattie dei reni e della vescica, poiché stimola la diuresi. È utile inoltre, bevuto nel vino,  a chi è stato morso da un serpente e stimola il ciclo mestruale. In caso di febbre, bevuto in acqua fredda, placa la nausea ed il bruciore di stomaco. Le radici pestate e applicate con miele sanano i morsi dei cani. Il succo estratto dal gambo e dalle foglie e seccato al sole viene utilmente aggiunto ai medicamenti degli occhi adatti ad accrescere l’acutezza visiva. A questo scopo è efficace anche il succo estratto dal seme fresco insieme con le foglie e i rametti. Inoltre il succo viene estratto allo stesso modo dalle radici appena cominciano a svilupparsi. Nella parte della Spagna rivolta ad occidente il finocchio dà pure un liquido simile alla gomma. Gli abitanti del luogo quando l’erba fiorisce raccolgono la parte intermedia dello stelo e lo accostano al fuoco perché più facilmente trasudando grazie alla forza del calore faccia uscire la sostanza gommosa. Essa è ancora più efficace dello stesso succo nella preparazione di medicamenti per gli occhi; (IV, 75): Preparano allo stesso modo (immergendovi i semi) il vino aromatizzato  col finocchio (nel testo originale marathìtes), con l’aneto e col prezzemolo, con le stesse proprietà (di quello aromatizzato con il sedano, di cui ha parlato prima e che sono: stimolazione dell’appetito, conforto per i sofferenti di stomaco, facilitazione della diuresi e soluzione contro l’alitosi).

Secondo alcuni proprio l’abitudine di certi osti ad aromatizzare il vino con i semi di finocchio per mascherarne la qualità scadente sarebbe alla base di infinocchiare nel significato di raggirare.

È tempo di passare agli autori latini: Lucio Giunio Moderato Columella (I secolo d. C.), De re rustica, VI, 5, 2:  Le malattie poi, per quanto infettive, debbono essere debellate cercando un rimedio. Allora vanno mescolate le radici di ligustico e di eringio coi semi di finocchio e insieme con farina di frumento fritto e macinato debbono essere cosparse di acqua e con questo medicamento bisogna stimolare la salivazione nel bestiame1.

È come al solito, però, il suo contemporaneo Plinio  a fare la parte del leone, anche se la prima testimonianza sembra ricalcata su quella molto più antica, prima riportata,  di Nicandro: Il serpente che a causa del letargo ha la pelle contratta si libera di quest’impedimento col succo del finocchio (nel testo originale fenìculum) e fa la mura in primavera. Si spoglia a cominciare dal capo impiegandoci non meno di un giorno e di una notte, in modo che la parte interna della pelle diventa esterna. Poi per ovviare alla vista offuscata dal letargo invernale strofinandosi contro  il finocchio (nel testo originale herba màrathrum; l’uso del nome greco invece del precedente fenìculum tradisce secondo me  la dipendenza da Nicandro) si unge gli occhi e si ristora; se le scaglie si fossero appiccicate se ne libera grattandosi contro le spine del ginepro2; Le altre piante sono della specie simile a canna, come il finocchio graditissimo, come ho detto, ai serpenti, adatto a condire più cose quando è secco3; I serpenti nobilitarono il finocchio perché gustandolo, come ho detto, si spogliano della pelle vecchia e col suo succo ripristinando l’acutezza visiva, per cui si capì che poteva anche negli uomini eliminare l’offuscamento della vista. Il finocchio si raccoglie quando il gambo comincia ad ingrossare, si secca al sole e si unge col miele. Nasce dappertutto. Pregiato è il succo che si ricava in Spagna dalle sue lacrime e dal seme fresco, nonché dalle radici incise nella prima germinazione4; Di questa specie c’è anche la selvatica che alcuni chiamano ippomaratro5, altri mirsineo6, con le foglie più grandi, dal gusto più aspro, più alto, grosso un braccio, dalla radice bianca. Nasce in luoghi caldi ma sassosi. Diocle parla di un’altra specie di ippomaratro, dalla foglia lunga e stretta, col seme simile a quello del coriandolo. Da quello coltivato si ricavano medicine contro il morso degli scorpioni e dei serpenti, bevendone il seme nel vino. Il succo si stilla nelle orecchie e in esse ammazza i vermetti. Esso si mette in quasi tutti i condimenti ed è adattissimo anche ai cibi piccanti. Si mette anche sotto la crosta del pane.  Il seme placa i dolori di stomaco, assunto anche se c’è febbre.  Pestato in acqua placa la nausea. È molto consigliato per i polmoni e per il fegato. Blocca la diarrea quando se ne prende un po’, stimola la diuresi, cotto mitiga le coliche e bevuto favorisce la secrezione del latte. La radice assunta con acqua di orzo purifica i reni dopo che si è assunto il succo cotto della pianta o il seme. La radice cotta nel vino giova anche in caso di idropisia o di convulsioni. Le sue foglie imbevute di aceto si applicano sui gonfiori ardenti. Fanno eliminare i calcoli della vescica. Bevuto in qualsiasi modo aumenta la produzione di sperma. È adattissimo per le parti genitali sia con la radice cotta nel vino da applicare calda che da spalmare pestata in olio. Molti l’applicano con cera sui gonfiori e sulle contusioni. Usano pure la radice nel succo o con miele contro il morso dei cani e col vino contro quello del millepiedi.L’ippomaratro è molto più potente in ogni uso. Soprattutto fa espellere i calcoli. Giova alla vescica con vino leggero e nelle donne risolve i ritardi mestruali; in questo è più efficace il seme della radice. La dose nell’uno e nell’altro, da bere dopo averli pestati,  corrisponde a quanto se ne prende con due dita. Petrico, che scrisse sui serpenti, e Mittone, che scrisse sulle medicine che si estraggono dalle radici, ritennero che nulla fosse più efficace dell’ippomaratro contro i serpenti. E Nicandro giustamente non lo pose tra gli ultimi7.  

