E oggi disquisiamo di aghi

 

L’acu e l’acucèddha, ovvero quando nelle parole l’affinità dell’uso e quella omofonica non coincidono con quella della nascita.

di Armando Polito

Nel dialetto di Nardò l’ago (di dimensioni normali) è chiamato acu, mentre quello più lungo e grosso, utilizzato un tempo per rammendare i sacchi e, in una versione ancora più lunga, per infilare le foglie di tabacco1 da sistemare poi sui tiralètti2 per l’essiccazione, prende il nome di acucèddha.

A prima vista si direbbe che entrambe le parole hanno come nucleo l’antichissima radice ak– indicante cosa pungente, la stessa di acido, aceto, acciaio, acuto, etc. etc. Cedendo per un momento a questa impressione non rinunciamo, tuttavia, a ragionarci sopra: su acu c’è ben poco da dire, è quasi tutto radice; acucèddha ha l’aria di essere un diminutivo di acu, ma, operando il suo smontaggio, dopo aver tolto la presunta radice ac– e il presunto suffisso diminutivo –èddha, ci ritroviamo di fronte ad un gruppo centrale –uc– che da qualche filologo un po’ troppo fantasioso potrebbe essere interpretato come una replica della radice o come parte integrante di un suffisso diminutivo –ucèddha3.  Dando pure per buono tutto questo, i conti, tuttavia, non tornano per motivi semantici: se acucèddha è veramente una forma (sia pur strana per via del presunto raddoppiamento della radice o del presunto, più esteso suffisso) di diminutivo di acu, come mai proprio questa forma è stata utilizzata per indicare un oggetto di dimensioni notevolmente maggiori rispetto a quello indicato dal nome primitivo?

C’è qualcosa che non quadra e bisogna perciò operare diversamente: se per un attimo togliamo ad acucèddha la a– ci rimane cucèddha che non esiste nel dialetto neritino ma a Parabita (Le), in quello tarantino (nella variante cucèdda) e brindisino (nella variante cuscèddha) designa esattamente lo stesso oggetto. E’ evidente, allora, che cucèdda e cuscèddha sono deverbali da cùsere/còsere/cusìre, varianti salentine dell’italiano cucire, che è dal latino medioevale cusìre (Glossario del Du Cange, ed. 1883, pg. 678), dal classico consùere, composto da cum=insieme+sùere=cucire; l’ultima variante (cusìre) è quella neritina, identica alla voce medioevale, mentre le prime due sono più vicine a quella classica. Da notare che le tre forme verbali salentine riportate hanno conservato la –s– latina (a differenza dell’italiano che l’ha sostituita con –c-) per evitare confusioni con cucìre/còcere che significano cuocere, salvo, poi, non essendoci più lo stesso pericolo, seguire il destino della voce italiana in modo netto in cucèdda, ambiguo in cuscèddha; inoltre, proprio perché deverbali, in esse il suffisso ha attenuato, anzi perso il suo originario valore diminutivo (come in cacarella da cacare, in pisciarella da pisciare, in rivoltella da rivoltare etc, etc.).

Tornando alla neritina acucèddha, essa è, dunque, il risultato di questa filiera: la cucèddha>l’acucèddha (agglutinazione della a dell’articolo).  

E i conti, questa volta, quadrano tutti.

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1 L’acucèddha, lunga almeno trenta cm., recava nella cruna un filo di spago di circa un metro; essa veniva inserita con precisione nel segmento inferiore della nervatura centrale di un sufficiente numero di foglie che, fatte scorrere lungo lo spago fino a riempirlo, costituivano la ‘nserta [dal latino insèrta(m), participio passato di insèrere=intrecciare, con aferesi di i-].  Le ‘nserte, poi, venivano appese a due ganci contrapposti sul tiralèttu ed esposte al sole; tutte le operazioni avvenivano in pieno agosto.

2 Diminutivo, con metatesi propiziata dalla presenza di due sillabe consecutive contenenti una consonante liquida (l e r), di tilàru=telaio (tilarèttu>tiralèttu).

