Cave Ipogee nelle campagne di Cutrofiano

di Massimo Negro

Lasciata la distesa pietrosa di “Mater Gratie” a Gallipoli, con lo sguardo che si perde sino ad abbracciare il Mar Jonio, il viaggio continua nel cuore del Salento, tra distese di alberi di ulivo ove si celano nel sottosuolo inaspettati segreti che solo l’occhio attento sa cogliere in qualche loro accenno in superfice.
Il mio viaggio mi porta a calpestare la terra rossa di Cutrofiano, muovendomi  tra le campagne ricche di uliveti, punteggiate da case, aggirandomi tra le strade che portano verso Supersano e verso Collepasso. A guardare dal finestrino si vedono sfilare un paio di cave a cielo aperto ancora attive, una cava dismessa interamente piantumata e ora trasformata in un bosco. E poi una distesa piana di terra rossa, alberi e ordinate fila di canne che corrono lungo i canali che raccolgono l’acqua piovana dalle campagne.

Ma a ben guardare, questa zona del nostro Salento cela in sè ben più di quello che può apparire dal finestrino di una macchina in corsa. Due estati fa ci fu la mia personale scoperta degli affascinanti specchi d’acqua che punteggiano la zona chiamata “Signureddha”.
Circa un anno fa furono  le numerose e strane forme di pozzo con la bocca tappata dal cemento a farmi sorgere una serie di domande. Bocche di pozzo enormi, non come i pozzi d’acqua o le bocche di cisterne interrate di cui sono piene le nostre campagne.

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E in effetti non di normali pozzi si tratta. Sono le dismesse vie di accesso ad un mondo ormai scomparso. Conducono nel sottosuolo, in dedali di gallerie da cui sono state estratte quantità enormi di calcarenite, o per dirlo in modo comune, i tanti “cuccetti te tufo” con i quali sono state costruite le nostre case.

Chi percorre quelle strade forse ignora che sotto i propri piedi o le ruote delle macchine, ampie gallerie ora immerse nella più totale oscurità si allungano come un labirinto, perdendosi nel sottosuolo.
A Cutrofiano l’estrazione della calcarenite aveva assunto i connotati  tipici delle miniere.  Il vasto banco di calcarenite si trova ad una profondità che può andare ben i oltre i 30 metri (in alcune zone si arriva a 50 metri di profondità) ed è sovrastato da un profondo strato di sabbia e argilla. Procedere con l’estrazione a cielo aperto avrebbe comportato un lavoro immane, l’argilla e la sabbia di riporto avrebbe occupato zone vastissime e,soprattutto, si sarebbe sventrata e resa inutilizzabile una zona agricola molto ricca. Si procedette quindi in altro modo, creando dei pozzi di scavo che andavano ad intercettare il banco di roccia e solo allora si procedeva nel sottosuolo all’estrazione dei mattoni muovendosi nel sottosuolo.
Una delle cave a cielo aperto ancora attive ha intercettato un’antica cava ipogea e dalla foto che segue si può ben vedere a quali profondità si lavorava. In effetti fa una certa impressione.

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Ma torniamo al lavoro dei nostri “minatori”.  La predisposizione del pozzo richiedeva accorgimenti particolari per evitare che l’argilla desse luogo a dei crolli. Normalmente si procedeva con le zappe. Anche nei tempi più recenti il martello perforatore veniva utilizzato  solo quando lo strato argilloso si presentava più compatto e poteva rallentare i lavori di scavo. Per la rifinitura delle pareti si utilizzavano le “serchiuddhe”, delle piccole zappe.
Man mano che si scavava si procedeva al rivestimento con dei conci di tufo e così sino a che gli operai non incontravano il così detto “mazzaro”, cioè lo strato di calcarenite meno pregiata ma più solida, detta anche “chianca”. Su questo strato decisamente solido veniva fatto poggiare il rivestimento.

