Nocerancora (postille bio-bibliografiche su Maurizio Nocera)

di Paolo Vincenti

PREMESSA

“L’assassino torna sempre sul luogo del delitto”.  Il libro A volo d’arsapo. Note-bio-bibliografiche su Maurizio Nocera, pubblicato con “Il Raggio Verde” nel 2008, ha segnato una tappa importante della mia breve carriera letteraria. Il primo scritto di quel libro si intitolava “Io e Maurizio Nocera” e il fatto che io parlassi anche di me, ovvero della mia formazione letteraria e politica, oltre che del poeta e scrittore Nocera, oggetto della trattazione, colpì molto coloro che recensirono il libro, per la particolarità di quello scritto. Con il libro A volo d’arsapo, per la prima volta pubblicavo qualcosa di compiuto, con una vera e propria casa editrice; la mia precedente prova letteraria, L’orologio a  cucù (Good times) (I poeti de “L’uomo e il Mare”, Tuglie 2007), sorta di informe massa di appunti sparsi,  raccolti negli anni, era stata autoprodotta con tanto entusiasmo quanta improvvisazione, come gli innumerevoli refusi presenti in quel libro confermano, nonostante la buona volontà del bravo tipografo Giuseppe Miggiano da Tuglie.

Con il libro su Maurizio Nocera, mi presentavo ad un pubblico molto più vasto di quello che era stato il mio fino ad allora. Questa grande platea era composta non solo dai benevolenti amici, miei e di Maurizio, ma soprattutto dagli “addetti ai lavori”, ossia quegli studiosi, critici e  vari intellettuali che negli anni erano entrati in contatto con Maurizio e che quindi sarebbero stati certamente curiosi di leggere del materiale che lo riguardasse. Mi chiedevo con quale predisposizione d’animo lo avrebbero letto e, soprattutto, quale sarebbe stato il loro giudizio. 

Questa paura si palesò, forte, quasi paralizzante, alla prima presentazione del libro, presso la Biblioteca  Provinciale “N. Bernardini” di Lecce, il 4 aprile 2008, relatori Antonietta Fulvio, editrice de “Il Raggio Verde”, Antonio Errico, scrittore e critico letterario, e Alessandro Laporta, Direttore della Biblioteca e grande erudito. Quella sera mi sentivo di profanare il sacro tempio delle lettere salentine  ( “Paolo alla Provinciale!!!” scrisse a caratteri cubitali l’amico Franco Sperti di Tuglie, nella mail di presentazione della serata che inviò a tutti i suoi contatti) e, oltreché spaurito e tremante, ero, come spesso succede ad un meteoropatico, di pessimo umore, a causa della pioggia incessante che batteva e che io, lungi dal ritenere benaugurante per quel vero e proprio battesimo che mi aspettava, ritenevo invece di pessimo auspicio. Ad aumentare la mia emotività, la presenza in sala, anche questa per la prima volta, dei miei genitori, ai quali avevo sommessamente chiesto di partecipare con un misto di imbarazzo ed orgoglio (mio padre, in particolare, sarà stato mosso dalla forte curiosità di capire che cosa diavolo facesse questo suo figlio in quegli ameni ritrovi culturali, nei quali sapeva che io trascorrevo gran parte delle mie serate,  quando egli avrebbe invece preferito sapermi ancora al lavoro in azienda o, al massimo, a casa, insieme alla mia famiglia; e infatti, avendolo poi così saputo, dopo quella sera non avrebbe più concesso l’onore della sua presenza alle mie serate. Mia madre, invece, che qualche ragguaglio in più sulla mia “doppia vita” lo aveva  sempre avuto, si dimostrava tutto sommato abbastanza compiaciuta o almeno tollerante dell’attività culturale di  questo suo figlio “pecora nera”, ..  come dire, “poteva andare peggio,  meglio scrittore che altro, ..”). 