3 È l’opinione del Garrisi che mette in campo un “latino volgare acucella”. Come ho più volte ribadito, le forme latine volgari o ricostruite, insieme con gli incroci, costituiscono per il filologo l’ultima spiaggia alla quale ricorrere quando non risulta percorribile altra via più o meno documentabile. Ora, nel latino classico non è attestata nessuna voce con un suffisso diminutivo –ucellus/ucella, mentre una sola volta ricorre il suffisso –icella: in navicella , diminutivo di navis. Per completezza d’informazione va detto che nel latino medioevale è attestato (Glossario, op. cit., pag. 66), come diminutivo di acus, acùcula, che, se avesse avuto uno sviluppo nel dialetto salentino, avrebbe dato vita ad acùcchia (acùcula>acùcla>acùcchia). Tutto ciò, come si vedrà nel prosieguo del ragionamento, non è, tuttavia, sufficiente per mettere in campo un *acucèlla. E il Rohlfs? Alla voce acucèddha si limita a rinviare a cucèddha)/cucèdda e da queste alla prima: per me è la prova che nemmeno lui pensava alla nostra voce come ad un diminutivo desostantivale.

15 Commenti a E oggi disquisiamo di aghi

  1. Armando ti sei mai chiesto perchè il plurale di acu è àcure, di manu mànure, spacu spàcure e così via? è una eccezione per pochi termini o riesci a trovare qualche regola? me lo chiedo da tanto tempo… Grazie

  2. Intanto in latino non esiste nemmeno un caso, a quanto ne so in base alle mie ricerche, in cui -ora non implichi il fenomeno del rotacismo, cioè il passaggio ad -r- di un originario -s-. Solo per fare un esempio: tempus/tèmporis al nominativo plurale fa tèmpora, ma proprio il singolare tempus ci fa capire che all’origine era tempus/tèmposis e lo stesso nominativo plurale, dunque, doveva essere tèmposa. In alcuni casi questo fenomeno è ravvisabile, secondo me, nella sua forma più antica: per esempio, aèquor/aèquoris=superficie piana di terra, mare o altro in realtà deriva dall’aggettivo aequus/aequa/aequum=piano, sereno giusto (il neutro aèquum ha assunto il significato sostantivato diretto di pianura e equità), il che significa che aèquor/aèquoris in origine doveva essere, anche se non risulta attestato, *aequos/aequosis. Credo che proprio in quest’ultimo esempio sia nascosta la chiave di volta per spiegare il nostro, apparentemente irregolare, suffisso plurale (sottolineo plurale)-ura: insomma già i latini nell’esempio appena citato avevano applicato un processo analogico creando un nome della terza declnazione (aequor) da un aggettivo della prima classe (aequus/aequa/aequum, che al maschile e al neutro segue la seconda). Lo stesso dovrebbe essere successo per acus/acus=ago, dal quale sarebbe derivato un *acus/àcusis diventato poi *acus/àcoris (neutro) il cui plurale *àcora avrebbe dato vita al nostro àcura (il pesce), regolarizzatosi poi come singolare da cui è nato il plurale àcure (riferito al pesce e all’ago); proprio a proposito di questa voce il Rohlfs, infatti, afferma “propriamente un plurale: latino volgare *àcora=aghi”). In conclusione, il nostro -ura avrebbe un’origine analogica molto antica. Lo stesso dovrebbe essere successo per spàcure & compagni. Tra tanti termini direi che tèmpure (usato a quanto ne so solo nel nesso li quattru tèmpure, negli altri casi il plurale è tièmpi) riassume in sé tutti i fenomeni prima rilevati: è chiaro che esso deriva da tèmpora (plurale di tempus/tèmporis) regolarizzatosi (per via della desinenza) come femminile singolare (da neutro plurale che era), da cui il plurale tèmpure.
    Un’ultima nota: diverso è il suffisso -ùro (attenzione all’accento!) tipico delle voci indicanti strumento (stricatùru=asse per strofinare i panni) in cui chiaramente esso è lo stesso suffisso -ùrus-/-ùra/-ùrum che entra nella formazione del participio futuro latino (laudatùrus=destinato a lodare; stricatùru=destinato a strofinare).
    Spero solo di essere stato, più che convincente, almeno chiaro.

