Il Comitato per la tutela del mare del Gargano ribadisce il "no" alle ispezioni sismiche nel mare di Puglia

Il mare Adriatico deve essere difeso e tutelato dall’attività estrattiva del petrolio ed il progetto delle ispezioni sismiche è da ritenersi in forte e totale contrasto con l’ambiente, l’economia, la storia, le tradizioni che si svolgono lungo la costa adriatica da Rimini sino a Santa Maria di Leuca, peraltro un territorio ampiamente antropizzato che promuove e valorizza in ogni occasione il turismo di qualità, i prodotti ittici, i sempre più numerosi prodotti agricoli “slow food”, la consolidata immagine di territorio sano che si avvia verso uno sviluppo sempre più sostenibile.

Di seguito la lettera inviata alle Autorità dal Comitato per la tutela del mare del Gargano.

Cosa bisogna sapere e come coltivare la rapacaula (Brassica rapa sylvestris)

Il Paesaggio del gusto del Salento: la rapacaula (Brassica rapa sylvestris)

di Antonio Bruno

Se da Lecce prendete la strada per Galatina e dopo aver percorso la deviazione per Soleto al secondo rondò (quello con la stazione di servizio del Metano) arriverete alla fine sulla strada per Collepasso. Dopo il rondò dell’incrocio con Cutrofiano ed Aradeo su quella strada di quella che fu la Villa Speziali che si dice sia stata realizzata dal Porcinai c’è una gran vendita di verdure. Sono coltivate sui terreni profondi che stanno a sinistra e a destra della strada e vendute da ognuno dei coltivatori.

Sono tutte verdure freschissime e gustose. Oggi mi soffermerò sulla rapacaula del Salento che viene detta a Bari “Cima di rapa” mentre a Napoli “friarielli”.

Poesie popolari del Salento/ Ton Dumenicu

Mamma Lucia Giustizieri (Neviano 1919-Collemeto 1994). Foto del 1993.

 

di Alfredo Romano

PREMESSA

Si tratta di una poesia popolare che mia madre Lucia declamava spesso, soprattutto nei matrimoni. Il linguaggio della poesia è piuttosto arcaico e devo dedurre che abbia avuto origine a Neviano dove è nata mia madre. In basso il link dove (con qualche mia commozione) si può ascoltare la voce di mamma che declama la poesia. La registrazione risale ai primi anni Ottanta del secolo scorso.

Ton Dumènicu

Pascalina ndrìzzate šciacquata netta netta
lu sciuppariennu mìntite cuarnitu te sarretta
sta bene ton Dumenicu e šcìa cu llu nutaru
facìmu stocchi stiendi carta penna e calamaru.

Ce beddha sorta ca te truàu lu tata
è beru ca cuarda pècure ma è ccòmutu binchiàtu
tene lu cranu a ttùmani chinu te vettuvàje
crišce ‘nu porcu màsculu quantu na muntagna.

Iu quandu ulìa ton Dumenicu sulu se nde venìa
ca iu chiaru li parlava ca iddhu sulu ulìa.
A propositu sulu sta se nde vene
trasi ca nun c’è ssìrama tte cuntu le mie pene.
Iu quandu vitti sìrata mmiènźu lla chiazza
zziccài ffucire comu nu lampu comu nu tronu
cu begnu bìsciu tie beddha racazza.

Osci è mmatrimoniu e tte tocca nu pecuraru.
Num bòju lu pecuraru ca me fete te rrumatu
voju tie ton Dumenicu ca sî beddhu e ssî ngraziàtu.

A ddhu frattiempu se truàu ttrasire lu Làźaru, lu sire e llu tutore.
Bongiornu ton Dumenico
Bongiornu Pascalina.
A ttutti lu postu ca li spetta
ton Dumenicu te coste mmie sse ssetta.

Pascalina, cce imu te fare?
Scrivi tavule e tristièddhi, saccuni e tre ccušcìni
lu nanti jettu scàpulu cu ssei lanzùli fini
tuvàje cuperte šciucamani
zzìnzuli scrivi na quarantina
fazzuletti trìtici te tela
na naca cu do’ càmpici semmai ffacìmu fili
na beddha càšcia usata
tunque nutaru scrivi casa è reggimentata.
Se po’ ssapìre lu mbròju ci facìti? tisse lu sire
ca a ccinca tati fìjama voju mme la ticìti.

Cittu tata ca iu su’ mmaritata circa tre giurni ca imu fattu la frittata.
Lu sire quandu ntise te cusìne zziccàu la seggia e nne la tiràu ‘n capu.
Tice: Cristiani mi’ iutàtime ca patiscu te cunvursioni
intru la ventre mia me sentu lampi e troni
e cci fìjama patišce te ‘sta mmalatìa ton Dumenicu cu sse la pija.[1]

Nikos Bletas Ducaris, poeta greco di casa nel Salento

di Paolo Vincenti

Che cosa unisce Eduardo De Filippo, nume tutelare del teatro italiano, Nikos Bletas Ducaris, uno dei più importanti poeti greci contemporanei, Maurizio Nocera e Pierpaolo De Giorgi, due dei più noti operatori culturali salentini , Sergio Vuskovic Rojo, filosofo e politico cileno, e infine l’editore galatinese Mario Congedo? La risposta si può avere  leggendo Rondini dell’Oriente. Dedicato a Eduardo De Filippo, un volume edito nel2009, a cura di Pierpaolo De Giorgi, da Congedo,  per conto del Crsec Le/43 di Maglie col patrocinio della Regione Puglia.

Un progetto importante e articolato che vede la luce grazie al concorso di più fattori, primo fra tutti l’amicizia. La grande amicizia che univa il curatore del libro De Giorgi, etnomusicologo noto in tutta Italia e leader dei Tamburellisti di Torrepaduli, storico gruppo musicale di riproposizione della pizzica, e

La cernia che rese un tomolo di piselli

ph Giorgio Cretì

di Giorgio Cretì

Aveva dodici anni e andava in mare con Carmine, un vecchio pescatore cui mancava una mano, con un pic­colo schifo di non più di nove palmi(1). Suo padre ancora non lo portava con sé, perché riteneva che l’arte del padre, per impararla bene, bisognava stare sotto un altro che fa lo stesso mestiere. Almeno per un po’. D’altra parte, Carmine era una bra­va persona e, malgrado la mutilazione, anche un ottimo marinaio. Da lui Nunzio poteva imparare molte cose.

Con una barca così piccola non andavano molto lontano, ma, quando il mare lo per­metteva, doppiavano Punta Mucurone e si allontanavano, a volte, fino alle Striare dove Carmine conosceva un pascolo sotto una pic­cola sorgente di acqua dolce e, se ne valeva la pena, buttava una botta. Proprio fino a Santa Cesarea non ci arrivavano mai e pescavano sempre tra la Zinzulusa e Porto Miggiano.

Durante il tragitto era sempre Carmine a remare, ma quando si fermavano sopra un banco di sabbia o sopra una colonia di alghe, e bisognava tenere la barca in surplace  senza gettare la màzzara(2), ai remi stava sempre Nunzio.

Carmine non possedeva reti e pescava sempre con la togna(3), ma il pesce che prende­va in quei tempi di miseria profonda, gli era sufficiente per sopravvivere.

Nunzio non sempre si presentava al­l’appuntamento e Carmine, se non lo vede­va arrivare, partiva da solo. Poi, poteva trovarlo so­pra uno scoglio, oltre la Zinzulusa, che pe­scava da terra per conto suo. Le togne dei bambini erano fatte di cordicelle con alla fine legati peli di coda di cavallo strappati alle bestie sulla piazzetta del Porto; Nunzio pescava con quelle e porta­va a casa i pesci che prendeva, tutti pesciolini di scoglio, ottimi per la zuppa che sua madre chiamava brodetto e serviva per mangiare più volentieri il pane. Suo pa­dre a volte si complimentava con lui; altre, però, lo prendeva in giro dicendogli che i pesci grossi non abboccavano ai sui ami per compassione, per non doverselo

Graticciaia. Vino stranoto, figlio di vigna vecchia delle campagne di Brindisi

di Pino De Luca

“La discriminante è il tempo”. Così ha cominciato le sue conclusioni Antonello Maietta (Presidente Nazionale dell’AIS) dopo una verticale di otto annate di Graticciaia.

Vino stranoto, figlio di vigna vecchia delle campagne di Brindisi (c.da Flaminio) e San Pancrazio Salentino (c.da Jole), nato dalla mano di Severino Garofano in cantina e di Donato Lazzari in campagna per l’Azienda Agricola Vallone, è stato oggetto di una lezione di Storia nell’ambito del Congresso Nazionale dei Sommelier. Ambiente splendido come sa esserlo la Torre del Parco di Lecce, suggestivo angolo di storia in mezzo al traffico della città.

Otto annate, dal 1990 al 2006, illustrate sapientemente e degustate in religioso silenzio da una platea di esperti italiani e stranieri con l’impeccabile servizio della delegazione AIS pugliese. Un racconto di fatica e di speranza, di successi e di sconfitte.

Il Graticciaia non si fa sempre, il Graticciaia si fa con la pazienza e la rassegnazione al fato che i popoli salentini possiedono nel DNA.

E il fato a volte è generoso e a volte crudele. Specialmente quando si parla di vini caldi che hanno una personalità propria, forte e decisa. Evolvono a loro piacimento senza sconti, senza dar conto ad alcuno.

“La discriminante è il tempo” e il tempo ci ha detto tante cose attraverso la voce del Graticciaia, ci ha raccontato di annate bellissime nelle quali l’armonia

Tuglie. Le origini, la storia, le tradizioni (terza ed ultima parte)

di Lucio Causo

 Le chiese

Nella piazza centrale di Tuglie sorge la Chiesa Matrice, dedicata alla protettrice Maria SS. Annunziata. Fu edificata agli inizi del secolo XVIII sul posto ove si trovava una vecchia chiesetta.