Comunque, quella sera, complice  Maurizio Nocera, il cui intervento fu molto significativo, andò bene, nonostante io, completamente sopraffatto dall’emozione, seppi dire solo brevi frasi di circostanza, soprattutto di ringraziamento per quell’insperata ribalta culturale. La seconda presentazione del libro, anche stavolta complice Maurizio Nocera, si annunciava ancora più impervia. Biblioteca Comunale “F.Gnoni” di Tuglie , il 17 aprile 2008. Stavolta a sorreggermi, come a Lecce, non c’erano neppure la colleganza e la vicinanza umana con i relatori,  Laporta ed Errico; a presentare il libro infatti erano Luigi Scorrano, docente e critico letterario, dantista di fama nazionale, e Mario Geymonat, professore di Latino all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nonché figlio dell’illustre filosofo Ludovico Geymonat, mentre l’attore Antonio Calò avrebbe letto alcuni passaggi dal mio libro. Io ero teso come una corda di violino ma contento per la notevole affluenza di pubblico. Anche quella sera, oltre ad Antonietta Fulvio e ad Antonio Gabellone, all’epoca non ancora Presidente della Provincia di Lecce, prese la parola Maurizio Nocera ed il suo intervento fu risolutivo, nel senso che servì a togliermi dall’empasse emotiva nella quale ero entrato nel momento in cui mi ero reso conto che Scorrano e Geymonat non stavano, come io temevo, “stroncando” il mio libro, ma anzi ne stavano tessendo le lodi. Il groppo in gola che mi prese mi impedì di dire molto di più che non fosse sbiascicare degli scontati ringraziamenti. Quel nodo in gola poi si sarebbe sciolto, all’uscita della Biblioteca, alla presenza del solo Maurizio, in un pianto liberatorio, quando egli ebbe a dirmi, riprendendo il titolo di un suo libro e il tema della morte dei padri letterari, che io avrei dovuto “uccidere” metaforicamente “il padre”, nel qual caso lui stesso, e affrancarmi da qualsiasi condizionamento culturale che avevo avuto fino ad allora, che insomma era venuto il momento che io spiccassi il volo, un volo libero dalle maglie troppo strette di padri e padroni, un volo, per traiettorie ardite, ma che fosse solo mio e di nessun altro. Non sapevo in quel momento,come non so nemmeno ora, se sarei stato in grado di fare quello che Maurizio si aspettava da me. Fatto sta che Nocera, non so con quanta compiaciuta “teatralità”, mi disse di allontanarmi da lui e che non avrei più dovuto trattare dei suoi libri e della sua carriera (e invece eccomi qui, recidivo e penitente, peccatore e pentito, ma pronto a “ri-cadere in peccato”). 

Una pesante battuta d’arresto mi venne da un mio caro amico e maestro, al quale diedi il libro in visione. Una vera e propria stroncatura, sebbene non pubblica ma solo privata, di quelle che possono far maledire il giorno in cui si è presa una iniziativa (non ricordavo quale fosse stato il giorno in cui avevo deciso di scrivere quel libro, se  piovesse o ci fosse il sole, ma certo, pensai, secondo il calendario dei romani che dividevano i giorni in “fasti e nefasti”, quello doveva essere stato un giorno più che “nefasto”, in cui non si sarebbe dovuto dar cominciamento a nessuna nuova opera, meno che mai  scrivere un libro …). In particolare, mi colpì molto il fatto di avere sbagliato una citazione, proprio sulla prima pagina del libro, nella parte introduttiva. Proprio a metà pagina, avevo scritto “come dantesca voce dal sen fuoriuscita…”:  questa citazione non solo non era corretta (la versione corretta è  “dal sen fuggita”) ma –orrore!-, non era presa da Dante, al quale io la avevo attribuita, ma da Pietro Metastasio. Che dire? Quel rimprovero fu per me una doccia fredda. Avrei voluto sparire, morire. “Ma come si fa a confondere Dante con Metastasio?”, mi ripetevo, nei miei deliri compulsivi succedenti a quella reprimenda venuta da uno dei miei maestri. “Come si fa, caprone?” . “Capra!”, mi ripetevo, citando Vittorio Sgarbi, “capra, sei ignorante come una capra, ritorna a scuola!” Davvero, come dice il grande Eduardo De Filippo,  “gli esami non finiscono mai”, ed io, i miei, non li ho finiti e non li finirò mai. Mi chiedevo: “ ho davvero voglia di continuare a sostenere questi esami o non è forse meglio  abbandonare questa incerta e perigliosa strada della scrittura e dei libri? Chi me lo fa fare, da ottimo lettore, quale ritengo di essere, di diventare un pessimo scrittore?” Ma, insieme ad altri pochi amici, soprattutto Maurizio, con i suoi incoraggiamenti, mi ha aiutato a non gettare la spugna ma a continuare a scrivere e a pubblicare. Si fecero altre presentazioni di A volo d’arsapo; in particolare mi piace ricordare quella del maggio 2008, nella splendida cornice di Villa Donna Isabella a Sannicola, con relatori Antonio Errico e Carmen De Stasio, critica d’arte e letteraria di Brindisi, alla presenza di Maurizio Nocera e delle editrici Antonietta Fulvio e  Giuseppina Petracca.

