Senza titolo, per non metterne più di uno…

di Armando Polito

L’occasione offertami da Pier Paolo Tarsi con il suo commento al recente post Cento anni di storia delle Ferrovie nel Capo di Leuca  era troppo ghiotta perché io me la cavassi con la segnalazione di due link in cui, per giunta, il mio intervento (nonostante i complimenti dell’amico Marcello, il quale a breve si vedrà recapitare una diffida dal mio avvocato di fiducia…cioè, scusate la presunzione, da me stesso, a costo di essere incriminato per esercizio abusivo della professione forense) faceva la figura di un nano tra giganti.

L’occasione è ghiotta per due motivi, uno fondamentale e di largo, anzi larghissimo  respiro, l’altro, per così dire, contingente. Comincio da quest’ultimo.

Pier Paolo ha ricordato il copertinese macu, che il Rohlfs registra anche per Melendugno, Tricase e Vernole.  Superfluo attardarsi sul fatto che esso è deformazione di mago, come pure sull’ambiguità di questa voce che, partendo dal concetto di persona dotata di poteri non comuni (dunque, un concetto che suscita meraviglia, ammirazione  e invidia) subisce uno spettacolare slittamento semantico passando, attraverso quello di diverso (con tutti i disorientamenti che la diversità suscita nei cosiddetti normali, concetto che per me è puramente statistico, la cui epidermicità potrà essere superata solo quando si potranno censire anche le coscienze, cosa che, paradossalmente, e qui sembro un cane che si morde la coda, mi auguro non avvenga mai, e non certo per motivi di pura e semplice privacy), al significato totalmente negativo di scemo.  Sintetizzando: dall’ammirazione, dal rispetto e forse anche dalla paura e dalla speranza (vedi il successo dei maghi dei nostri tempi), alla commiserazione, al dileggio, al disprezzo. Macu è in buona compagnia; il nomignolo degli abitanti di Soleto, appioppato dai Galatinesi e dai Leccesi, infatti, è masciàri, forma aggettivale sostantivata da mascìa=magia, anche se qui ci si è fermati, credo, al significato di stregoni, strani.  Il femminile singolare masciàra non si spinge neppure esso all’estremo limite nonostante qualche volta sia usato nel senso dell’italiano megera (donna brutta, discinta, sguaiata; donna di carattere perfido, irascibile e maligno), che con la magia ha a che fare solo indirettamente e non etimologicamente, nel senso che deriva dal latino Megaera(m), a sua volta dal greco Megàira, una delle tre Erinni, dal verbo megàiro=considerare eccessivo, rifiutare, invidiare, incantare (sequenza semantica che ben spiega, nonostante il diverso vocabolo di partenza, il destino che lo accomuna a masciàra), a sua volta da megas=grande.

Per riassumere: masciàra è da mascìa, dal latino tardo magìa(m) e questo dal greco magèia, a sua volta da magèuo=essere mago, da magos=mago, stregone, incantatore, ciarlatano; megera è dalla voce greca prima indicata, che nulla ha a che fare etimologicamente con magia.

Dopo il motivo contingente che ha ispirato questo post, passo a quello di più ampio respiro, ma pur sempre intimamente connesso con il primo. Sarebbe bello se anche noi nel nostro piccolo sfruttassimo, più di quanto fino ad ora non abbiamo, pur lodevolmente, fatto, le enormi potenzialità offerte dalla rete (per gratitudine dovrei scriverlo, come pure qualcuno fa, con l’iniziale maiuscola, ma mi rifiuto perché sono allergico all’uso, figurarsi all’abuso!, di questa convenzione grafica, anche perché fra poco i vocabolari, dovendo sistemare i vari significati in base alla frequenza d’uso e non alla cronologia, saranno costretti a collocare al primo posto il significato informatico del nostro vocabolo e la rete del nostro letto, quella del pescatore e persino quella televisiva dovranno rassegnarsi a competere al massimo per il secondo posto…) e stimolassimo in chi, anche occasionalmente, ci segue il piacere di dare il suo contributo, magari segnalando una semplice voce, purché ispirato dalla buona fede e dal rispetto della verità, contrariamente a quanto succede in alcuni saggi (pubblicati a stampa!) in cui non è raro trovare il riferimento a documenti inesistenti. E vedo già il Rohlfs arriderci, sorriderci e, dirà il solito maligno, deriderci…

10 Commenti a Senza titolo, per non metterne più di uno…

  1. Mi viene in mente un’ipotesi alternativa: e se derivasse da Mucus, come l’italiano Moccioso o il dialettale Mucculone, termine quest’ultimo che in fondo ricorre con un significato sovrapponibile a Macu?

  2. E’ interessante notare la comunanza semantica che lega i termini salent. macu/masciàru (e forse màsciu) con il significato originario di ‘stregone’ poi degenerato in ‘strano’, come il salent. strulicare ‘farneticare’ da stròlicu ‘astrologo’. Cosa ne dite?

  3. Il ragionamento di Fabio porta acqua al mulino di Armando. E però, ragionando non da filologo quale non sono, la mia ipotesi mi appare più in linea con il rasoio di Occam e dunque più plausibile ed epistemologicamente fondata. Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, ed infatti: un solo termine (mucus), dal quale derivano i due termini Mucculone e Macu che sono semanticamente identici nell’uso copertinese. Mucculone sta per ingenuo (sfumatura in cui si sente l’origine latina, il riferimento al mucus del fanciullo, essere ingenuo per antonomasia), fesso, stupido (dove la sfumatura originaria è recisa), esattamente come Macu!