Il 2 aprile 1719 il vescovo di Nardò, mons. Antonio Sanfelice, visitò la piccola chiesa dell’Annunziata. Avendola trovata piccola ed angusta, invitò il barone Guarino, il parroco provvisorio ed il popolo del casale di Tuglie a porre mano alla costruzione di una nuova e più grande Chiesa Parrocchiale. Nella visita successiva (1720) il vescovo Sanfelice elargì un contributo di 47 ducati in monete d’oro per la sollecita costruzione della parrocchia. La prima parte della chiesa, corrispondente alla navata centrale, fu iniziata nel 1721e si protrasse per oltre quindici anni. Don Vito De Santis, primo arciprete tugliese (1733-1785), ampliò ulteriormente la chiesa ed a sue spese fece costruire due altari. Il successivo ingrandimento si rese necessario intorno al 1850, quando fu realizzata la navata di borea. Nel 1875, l’arciprete Pasquale Miggiano iniziò la costruzione della navata di scirocco, che fu completata nel 1880. Nel giugno 1894 la chiesa fu consacrata dal vescovo Giuseppe Ricciardi. Nel 1900 fu posato il pavimento in marmo grigio bitonale di Carrara che ancora oggi si vede. La facciata della Parrocchia, ampia ed elegante, presenta tre portali d’ingresso ed è preceduta da una balaustra con colonnato in pietra leccese. L’interno è arricchito di numerosi altari costruiti in varie epoche. Sono opere di particolare pregio: il pulpito in legno dorato del 1800, l’organo polifonico a 1500 canne costruito nel 1912 e restaurato nel 1978, il Battistero in marmo di Carrara costruito nel 1914, i mosaici della Via Crucis, il grande mosaico raffigurante l’Annunciazione realizzato nel 1963 e numerose statue in cartapesta, opera di rinomati artisti leccesi del Settecento e dell’Ottocento. La

Gli spermatozoi dei pugliesi sono stressati! L’inquinamento è il veleno dell’amore

XVII WEEKEND CLINICO

DELLA SOCIETA’ ITALIANA DELLA RIPRODUZIONE (SIdR)

Lecce, 25-26 novembre

(Hilton Garden Inn, via Cosimo De Giorgi 62, ore 14)

 

 

ALLARME TUMORI ED INFERTILITA’ IN PUGLIA

L’inquinamento è il veleno dell’amore

 

di Lamberto Coppola

 

Anche in Puglia, come del resto in tutto il territorio nazionale, il numero di coppie infertili è in considerevole aumento. Anche i problemi legati alla sessualità iniziano ad emergere in maniera significativa nella nostra regione. I motivi, secondo gli esperti, investono principalmente le condizioni legate ai mutamenti tipici della nostra società. Parliamo dell’innalzamento dell’età matrimoniale, del diffondersi di malattie a trasmissione sessuale, di errati stili di vita quali dieta ipercalorica, l’uso di droghe, l’abuso di alcool ed il tabagismo. Insomma, Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere. Eppure quella pugliese sembra essere una popolazione virtuosa rispetto alla media nazionale. Secondo dati forniti nel 2007 dall’Istituto per i Tumori di Bari i pugliesi cercano di esporsi il meno possibile a quei fattori di rischio che, secondo la scienza, alterano la funzionalità riproduttiva e sessuale: fumo, alcool ed alimentazione ricca di grassi animali. La percentuale di non fumatori è più alta rispetto alla media italiana (il 60% contro il 53%); coloro che evitano gli alcolici al di fuori dei pasti sono il 30% (rispetto al 28% della media nazionale), mentre coloro che si concedono qualche bicchiere lontano dai pasti costituiscono il 19% rispetto al 26% del resto d’Italia. I pugliesi, forse, mangiano un po’ più di carboidrati e proteine, ma usano molto olio di oliva che, com’è noto, contiene sostanze antiossidanti protettive per il nostro

La chiài (la chiave)

di Armando Polito

Chi pensa che questa sia una recensione a scoppio ritardatissimo e per giunta in dialetto salentino del film del 1983 La chiave di Tinto Brass con Stefania Sandrelli nel ruolo di protagonista può tranquillamente passare oltre. Chi, invece, ha altri interessi, per dir così, meno epidermici…, forse mi onorerà della sua attenzione.

A prima vista (anche in filologia è questo il senso di partenza, poi bisogna impegnare le altre capacità sensoriali, e non solo quelle) sorprende che la voce abbia un’unica forma per il singolare e per il plurale: la chiai/li chiai (la chiave/le chiavi). Si tratta, insomma, di quello che in grammatica è definito un sostantivo invariabile, come in italiano il re/i re.  Non ho scelto a caso questa parola italiana perché essa deriva dall’accusativo singolare di un sostantivo latino della terza declinazione [rege(m)], proprio come il nostro chiai è, come l’italiano chiave, dal latino clave(m)1. Quello, però, che è successo a re non è toccato a chiave che, come sappiamo, non è un sostantivo invariabile, dal momento che al plurale (almeno, come si vedrà, quello più antico ed autorevole oltre che l’attuale) è le chiavi e non le chiave. D’altra parte, se prendiamo in considerazione altri casi, quello di  re ci appare inspiegabile: cònsule(m)>il console, i consoli; mìlite(m)>il milite, i militi.  Lo stesso è avvenuto, con coinvolgimento dei due generi, per il teste, la teste/i testi, le testi, da teste(m)=testimone. A questo punto qualcuno mi chiederà: ma perché hai messo in campo sostantivi latini il cui nominativo ha più di una sillaba [miles per mìlite(m)], mentre il nominativo latino del nostro re è monosillabico (rex)? Domanda sacrosanta, anche perché ci consentirà di chiarire la stranezza. Prendiamo il caso di lex=legge, dal cui accusativo lege(m) è nato il nostro legge, che, se avesse avuto lo stesso destino di re, sarebbe dovuto essere la le/le le e non la legge/le leggi. La lingua, come ho avuto occasione di dire altre volte, è quanto di più capriccioso e apparentemente irrazionale possa esistere perché si intrecciano vari fenomeni non sempre facilmente decifrabili e, in qualche caso, ancora indecifrati. Per tornare al nostro re bisogna riconoscere che in origine  esso fu conservatore (cosa storicamente  più consona ad un sovrano…), nel senso che la prima forma nata dall’accusativo rege(m) fu rege, voce diffusissima (all’inizio l’unica) nell’italiano antico. Poi per lui ci fu il taglio della coda (e non della testa…contrariamente a quello che spesso, sempre storicamente, è stato il suo destino), cioé l’indebolimento e poi la scomparsa della sillaba finale atona, fenomeno trasmesso anche al plurale. Perché tutto questo per re e non per legge? Con un pizzico di ironia che potrebbe avere un fondo di verità mi limito a far osservare che il passaggio da rege a re comportava tutt’al più un possibile equivoco con la nota musicale (questa sì, sempre nobile…), quello da legge a le avrebbe ridotto lo strumento principe per la convivenza civile (almeno sul piano teorico…) a qualcosa di troppo simile, e nelle dimensioni grafiche e nel peso concettuale, alla modestia di un articolo.

Dopo esserci aggirati tra gli oscuri meandri dei tre poteri è il momento di tornare a chiai. Ho già detto che è da clave(m), ma bisogna integrare, colpo di scena!, dicendo che clavis fa parte di un gruppo di nomi che all’accusativo possono terminare, oltre che in –em, anche in –im; e proprio da questo clavi(m)2 è derivata  (con sincope di –v– e normalissimo passaggio cla->chia-) la nostra voce di oggi. Una volta formatosi il singolare chiai, era normale che la stessa forma valesse anche per il plurale a causa di una desinenza (-i) che del plurale aveva già tutta la parvenza3.

Un’ultima osservazione: oltre a  la chiai c’era in passato anche lu chiaìnu, una chiave più grossa per le serrature di portoni. Abituati come siamo a considerare –ino come un suffisso diminutivo, ci sorprende il fatto che lu chiaìnu fosse notevolmente più grande de la chiai. E, infatti, in questo caso –ino non è un suffisso diminutivo ma indicante pertinenza, come in vicino, che è dal latino vicìnu(m), a sua volta da vicus=villaggio, per cui il suo significato di partenza era di pertinenza del (dunque che sta vicino al) villaggio4.  Così da chiai si formò chiaìnu, con passaggio dal femminile del nome primitivo al maschile di quello derivato; e in questo, a costo di essere accusato di annegare nella fantaetimologia, io ci vedo un pizzico (e sto esagerando in difetto) di maschilismo…

Chiudo, e questa volta veramente, con l’unica cantilena salentina a me nota in cui questa parola compare.

Ti l’ora ca nascìi

fuèi sbinturàta,

ti tandu parse la sbintura mia:

mi purtàra alla chièsia pi bbattizzàre

e morse la mammàna pi lla ia,

si pèrsira li chiài ti l’Uègghiu santu

e ppuru queddhe ti la sacristìa. 

(Dall’ora che nacqui fui sventurata, da allora si manifestò la mia sventura: mi portarono alla chiesa per battezzarmi e morì per la strada la levatrice, si smarrirono le chiavi della teca dell’Olio santo e pure quelle della sagrestia)

Come si vede, è un testo tutt’altro che allegro5; esso, tuttavia, può essere una tessera di un virtuale mosaico leggibile on line mediante la digitazione, è il caso di dire, di una parola-chiave. Ma questo è un progetto che nemmeno un individualista sfrenato come me può affrontare e realizzare da solo….

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1 Clavis (terza declinazione) è parente di clavus (seconda declinazione) che significa chiodo; quest’ultima voce italiana deriva proprio da clavu(m) e il passaggio –v->-d– è dovuto ad incrocio con clàudere=chiudere (dalla radice kleid– del greco klèis=paletto, chiave,da cui anche il verbo klèio=chiudere). Sul piano semantico, poi, non ci vuole molta fantasia e non è necessario essere uno scassinatore per capire che un chiodo può essere una forma rozza e primitiva di chiave, come non è necessario essere un maniaco sessuale per capire come chiavàre dal concetto originario e non sempre innocente di inchiodare [Jacopone da Todi (XIII secolo), Il pianto della Madonna, vv, 56-59): Succurri, piena de doglia/ché ‘l tuo figliol se spoglia;/e la gente par che voglia/che sia en croce chiavato] è passato all’attuale, unica, valenza definita oscena da tutti i dizionari. L’incrocio tra chiave e chiudere continua anche in chiavistello, da un latino *claustèllu(m), diminutivo del classico clàustrum (come castellum=fortezza lo è di castrum=accampamento)=chiusura (dal citato clàudere; da claustrum è l’italiano chiostro), con influsso di chiave.

