Libri/ Gino Meuli alla ricerca del tempo perduto

di Paolo Vincenti

Alla ricerca del tempo perduto , mutuando il titolo della famosa opera di Marcel Proust, con sottotitolo Cronache salvesi dall’unità d’Italia, è l’ultima opera di Gino Meuli , edita da Del Grifo (2010)  e pubblicata a cura del Comune di Salve con il patrocino della Società di Storia Patria per la Puglia Sez. di Tricase. Il libro, dopo una Presentazione del Sindaco di Salve, Ing.Vincenzo Passaseo, reca una Prefazione dello studioso Ermanno Inguscio e una Introduzione dello stesso autore. Si tratta di pagine dense di storia sotto forma di aneddoti, tranche de vie, fatti minimi, scritte in punta di penna sul filo dei ricordi da un appassionato cronista del nostro passato più recente, giunto alla scrittura dopo una onorata carriera di insegnante elementare.

Meuli giunge buon ultimo, ma solo in ordine cronologico, di una fitta schiera di studiosi che si sono occupati di questa deliziosa cittadina del Capo di Leuca che è Salve, paese gentile ed ospitale, ad iniziare dal suo toponimo. Fra questi, Luigi Tasselli, Jacopo Antonio Ferrari, Lorenzo Giustiniani, Giacomo Arditi , Amilcare Foscarini, Giuseppe Maria Veneri, Luigi Giuseppe De Simone, Alfredo Raeli, Aldo Simone, Gerard Rohlfs , Giuseppe Ruotolo, Francesco Accogli, Dino Levante, Mario Cazzato, Alessandro Laporta, solo per citarne alcuni.

Meuli si fa raccoglitore di storie stravaganti, sia nel senso etimologico di “extra vagantes”,  sia nel senso esteso di “eccentriche, bizzarre”;  e come sarebbero altrimenti definibili storie che parlano di nani, di diavoli e diavolesse, di strani ritrovamenti aurei?  E come sarebbe altrimenti definibile lo stesso libro in parola, dal momento che queste storie, fatte di cunti e leggende metropolitane (pardòn, campagnole), sono  frammiste ad altre documentate invece da fonti d’archivio quali i freddi atti processuali di una Corte Criminale? Gino Meuli ci consegna questo libro in cui l’acribia dello studioso di rango lascia il posto alla nostalgica rievocazione del tempo passato dell’ “anziano” cronista. E ciò nonostante Meuli si affretti a dire il contrario. Ma se è vero che nella etimologia della parola nostalgia c’è il termine greco “nostos”, ossia ritorno, che cosa ha fatto Meuli in questo libro se non tornare, con pathos ( che vale partecipazione emotiva), ad un tempo in cui il ricordo sublima stenti, difficoltà, sofferenze, spargendo il sale della riconciliazione e della maturità sulle ferite di un abbandono e della perduta giovinezza? “Vestivamo alla zuava”, sarebbe potuto essere il titolo di questo libro ( e infatti scrive Meuli, nella sua Introduzione: “ Avevo sei anni quando mia madre, provetta sarta, mi confezionò il primo vestito alla zuava: ricordo di averlo indossato la prima volta per la Messa di Natale, confuso tra i chierichetti, sotto lo sguardo vigile delle suore del Preziosissimo Sangue”),  o anche “vestivamo alla marinara” ( e ancora Meuli , quasi si aggirasse in un polveroso ufficio degli oggetti smarriti: “ Sono spariti i geloni alle dita e alle orecchie degli infreddoliti scolari,…i sali per lo svenimento, le sanguisughe per abbassare la pressione del sangue, le fasce che avvolgevano il povero neonato come una mummia, il salvadanaio a forma di porcellino di terracotta con la sua fessura sul dorso per infilarvi le monete, il secchio di lamiera zincata per attingere l’acqua ed il roccio a piccole ancore per il recupero del secchio accidentalmente caduto.. il vestitino alla marinara con la scritta sul berretto  Regia Marina, … il barattolo di marmellata ed il rosolio posti all’ultimo ripiano della credenza..”). 

Il periodo fascista lascia ricordi indelebili in chi, come l’autore, ha vissuto allora la prima fanciullezza. Meuli sottolinea come per la sua generazione il tempo effettivamente passato sembra essere stato molto più lungo, dati i cambiamenti epocali (uno su tutti: Internet) a cui egli ha assistito nell’arco di pochi anni. Questi mutamenti antropologici non potevano lasciare indifferente un osservatore attento della nostra realtà ed un animo sensibile come lui , predisposto, per formazione ed esperienza, a farsi interprete dei cambiamenti culturali in corso e a codificarli attraverso gli strumenti che egli ha a disposizione, cioè la ricerca critica e lo studio. Certo, si tratta di un’opera senza nessuna pretesa di scientificità e di rigore filologico, come conferma l’assenza di un adeguato apparato critico e bibliografico; si tratta piuttosto di un’opera, si potrebbe dire, di memorialistica, sebbene le sue pagine siano supportate il più delle volte da documenti certi come gli atti consultati presso gli archivi del Comune di Salve e quello storico nazionale di Lecce.

Buona parte dell’appeal che il libro suscita, e non solo per i salvesi, è dato dalle bellissime foto in bianco e nero che contrappuntano le eleganti pagine e corredano degnamente tutto il volume, che lo studioso salvese dedica ai propri nipoti “perché non dimentichino le loro origini”.

