Disquisendo sul termine salentino l’uèrtu

di Armando Polito

* Traduzione: “Quardàti comu ha ridottu l’uèrtu cu ppensa all’etimologia ti orte; st’annu ‘ndi ssàggia cicòre…” (traduzione della traduzione: “Guardate come ha ridotto l’orto per pensare all’etimologia di orte; quest’anno ne assaggia cicorie…”.

Nel dialetto neretino (ma anche in altre zone del Salento) la voce è usata nel senso di orto, ma anche come unità di misura di superficie equivalente a dieci are, cioé a mille mq.

L’entità della superficie indicata dal secondo significato  induce immediatamente  nella tentazione di pensare che esso abbia la stessa etimologia del primo, che, come l’italiano orto, è dal latino hortu(m) che significa luogo recintato o delimitato da un semplice confine, giardino, a sua volta dal greco chortos=recinto, erba, foraggio, pascolo, nutrimento. La voce latina in composizione con cum (=con) ha dato vita poi a cohors (o chors o cors) che dal significato di recinto assume pure quello militare di coorte (=schiera serrata) e, per traslato, quello di guardia del corpo, séguito (da cui l’italiano corte).

Balzano evidenti, però, per tornare al nostro uèrtu, due stranezze: come mai nel secondo significato il plurale è orte e non uèrti e, rispetto al presunto singolare, c’è stato un cambiamento di genere? Per questo secondo fenomeno si potrebbe mettere in campo il caso di limbu/limba in cui il cambio di genere è indotto dalla differenza delle dimensioni e lo stesso potrebbe essere detto per uèrtu/*orta (per ora lo scrivo coll’asterisco). Il primo fenomeno, invece, non lascia scampo, nel senso che il passaggio ue->o– non può essere etichettato come dittongo mobile, fenomeno che si verifica solo in caso di coniugazione, alterazione o derivazione (un solo esempio: suènnu/sunnàre).

Sorprende, perciò, che alla tentazione di prima abbia ceduto, sia pur non dichiarandolo esplicitamente, il Rohlfs, il quale alla voce ortu registra i due significati di orto e della misura agraria che ho indicato all’inizio, senza indicazione etimologica né per l’uno né per l’altro significato ma (è questo il primo indizio del suo convincimento etimologico) rinviando a uèrtu (dove il riferimento all’unità di misura non compare), da cui rimanda, in un giro vizioso, a ortu (convinto, evidentemente, che le due voci abbiano la stessa etimologia).

Sulla questione qualche tempo fa (vedi la nota 2 del post Sulle tracce dell’Asso del 19 agosto u. s.) ho avuto l’occasione di soffermarmi en passant, e oggi riprendo l’ipotesi che allora ho formulato non nascondendo le mie stesse perplessità.  Per essere sintetico e chiaro lascio parlare, scusate il gioco di parole, le parole.

Sors in latino significava sorte ma indicava anche due iugeri1 di terreno; in tal senso poteva essere usato anche il sinonimo accèpta=accettata, ricevuta.

Centùria (da centum=cento) indicava un reparto della legione in origine costituito da cento uomini, una delle 193 suddivisioni in cui Servio Tullio ripartì o cittadini romani secondo il censo e, infine, costituiva una misura agraria corrispondente a 200 iugeri1. Il piano regolatore dei Romani aveva come base teoricamente inderogabile (perché anche allora non mancavano, per quanto rare, le deroghe e c’è da sospettare che allora come oggi non avvenissero solo per motivi di conformazione geografica…) la regolarità geometrica nella suddivisione (e nella conseguente fruizione) del territorio, sia urbano che extraurbano. Tracciati due assi perpendicolari che si intersecavano al centro ideale della zona da utilizzare (il decumanus limes, con orientamento est-ovest e il cardo limes con orientamento nord-sud), venivano poi tracciati parallelamente ad ognuno altre linee secondarie in modo che alla fine il territorio risultava suddiviso in quadrati aventi il lato di circa 705 metri, cioè della superficie di circa 200 iugeri

La centuriazione, cioè l’assegnazione delle terre, comportava una divisione per 100, per cui ogni lotto assegnato tramite sorteggio (da cui il secondo significato prima indicato per sors) corrispondeva a due iugeri (circa 5000 metri).

Può orte essere figlio di sortes (plurale di sors)? L’ostacolo maggiore , già evidenziato nel post citato, è rappresentato non tanto dalla differenza dimensionale (5000 contro 1000 mq.) che può trovare giustificazione nei cambiamenti che la misura potrebbe aver subito nel corso del tempo e nella considerazione che spesso la stessa misura ha un valore diverso a seconda del luogo che la usa, quanto dalla caduta della s-, fenomeno che, ora come allora, ribadisco di non aver mai incontrato. D’altra parte sors, tramite il suo accusativo sorte(m) e regolarizzazione della desinenza, sopravvive in sorta usato solo al singolare e in espressioni esclamative tipo sorta mia! (=povero me!).