2 Attestato in Plauto (III-II secolo a. C.), Mostellaria, v. 77:  Clavim cedo, atque abi hinc intro, atque occlude ostium: et ego hinc occludam (Dammi la chiave e tu da qui entra in casa e chiudi la porta; io da fuori chiuderò a chiave) ed in Tibullo (I secolo a. C.) nella quarta elegia del secondo libro, della quale riporto, per la loro attualità (anche se, va detto, non tutte le donne sono così) i vv. 15-29 nella mia traduzione (e si sente…): Ad dominam faciles aditus per carmina quaero:/ite procul, Musae, si nihil ista valent!/At mihi per caedem et facinus sunt dona paranda,/ne iaceam clausam flebilis ante domum,/aut rapiam suspensa sacris insignia fanis,/sed Venus ante alios est violanda mihi./Illa malum facinus suadet dominamque rapacem/dat mihi: sacrilegas sentiat illa manus!/O pereat quicumque legit viridesque smaragdos/et niveam Tyrio murice tingit ovem!/Hic dat avaritie causas et Coa puellis/vestis et e Rubro lucida concha mari./Haec fecere malas: hinc clavim ianua sensit/et coepit custos liminis esse canis./Sed pretium si grande feras, custodia victa est,/nec prohibent claves et canis ipse tacet (Tento di procurarmi l’amore della mia signora per mezzo di poesie: andate a farvi fottere, o Muse, se queste non funzionano! Debbo procurarmi i doni per lei commettendo un delitto e una scelleratezza, per non abbandonarmi al pianto davanti alla sua casa chiusa, oppure sarò costretto a fottere qualche offerta votiva esposta in un sacro tempio, ma prima di ogni altro debbo profanare Venere. Essa mi spinge al delitto e nelle braccia di una donna rapace: sia lei a sperimentare le mie mani sacrileghe! La morte colga chiunque raccoglie  verdi smeraldi e tinge con porpora di Tiro la bianca lana di pecora! Costui e la veste di Coo e la luminosa perla del Mar Rosso danno occasione alle fanciulle per manifestare la loro rapacità. Tutto ciò le ha rese cattive: da qui la porta cominciò a sentire (il peso del)la chiave e un cane a fare il guardiano sulla soglia. Ma se tu porti un dono di pregio ogni custodia è vinta, né c’è chiave che tenga e pure il cane tace).

Non posso non notare come la parte iniziale della poesia di Tibullo ricalca lo schema del paraklausìthyron=lamento presso la porta chiusa, sorta di serenata (da parà=presso+klàio=piangere+thyra=porta), un classico della poesia greca che continua nel mondo romano e nel nostro (chi non ricorda, della canzone Ancora portata al successo nel 1981 da Eduardo De Crescenzo, i versi: …e prima o poi farò lo sbaglio/di fare il pazzo e venir sottocasa,/tirare sassi alla finestra accesa,/ prendere a calci la tua porta chiusa…?

3 Le chiave è l’unica forma di plurale attestata negli autori fiorentini dal Trecento (ad eccezione di Dante: Inferno, XIX, 91: Che ponesse le chiavi in sua balia?) in poi e la forma ricorre anche in documenti in prosa, di carattere letterario e non, dove è da escludersi qualsiasi condizionamento metrico o stilistico. La forma attuale si afferma dal XVIII secolo, come dimostrano le commedie del Goldoni in cui compare le chiave nei dialoghi in dialetto e le chiavi in quelli in italiano.

4 Il neutro sostantivato vicìnum (anche nella forma vicìnium) insieme con vicìnitas nei primi secoli del medioevo indicava l’assemblea dei cittadini invitati ad assistere ad un processo particolarmente difficile in cui la testimonianza di alcuni di loro sarebbe stata determinante per l’emissione della sentenza da parte dei giudici; insomma, una valenza esclusivamente laica.  Successivamente vicìnum, vicìnium e vicìnia indicarono solo  quella parte del quartiere cittadino (pittàci) situata nei pressi di una chiesa.

5 Quello della lamentazione (non solo per un amore contrastato come nel caso del paraklausìthyron della nota 2) ma, in generale, per il proprio destino sfortunato è un topos letterario. Riporto la prima quartina di un sonetto di Bartolomeo di Castel della Pieve (XIV secolo), anche per la presenza del plurale le chiave di cui ho parlato nella nota 3: Morte ha tenuto del mio cor le chiave/dal primo dì ch’io nacqui e tien ancora, e con pensieri amari aspetto l’ora ch’ella il dissolva con tempesta grave.  Sul tema vedi pure la nota 8 del post Sul termine “naca”, la culla dei nostri avi del 17 agosto u. s.

Salento: un mare di biodiversità

 
 

Incontro seminario

 
Salento: un mare di biodiversità
 
Il più bel tesoro del Salento, il suo mare, così vicino, ma così sconosciuto.
A Soleto un incontro pubblico per ammirare le meraviglie dei nostri mari e conoscere i gravi pericoli di origine antropica che seriamente lo minacciano.
 

Come ti sistemo il bimbo!

 

Capitarru e spuèrtu

 

di Armando Polito

Il capitàrru nel dialetto neretino era un contenitore di legno o di creta, con una stabile base, munito di poggiatesta, opportunamente imbottito, nel quale le mamme ponevano il bambino in fasce per potersi dedicare tranquillamente alle faccende. La voce, per la quale il Rohlfs, limitandosi a registrare solo la forma capicàrru di Cutrofiano, Galatina e Soleto,  non fa nessuna proposta etimologica, secondo me potrebbe derivare da un  latino *capitàriu(m) forma deverbale dal tardo latino capitàre=prendere, dal classico càpere. Per indicare lo stesso oggetto a Bagnolo, Castrignano dei Greci, Cursi, Lecce, Martano e Squinzano si usava testa, femminile di tièstu1 (vaso di terracotta), con riferimento, credo, al materiale con cui l’oggetto veniva realizzato prima dell’uso del legno.

A Specchia era in uso il sinonimo stompu, che in altre zone del Salento (a Nardò nella forma stuèmpu) indicava un grande mortaio per sbucciare o pigiare il grano (da stumpàre=pigiare, per il quale il Rohlfs invita ad un confronto con il greco moderno stumpòno=pestare e che, aggiungo io, potrebbe essere collegato al classico stufo=contrarre, dal momento che qualsiasi materiale frantumato occupa uno spazio minore rispetto a quello che occupava da integro2. Non posso fare a meno di far notare che, se le etimologie proposte sono quelle esatte, mentre la prima voce (capitàrru/capicàrru) privilegerebbe l’idea del prendere, contenere e proteggere, la seconda (stuèmpu) evocherebbe l’immagine del bambino che appare come il pestello del mortaio. Poi vennero prima il seggiolone3 e poi iI box superaccessoriato di oggi, con ruote in lega leggera, dal fondo regolabile e plurivano, dotato di impianto di tv satellitare, che nella versione pieghevole (vedi foto) occupa, quando non è utilizzato, lo spazio del vecchio capitàrru; non ho difficoltà a dire che seggioloni e box non mi ispirano, pur con la fantasia straripante che gli altri mi attribuiscono, considerazioni analoghe a quelle che, a proposito di capitàrru e stompu, ho fatto sul rapporto stretto che un tempo c’era tra l’uomo, la natura, gli oggetti da lui creati e i nomi usati, direi con consapevole empito affettivo e, forse inconsapevole, vena poetica, per indicarli.

Un destino simile ha subito lo spuèrtu4 (il girello), nel quale i cambiamenti estetici, che in più di un dettaglio sembrano mediati dagli studi aerodinamici della Formula 1, hanno trasfigurato la struttura originaria. Anche qui per le opportune valutazioni, a partire proprio da quelle estetiche, lascio al lettore la possibilità di esprimere il suo giudizio con l’ausilio delle immagini.

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1 Dal latino testu(m); dalla forma femminile testa (con lo stesso significato di vaso di terracotta, credo per analogia di forma e non per intento ironico…) è derivata la corrispondente voce italiana.

2 Solo per dovere di completezza riporto l’opinione del Garrisi, che, come al solito, facendo concorrenza all’omonimo salto mortale, mette in campo l’incrocio, questa volta addirittura triplo, tra greco stumpiz, italiano tombare e leccesse zumpare. Di questo (greco!) stumpiz ma pure di analogo vocabolo di altre lingue non sono riuscito a trovare, nonostante i ripetuti tentativi, nemmeno l’ombra.

3 L’eliminazione della fasciatura tipo mummia, che in passato conferiva al neonato una notevole rigidità, non gli avrebbe consentito di restare ritto nel capitàrru.

4 L’uso della stessa voce a Felline col significato di cesto cilindrico di paglia e della variante sportu ad Alessano col significato di sporta in forma di grossa tasca ed a Corigliano in quello di canestro a sponde basse dove si mettono a seccare i fichi suggerirebbe la derivazione dal latino sporta(m)=cesta; non mi sentirei di escludere, tuttavia, un’origine deverbale dal latino exportàre=portar fuori, trasportare, parente, con lo stesso significato, di deportàre (alla lettera portare fuori porta), da cui il francese déporter=divertirsi, che ha dato vita, a déport=divertimento, dal quale, attraverso la variante antica desport, è derivato l’inglese sport; se così fosse spuèrtu (con la sua idea di base di divertimento e di attività fisica per il bambino) avrebbe bruciato sul tempo, essendo presumibilmente più antico, se non la voce francese, almeno quella inglese nata nel 1829.     

Tradinnovazione di Piero Cannizzaro

di Pier Paolo Tarsi

Piero Cannizzaro e Uccio Aloisi

Se in generale, per dirla con Franco Battiato, “è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”, ancor più complicato è senza dubbio, per andare allo specifico, incamminarsi ben oltre l’indifferenza, i cliché, i luoghi comuni ed i tanti equivoci nell’enorme e disorientante baccano relativo alle manifestazioni etno-musicali contemporanee salentine (e non solo), ricercando e interpretando con rigore antropologico e intelligenza nell’ambito di fenomeni identitari complessi intorno ai quali molti fanno per lo più, appunto, solo rumore e confusione. Per riuscirvi ci vuole una dose notevole di equilibrio, acume, ricerca oltre che tutta l’esperienza e la padronanza dei linguaggi cinematografici di un autore di valore come Piero Cannizzaro.

