Un vino del Salento lento, lento, lento ma che sa far ballare chiunque

di Pino de Luca

È tempo di lasciare le coste e scendere, scendere fin nella Decatrìa Chorìa, allontanarsi dalle onde e fermarsi al centro della Mediterrònia, equidistanti dal mare circonda il Salento.

A quattro leghe dallo Jonio e quattro dall’Adriatico, terra soleggiata e argillosa, spazzata dai venti che dei due mari portano i profumi, in mezzo proprio il paese della “Crita”: Cutrofiano.

Alla via Di Vittorio, al n. 1 c’è una pineta e una masseria intitolata all’Accipiter Gentilis, rapace matriarcale capace di un volo rapido e acrobatico per districarsi tra le zone della macchia e della boscaglia. L’Astore è il marchio della famiglia Benegiamo che produce vini coniugando l’antica tradizione e la nuova tecnologia finché questa si mantiene rispettosa e costruttiva per l’ambiente. Un appezzamento di terra più a nord di Cutrofiano, in agro di San Pietro in Lama, è ancora popolato da Alberelli di negroamaro che furon messi a dimora nel 1947. Nodosi e contorti dall’età e dalle mani dell’uomo, danno pochi grappoli ormai ma composti da acini sani, forti e dolci come il più dolce dei nettari divini. Provenienti da tempo lungo per lungo tempo (almeno 30 mesi) si lascia maturare il meraviglioso succo di queste bacche rosse. Ne vien fuori un prodotto scuro, rosso profondo, dagli inconfondibili aromi di mora matura, prugna e spezie, uno dei pochi vini al quale il legno fa benissimo. Possente di spalla e persistente nel gusto, racconta nel bicchiere la terra, la fatica, il sole e il vento di un Salento lento, lento, lento ma che sa far ballare chiunque quando lancia la sua “aria stisa”. E qui dove l’Astore vola e gli Alberelli ritrovano senso e onore nelle 3500 bottiglie che Alberelli si chiamano (www.lastoremasseria.it) , qui “aria stisa” è la voce di un monumento della canzone salentina, Uccio Aloisi che ci manca da un anno e che fin da ragazzo ha cominciato a far di tutto cantando, fino alla fine. Con i suoi straordinari stornelli che pennellavano situazioni, caratteri e paesaggi in piccole strofe. Quadri che la sua voce magica rendeva comprensibili anche a chi non conosceva né l’italiano né tanto meno il salentino e che ritmava al suono di tamburelli e organetti capaci di far muovere i piedi anche agli ammalati di gotta.

Me lo ricordo ancora in una sua rivisitazione di stornelli che riguardano il vino, ad una “Sagra te lu Purpu” (sagra del polipo) alle marine di Melendugno del 2009 (http://youtu.be/c8cBoKJM69E): “ci quandu mueru vau a ‘mparaisu, ci nun ‘nc’è mieru buenu nun ci trasu” diceva la versione originale e Uccio, dal palco, alla giovane età di 80 anni, irriverente come solo i grandi artisti sanno essere, la trasformò in “ci quandu mueru vau a ‘mparaisu, ci nun ‘nc’è mieru buenu nà ce trasu” e accompagnò quel nà con il gesto dell’ombrello …

E me lo immagino Uccio, il 21 di ottobre del 2010 che, chiusi gli occhi su questa terra, si presenta a San Pietro. Il simpatico signore lo invita ad entrare offrendogli un caffè di nota marca. Uccio che lo guarda, fermo sulla soglia, e gli dice: “Caffè? Ce mieru teniti?”, pronto a tornarsene da dove stava venendo.

San Pietro rimane sbigottito, non sapendo che fare chiama la direzione. E arrivano Uccio Bandello e Uccio Melissano con una di quelle 3500 bottiglie di Alberelli di casa L’Astore. Uccio li guarda con i suoi occhi pieni di mare, e intona “fior di zagàre/n’auru picca se putìa campare/ma puru a quai ‘nc’ete nu cumpare/l’amici, lu mieru e se po’ cantare”. Il Paradiso ora è un’altra cosa.

pino_de_luca@alice.it

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