    • Il problema è che “foneticamente” (e quindi “etimologicamente”) mucculone non può derivare da o essere connesso a macu:
      – sia per la coppia /a/ – /u/
      – sia per la coppia /k/ (da /g/) – /kk/
      La confluenza di significati è secondaria: notiamo che dove si è diffuso masciaru/macaru nel significato di ‘stregone’, si è perso il senso originario di macu, che invece ha identificato l’ingenuo, lo strano quindi lo stupido.

  4. Rispondo cumulativamente e ringrazio per gli interventi, anche se, ribadisco, sarebbe bello che i collaboratori non fossero sempre i “soliti noti”.
    Il “màsciu” cui allude Fabio credo sia la voce di Alessano, Castrignano dei Greci, Galatone, Galatina, Parabita e Seclì, usata nel significato di persona mascherata. Mi pare molto evidente che è altro che deformazione di “mago”; e tutto quadra sul piano semantico e fonetico. C’è un altro “màsciu” usato a Gallipoli per indicare il vassoio con i doni che si scambiavano i fidanzati (uso l’imperfetto perché credo che questa tradizione, come il “pumu” neretino, sia morta e sepolta da tempo) e a Mesagne nel senso di ciocca (anche di ciliege), entrambi deformazione di maggio con evidentissimi riferimenti temporali.
    Mi appare improbabile (per non dire impossibile) che il nostro “macu” si ricolleghi a “muco” per i motivi che ora esporrò. Se la sovrapponibilità semantica (molto parziale, per la verità) è ipotizzabile, bisogna ricordare che “muco” in dialetto fa “muccu”, che è dal latino “muccus”, variante attestata anche se meno frequente di “mucus”. A parte la scomparsa del raddoppiamento (che è in contrasto con le nostre abitudini espressive) non c’è spiegazione sul piano fonetico per il passaggio della “a” in “u”. Credo che sia più che sufficiente per affermare che nel nostro caso la teoria del rasoio di Occam non possa essere applicata, dal momento che la prima ipotesi, almeno a mio avviso, non regge, per quanto suggestiva. E poi, questa teoria di Occam, che pure è alla base del pensiero scientifico moderno, a me pare un pò ricordare, tutto sommato, l’ipse dixit (in questo caso l’ipse non sarebbe Aristotele ma colui che ha formulato l’ipotesi, al momento (e sottolineo al momento…) incontrovertibile. Ben vengano, perciò, ipotesi alternative, purché plausibili, anche perché quelle che non lo sono possono, comunque, far scattare nel ricercatore la scintilla che da tanto tempo attendeva
    Passo a “strulicàre” esaminando la nuova ipotesi formulata da Marcello, sulla quale ho da dire quanto segue. Extra+logos, tout court, è, sempre a mio avviso, debole non certo per incongruenza semantica ma,anzitutto, per una ragione di fondo: è estremamente improbabile che una voce dialettale possa essere “bastarda”, formata, cioé da una parola latina (extra) e da una greca (logos). Questo fenomeno, che non coinvolge però nello stesso tempo le due lingua classiche, è di formazione moderna (un solo esempio: “burocrazia”) e, d’altra parte, nonostante abbia spesso nei miei interventi sottolineato la creatività del dialetto, essa non si spinge a tali raffinatezze che suppongono un retroterra culturale (in senso filologico) di notevolissimo spessore. Ora il “logos” greco si ricollega al verbo, sempre greco, “lego” che significa (l’ordine non è casuale) raccogliere, scegliere, narrare. In latino esiste il verbo “lègere” con la trafila semantica di raccogliere, passare in rassegna, recitare, leggere. I rapporti tra il greco “lego” e il latino “legere” sono tanto stretti ed evidenti che non è il caso di soffermarsi. E per “logos”? Esso sopravvive nel verbo latino “loqui” che significa parlare e che in italiano compare solo in forme composte (eloquio, colloquio) figlie di analoghe forma latine. Dovremmo ipotizzare da “loqui” un volgare *loquàre>luquàre>licàre e, finalmente, con aggiunta di extra ed aferesi di “e”, stralicàre. In questo modo supereremmo le difficoltà della bastardaggine, ma rimarrebbe insormontabile la spiegazione del passaggio a>u. Un’ultima nota che è anche un’autoobiezione: “astrologare” comporterebbe un passaggio “o”>”i” che a prima vista potrebbe sembrare inusuale: sicuramente il Rohlfs nel proporre la sua etimologia ha tenuto conto della variante brindisina (attestata, però, solo in testi scritti) “strulucà” con i seguenti, regolarissimi, passaggi fonetici: astrologare>strulucare>strulicare.

  5. ERRATA CORRIGE (a questo mi fa arrivare la fretta!): prima di “altro che deformazione” aggiungere “non”; sostituire “mora” con “morta”; eliminare “motivi” dopo “esporrò”; sostituire “pò” con “po’” (Pier Paolo, la tua tirata d’orecchi non ha funzionato completamente…); sostituire “scintila” con “scintilla” (non è da escludersi che qualche altro refuso mi sia sfuggito). Che vergogna! Autorizzo la redazione ad apportare direttamente le correzioni, anche perché, essendo la cosa soggetta a ripetizione, il sito rischierebbe di restare intasato…

  6. “…ringrazio per gli interventi, anche se, ribadisco, sarebbe bello che i collaboratori non fossero sempre i “soliti noti”.

    ???
    I’m sorry!

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