Il risultato tangibile di questi sforzi di ricerca di una cornice di lettura coerente e meditata della realtà musicale e coreutica glocal in varie regioni d’Italia (Puglia, Sardegna e Piemonte) è  “TRADINNOVAZIONE: UNA MUSICA GLOCAL”, ultima fatica firmata per  “RAI – MAGAZZINI EINSTEIN (a cura di Paola Orlandini)” da un autore e maestro che arricchisce così una personale catena di lavori semplicemente eccellenti. Si tratta di un film documentario dal titolo già molto eloquente, un viaggio affascinante in cui si è autorevolmente condotti (prezioso in tal senso è ad esempio il contributo dell’antropologo salentino Eugenio Imbriani) tra realtà e contenuti complessi, espressi tuttavia in modo coinvolgente e chiarissimo. Di tale lavoro, abbiamo l’onore e il piacere di proporre sul nostro sito per i cari Spigolatori tanto la tappa del viaggio che riguarda il Salento, dal titolo “TRADINNOVAZIONE: IL GLOCAL IN PUGLIA TRA MUSICA E DANZA”, quanto quella che riguarda la Sardegna ed il Piemonte, dal titolo “TRADINNOVAZIONE: UNA MUSICA GLOCAL TRA PIEMONTE E SARDEGNA”.

Non prima di aver ringraziato di cuore Cannizzaro per il generoso dono offertoci, invitiamo i lettori a cogliere la preziosa occasione raccomandando loro la visione delle due tappe che compongono il film – accessibili dai  link che seguono – ed invitandoli a

TRADINNOVAZIONE: il Glocal in Puglia tra musica e danza

Proponiamo di seguito l’ottima introduzione al film documentario di Piero Cannizzaro, scritta e pubblicata da Mauro Marino sulle pagine del quotidiano “PAESE NUOVO” dallo stesso diretto. Ringraziamo per la gentile concessione.

La redazione

di Mauro Marino

Il suono è la via di comunicazione che più facilmente può essere percorsa dalla suggestione, dalla memoria, dal pensiero.

Suoni sono i rumori, i linguaggi, le musiche.

Ogni suono è il segnale di una presenza, il veicolo di un messaggio, la componente essenziale di un territorio, di un paese, di un ambiente.

Un fenomeno caratteristico della corsa alla globalizzazione, ma anche un fenomeno particolarmente rispettoso delle diverse identità locali: si unisce, si mescola senza distruggere.

Magia tarantismo, disse Ernesto De Martino, sono forme arcaiche di cura, nelle quali si leggono aspirazioni e valori, tradizioni ed esigenze ludiche.

Ma oggi che la società contadina è notevolmente cambiata cosa è rimasto di quei suoni? Stiamo assistendo ad un nuovo interesse da parte di molti giovani che suonano e fruiscono di questa “nuova” musica. Suoni che oltre  agli strumenti tradizionali come la voce, il tamburello, i fiati, il violino e le percussioni popolari si aggiungono anche il violoncello, il contrabbasso, la tromba, la batteria, la chitarra, l’ organetto, la fisarmonica etc.

Abbiamo viaggiato nell’Italia attraverso la musica etnica e le sue commistioni, i contatti con le culture e i modi che questa musica alimenta e assorbe per produrre a sua volta altra musica.

Quello che si prefiggono i musicisti (ma anche i danzatori) che abbiamo incontrato, è quello di andare oltre alla tradizione cercando di creare un ibrido tra il passato ed il presente, per rendere ancora oggi viva la tradizione.

Anna Cinzia Villani

In Puglia abbiamo incontrato e ascoltato la cantante salentina Anna Cinzia Villani, il gruppo “Mascarimirì” il cui sguardo è volto alla world music, al raggamuffin, al dub, alla techno, alla contaminazione con esperienze, suoni, voci, ritmi di altri paesi vicini e lontani. La loro idea di fondo è quella di mettere in musica le sensazioni, gli umori e gli odori delle feste tipiche del sud. E il “Canzoniere Grecanico Salentino” che è stato il primo gruppo di riproposta musicale della tradizione salentina ad essersi formato in Puglia nel 1975, ben trentacinque anni fa per

Piero Cannizzaro, un autore glocal

Piero Cannizzaro

Il rinnovamento del documentario italiano, avvenuto negli ultimi anni, ha in Piero Cannizzaro uno dei suoi maggiori artefici, come testimonia la sua ampia filmografia, che si muove su molteplici latitudini (ha realizzato documentari e reportage in America, Russia, Siberia, Sri Lanka, Sud Africa, Golfo Persico, Norvegia, Lapponia), sempre alla ricerca di nuovi universi da esplorare. La curiosità è alla base del lavoro di Cannizzaro che con la sua macchina da presa entra in ambienti chiusi aprendo un dialogo che coinvolge lo stesso spettatore, invitandolo a raccogliere il testimone del regista e mettersi anche lui in viaggio. Realtà diverse, apparentemente marginali, fonti invece di insegnamenti fondamentali, sfilano quindi dinanzi ai nostri sguardi, rieducandoli ad un ritmo e a un linguaggio smarriti nel caotico flusso delle immagini di cui siamo aggrediti. «Lo stile armonioso e rispettoso […], il sincero desiderio di comprendere vari aspetti della spiritualità umana gli hanno permesso di entrare nello zone più segrete e quotidiane» (Silvana Silvestri).

Isole, la musica,  le città sotterranee, le città slow, la spiritualità e il monitoraggio dello sviluppo sociale sono i principali temi di cui Cannizzaro si occupato per approdare infine alla dimensione ideale del glocale (direttore artistico a Capalbio della rassegna “Il Glocale nel Documentario 2005”) e della musica etnica, soprattutto nell’Italia del Sud. Segnaliamo a questo proposito “La notte della taranta e dintorni”, “Ritorno a Kurumuny”, “Ritratti dal Salento”. “Il cibo dell’anima”, film-documentario ambientato in altrettante comunità spirituali sul tema del cibo e della spiritualità, racchiude il senso della ricerca di Cannizzaro e, come i precedenti lavori del regista, è stato visto e apprezzato in numerosi festival, conseguendo premi e riconoscimenti vari (dal catalogo CINEMA TREVI – Roma – Cineteca Nazionale).

“Città Slow” il film-doc dedicato  ad alcune tra le più significative città che hanno aderito al movimento internazionale Città Slow (dic 2010).

“Tradinnovazione: una musica glocal” è il suo ultimo lavoro.

 

Per ulteriori notizie su Piero Cannizzaro rimandiamo al seguente link:

http://www.cinemaitaliano.info/pers/014707/piero-cannizzaro.html

E oggi disquisiamo di aghi

 

L’acu e l’acucèddha, ovvero quando nelle parole l’affinità dell’uso e quella omofonica non coincidono con quella della nascita.

di Armando Polito

Nel dialetto di Nardò l’ago (di dimensioni normali) è chiamato acu, mentre quello più lungo e grosso, utilizzato un tempo per rammendare i sacchi e, in una versione ancora più lunga, per infilare le foglie di tabacco1 da sistemare poi sui tiralètti2 per l’essiccazione, prende il nome di acucèddha.

A prima vista si direbbe che entrambe le parole hanno come nucleo l’antichissima radice ak– indicante cosa pungente, la stessa di acido, aceto, acciaio, acuto, etc. etc. Cedendo per un momento a questa impressione non rinunciamo, tuttavia, a ragionarci sopra: su acu c’è ben poco da dire, è quasi tutto radice; acucèddha ha l’aria di essere un diminutivo di acu, ma, operando il suo smontaggio, dopo aver tolto la presunta radice ac– e il presunto suffisso diminutivo –èddha, ci ritroviamo di fronte ad un gruppo centrale –uc– che da qualche filologo un po’ troppo fantasioso potrebbe essere interpretato come una replica della radice o come parte integrante di un suffisso diminutivo –ucèddha3.  Dando pure per buono tutto questo, i conti, tuttavia, non tornano per motivi semantici: se acucèddha è veramente una forma (sia pur strana per via del presunto raddoppiamento della radice o del presunto, più esteso suffisso) di diminutivo di acu, come mai proprio questa forma è stata utilizzata per indicare un oggetto di dimensioni notevolmente maggiori rispetto a quello indicato dal nome primitivo?

C’è qualcosa che non quadra e bisogna perciò operare diversamente: se per un attimo togliamo ad acucèddha la a– ci rimane cucèddha che non esiste nel dialetto neritino ma a Parabita (Le), in quello tarantino (nella variante cucèdda) e brindisino (nella variante cuscèddha) designa esattamente lo stesso oggetto. E’ evidente, allora, che cucèdda e cuscèddha sono deverbali da cùsere/còsere/cusìre, varianti salentine dell’italiano cucire, che è dal latino medioevale cusìre (Glossario del Du Cange, ed. 1883, pg. 678), dal classico consùere, composto da cum=insieme+sùere=cucire; l’ultima variante (cusìre) è quella neritina, identica alla voce medioevale, mentre le prime due sono più vicine a quella classica. Da notare che le tre forme verbali salentine riportate hanno conservato la –s– latina (a differenza dell’italiano che l’ha sostituita con –c-) per evitare confusioni con cucìre/còcere che significano cuocere, salvo, poi, non essendoci più lo stesso pericolo, seguire il destino della voce italiana in modo netto in cucèdda, ambiguo in cuscèddha; inoltre, proprio perché deverbali, in esse il suffisso ha attenuato, anzi perso il suo originario valore diminutivo (come in cacarella da cacare, in pisciarella da pisciare, in rivoltella da rivoltare etc, etc.).

Tornando alla neritina acucèddha, essa è, dunque, il risultato di questa filiera: la cucèddha>l’acucèddha (agglutinazione della a dell’articolo).  

E i conti, questa volta, quadrano tutti.

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1 L’acucèddha, lunga almeno trenta cm., recava nella cruna un filo di spago di circa un metro; essa veniva inserita con precisione nel segmento inferiore della nervatura centrale di un sufficiente numero di foglie che, fatte scorrere lungo lo spago fino a riempirlo, costituivano la ‘nserta [dal latino insèrta(m), participio passato di insèrere=intrecciare, con aferesi di i-].  Le ‘nserte, poi, venivano appese a due ganci contrapposti sul tiralèttu ed esposte al sole; tutte le operazioni avvenivano in pieno agosto.

2 Diminutivo, con metatesi propiziata dalla presenza di due sillabe consecutive contenenti una consonante liquida (l e r), di tilàru=telaio (tilarèttu>tiralèttu).