  3. L’attrezzo ha avuto una diffusione quasi capillare con l’impianto, all’inizio del secolo scorso, della coltivazione del tabacco nel Basso Salento. Le giornatiere avevano addirittura quella personale. Venivano vendute nei mercati settimanali da parte di donne dalle fattezze zingaresche e credo che, come molti finimenti e accessori per cavalli, fossero anche gli zingari della zona a produrle. La donna si piazzava nel centro degli incroci e lanciava un grido che oggi non sfuggirebbe a un mixaggio da discomusic. “L’acuceddra pe lu tabbaccu, l’acuceddra pe lu tabaccu”. Era impossibile non ascoltarla. Vendeva pure spilloni, ferri da calza, uncinetti che portava infilati in delle faretre appese al collo che le consentivano di spostarsi comodamente la dove passava più gente.
    Le migliori erano quelle di ferro nero, che come le lame dei coltelli da tavola, si affilavano meglio ed evitavano la rottura dello stipite della foglia. Negli ultimi anni venivano vendute delle lame più lucide (acciaiose) ma come tutte le lame acciaiose non prendevano bene l’affilatura. Diventavano lucide con l’uso quotidiano e in un paio di stagioni una brava infilatrice arrivava a consumarla o a renderla troppo sottile da piegarsi di tanto in tanto.
    L’acuceddra doveva essere perfetta, della giusta lunghezza al braccio, l’operazione di infilaggio era rapidissima, fatta quasi senza guardare, anzi l’occhio era più a guardare il mucchio di foglie per scegliere la foglia e deciderne la presa che l’atto dell’infilamento. Ci si poteva fare male, per questo si usavano alcune accortezze tra cui il piegare un po la punta in fuori lontana dalle dite che tenevano la foglia, o si usava opportunamente l’unghia del pollice come scudo.
    Il tabacco non si infilava solo su ‘nserte per talaretti (o taraletti), ma si fissava pure su bastoni di canne comuni e poi poggiate su dei binari paralleli (stajere). I talaretti costavano e se il padrone non li consegnava, o non erano disponibili in quantità, ci si arrangiava con le canne. Lo svantaggio era che aumentava la superficie da coprire in caso di pioggia e bisognava avere pure delle stajere al coperto per il seccato.

  4. Ringrazio tutti per le ulteriori integrazioni che per me costituiscono altrettante lezioni sulla via mai abbastanza percorsa (altrimenti, che via e che vita sarebbe?), della conoscenza. Però, siamo veramente sicuri che le cose stiano così? Auguriamoci solo che qualche accademico non schifiloso (degli opposti potrei fornire un ristretto elenco…) dica la sua sull’argomento.

  5. schifiloso per schifiltoso, quando i tasti i tasti sono poco sensibili o chi li preme troppo precipitoso…

  6. Mio cognato Giuseppe proprio in questo momento mi informa che le migliori acuceddhe vendute dalle zingare erano confezionate con gli archi di vecchi ombrelli che, oltretutto, avevano già la cruna ed erano di un metallo acciaioso meno soggetto a deformarsi

  7. Purtroppo arrivo in ritardo alle discussioni! L’intervento del sig. Armando è interessante dal punto di vista filologico, ma a mio modesto avviso lo è meno in quello etimologico. In italiano, i sostantivi estratti dai verbi mostrano un suffisso dimin. che rimanda alla desinenza verbale: es. cucirino ‘filo di cotone per cucire e ricamare’, filarino ‘attrezzo per filare il cotone grezzo’, ecc. Nel caso del salent. (a)cuceddha [derivato addirittura dall’ital. cucire] dobbiamo supporre un prestito antico dall’italiano (nonostante il nostro cùsere e cusìre) al quale si aggiunge un dimin. in -ella a dir poco strano se il nome derivato si riferisce ad un oggetto più grande del nome originario. Ma (?!?!?) la lingua italiana (e con essa i dialetti italiani) abbonda di esempi di simili derivati, e non tutti sono registrati nei dizionari classici poiché fanno parte di quel lessico ‘volgare’ del latino medioevale che ha prodotto AUCELLU dimin. di AVIS, ACUCULA dimin. di ACUS, ecc. e (perché no?) ACUCELLA, che hanno dato ad es. le forme venete osèlo ‘uccello’, gùcia ‘ago’ e gusèla ‘ago’.
    Quanto alla variante salent. cusceddha (con -sc-) credo che essa dipenda dalla percezione fonetica del Rohlfs nel momento della registrazione: nel suo VDS (ma anche in tanti autori di testi in dialetto salentino) vi sono tracce non sempre coerenti nella trascrizione fonetica dei lemmi, per cui accanto a frascera, fasciddha, frìscere, fùscere si registrano anche fracera, fraciddha, frìcere, fùcere; e sappiamo che alcuni parlari salent. pronunciano -c- intervocalica in modo ‘biascicato, quasi -sc-‘, come si sta diffondendo sempre più nell’italiano regionale del Centro-Meridione.
    Grazie dell’attenzione.

