Libri/ L’anello inutile

L’anello inutile di Maria Pia Romano, Besa editore

 

di Paolo Rausa

Ero da qualche giorno nel Salento, il 9 di giugno scorso. Già dalla mia partenza avevo annotato quell’incontro a Lecce, fissato in un posto che poi si è rivelato magico, la piazzetta della Chiesa greca. Ma c’era mai stata a Lecce una Chiesa greca? Non me ne ricordavo. Forse il toponimo richiama   il  rito basiliano che vi si svolgeva, come i tanti luoghi disseminati sul territorio salentino – i SS. Stefani a Vaste di Poggiardo per es. – , che aveva fornito rifugio nei secoli passati, posto com’è di fronte alla Grecia, ai religiosi fuoriusciti dall’impero bizantino, vittime della lotta contro il culto delle immagini, mi pare. Ma quello che mi aveva attratto dell’annuncio era l’esile, ma conturbante, figura dell’autrice accovacciata su uno scoglio marino, in attesa, e le modalità della presentazione di quello che si preannunciava come un romanzo immerso nella storia di un Sud e di un Salento, che sanno appassionare – lo sappiamo – con tutta la forza del sentimento.

Si accompagnava un commento musicale serrato e dal ritmo incalzante. Dovevo andarci! La sera del 9 giugno ero lì in un cortile, posto dietro la chiesa, un posto magico, ma ancora più magica la figura slanciata e sensuale della scrittrice, Maria Pia Romano, di cui sapevo nulla. Mi è subito piaciuta la presentazione affidata a donne fra donne – anche la gestione dello spazio, magnificamente recuperato dal punto di vista architettonico, è femminile. 

Ho ascoltato attentamente le parole dense di significato che venivano pronunciate dalla giovane scrittrice, che in quel momento parlava per i suoi personaggi: “E’ quello che scegliamo che ci fa capire chi siamo”. Una frase buttala lì, ma gravida di conseguenze soprattutto se si rovescia la prospettiva. E’ vero che quotidianamente e sempre nel corso della vita siamo messi di fronte a più strade e naturalmente scegliamo. E se pensiamo a ciò che avremmo potuto essere se avessimo fatto altre scelte? Siamo sicuri che scegliamo o che invece non siamo travolti dagli eventi? E forse che i personaggi di sogno di questo romanzo, lo zingaro di mare, il musicista, la vecchia che scriveva lettere d’amore risolutive per gli altri ma inefficaci per il suo amato, la strega/maga/macàra, attraverso i quattro elementi costitutivi dell’universo e della nostra esistenza, l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, – ma manca qui lo spirito o umore, ritenuto il quinto elemento dalle religioni orientali – non tentano con tutte le forze  di mantenere le loro prerogative fallaci, di sottrarsi ad un destino di livellamento senza radici, senza storia e soprattutto senza amore, quello smisurato per la terra che amiamo?

La saggezza detta i tempi della vita perché comunque bisogna attendere “il tempo che ci vuole”. Il romanzo breve o racconto si divide, come abbiamo detto, in quattro parti, seguendo la quadripartizione degli elementi. “Il libro è un gioco di specchi”: i personaggi, dei quali non viene mai pronunciato il nome, ma che sapremmo riconoscere come veri per la descrizione poetica, ricca di umanità, che ne fa Maria Pia Romano, riflettono la loro sete, la loro arsura di amore. Si direbbe che essi soffrano l’assenza, la mancanza di una adesione alla vita, di un sentimento desiderato ma non appagato e quindi la loro figura, in questo senso, è speculare.

Sono degli errabondi che cercano la felicità. Sono dei perenni irrequieti, che cercano tutti qualcosa, e non si fermano mai e mai la troveranno, perché la quiete rappresenta la loro e la nostra fine. Sono perciò indocili e li sentiamo fratelli e sorelle, innamorati, come noi, del mistero che è la vita. Si parte dall’acqua e dalla sua distesa infinita: il mare. L’aria è la musica, la terra è una vecchia scrittrice di settant’anni, amante dei gatti, un personaggio creato dall’immaginazione fervida della scrittrice, ma suggeritole, e incarnato, nella figura di una sua vecchia conoscente.

Sono belle queste figure femminili che si sentono sorelle, governate dalla luna. “Farsi salvare quando lo decidiamo”: il rapporto con le persone e con le cose arriva ad un punto di rottura o di salvezza e questo non può dipendere che da noi, sembra suggerire il romanzo. “C’è un momento nella vita quando decidiamo noi”. Queste alcune osservazioni, en passant, ma il romanzo è ricco di suggestioni mitologiche, di sinestesie, di un’attenta scelta lessicale, di visioni poetiche errabonde e visionarie come lo sono i personaggi, che ci coinvolgono intensamente e verso i quali proviamo commozione, solidarietà, emulazione, desiderio di vivere intensamente l’avventura della nostra esistenza con passione e abbandono.

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