3 È l’opinione del Garrisi che mette in campo un “latino volgare acucella”. Come ho più volte ribadito, le forme latine volgari o ricostruite, insieme con gli incroci, costituiscono per il filologo l’ultima spiaggia alla quale ricorrere quando non risulta percorribile altra via più o meno documentabile. Ora, nel latino classico non è attestata nessuna voce con un suffisso diminutivo –ucellus/ucella, mentre una sola volta ricorre il suffisso –icella: in navicella , diminutivo di navis. Per completezza d’informazione va detto che nel latino medioevale è attestato (Glossario, op. cit., pag. 66), come diminutivo di acus, acùcula, che, se avesse avuto uno sviluppo nel dialetto salentino, avrebbe dato vita ad acùcchia (acùcula>acùcla>acùcchia). Tutto ciò, come si vedrà nel prosieguo del ragionamento, non è, tuttavia, sufficiente per mettere in campo un *acucèlla. E il Rohlfs? Alla voce acucèddha si limita a rinviare a cucèddha)/cucèdda e da queste alla prima: per me è la prova che nemmeno lui pensava alla nostra voce come ad un diminutivo desostantivale.

Libri/ Principi fate folletti nel magico mondo delle favole

a cura di Stefano Donno

 

COME FECE COME NON FECE

principi fate folletti nel magico mondo delle favole

 

 

Come fece come non fece è una raccolta di fiabe fatte di immagini, luoghi, atmosfere, suoni di paesi e città, voci di uomini e di animali, odori antichi di case umili o profumi esotici di sfarzosi castelli, di malìe e incantamenti alla controra.

Immagini lontane, nel tempo e nello spazio, di principi e principesse che vivono e rivivono tra gli ulivi contorti e tra gli spinosi fichi d’India. Dietro ogni favola c’è il volto rugoso di un vecchio che fu bambino, la sua voce sfiatata e i gesti delle sue mani nodose che raccontano storie vere, camuffate da fiabe.

Un libro attraverso cui i bambini possono apprendere gli strumenti per affrontare la vita, perché si narra di grandi difficoltà e pericoli da superare, di

Non stegmata nobilitant

ph Alberto Rescio
 
L’obiettivo fotografico di Alberto Rescio si è soffermato su un’insolita epigrafe (NON/ STEGMADA/ NOBILITANT), probabilmente settecentesca, sormontata da due putti e posta a lato dell’arco di una piccola corte del centro storico di Tricase. Replicata sul prospetto per due volte, testimonia il chiaro messaggio ai passanti di ieri e di oggi da parte dei residenti.
 
La mancata ostensione dello stemma, che avrebbe potuto trovare giusta allocazione nel cartiglio, sembra volersi rifare alle parole di Sallustio: la vera nobiltà non deriva dalla stirpe, ma dalla virtus e dalla buona condotta (Bellum Iugurthinum). Anche questo è Salento!
 
Grazie ad Alberto per avercelo segnalato. 

Racconti/ Il triste annuncio

 

Antonello da Messina, Sorriso dell’ignoto marinaio (1470-1472) Museo della fondazione Mandralisca – Cefalù

di Raffaella Verdesca

Si schiarì la voce più volte e fissandosi attentamente nello specchio, sussurrò valutando l’effetto scenico che ne veniva fuori:

“Mi dispiace molto, ma il povero zio Pierino ci ha lasciato per sempre.”

Accidenti! Erano ore che provava e riprovava a dire questa frase col pathos e l’intonazione migliore, ma dalla sua voce non usciva niente di buono.

Per non parlare poi di quell’espressione da salame che gli veniva fuori quando scandiva “…ci ha lasciato per sempre”!

Non poteva, zia Mara, affidare a qualcun altro l’ingrato compito di dare il triste annuncio?

In lista c’erano Marisa, Lucilla e Concetta che in quanto a recitazione non le batteva nessuno, non per niente si erano sposate gli uomini più facoltosi della città!

E Gino? Gino non sarebbe stato certo da sottovalutare, con quella sua naturale inclinazione alle espressioni lugubri e agli sguardi persi.

E invece no, e invece zia Mara aveva pescato proprio lui che faceva il cameriere sulle navi da crociera! Inutile dire che questo triste dovere gli costava forse di più degli altri perché zio Pierino lui l’amava e l’aveva amato come un padre.

Gli sembrava strano pensare al modo rocambolesco in cui lo zio si era tolto di mezzo.

Due sere prima si era alzato da tavola dopo cena, aveva salutato moglie e suocera come tutte le volte, e si era incamminato placidamente verso il Circolo di caccia del paese.

Era socio da anni di questo posto, pur non essendo mai stato un cacciatore.

Diceva che gli piaceva il fine ricreativo di quella tana di vecchi lupi d’assalto e

Patù, il paese delle 100 meraviglie

Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)
Le Centopietre di Patù (ph M. Gaballo)

di Paolo Vincenti

A Patù si respira un fermento culturale particolarmente stimolante, sia per i cittadini locali sia per tutti gli amici della città dei patusci (come simpaticamente vengono soprannominati i patuensi).

Patù il paese delle 100 meraviglie è il titolo di un opuscolo in distribuzione gratuita, realizzato dalle due associazioni di via dei commercianti di Patù e della marina San Gregorio. L’obbiettivo, come spiegano Giovanni Spano, Presidente dell’ “Associazione di Via Centro Storico Patù”  e Antonio De Marco, Presidente dell’ “Associazione di Via San Gregorio”, è quello di unire gli sforzi per rivitalizzare un paese che ha tanto da offrire a tutti coloro che lo vanno a visitare, creando una sinergia fra turismo, artigianato e

Muretti a secco. Ancora una volta penalizzato il Salento!

di Antonio Bruno

La Regione Puglia ha emanato il bando per la presentazione delle domande per la concessione degli aiuti previsti dalla Misura 216 – Azione 1- “Ripristino muretti a secco” del Programma di Sviluppo Rurale.

L’Azione è finalizzata a salvaguardare e migliorare il paesaggio agrario e a conservare elementi naturali e seminaturali in grado di promuovere il mantenimento delle capacità di autoregolazione degli agroecosistemi regionali, quali i muretti a secco, ossia elementi in grado di filtrare, tamponare e conservare la qualità dell’ambiente e, più nel dettaglio, a salvaguardare l’attività degli organismi vegetali e animali che vivono negli agroecosistemi dei muretti a secco, in quanto “aree rifugio” per i nemici naturali dei parassiti delle colture.

L’argomento è così sentito tanto che quando l’Unione Europea, nel 2009 stanziò 38 milioni di euro per finanziare le attività di risistemazione dei muretti, negli uffici dell’assessorato all’Agricoltura arrivarono oltre 30.000 domande. Allora le risorse andarono quasi tutte agli agricoltori della Provincia di Bari perché erano favoriti nel punteggio i Siti di interesse Comunitario (Sic) http://it.wikipedia.org/wiki/Siti_di_interesse_comunitario_della_Puglia e le zone di protezione speciale o ZPS, sono zone di protezione poste lungo le rotte di migrazione dell’avifauna.

A Settembre del 2011 è seguito un altro bando che questa volta ha privilegiato nell’individuazione dei progetti beneficiari della risorsa le campagne con uliveti secolari o vigneti ad alberello. Tale privilegio doveva toccare finalmente al Salentom che come sappiamo è caratterizzato proprio dai Paesaggi della Vite e dell’Olivo.

La procedura, che prevedeva un finanziamento di 26,5 milioni di euro provenienti dai fondi del Programma di sviluppo rurale 2007/2013 Misura 216 – Azione 1, è a “bando aperto – stop and go” per cui era possibile presentare domanda sino al completo utilizzo delle risorse finanziarie disponibili.

Capite che siccome le esigenze sono tante era importante presentare le domande entro la prima scadenza (STOP) che era il 28 ottobre 2011.

Potete leggere di seguito come nonostante tutto, il Salento è stato penalizzato dalla Regione Puglia.

Le domande devono essere fatte da un tecnico agricolo che per prima cosa doveva farsi abilitare dalla Regione Puglia per l’accesso al portale “PSA” dopo

Tuglie. Le origini, la storia, le tradizioni (prima parte)

di Lucio Causo

    Le origini

   Tuglie, in provincia di Lecce, ha origini molto antiche. Lo confermano i quattro “Menhir” tugliesi che si trovano in aperta campagna: il menhir di “Monte Prino”, alto circa due metri; il menhir delle “nove croci” in contrada “Camastra”; il menhir che si trova all’incrocio della via vicinale del “Caruggio” con la via vicinale “Camastra”; il menhir del  fondo “Scirocco”, al confine tra le tenute Santese e Losavio.

Sono di particolare interesse le “Grotte Passaturi” o “Case vecchie”, situate in prossimità delle scuole elementari, che, secondo alcuni studiosi, costituivano la dimora dell’antico popolo dei “Tulli” [1].

Intorno al 1270, il piccolo nucleo abitato, sorto spontaneamente a ridosso della collina, era denominato “Casale Tulli” ed apparteneva ad Almerico di Montedragone, ufficiale dell’esercito di Carlo d’Angiò. Il sovrano lo aveva donato al nobile cavaliere in cambio di alcuni beni posti nel territorio di Sulmona, città natale di Almerico [2].

Nel 1280, il conte di Montedragone dovette accorrere a Taranto per sedare una rivolta popolare. Della sua assenza approfittò Gervaso da Matino che occupò con la forza il casale di Tuglie, ribattezzandolo “Castri Tulli” [3].

Si racconta che Almerico, prima di lasciare il casale, fece edificare una piccola cappella nel posto dove prima c’era una nicchia di pietra con l’immagine delle Anime Sante, proprio dove ora sorge la Chiesa Matricededicata alla Madonna dell’Annunziata [4].

Il 28 luglio 1480, una formidabile flotta di galee turche con 1.600 pezzi di artiglieria e 18.000 soldati, si schierò di fronte al porto di Otranto. Acmet, il capo dei turchi, promise vantaggiose condizioni, in cambio della resa, ma gli otrantini decisero di resistere ad oltranza. Cominciò così un assedio violentissimo, che durò 15 giorni. L’artiglieria ottomana bombardò le mura, l’abitato e la rocca. Poi i turchi, travolta ogni resistenza, dilagarono nella città

Giuseppe Greco, un artista a tutto tondo

di Paolo Vincenti

Ha fatto piccoli quadretti delle sue poesie, arricchiti dai suoi schizzi, e li distribuisce a destra e a manca quando si trova, come spesso succede,  in amicali consessi, quali presentazioni di libri o readings letterari in giro per il Salento.