    • Aggiungo pure che, se il salent. acuceddha fosse estratto dal verbo italiano cucire, allora perché non si è prodotto un *cuceddhu, legandosi dunque al genere maschile di acu ‘ago’? Probabilmente, sempre a mio avviso, il salent. acu con il suo plurale collettivo àcure (ACUS:*ACORAE) è stato allineato ai femminili del tipo la capu: le càpure, la manu: le mànure. Quindi come ACUCULA (femm.) anche *ACUCELLA, che può anche non essere dimin. del precedente, ma direttamente di ACUS, come dal lat. class. ponte(m) si ha il medioev. ponticellus (senza passare da un *ponticulus), e via dicendo.
      Grazie dell’attenzione.

  8. Ringrazio lo spigolatore Fabio per la cortese attenzione e per avermi consentito, grazie alle sue riflessioni, di pervenire ad una nuova proposta di soluzione del problema, plausibile, questa volta sul piano filologico, etimologico e, aggiungerei, culturale in genere.
    Cedo subito la parola alla voce latina medioevale che, sempre secondo me, spiega tante cose. Nel lessico del Du Cange al lemma “ACULA” leggo: “ut ACUCIA” (traduzione per chi non conoscesse il latino ma fosse interessato a seguire la questione: come ACUCIA), e ad ACUCIA: “Herbae species, dicta quoque scandix “ (Specie di erba, detta anche scandix).
    Ho avuto modo di parlare di quest’erba nel post “L’erba che ricorda le unghie del diavolo” del 25 gennaio ultimo scorso

    http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/01/25/lerba-che-ricorda-le-unghia-del-diavolo/

    Basta guardare la foto per capire quanto oggi io rimpianga di non aver potuto sostituire nel titolo “le unghie del diavolo” con “l’acuceddha”.

    Per concludere: dalla radice di ACUCIA (ACUC-) con l’aggiunta del normalissimo suffisso diminutivo -ELLA verrebbe fuori la nostra ACUCEDDHA. Credo che quest’ultima proposta etimologica risolva tutti i dubbi prima emersi: per citare i più appariscenti: un suffisso diminutivo latino -ucella non attestato e nel nostro caso proponibile solo per analogia e con conservazione della vocale u della voce primitiva acus; il genere femminile che ora si spiega come conservazione di quello della voce primitiva; la stranezza che il diminutivo indicherebbe, addirittura, un oggetto più piccolo di quello che il nome primitivo designa (stranezza che non appare più tale se si comparano le dimensioni del nostro strumento con quello delle foglie della pianta in questione); l’-sc- di “cusceddha”, come in “mùsciu” rispetto a “micio”). Insomma un’etimologia, per riallacciarmi al “culturale” dell’inizio, di origine contadina.

    Approfitto dell’occasione per inserire qui la riflessione che segue e lo faccio per non dare soddisfazione a chi certamente non si cercherà negli interventi relativi a questo post. Come spiegare, caro Fabio, all’idiota (in senso etimologico…) imbrattatore di San Mauro l’amore per la ricerca dell’origine di una semplice parola (apparentemente quanto di più astratto si possa immaginare), quando la più alta realizzazione di se stesso per lui consiste nella deturpazione di una memoria concreta?

  9. E’ come quando qualcuno si accorse dell’antica torre colombaia sita a borgo San Nicola (alle porte di Lecce prendendo la SS per Brindisi) usata quale pannello per affiggere manifesti (poi quasi prontamente rimossi dopo tardive proteste!) o imbrattata con mega-scritte nere da writers (quelle sono rimaste!!!). Che dire?! Speriamo che il boato di vergogna per l’orribile gesto si tramuti ben presto in opera di recupero e tutela. Di tutto il Salento.

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