E allora? Nel documento, risalente al 1427, citato nel post compariva la locuzione  terrarum ortos quatuor (alla lettera: [possiede] quattro orti di terre]) in cui ortos è accusativo plurale di hortus (genere maschile) e la presenza del numerale gli conferisce inequivocabilmente il significato di unità di misura. Lo stesso succede negli altri documenti della stessa raccolta che ho esaminato2, in cui ortus da solo ha il significato dell’italiano orto, in presenza del numerale quello di unità di misura. In particolare, molto interessante per gettare luce sul nostro problema, mi pare un atto del 14303 in cui  dopo un iniziale petiam unam terrarum ortorum decem plus parum vel minus (un appezzamento di dieci orti di terre più o meno) la nostra voce compare una caterva di volte fino alla fine con la grafia hortus e col significato inequivocabile (essendo sempre accompagnata da un numerale) di unità di misura. Tutti gli altri documenti, dal primo (1295) all’ultimo (1490), invece, recano la grafia senza h iniziale e nel senso di orto e come unità di misura.

Il coesistere delle due grafie (soprattutto nello stesso atto del 1430) sembra confermare la coincidenza etimologica. Ma c’è di più.

Nel glossario del Du Cange4  al lemma ORTUM leggo: pro ortus, hortus (invece di ortus, hortus). Il nostro orte potrebbe essere un adattamento, con cambio della desinenza, di orta, plurale di ortum.

Non è finita, perchè nello stesso glossario5 al lemma ORTA leggo: Hortus rusticus, viridarium, locus arboribus fructiferis consitus, fossis vel sepibus clausus…vide supra OLCA1 (Orto rurale, giardino, luogo piantato ad alberi da frutto, chiuso da canali o siepi…vedi sopra OLCA1). Il lemma appena esaminato, di genere femminile, risolve il problema del cambio di genere (uèrtu/orte) senza ri correre all’adattamento ipotizzato precedentemente) e pure quello del presunto dittongo mobile (la o– si sarebbe conservata tal quale proprio perché appartenente ad una fase latina molto più recente rispetto a quella di hortus).

E ad OLCA16: Gall. Ousche, vel Osche…; segue una sequela di documenti in cui la voce assume il significato di picola porzione di terreno e nello stesso lemma è registrata quella che sembra (io non sono convinto che si ricolleghino tutte alla stessa etimologia) una caterva di varianti: OLQUA, OCHIA, OLCHA, OLCHIA, OSCHIA, OSCA, OSKA, OCA, HOCA, OCHIA. Al lemma OLCHIA7, poi  : Mensura agraria, Gall. ouche.

Un controllo sulla voce gallica ouche (variante del precedente osche?) ha dato questo esito: Région. (notamment dans l’Autunois, en Charente, en Vendée). Terrain, généralement de bonne qualité, proche de l’habitation et enclos, servant de potager ou de verger ou de petit pâturage. Du lat. tardif olca portion de terre labourable… Le lat. est prob. d’orig. gauloise, d’une racine indo-européenne *polka 8 (Regionale, in particolare nell’Autunois, in Charente, in Vendé; terreno, generalmente di buona qualità, nei pressi dell’abitazione e recintato, utilizzato come giardino o frutteto o pascolo…dal latino tardo olca, porzione di terra coltivabile…Il latino è probabilmente di origine gallica, da una radice indoeuropea *polka 9).

Credo, però, che il rinvio del Du Cange da ORTA ad OLCA1 e tutte le suggestive implicazioni che ne sono derivate siano legate tra loro sono da affinità di carattere semantico, non etimologico. Tutto questo, però, mi pare sufficiente per concludere che uèrtu/orte sono tra loro anche etimologicamente imparentate e che quella da me definita all’inizio tentazione in cui il Rohlfs sarebbe incorso dimostri che la classe (quella, a scanso di equivoci, del Rohlfs) non è acqua e che la derivazione di orte da sortes è improponibile, almeno fino a che non si troverà una voce in cui l’originaria s– latina è caduta…

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1 Iùgero è da iùgeru(m) (a sua volta da iùgum=giogo) , che indicava una superfice di circa 2500 mq, cioé quella che poteva essere arata in una giornata da un paio di buoi.

2 Michela Pastore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, pag. 84.

3 Op. cit., pagg. 100-102.

4 Du cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883, pag. 70

5 Op. cit., pag. 68.

6 Op. cit., pag. 40.

7 Op. cit., pag. 41.

8 http://www.cnrtl.fr/definition/ouche

9 Giacché sono in ballo e mi piace, ma solo metaforicamente, ballare, dirò che questo *polka mi ricorda la voce dialettale neretina porca (ma esiste tal quale in italiano) che indica (cito dalla Treccani on line)  una striscia di terreno di varia ampiezza (detta anche prosa), sopraelevata sul livello del suolo e compresa tra due solchi, che ha lo scopo, spec. negli orti, di smaltire celermente l’acqua di precipitazione.

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