Parabita è la sua terra ma il suo estro poetico, la vivacità delle sue tele, la mitezza del suo carattere e la piacevolezza della sua frequentazione sono conosciuti   ben oltre i confini provinciali.  Il Salento è la sua terra, tanto amata , cantata nei versi delle sue liriche e  impastata nei colori delle sue tavole, ma egli ama  viaggiare perché in tutta Italia vengono apprezzate l’eleganza formale e la forte ispirazione delle sue poesie. 

Parliamo di Giuseppe Greco, Pippi per gli amici, poeta e pittore parabitano, che chi legge queste pagine già conosce molto bene. Poeta del pennello e pittore delle sue poesie, Giuseppe Greco continua a fare man bassa di premi  e a  partecipare ad una miriade di concorsi letterari su e giù per lo stivale. E la stampa locale non manca di dare notizia dei successi conseguiti da questo poeta originale e quasi inedito, erede della grande tradizione della poesia

L’abbaglio della cicerchia

 

di Giorgio Cretì

Periodicamente, nel corso della storia della cucina hanno avuto luogo movimenti per il  ritorno ai prodotti naturali e periodicamente si è ricaduti nell’errore di puntare più sulla moda che sulla genuinità. All’epoca di Apicio non c’era piatto che non contenesse il garum, ci fu poi un tempo in cui ogni pietanza era sommersa dalle spezie orientali, oggi siamo nell’era del dado, del glutammato monosodico.

Avviene poi che qualcuno si ribella, e torna alla cucina contadina, o perlomeno in essa cerca ispirazione per la propria arte, a volte prendendo anche lucciole per lanterne. L’ulltimo grande abbaglio, secondo me, è costituito dalla cicerchia, passione di molti giovani chef di grido, dal Nord al Sud. E chi non segue il modello non si sente trend. Si vuole spacciare una civaia disprezzata dai nostri nonni per un legume povero ch’entrava nella dieta, povera, di tutti i giorni. Niente di più falso.

A memoria mia e di altra gente anche più vecchia di me, nata nel Sud dove in un periodo in cui i legumi, al pari degli ortaggi e delle erbe spontanee, erano cibo quotidiano, a memoria d’uomo la cicerchia detta anche dolega era un legume al quale si ricorreva soltanto quando non c’era altro da mangiare ed

Archeologia ed ambiente rurale: il caso Valesio in Terra d’Otranto

di Chiara De Luca

IL GRUPPO ARCHEOLOGICO DI TERRA D’OTRANTO A PAESTUM PER PROMUOVERE IL SALENTO

Il sito archeologico di Valesio, nel territorio di Torchiarolo, inteso come paradigma di sinergia tra Cultura e attività produttive. Sarà questo l’oggetto della presentazione dell’area archeologica e della sua valorizzazione all’interno del workshop che si terrà a Paestum, il 18 novembre p.v. alle ore 15.00, in occasione della 14° Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico. La Borsa è l’unico salone al mondo destinato al turismo di matrice prettamente archeologica che si propone di costruire una relazione tra le diverse culture dei singoli Stati al fine di incrementare lo scambio culturale e la destagionalizzazione turistica. Alla manifestazione, realizzata sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, partecipano tutte le realtà più importanti relative al patrimonio archeologico mondiale.

Il sito di Valesio e la sinergia che esso può avere con il territorio del Comune di Torchiarolo e dell’intero Salento sarà oggetto della relazione presentata da Elvino Politi, direttore del Gruppo Archeologico di Terra d’Otranto, che avrà come titolo:” Archeologia ed ambiente rurale: binomio di salvaguardia e sviluppo territoriale. Il caso Valesio in Terra d’Otranto”.

Il sito, tra i più significativi dell’area nord salentina, caratterizzato

Libri/ Antichi Saperi e Nuove Emozioni dal Tacco d’Italia

L’Associazione GAIA è lieta di invitarti all’incontro partecipato:

Presentazione del libro “LE VIE DEL SALE, Antichi Saperi e Nuove Emozioni dal Tacco d’Italia” (a cura di Corrado Russo).

Auditorium Comunale di Corsano (LE), in Via San Luigi

Domenica 18 Dicembre 2011, ore 17.00

L’occasione è orientata a condividere conoscenze e curiosità sui tesori del nostro territorio.

Teniamo a sottolineare che, come ogni evento organizzato dall’Associazione GAIA, anche questo incontro è strutturato secondo il nuovo modello di partecipazione attiva: 10 minuti al massimo per ciascun intervento da parte dei referenti dell’opera e larga apertura al dibattito.

Anteprima di un cielo in evoluzione

 

di Elio Ria
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Quanto mi piace osservare i cieli di Santa Caterina che discendono dall’alto della torre e accarezzano il mare; solleticano le onde affinché facciano baccano; distolgono sguardi; placano subbugli.

Di questa mia terra io sono innamorato e dei suoi silenzi di paglia annoto poesia.

 

I profondi ed antichi segni dell’olio

di Massimo Negro

E’ strano come una sostanza naturale come l’olio, che rende le superfici scivolose, unge ma non corrode, abbia lasciato nel tempo e  sino ai giorni nostri dei segni così antichi e profondi. Nella terra, nella roccia e nella nostra cultura.

Nella terra … con i milioni di alberi di ulivo che ci circondano e che benevolmente ci abbracciano con le loro fronde cariche di olive dalla cui spremitura viene prodotto l’olio. Antiche e giovani sentinelle delle nostre campagne, a cui badiamo sempre meno, continuamente sotto attacco da parte della speculazione edilizia, della cattiva politica ma soprattutto in balia della nostra incuria.

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Nella roccia … con i tanti trappeti ipogei che per secoli hanno accolto immense quantità di olive e fatto scaturire con il duro lavoro di uomini e animali il salutare “oro verde”. Stanze e ricoveri ricavati scavando nella roccia per far si che l’olio venisse prodotto e mantenuto alla giusta temperatura. Molti sono ormai andati persi, pochi quelli recuperati e di molti anche se ancora presenti si è persa la storia e versano nel più totale abbandono.

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Nella nostra cultura … generazioni e generazioni sin dai tempi più remoti si sono affaccendate sotto le ampie fronde degli alberi di ulivo, traendone

Disquisendo sul termine salentino l’uèrtu

di Armando Polito

* Traduzione: “Quardàti comu ha ridottu l’uèrtu cu ppensa all’etimologia ti orte; st’annu ‘ndi ssàggia cicòre…” (traduzione della traduzione: “Guardate come ha ridotto l’orto per pensare all’etimologia di orte; quest’anno ne assaggia cicorie…”.

Nel dialetto neretino (ma anche in altre zone del Salento) la voce è usata nel senso di orto, ma anche come unità di misura di superficie equivalente a dieci are, cioé a mille mq.

L’entità della superficie indicata dal secondo significato  induce immediatamente  nella tentazione di pensare che esso abbia la stessa etimologia del primo, che, come l’italiano orto, è dal latino hortu(m) che significa luogo recintato o delimitato da un semplice confine, giardino, a sua volta dal greco chortos=recinto, erba, foraggio, pascolo, nutrimento. La voce latina in composizione con cum (=con) ha dato vita poi a cohors (o chors o cors) che dal significato di recinto assume pure quello militare di coorte (=schiera serrata) e, per traslato, quello di guardia del corpo, séguito (da cui l’italiano corte).

Balzano evidenti, però, per tornare al nostro uèrtu, due stranezze: come mai nel secondo significato il plurale è orte e non uèrti e, rispetto al presunto singolare, c’è stato un cambiamento di genere? Per questo secondo fenomeno

L’economia civile di Giuseppe Palmieri

di Tommaso Manzillo

La difficile fase congiunturale che stanno attraversando i mercati finanziari di tutto il mondo sono, certamente, la dimostrazione dell’imperfezione del meccanismo economico del mercato. Quello che oggi si avverte in questa pesante fase economica è il senso di vuoto e di smarrimento che pervade l’uomo, i giovani, le famiglie, le imprese stesse, la paura piuttosto che la speranza per il futuro, l’ansia del domani che sta salendo dalle fasce più deboli della popolazione verso il ceto medio, in un’azione di trascinamento verso il basso, lungo sentieri incerti ed impervi. Questo perché l’uomo stesso pone al centro del suo operare soltanto il benessere materiale, come unico obiettivo, in una logica di puro tornaconto personale.

La ricerca esclusiva dell’avere – avrebbe detto Paolo VI nella Populorum Progressio (1967) – diventa così un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale”.

Come uscirne fuori. Occorre umanizzare l’economia e, prima ancora, umanizzare l’uomo stesso, ossia, fargli scoprire la sua dignità perduta, ridando fiducia in se stesso, facendolo uscire fuori dalle sacche dell’individualismo e del relativismo in cui, quest’arido capitalismo, lo ha fatto precipitare. La ricchezza materiale in cui oggi vive, molto spesso, può essere un sintomo di povertà umana e morale, lasciando spazio al proprio “io”, figlio di quella inclinazione egoistica smithiana, oltre che del marginalismo economico che

Libri/ I pupari

di Paolo Vincenti

Sono i poveri, gli ultimi della nostra società, burattini, a volte anche inconsapevoli, nelle mani di astuti burattinai, i protagonisti dell’ultimo romanzo di Walter Cerfeda, I PUPARI, edito da  Albatros Il Filo, nella collana “Tracce- Nuove Voci”(2010).

Un romanzo ambientato proprio in Salento, nell’immaginaria, ma neanche tanto, città di C*, che diventa metafora del mondo, un mondo di violenze e soprusi sotterranei,  un mondo di cinismo e di corruzione, di benpensanti che fanno finta di non vedere il marciume che si annida sotto la parvenza di ordine e pulizia che essi dicono di amare, e di disperati, derelitti, poveri Cristi degli anni Duemila, che di quel marciume hanno fatto purtroppo il pane quotidiano. Non per vivere, ma per continuare almeno a sopravvivere,  in un mondo ostile dove, nonostante secoli di storia e di lotte civili, continua a dominare  la legge

Anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde, l'ulivo ci consola e ci assicura che la natura vive ancora

Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)
Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)

di Gianpiero Colomba

 

… l’ulivo adorna i soli luoghi prediletti della natura

ed abborre le contrade attristate da lungo inverno…

 simbolo della pace, sempre verde,

anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde,

ci consola e ci assicura, che la natura vive ancora…

(Giuseppe Ceva Grimaldi, 1818)

 

Siamo veramente certi che le questioni ambientali/ecologiche riguardino esclusivamente l’attualità?! Per qualcuno la risposta può sembrare ovvia. Vale la pena, però, ricordare “dove” eravamo e cosa stiamo lasciando in eredità. L’epoca che stiamo vivendo è sicuramente eccezionale per il livello globale raggiunto dalla crescita, ma anche per l’inquinamento degli agro ecosistemi e per l’utilizzo massivo di energie fossili non rinnovabili.