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Da quel punto in poi non si scavava nell’argilla ma nella roccia e non erano necessari ulteriori accorgimenti. Si procedeva quindi ad allargare il diametro del pozzo, disegnando nella roccia quella che veniva chiamata “campana”, di forma quadrangolare di circa 5 x 5 metri, sino ad arrivare allo strato “buono” di calcarenite, a partire dal quale  si procedeva con l’estrazione dei mattoni di tufo. Se lo strato di “mazzaro” veniva ritenuto insufficiente per costituire la volta delle gallerie, lo scavo veniva approfondito per circa 2 metri nel banco tufaceo.

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Nelle cave ipogee più antiche il pozzo serviva sia per la discesa e risalita degli operai sia per l’estrazione del materiale.  Successivamente si procedette con la costruzione del così detto “lanternino”, cioè un pozzo di sezione rettangolare che scendeva parallelo al pozzo di estrazione e che serviva per la movimentazione degli operai. Il lanternino veniva ricondotto al pozzo principale all’altezza della campana. Questo pozzo secondario dava la possibilità agli operai di muoversi con maggior facilità e di esporsi a minor pericoli in quanto non vi era il rischio di caduta di mattoni.
Non che fosse facile per gli operai salire e scendere lungo il pozzo. Solitamente si procedeva con la tecnica della “spaccata” utilizzando gli “intacchi” che venivano ricavati nel rivestimento del pozzo.
Nei lanternini più recenti si procedette anche alla costruzione di piazzole di sosta, mentre si saliva e scendeva con l’uso di scale in ferro.

All’esterno, adiacente all’apertura del pozzo con il materiale estratto per la realizzazione dello stesso, veniva posta in opera la banchina, un piano di carico sul quale venivano poggiati gli argani (se in legno “macinula”, se in ferro “spidu”) o, nei tempi più recenti con l’uso dell’elettricità, le gru. Sulla banchina venivano poggiati i mattoni una volta estratti.

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Gli scavi hanno interessato una zona vastissima che dovrebbe aggirarsi intorno gli 800 ettari. Se percorrete quelle strade fate caso ai tanti pozzi dalle bocche tappate che punteggiano le campagne; questo vi potrà dare un’idea dell’opera immane compiuta nei secoli passati in quelle terre.
Nell’immagine che segue ho indicato ad alto livello le macro aree interessate alla coltivazione di cave ipogee. Una rappresentazione non accurata e sicuramente per difetto. Le cave ipogee nella zona dovrebbero essere circa sessanta. Delle più recenti sono disponibili anche le planimetrie, mentre per le più antiche non si conosce l’esatta estensione e le loro caratteristiche. Sono solitamente quest’ultime quelle che danno maggiori grattacapi per quanto concerne la loro stabilita, soprattutto perché non si conoscono le dimensioni dei pilastri e le metodiche di coltivazione poste in essere, in assenza in quegli anni di puntuali controlli (tema che affronterò nella prossima nota).

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Nella prossima vi racconterò della mia passeggiata in una di queste antiche cave,  accompagnato da una misera torcia elettrica e dalla raccomandazione del proprietario: “me raccumandu cu nu te perdi”.

Ricostruzione Sezione

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Fonte:
– Le cave in sotterraneo di Cutrofiano – Luigi Toni – Edizioni del Grifo

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NOTE PRECEDENTI.

Nota nr. 1:nota sulle antiche cave ipogee che costeggiano il tracciato ferroviario a ridosso del centro abitato nella parte alta di Gallipoli.
http://massimonegro.splinder.com/post/25460013/cave-ipogee-quattro-passi-nel-sottosuolo-di-gallipoli

Nota nr. 2: nota sulle antiche cave ipogee della zona “Mater Gratiae” di Gallipoli.
http://massimonegro.splinder.com/post/25514891/cave-ipogee-le-cave-mater-gratiae-di-gallipoli

Per i Laghi della Signureddha rimando alla seguente nota:
http://massimonegro.splinder.com/post/23762603/cutrofiano-le-perle-dacqua-della-signureddha

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