L’abitudine

di Michele Stursi

 

Il giorno in cui finalmente riuscirò a capire la differenza che passa tra estremisti e moderati, forse sarò anche in grado di scriverci quattro righe. Per ora posso solo accontentarmi di parlarvi di un tale, piccolo e paffuto, tarchiato come una botte, dalla folta peluria nera e dalla carnagione scura che lo faceva somigliare a uno scimpanzé, e che in paese non godeva di un’ottima reputazione per via di quella sua predisposizione a riflettere su tutto quello che gli passava sotto il naso. Non era per niente un tipo asociale, sia ben chiaro, ma quel suo “difetto” di dire la sua su tutto, di non riuscire a trattenersi dall’esprimere sentenze e giudizi, dal dispensare consigli e raccomandazioni su qualsiasi argomento, diciamo che lo aveva reso alquanto inviso ai suoi compaesani.

Il tipo era pure alquanto ingenuo, poiché osava sputare sentenze anche dinanzi ai diretti interessati mettendoli in imbarazzo sulla pubblica piazza, ma senza cattive intenzioni. Sembrava invaso da un senso di responsabilità e di giustizia fuori dal comune, tanto che se ne andava tutto il giorno in giro per il paese a scribacchiare su dei fogli le sue impressioni sul mondo per poi riferirle al mondo. È un ragionamento che fila, d’altronde, quello del poveretto ingiuriato petrusinu: comportarsi da cittadini non significa semplicemente occupare la città, ma renderla viva plasmandola alle proprie esigenze.

Peccato che al mondo d’oggi non tutto quello che a prima vista potrebbe sembrare normale e scontato, venga poi accettato univocamente.

Se si volesse trovare una causa si potrebbe osservare quel tipo paffuto, tarchiato, peloso, chiacchierone, potremmo seguirlo per giorni senza farci notare e ci renderemo conto che è poco diverso, anzi uguale a tutti noi sudditi travestiti da cittadini per il carnevale della società moderna, se non fosse per l’assenza della ruga, di quel grande solco che attraversa il nostro viso portandosi dal sopracciglio destro sino al labbro, al mento e poi giù sino al nostro cuore. Un male che parte dalla mente e rende la nostra vita alquanto rachitica: l’abitudine.

Il tipo leggeva molto, passeggiava sempre con un libro sotto il braccio e portava appeso al collo un cartello su cui aveva vergato a mano, con una calligrafia minuta e indecifrabile, quello che professava essere il manifesto della sua vita: “L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portar le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci (da Un uomo di Oriana Fallaci)”.

Se ne andava in giro indisturbato, o quasi, tutto il giorno sotto il sole cocente ad annotare sul suo taccuino, improvvisato da fogli di carta raccattati qua e là, tutto ciò che gli passava per la testa. E a sera prima di fare ritorno a casa, mezz’ora prima che il sole tramontasse, proclamava sul sagrato della chiesa i suoi versi. La gente accorreva divertita, e diciamo pure con un po’ di paura, si raccoglieva intorno al tipo paffuto, peloso e tarchiato, incrociando le dita e sperando di non essere messa a nudo. Ognuno aveva qualcosa da temere, ognuno aveva qualche piccolo scomodo segreto sepolto sotto un doppio strato spesso d’abitudine e che il tipo peloso, tarchiato, paffuto non esitava a riportare in luce per il bene della sua città. La gente rideva innervosita, spintonava, faceva segni di derisione, e intanto ad uno ad uno cadevano sotto i fendenti di quella irrefrenabile lingua.

Intanto il sole sull’orizzonte arrossiva di piacere nell’udire quella voce piccola, flebile, tremula, proclamare con timida sfacciataggine e cotanta convinzione gli infiniti mali che affliggevano città e cittadini, i quali avrebbero dovuto gestirla, ma si limitavano a vivacchiare nell’abitudine, disinteressandosi di tutto quello che andava oltre i loro personalissimi interessi: denaro, divertimento, potere, successo, stau bbonu iu stannu bboni tutti.

Continuo a non capire in cosa differisce un estremista da un moderato, ma se costoro sono tra quella folla, ai piedi del sagrato, e aspettano ansimanti che il tipo paffuto, peloso, tarchiato, li scuota e li svuoti, e riempia quel vuoto con un po’ di buon senso, allora questi tipi non son degni di occupare le righe di alcun foglio. Lasciatemi parlare del tipo paffuto, peloso, tarchiato, antipatico ai più, ingiuriato dai molti che cercano invano di affogare l’abitudine nella morsa di una patetica disputa tra pensiero estremista e moderato.

 

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