Ormai quel libro rappresenta per me solo un titolo nella mia scarna bibliografia, ma quello che ho scritto nell’Introduzione e soprattutto le motivazioni che mi hanno portato a scriverlo sono ancora ben chiare in me e la stima per quel magnifico scrittore e poeta che era il protagonista del libro, rimane immutata, e anzi si arricchisce ogni giorno, così come la nostra affinità elettiva e la nostra amicizia personale. Le stesse motivazioni sono alla base di questo ultimo lavoro. In questo libro, compaiono dei miei scritti, usciti negli ultimi tempi,  aventi ad oggetto i libri e l’attività di Maurizio Nocera,  recanti tutti, in calce al testo, la fonte e la data di pubblicazione, e poila Bibliografia, aggiornata a dicembre 2010.

Occorre dire che anche questa seconda Bibliografia di Nocera non è completa ma vuole costituire solo uno spunto, un invito alla lettura, un approccio alla vita e alle opere dell’  “arsapo” Nocera.

2 Commenti a Nocerancora (postille bio-bibliografiche su Maurizio Nocera)

  1. La vita di per sé (stessa) è complicata come il se-sé. Di quest’accento, la funzione non è tanto quella di indicare la pronuncia tronca quanto invece il suo valore grammaticale e la distinzione dal renderlo immediatamente riconoscibile nel significato. Sul se-sé, e di quella normativa ortografica, non vi è stato mai motivato a sufficienza il piano logico né il coerente utilizzo in alcuni contesti.
    E’ comunque omissibile quel “sé” accentato quanto si accompagna da “stesso” e “medesimo”, Pertanto, riguardo al tuo Dante e al tuo Metastasio, specificamente, non hai commesso nessun errore, ma solo una posposizione mentale sicuramente temporanea e prevedibilmente non più ripetibile, Il tuo maestro avrebbe fatto bene a sottolineartelo solo come sbadataggine. Ho approvato quel testo e ricordo di averlo letto prima ancora della sua pubblicazione, sai benissimo dei miei rapporti di lavoro con la stessa casa editrice. A questo punto anch’io faccio ammenda della tua stessa sbadataggine, non ricordo di averlo avvertito “quell’errore” probabilmente ero alla ricerca di contenuti, che poi ho trovato e apprezzato. Dell’articolo di cui lascio volentieri un commento, è evidente il seguire la logica del raccontare di un evento per tutti i significati che vi possono emergere in una scrittura vissuta sino in fondo. Produrre un testo non è né semplice né facile, lo sai bene, lo sappiamo benissimo, ci sarà sempre il distinguo. Aggiungi in questo caso la valenza e l’importanza della “prima volta”, l’importanza della tua scrittura e ancor più, a ragione, non ti cospargere il capo di cenere. La vita lasciamola complicata per gli altri, per i quanti scrivono con il “sacro furore” nelle vene.e per i quanti credono sia essa “maledetta”. L’atto dello scrivere è il sublime che non è il romantico, è il sublime che è solo metafora continua di vita. Per quel che mi riguarda hai fatto delle scelte letterarie ed hai intrapreso dei modi di scrittura che ti distinguono. Questo non è poco in tanto scrivere e riscrivere. Il Salento ha ancora memoria corta ed ha bisogno della giusta vitamina. Con l’amico comune Maurizio non possiamo che corroborarne la vivacità. Buon lavoro! L’errore è l’anima di osa..

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