Le società preindustriali erano più attente agli effetti che un determinato intervento antropico aveva sul territorio, di quanto il senso comune oggi possa immaginare, anche tra chi ha a cuore il paesaggio e la sua tutela. E il paesaggio del Salento sono le “pagghiare”, i muretti a secco, i mandorli e i ficheti, ma soprattutto l’Olivo, che da secoli vigila e protegge.

Autori coevi, studiosi dell’olivo e semplici amanti del paesaggio salentino hanno denunciato in passato quanto l’uomo stesse danneggiando la natura o, semplicemente, hanno evidenziato la bellezza, il significato “culturale” e l’utilità economica delle risorse del territorio.

Giuseppe Palmieri già nel 1853, attento ai temi tanto cari alla moderna “Environmental History”, facendo riferimento alla relazione tra la Natura e l’Uomo, così scriveva:

“ (…) E’ folle intrapresa il voler tutto in ogni paese. Bisogna e giova prender di mira il più utile. Si ottiene il tutto, cangiando il superfluo col mancante. La natura, che vuol tenerci uniti per gli legami de’ bisogni vicendevoli, ha assegnato ad ogni regione un’attitudine particolare a certe produzioni e a

Libri/ Pietre

Nadia e Luca, due giovani sposi del nord trascorrono alcuni giorni di vacanze a Lecce. In questa meravigliosa città, dove ogni vicolo, piazza, chiesa racchiude una, due, cento storie umane si svolge la storia del romanzo di Claudia Petracca. Lecce sa ammaliare, stupire, affascinare con le sue bellezze di pietra antica. 

di Elio Ria

La conoscenza casuale di un personaggio del luogo, conduce i protagonisti alla scoperta di un mondo magico: intriso di emozioni, eventi, quotidianità, intimità di Donna Clara. Vi è l’evocazione, un accenno della magia salentina, con i suoi riti magici di un tempo, le credenze e la spiritualità. Lo spirito di una donna vissuta a Lecce scalfisce e riesce a penetrare nell’anima inquieta di Nadia. Il palazzo, dove la donna ha vissuto, è il luogo della memoria. Tutto è conservato come era nel tempo passato. Il suo ritratto, la sua stanza da letto, le sue poesie, passioni, l’amore proibito hanno reso immobile il tempo. Nadia è affascinata dalla narrazione della vita di Donna Clara, e ben presto diventa parte essenziale della storia, o meglio della memoria della nobildonna: i luoghi dove ella ha vissuto custodiscono la sua essenza. Nadia, abbandonata dal padre ancora bambina, avverte nella narrazione surreale della vita di Donna

Libri/ L’Eroe Antico

L’Eroe Antico

 segnalato dalla Giuria del Premio Stresa 1980.
(Fuori catalogo).

Antonio, il protagonista del lungo racconto, è un eroe all’antica e come l’Ulisse omerico nel Mediterraneo, percorre in lungo ed in largo tutto il Salento; di giorno e di notte, con il buono ed il cattivo tempo, ed attraverso il suo viaggiare acquisisce sempre più conoscenza della vita. Viaggia da solo dall’inizio alla fine, come se fosse guidato dalla forza misteriosa che domina il mondo e gli uomini. Senza mai fermarsi, neanche di fronte alla perdita dell’oggetto del suo più grande sentimento.

Libri/ Taranto. Correva l’anno 1710

Due terremoti (1710-1743), storie di vita tra i vicoli, tradizioni scomparse e ancora in vita. Tutto questo e altro ancora nel segno della devozione della città di Taranto verso la sua patrona, assieme a San Cataldo: la Vergine Immacolata.

Testimonianze, racconti di tarantini veraci, vicende di confraternita, storie di monumenti legati al culto della Vergine e veloci scorribande nella gastronomia legata alla festività. Senza dimenticare quanto accade nei comuni della provincia.

Se ne parla nel libro “Correva l’anno 1710”, realizzato da Angelo Diofano (Edit@, di Domenico Sellitti), e arricchito della presentazione del noto storico Vittorio De Marco.

Questa storia (scrive il prof. De Marco) si snoda attorno a una confraternita, quella dell’Immacolata, intenta ogni anno a celebrare e solennizzare la festa

Libri/ Spalancare la finestra del futuro

 

Spalancare da Casarano

la finestra del futuro

 

 Giovedì 17 novembre 2011, a Casarano (LE) presso l’Auditorium della Parrocchia Cuore Immacolato di Maria (Via Ungaretti 19), alle 19,00, sarà presentato il Libro di Francesco Lenoci “Spalancare la finestra del futuro”, Ed Insieme, settembre 2011.

Il Libro recepisce la lectio magistralis “Discorso ai Giovani nel nome di don Tonino Bello”, svolta da Francesco Lenoci a Molfetta il 18 giugno 2011.

Nel Libro si parla di giovani come generazione tradita, la più colpita dalla crisi, dalla disoccupazione, dalla recessione. Eppure l’autore confida nei giovani e li invita, con le parole di don Tonino Bello, a “danzare la vita” senza scoramenti.
Li esorta, anzi, a farsi organizzatori della speranza, preparandosi a svolgere ruoli da protagonisti nello sviluppo sociale e civile del Paese, specialmente nel mondo del lavoro, dove occorre essere consapevoli che un bravo

Un contributo di testimonianza dal vivo sul “Travancore”

L’Acquaviva di Marittima

di Rocco Boccadamo

Ho letto – con particolare piacere, essendo nativo di Marittima e rappresentando, l’insenatura “Acquaviva”, una sorta di mia seconda culla – l’articolo di Giorgio Cretì sul naufragio del piroscafo inglese “Travancore”.

Per fedeltà e precisione storica, mette conto di sottolineare che l’affondamento si consumò a seguito dell’urto dell’unità  contro gli scogli dell’imboccatura dell’Acquaviva, nulla c’entra, invece, Punta o Pizzo “Mucurune” che delimita, verso nord/nord est, la vicina rada di Castro.

Il punto del naufragio è costituito da fondali relativamente bassi, da 6 a 10 metri, in acque più che trasparenti, cristalline, tanto è che, una sessantina d’anni addietro (a metà, quindi, dell’arco temporale trascorso dal 1880, data dell’evento), durante le mie prime nuotate,  giusto lì, mi era spesso dato di scorgere a occhio nudo, ancora adagiato giù, qualche frammento dello scafo.

Minuscola, eppure eccezionale coincidenza rispetto al tema e all’oggetto materiale della rievocazione di Cretì, alla fine degli ultimi anni 80, un mio amico e compaesano, il quale s’era immerso con un minimo d’attrezzatura per

1880, naufragio del piroscafo Travancore wreck all’Acquaviva

 

di Giorgio Cretì

Travancore (archivio Ninì Ciccarese)

Alla masseria di Capriglia tutto procedeva secondo il susseguirsi delle stagioni e l’attività della gente era legata esclusivamente alle pratiche agricole. Massaro Rosario, oltre che occuparsi delle direttive generali, teneva per sé anche certe incombenze di particolare delicatezza e perizia come, per esempio, la semina e la vendita dei prodotti; Crocefissa badava alla casera e alle faccende di casa e Rocco seguiva tutti i lavori: dall’aratura alla mietitura, dalla mungitura alla tosatura delle pecore, dalla chiamata dei giornalieri al pagamento del vino che essi bevevano nelle botteghe del paese a fine giornata. Gabriella era lì ormai da un anno e s’era integrata nella famiglia: non aveva nessun incarico particolare, a causa del suo impegno continuo con il piccolo Rosario che cresceva bello e sano, ma aiutava qua e là secondo le necessità. Suo padre Peppino ora aveva il lavoro assicurato, ed anche il vino. A volte Gabriella andava nei campi perché erano necessarie anche le sue braccia e allora il bambino restava con Crocefissa, ormai mamma Fissi per Gabriella, che l’adorava e lo teneva in braccio con tanta tenerezza come se tenesse il suo Pasquale ch’era tanto lontano.

Era serena, Crocefissa, e si faceva ogni tanto rileggere le lettere che Pasquale scriveva e specialmente i passi che la riguardavano. Temeva il mare perché lo sapeva infido per i marinai e quando pensava al figlio sopra una nave, le tornava in mente il ricordo di quando, una trentina d’anni prima, c’era stato un naufragio non molto lontano.

Una notte di marzo, un piroscafo inglese che veniva dalle Indie era affondato davanti al canale dell’Acquaviva, alle marine di Marittima. Molta gente allora era accorsa generosamente con le barche, soprattutto da Castro, ed i passeggeri e l’equipaggio erano stati tutti tratti in salvo prima che la nave affondasse completamente; del carico, però, non s’era salvato nulla: al buio era letteralmente scomparso… e non in fondo al mare. Che gente!, pensava.

C’era stata, però, una storia diversa, quella del brigadiere Rizzelli di Gallipoli che, avendo trovato un cofanetto di monete l’aveva subito consegnato al legittimo proprietario, ma gli era toccato solo un encomio. Così erano i carabinieri! I quali, durante le loro perlustrazioni, passavano dalla masseria e v’entravano a salutare chi trovavano ed a scambiare qualche parola: a volte massara Crocefissa regalava loro qualche ricotta o del formaggio da portare a casa. I carabinieri andavano a cavallo o a piedi, ma avevano anche le biciclette. Non erano molto istruiti e la maggior parte di essi sapeva leggere e scrivere quel tanto che serviva  per il proprio ufficio; non davano mai opinioni sugli avvenimenti politici.

Il riferimento al naufragio dell’Acquaviva è tratto dal capitolo terzo di “Poppiiti”, uscito nel 1996 ed io l’avevo ricavato da “La corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto”, stampato a Lecce da Giacomo Arditi nel 1879.

L’Arditi afferma che tutto il carico della nave fu oggetto di sciacallaggio e salva solo “la gara ospitale ed umanitaria di alcuni signori e delle autorità accorse”. Nel verbale del processo tenutosi a Londra il 12 aprile successivo si dice, però, che non tutto andò perduto: “they ultimately succeeded in saving a portion of the cargo”.

Scorriamo ora il processo verbale dei fatti come redatto a Londra un mese dopo da quella Camera di Commercio.