Nel primo Capitolo si occupa del Monastero dei Cappuccini di Salve, fra storia e leggende legate a quell’edificio. Nel secondo Capitolo,  della storia del Cimitero, mentre nel terzo Capitolo, uno dei più interessanti, del passaggio a Salve e nel Salento dalla monarchia borbonica a quella sabauda. E più che mai significative appaiono queste pagine, in questi giorni in cui si fa un gran parlare, anche sulla stampa locale, della questione meridionale, in vista dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Meuli dice espressamente di essere stato ispirato da un articolo di Salvatore Coppola apparso sula rivista della Sezione di Storia Patria di Maglie, Note di storia e cultura salentina, “Manifestazioni filo borboniche nel Comune di Salve tra il 1860 e il 1861”, e da questo aver preso le mosse per indagare più a fondo la questione e far luce su fatti e personaggi salvesi legati a quell’epoca. E ne viene fuori un quadro, anche gustoso, di piccole e grandi ipocrisie da parte di personaggi che, con eccessiva nonchalance, passarono dalla fedeltà assoluta ai Borboni ad una smaccata riverenza nei confronti dei Sabaudi. Sic transit gloria mundi, verrebbe da dire, di fronte a certe camaleontiche performances di alcuni maggiorenti locali, per non parlare dei poveri straccioni, del passato. Successivamente, Meuli passa ad occuparsi della triste situazione dei trovatelli a Salve nel corso dell’Ottocento, e quindi degli esposti e delle balie, compulsando i Registri delle nascite a Salve, analizzando le cause degli abbandoni, il sesso degli esposti, nome, cognome, ora e modalità degli abbandoni, riportando addirittura dei grafici con una pignoleria che sfiora quasi il cinismo, se non conoscessimo Meuli come uomo dall’animo buono e altruista.

Dopo un breve capitoletto sul periodo fascista, Meuli si occupa del Tesoretto di Salve e della storia del suo rinvenimento archeologico. In questo campo, sono indubbi i meriti proprio dell’autore, il quale ha individuato esattamente la posizione del Tesoretto di Salve in un fondo in località Terramascia, nell’estrema campagna salvese, e ne ricostruisce puntigliosamente  la storia, con i vari passaggi di proprietà dell’immobile, il ritrovamento nel 1930, il recupero del tesoretto e la sua destinazione al Museo Archeologico di Taranto, tutta la lunga e intricata questione legale che ne sorse, fino ad arrivare ai giorni nostri, con una pubblicazione sul Tesoretto di Salve che vide la luce nel 2000 per volontà dell’allora Sindaco Giovanni Siciliano il quale si affidò, per le ricerche storiche sul Tesoretto, proprio alla consulenza di Meuli.

Nel Capitolo sulle credenze popolari, l’autore  tratta di tutti quei personaggi da favola che popolano, o sarebbe meglio dire, popolavano, l’immaginario collettivo degli abitanti salvesi, quali le fate, lu moniceddhu, gli orchi, i diavoli e le streghe. Il  Capitolo sulla famiglia è forse il più interessante del libro perché qui Meuli si occupa del costume di una volta e di quelle modalità che regolavano piccoli e grandi eventi del vivere, come il fidanzamento, il battesimo, il matrimonio, l’allattamento, ecc. Come nel capitolo successivo, parimenti interessante e molto denso, l’autore si occupa della medicina antica e di tutti quei rimedi, a volte improvvisati, ad altrettanti mali che spesso arrivavano senza preavviso a funestare la salute e i giorni dei salvesi. Quali antidoti a malattie, come febbri misteriose, malaria, tubercolosi, ecc., gli industriosi abitanti del passato facevano ricorso, senza saperlo, a  quei remedia naturalia  di pliniana memoria. In “Cronache Salvesi” Meuli si occupa di fatti e  personaggi del passato in pagine fitte di recuperi memoriali.

Rivive, nelle pagine di questo lavoro meuliano, la Salvedi un tempo, quella dei poveri contadini dalla grande dignità, quella della fatica  e del sudore, quella della miseria della vita e della nobiltà dei sentimenti. Scrive ancora l’autore, nella sua poetica Introduzione: “ Ora siamo qui, a scoprire ricchezze nascoste della nostra terra, ma sfuggite ai nostri avi. Non pepite d’oro, non pozzi petroliferi, né diamanti sepolti: la grande ricchezza che abbiamo sotto il naso e che non siamo riusciti a vedere sono i doni che la natura benefica ci ha dato. Il nostro oro, l’oro della nostra terra, è l’olio e le pepite le olive. E poi la natura del paesaggio che abbiamo ignorato per secoli! E’ questa la grande ricchezza che abbiamo, altro che acchiature nascoste.” Per tornare a Marcel Proust con il quale abbiamo iniziato la nostra recensione, il grande francese si occupa nel suo romanzo, tra gli altri temi, del  ritrovamento del tempo, del ricordo, della rievocazione malinconica del passato perduto. E di fronte allo scorrere troppo veloce del tempo, arriva finalmente a prendere la grande decisione: scriverà un romanzo sugli uomini e sul tempo, che poi è il romanzo stesso ( ossia la “Recherche”).

Così, mutatis mutandis, fa Meuli il quale, di fronte al trascorrere inesorabile delle cose e al rischio dell’oblio annientante e  spaurente, decide di fermare un attimo dell’eternità, in 206 pagine di questa sua storia di tutti.

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