Voglio chiudere con un sorriso,  non tralasciando quello che secondo me va inquadrato in un fenomeno tipico della superbia degli uomini, cioè il traslare i propri difetti o, comunque, tutto ciò che appare al di fuori della normalità corrente e pertanto viene giudicato negativamente, nella sfera animale e vegetale; non a caso, per limitarmi a quest’ultima, sono nate le espressioni come testa di rapa o epiteti come citrullo (dal napoletano cetrùlo, corrispondente all’italiano cetriolo), zuccone, baggiano (da baggiana, qualità di fava, dal latino Baiana faba=fava di Baia, etc.etc. Analogo destino potrebbe aver subito, secondo me, complice anche lo scarso valore del suo seme di fronte ad altri aromatizzanti, finòcchio prima nel significato oggi obsoleto di incapace e poi in quello di omosessuale maschio8. Gli autori più seri a tal proposito si limitano a parlare di etimologia incerta, ma non mancano proposte a dir poco fantasiose (che ben si guardano, naturalmente, dal citare le fonti…), tra le quali spicca quella che legherebbe (partendo dall’inglese faggot, che significa fascina ma anche omosessuale) l’etimo al finocchio che sarebbe stato gettato sui roghi cui venivano  condannati nel medioevo, fra gli altri,  gli omosessuali e le streghe, per mascherare l’odore sgradevole della carne che brucia. Non mi meraviglierei, perciò, se a breve da qualche parte dovessi leggere che gli Ateniesi sconfissero a Maratona i Persiani perché questi ultimi avevano schierato un esercito di omosessuali e, sublime conclusione, che il luogo della battaglia non si sarebbe chiamato all’epoca Maratona (e come, allora?) ma assunse questo nome dopo che il maschio eroismo dei Greci aveva salvato l’Occidente dalla dissolutezza e dalla mollezza degli orientali. In fondo pure dalle nostre parti Beneventum non subentrò all’originario Maleventum dopo la vittoria su Pirro?9

Non mi meravigliere neppure, e questa volta chiudo veramente, se qualcuno più o meno interessato affermasse che finocchio è da fin occhio (altro che la donna come simbolo prevalente di bellezza e oggetto del desiderio!) e se qualche misogino inveterato convalidasse quest’asserzione…

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1 Evincendi sunt autem quamvis pestiferi morbi, et exquisitis remediis propulsandi. Tunc panacis et eryngii radices foeniculi seminibus miscendae, et cum fricti ac moliti tritici farina candenti aqua conspergendae, eoque medicamine salivandum aegrotum pecus.