Il piroscafo affondato all’Acquaviva si chiamava Travancore e apparteneva alla Peninsula and Oriental Steam Navigation Company. Era addetto al trasporto misto di persone e merci. Misurava 1.903 tonnellate di stazza lorda e 1.172 di stazza netta con motori da 350 c.v. Era partito dal porto di Alessandria in Egitto il 5 marzo ed era diretto al porto di Brindisi, con 108 membri di equipaggio, 57 passeggeri e un migliaio di tonnellate di merci, per lo più cotone.

La nave faceva rotta verso il Capo d’Otranto per poi, ivi giunta a circa un miglio dalla costa, segnalare la sua posizione a terra. Da dove avrebbero telegraficamente avvertito Brindisi del suo arrivo perché si approntasse in tempo il treno speciale, pronto per il trabordo dei passeggeri e della posta nello stesso porto. Alle 11 di sera, il Travancore era in vista del faro di Santa Maria di Leuca e tracciata la rotta per proseguiire il capitano se n’era andato sottocoperta. Il tempo era bello, il cielo sereno e il mare completamente piatto, spirava una leggera brezza.

Poi le cose si complicarono in quanto le valutazioni del comandante e del suo vice non coincidevano ed anche per la nebbia calata sulla zona. Il comandante aveva controllato le carte nautiche e tornando sul ponte, verso le tre del mattino, ordinò di cambiare la rotta, ma improvvisamente si trovò la costa molto vicina e la cambiò nuovamente. E fu proprio in quel momento che la nave urtò violentemente contro uno scoglio della “Baia di Castro dentro Punta Mucurone (Maccarone nel testo inglese) a circa 9 miglia dal Capo d’Otranto”. La prua era staccata dalla riva meno di 50 metri e la poppa meno di 100.  Erano le 4 del mattino. Furono immediatamente calate in mare le scialuppe e portati a terra i passeggeri e la posta. La nave imbarcava acqua molto in fretta, però, ma il capitano e l’equipaggio rimasero a bordo  per tentare di disincagliarla anche se l’acqua entrava sempre più copiosa nelle stive. Alle 7 di sera fu del tutto abbandonata. Ma gli uomini della ciurma vi ritornarono il giorno successivo e riuscirono a salvare una parte delle merci. La nave rimase poi abbandonata al suo destino ma non ci furono perdite di vite umane.

Il 12 aprile pressso Westminister il capitano Robert Scott e Melbourne Denny Blott, vicecomandante, furono processati, ritenuti responsabili del naufragio e condannati alla sospensione per tre mesi della loro patente nautica. Motivo: la nave non era stata governata with proper and seamanlike care, con la necessaria accortezza degli uomini di mare.

L’episodio è rimasto generalmente dimenticato per più di un seccolo, fino a quando nel 2005, il giorno 8 di marzo, l’Amministrazione comunale di Diso, del cui territorio fa parte la frazione di Marittima e quindi dell’Acquavia, non ha deciso di porre una targa con la scritta: “A ricordo del 125° anniversario del naufragio della nave Travancore”.

L’episodio del piroscafo inglese è stato studiato in modo approfondito da Ninì Ciccarese, discendente di una famiglia di Castro, presso la quale alcuni passeggeri della nave avevano trovato ospitalità nel marzo del 1880.

Gli stessi fatti sono stati trattati dal professor Alfredo Quaranta di Marittima con il titolo “La valigia delle Indie” stampato per i tipi di Capone Editore nel 2003. “Valigia delle Indie”, poi, era stato il nome italiano del treno postale e per viaggiatori che da Modane (in Francia) aveva portato a Brindisi, attraverso la penisola italiana, i viaggiatori e corrispondenza da Londra a Bombay (via Canale di Suez) nel periodo  dal  1870 al 1914.

Il mio omaggio a Grigoriu

di Armando Polito

Tra i tanti meriti di questo sito c’è anche quello, certamente non secondario, di tramandare il ricordo di persone “qualsiasi” eppure non comuni, di scrivere, senza velleità manzoniane, e più tardi bretchiane, una storia, non solo locale, parallela a quella ufficiale o, addirittura, alternativa ad essa. Né è da trascurare la conseguente stimolazione di interessi col correlato sorgere di domande che probabilmente mai ci saremmo posto.

È il caso, per esempio, per quanto mi riguarda, di sgherru, soprannome del personaggio magistralmente delineato da Salvatore Chiffi nel suo recente post Grigoriu lu sgherru, un contadino amato da tutti  e in modo sublime sintetizzato nella vignetta di Melanton.

La voce nel vocabolario del Rholfs è registrata solo per Nardò e, dopo aver riportato il significato (“guercio, strambo”), lo studioso aggiunge: “[ cfr.  il calabrese a sgherra=a modo bizzarro, italiano sgherro=bravaccio armato]; v. sghèu”.

A sghèu (voce registrata per il Brindisino a Mesagne e per il Tarantino a Grottaglie) dopo i significati di “guercio, strambo, storto (di occhio)” leggo: “uècchji sghèi=occhi strambi; sghèu, sgheo=brutto, deforme; fàccia di sghèu (Oria)=fraccia brutta [cfr. l’italiano sghembo=storto]”.

In assenza di qualsiasi indicazione etimologica diretta il rinvio, da una parte, da sghèrru/sgherro a sghèu e dall’altra da sghèu a sghembo autorizzano a supporre che per il Rohlfs i collegamenti tra le voci appena elencate non siano solo di tipo semantico ma probabilmente anche etimologico, tenendo presenti i principi da lui stesso enunciati sull’argomento nell’introduzione della sua opera: “Per comodità del lettore abbiamo pensato di indicare brevemente le etimologie, senza però tenerci a norme rigide.Sono state omesse generalmente le etimologie che non offrono nessun problema. Abbiamo pensato di dare preferibilmente le etimologie quando di tratti di parole piuttosto rare ossia quando credemmo, mediante un accenno, di poter facilitare la soluzione del problema etimologico2. In altri casi, in cui la storia della parola non è ancor ben chiarita, abbiamo preferito non sforzar l’etimologia, lasciando agli studiosi che verranno dopo di noi, il compito di approfondire la questione. Per tutte le parole che i nostri dialetti hanno in comune con la lingua nazionale italiana, il lettore potrà trovar utili schiarimenti nei vocabolari etimologici della lingua italiana”.

La nota 2 presente nella citazione precedente così recita: “Diamo i raffronti etimologici in [] fine di ogni articolo.

Proprio il fatto che l’uno e l’altro lemma recano in chiusura un testo fra parentesi quadre rende legittima l’autorizzazione di cui parlavo prima, facendo rientrare entrambi i nostri casi nel punto due del metodo di indicazione etimologica teorizzato nell’introduzione.

Se però dal punto di vista semantico, non c’è ombra di dubbio, qualche perplessità circa la loro comune origine le nostre voci suscitano sul piano della fonologia.

Vediamo brevemente per sgherro e sghembo l’etimologia ufficialmente accreditata (non significa che è quella vera, ma quella, almeno per il momento, accertata):

SGHERRO: dal longobardo skarrjo=capitano.

SGHEMBO: dal latino medioevale sclimbu(m), a sua volta dal gotico o longobardoslimbs=obliquo, dall’alto tedesco medio slimp.

L’etimologia finora concordemente proposta di questa seconda voce non mi convince per motivi fonetici. La presenza, infatti, di c nella voce latina si spiega perfettamente tenendo conto della voce (addirittura preclassica, altro che Goti!) stlembus presente in un frammento di Lucilio (poeta del II secolo a. C.) tramandatoci da Pompeo Festo (grammatico del II secolo d. C.): “STLEMBUS gravis, tardus, sicut Lucilius pedibus stlembum dixit equum pigrum et tardum”1 (pesante, lento, come Lucilio definì sghembo [?] di piedi un cavallo pigro e lento). Sono un incosciente ad aver tradotto (sia pure dubitativamente) lo stlembum con sghembo? E ad immaginare che un cavallo che appoggi gli zoccoli obliquamente sia meno rapido di uno che procede normalmente (la stessa cosa succede, scambiando gli zoccoli con i piedi o con delle scarpe non adatte, agli umani)? Semanticamente ci sta, ma foneticamente come si fa a passare da stl- a sgh-? La risposta è estremamente facile:  come in Persio (I secolo d. C.) accanto a stloppus è attestato scloppus che continua nel latino tardo accanto a stoplus e stolpus; e, come stoplus attraverso *scoplus ha dato vita a scoppio, e scloppus a schioppo, così stlembus attraverso *sclembus potrebbe aver dato vita a schiembo, a sua volta padre di sghembo.

Comunque stiano le cose, allo stato attuale mi sembra quanto meno prudente considerare sgherro e sghembo accomunati solo semanticamente ma non etimologicamente.

Approfitto dell’occasione per chiudere con una nota erotica o, se si preferisce, pornofonica. Negli anni ’60 i più audaci tra noi si esibivano in una nnascàta2, non per quella sorta di simpatico tic di Grigoriu (a parte il canto intonato una volta inforcata la bicicletta dopo il pediluvio e la metafora legata alla foratura) ma per manifestare la loro eccitazione (non a caso imitando il maiale…) al passaggio di qualche avvenente donzella.

I problemi che mi son posto e che sono rimasti sostanzialmente irrisolti costituiscono il mio modo di onorare un campione di un’umanità forse perduta, anche se con esiti infinitamente meno suggestivi di quelli del post di riferimento. E, se anche fossi riuscito a dare un risposta alle domande, mi sarei sentito, comunque, piccolo piccolo di fronte ad un uomo che poteva permettersi il lusso di apparire, tutto sommato, saggio, senza conoscere, probabilmente…, né la grammatica né, tantomeno, l’etimologia.

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1 De verborum significatu, XVII; cito e traduco il testo dell’edizione  di M. A. Savagner, Panckoucke, Parigi, 1846, XVII, pag. 561.

2 Da nnascàre, a sua volta da ad+nasca=narice, e questo dal  latino Nasìca, soprannome degli Scipioni, che, secondo Arnobio (III-IV secolo), avevano il naso appuntito; comunque sia, è chiaro che nasìca (se è diventato un soprannome vuol dire che all’origine era un nome comune) appare forma aggettivale sostantivata femminile (com’è successo, sottintendendo dies=giorno, per alba che, come aggettivo, significa chiara) dal classico nasus=naso. Mi permetto poi di confermare per” zzappa ti scatèna” la derivazione dal verbo “scatenare”, ma nel senso di “liberare la terra dalle catene”.

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