Anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde, l'ulivo ci consola e ci assicura che la natura vive ancora

Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)
Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)

di Gianpiero Colomba

 

… l’ulivo adorna i soli luoghi prediletti della natura

ed abborre le contrade attristate da lungo inverno…

 simbolo della pace, sempre verde,

anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde,

ci consola e ci assicura, che la natura vive ancora…

(Giuseppe Ceva Grimaldi, 1818)

 

Siamo veramente certi che le questioni ambientali/ecologiche riguardino esclusivamente l’attualità?! Per qualcuno la risposta può sembrare ovvia. Vale la pena, però, ricordare “dove” eravamo e cosa stiamo lasciando in eredità. L’epoca che stiamo vivendo è sicuramente eccezionale per il livello globale raggiunto dalla crescita, ma anche per l’inquinamento degli agro ecosistemi e per l’utilizzo massivo di energie fossili non rinnovabili.

Le società preindustriali erano più attente agli effetti che un determinato intervento antropico aveva sul territorio, di quanto il senso comune oggi possa immaginare, anche tra chi ha a cuore il paesaggio e la sua tutela. E il paesaggio del Salento sono le “pagghiare”, i muretti a secco, i mandorli e i ficheti, ma soprattutto l’Olivo, che da secoli vigila e protegge.

Autori coevi, studiosi dell’olivo e semplici amanti del paesaggio salentino hanno denunciato in passato quanto l’uomo stesse danneggiando la natura o, semplicemente, hanno evidenziato la bellezza, il significato “culturale” e l’utilità economica delle risorse del territorio.

Giuseppe Palmieri già nel 1853, attento ai temi tanto cari alla moderna “Environmental History”, facendo riferimento alla relazione tra la Natura e l’Uomo, così scriveva:

“ (…) E’ folle intrapresa il voler tutto in ogni paese. Bisogna e giova prender di mira il più utile. Si ottiene il tutto, cangiando il superfluo col mancante. La natura, che vuol tenerci uniti per gli legami de’ bisogni vicendevoli, ha assegnato ad ogni regione un’attitudine particolare a certe produzioni e a certe arti. Si avanza più secondando la natura con dar la massima estensione all’uso de’ suoi doni, che non forzandola a concederci ciocchè non ha voluto (…) ”.

 

Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)

Giuseppe Palumbo nel 1918, osservava il paesaggio salentino, con ammirazione mista a preoccupazione:

 “ (…) Di quegli ulivi che quasi tutto hanno invaso subentrando lentamente, ma senza posa, alle antichissime foreste. Per fortuna la figurazione estetica della campagna non molto ha perduto giacché la coltivazione dell’ulivo è così fitta, e la conformazione del medesimo si presenta così artistica da far pensare ad una seconda foresta non meno suggestiva dell’antica. Quivi, infatti, la vegetazione dell’ulivo pare abbia toccato il massimo della sua intensità e del suo sviluppo, quivi è tutta una sterminata coltura di piante tanto lussureggianti e fitte da lasciare a stento scorgere i sottili campanili delle frequenti borgate. Tutto quell’insieme di tronchi, maestosi nella mole, oltremodo strani nella loro singola diversità, vi dà l’idea di una folla di giganti scontorcentisi in sforzi vani verso l’ignoto (…) S’immagini il lettore una fitta interminabile boscaglia. Quale non sarebbe il suo stupore, se nel volger di pochi giorni egli non la vedesse sparita o meglio trasformata in una landa brulla e deserta? Eppure questi fenomeni, che per la rapidità con cui avvengono hanno del fantastico, possono avvenire, anzi avvengono spessissimo nel Leccese. Sono appunto i carbonai che operano il prodigio, inconsci di un’opera vandalicamente sterminatrice. Tanto può la forza dell’uomo quando è accoppiata alla sete del guadagno (…) ”.

Cosimo De Giorgi parlando di un’ipotetica scoperta di carbone fossile in Terra d’Otranto, durante una conferenza tenuta in Lecce il 28 aprile 1882, così diceva:

 “ (…) vera ricchezza della provincia sono i boschi di quercia e di ulivo (…) una miniera di carbone che deve essere rispettata contro il vandalico disboscamento (…) ”.

Non bisogna ignorare i trascorsi delle questioni attuali, né restringere il problema ambientale nella collocazione temporale della sola contemporaneità, perché è soltanto dal passato che ci arriva il monito, assordante per chi scrive, a vigilare, denunciare e tutelare ciò che con tanto impegno la natura e l’uomo ci hanno donato.

 

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