2 Naturalis historia, VIII, 41: Anguis hiberno situ membrana corporis obducta, feniculi succoimpedimentum illud exuit, nitidusque vernat. Exuit autem a capite primum, nec celerius quam uno die ac nocte replocans, ut extra fiat membranae quod fuerat intus. Idem hiberna latebra visu obscurato, marathro erbae sese adfricans, oculos inungit ac refovet: si vero squamae obtorpuere, spinis juniperi se scabit.

3 Naturalis historia, XIX, 56: Reliqua sunt ferulacei generis, ceu feniculum anguibus, ut diximus, gratissimum, ad condienda plurima, quum inaruit.

4 Naturalis historia, XX, 95: Feniculum nobilitavere serpentes gustatu, ut diximus, senectam exuendo oculorumque aciem succo eius reficiendo, unde intellectum est hominum quoque caliginem praecipue eo levari. Colligitur hic caule turgescente et in sole siccatur inungiturque ex melle. Ubique hoc est. Laudatissimus in Hiberia e lacrymis fit et e semine recenti. Fit et e radicibus prima germinatione incisis.

5 Da ippos=cavallo+màrathron=finocchio; a che altro si può pensare se non al fatto che era molto gradito dai cavalli?

6 Forma aggettivale (probabilmente indicante somiglianza) dal greco myrsìne=mirto.

Naturalis historia, XX, 96: Est et in hoc genere silvestre, quod alii hippomarathron, alii myrsineum vocant, foliis maioribus, gustu acriore, procerius, brachiali crassitudine, radice candida. Nascitur in calidis, sed saxosis. Diocles et aliud hippomarathri genus tradit, longo et angusto folio, semine coriandri. Medicinae in sativo, ad scorpionum ictus et serpentium, semine in vino poto. Succus et auribus instillatur, vermiculosque in his necat. Ipsum  condimentis prope omnibus inseritur: oxyporis etiam aptissime. Quin et panis crustis subditur. Semen stomachum dissolutum adstringit,vel in febribus sumptum. Nauseam ex aqua tritum sedat. Pulmonibus et iocineribus laudatissimum. Ventrem sistit quum modice sumitur, urinam ciet et tormina mitigat decoctum lactisque defectu potum mammas replet. Radix cum ptisana sumpta renes purgat, sive decocto succo, sive semine sumpto. Prodest et hydropicis radix ex vino cocta. Item convulsis. Illinuntur folia tumoribus ardentibus ex aceto. Calculos vesicae pellunt. Geniturae abundantiam quoquo modo haustum facit. Verendis amicissimum, sive ad fovendumradice cim vino cocta, sive contrita in oleo illitum. Multi tumoribus et sugillatis cim cera illinunt. Et radice in succo vel cum melle contra canis morsum utuntur et contra multipedam ex vino. Hippomarathron ad omnia vehementius. Calculos praecipue pellit. Prodest vesicae cum vino levi et feminarum menstruis haerentibus. Efficacius in eo semen quam radix. Modus in utroque quod duobus digitis tritum additur in potionem. Petrichus, qui Ophiaca scripsit, et Micton, qui Rhizotomumena, adversus serpentes nihil hippomarathro efficacius putavere.Sane et Nicander non in novissimis posuit.

8 Analogo il destino di gay, dall’originario significato di allegro a quello di dissoluto, fino a quello di omosessuale.

9 Va detto che pure questa operazione è frutto di ignoranza, nel senso che i Romani interpretarono malamente l’originario osco Maloenton (in cui la radice mal– significherebbe pietra) diventato poi Maluentum o Maleventum considerandolo composto da male=malamente ed eventum=cosa accaduta.

2 Commenti a Il finocchio selvatico e l’atroce sospetto di Maratona…

  1. peccato che fossero i Greci a mettere in campo eserciti di omosessuali, piuttosto… l’effemminatezza per il greco passa anzitutto per il truccarsi al fine di sedurre maschi e/o femmine, non per l’orientamento sessuale.

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